Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

Contro la dittatura del partito unico keynesiano

Da ieri sul sito di Tempi:

http://www.tempi.it/contro-la-dittatura-del-partito-unico-keynesiano#.VdW98pcztfl

La Terra ha finito le sue risorse? Non ci resta che diventare cannibali

Mio trafiletto ieri su Tempi:

http://www.tempi.it/la-terra-ha-finito-le-sue-risorse-non-ci-resta-che-diventare-cannibali#.VdMxgJcztfl

Babadook. I bambini hanno ragione: nel buio c’è un mostro

Pubblicato si Tempi online il 2 agosto 2015

http://www.tempi.it/babadook-i-bambini-hanno-ragione-nel-buio-ce-un-mostro#.Vb9Gqfkztfk

Per uscire dalla crisi economica, bisogna leggere più Bibbia e meno Paul Krugman

Mio articolo apparso ieri sul sito di Tempi:

http://www.tempi.it/per-uscire-dalla-crisi-economica-bisogna-leggere-piu-bibbia-e-meno-paul-krugman#.Vbd0BPntmkp

LA PESTE KEYNESIANA

RISPONDO QUI ALLE OBIEZIONI MOSSE DAL KEYNESIANO ALDO&RISIO NELL’AREA COMMENTI DEL MIO ARTICOLO PUBBLICATO ULTIMAMENTE SU TEMPI:

http://www.tempi.it/se-i-giovani-italiani-si-mettono-in-fila-davanti-al-consolato-degli-usa#.VaQqcvntmkp

Obiezione numero 0: le basi americane presenti sul nostro territorio stanno dissanguando i contribuenti italiani.

RISPOSTA 0) Allora, partiamo dai fondamentali di economia: chi riceve un servizio da un altro essere umano deve pagarlo. Dunque gli ufficiali americani ci forniscono un servizio e lo stato italiano li paga: logico, giusto. Bisogna sottolineare che per lo Stato italiano e per l’Europa intera alla fine è più conveniente dal punto di vista contabile (costa  meno) pagare lo stipendio a militari americani piuttosto che pagare un sistema di difesa suo proprio: per questo Obama si è accorto che alla fine della fiera la maggior parte dei costi della difesa dell’Europa ricadono sui contribuenti americani e quindi  ha chiesto a gran voce alla Ue di cominciare a badare militarmente a sé stessa, istituendo un suo esercito e suoi armamenti.

Aggiungo che, allo stato attuale (fra Isis che minaccia l’Italia e Russia che tende le grinfie sui paesi vicini) delle basi americane non possiamo proprio fare a meno. Se cacciassimo tutti gli americani, saremmo vulnerabile perché siamo troppo pacifisti: appena lo stato prova a spendere qualche euro per l’esercito i grillini e gli altri idioti urlano “con quei soldi ci potremmo fare un milione di asili”. Massì, A proteggerci dall’Isis (che minaccia apertamente l’Italia) mandiamoci le maestre d’asilo stipendiate dallo stato!

Obiezione numero 1): Keynes non si definiva un socialdemocratico, il suo scopo era curare l’economia di mercato dai suoi mali.

RISPOSTA 1) Non conta come Keynes definiva sé stesso: contano le sue idee. Lui poteva benissimo essere convinto di essere un difensore dell’economia di mercato, di fatto era un teorico dello statalismo più estremo. Chi dice che lo stato deve correggere-dirigere-stimolare l’economia di mercato è un socialdemocratico di fatto. Oltretutto, la teoria generale di Keynes deve molto alle opere di John Stuart Mill, che appunto è universalmente riconosciuto come uno dei padri fondatori della socialdemocrazia moderna: il concetto di “ridistribuzione delle ricchezze” tramite la leva fiscale su lui a inventarlo.

2) la crisi economica iniziata nel 2007-2008 non è stata causata dal debito pubblico ma dal debito privato.

RISPOSTA 2) Ha ha ha ha ha… No, allora, tanto per cominciare la crisi del debito privato ha riguardato gli Usa (crisi dei mutui subprimes) ma non l’Italia, che anzi si distingue per la forte tendenza al risparmio privato del suo popolo. Quindi spero che almeno siamo d’accordo sul fatto che la crisi che sta massacrando l’Italia dal 2007-2008 non ha niente a che fare col debito privato, che in Italia è bassissimo. Davvero bisogna essere in malafede per negare che è un abnorme debito pubblico a massacrare l’Italia.

Ma concentriamoci sulla crisi del debito privato negli Usa. Ebbene, dire che il debito privato è cresciuto perché il welfare è diminuito è propaganda da quarto d’ora d’odio orwelliano. All’origine dell’esplosione del debito privato con conseguente rigonfiarsi e scoppiare di bolle speculative (a cominciare dalla bolla immobiliare) ci sono ancora una volta le politiche keynesiane. Mentendo e sapendo di mentire, i keynesiani dicono che incentivare il consumo a debito è “liberismo selvaggio”. In realtà, è keynesismo selvaggio.

Come ho accennato, Keynes sosteneva che il risparmio privato, specialmente in tempo di recessione, danneggiasse l’economia e che di conseguenza lo stato dovesse scoraggiare il risparmio e incoraggiare gli investimenti abbassando artificialmente i tassi di interesse bancari. In “Tutti gli errori di Keynes, perché gli Stati continuano a creare inflazione, bolle speculative e crisi finanziarie”, Hunter Lewis dimostra che è stato proprio l’abbassamento eccessivo del costo del denaro in puro stile Keynes a scatenare negli Usa la tempesta di debiti, prestiti bancari non garantiti (subprime) e insolvenze. E quando le insolvenze sono diventate troppe, la bolla immobiliare è scoppiata e le banche sono fallite a catena.

I semi della crisi del 2007-2008 sono stati gettati nel 2001. Allora Alan Greenspan, Segretario del Comitato dei Governatori della banca centrale americana (la Federal Reserve) cominciò ad abbassare artificialmente i tassi di interesse, inflazionando l’offerta di moneta. Dal 2001 al 2003, i tassi passarono dal 6,5% all’1%: si gonfiarono enormi bolle speculative. Ma i tassi non si potevano mantenere bassi in eterno. Nel giugno del 2006 tornarono al 5,25% e nel 2007 scoppiarono le bolle e fu crisi nera. Che cosa era successo?

Perché ad un periodo di tassi artificialmente bassi (che creano un BOOM economico fittizio) segue un periodo di tassi alti (che creano recessione: BUST)? Difficile spiegarlo in poche righe, ma ci proverò. Quando i tassi sono bassissimi, tutti gli imprenditori si fanno prendere dall’euforia: si fanno prestare montagne di soldi dalle banche per mettere in piedi imprese, negozi, cantieri eccetera. Così aumentano i posti di lavoro eccetera. Ma a forza di farsi prestare soldi, le banche si svuotano. Quando sono quasi svuotate, si vedono costrette a stringere i cordoni: non solo devono prestare di mano ma devono, per forza di cose, prestare a tassi maggiori, perché il denaro scarseggia (è fisiologico che quando qualsiasi bene scarseggia il suo prezzo aumenta). A quel punto gli imprenditori, che fino a quel momento avevano lavorato a tassi bassissimi, improvvisamente devono pagare tutto di più e non ce la fanno. La maggior parte di loro chiuderanno bottega e i loro dipendenti finiranno su una strada.

Oltre ad incoraggiare investimenti fittizi, i tassi bassi incoraggiano la gente a comprare case che non si potevano permettere. Lo scorso decennio negli Usa un gran numero di persone a basso reddito sono state convinte dalle banche, rese euforiche dai bassi tassi di interesse, a comprare immobili contraendo mutui subprime. L’improvvisa proliferazione di mutui subprime ha determinato un boom senza precedenti del mercato immobiliare: i prezzi delle case aumentavano perché la domanda di case superava costantemente l’offerta.

Col mutuo subprime, la banca ci guadagna sia se il cliente paga sia se non paga. Se paga bene, se non paga meglio: la banca si tiene le rate già pagate e in più si prende la casa e la vende. Finché gli insolventi sono pochi, tutto va per il meglio. Ma quando gli insolventi cominciano a diventare troppi, le cose si mettono male. Nel 2007 gli insolventi diventano un milione e settecentomila. Il mercato non ce la fa ad assorbire un milione e settecentomila case pignorate e messe in vendita tutte insieme dalle banche. Queste ultime di conseguenza perdono montagne di soldi. «La banca locale non può più pagare l’interesse alla banca d’affari che ha rilevato il suo credito, e questa non può più pagare gli investitori che hanno comprato lo stesso credito attraverso gli strumenti creativi inventati dai premi Nobel. Così le banche d’affari – cioè quelle banche che, a differenza delle banche commerciali, non raccolgono depositi agli sportelli ma offrono servizi di consulenza e vendono e acquistano azioni e altri prodotti finanziari -, esposte per miliardi di dollari, nel 2008 cominciano a rischiare di fallire. I governi – negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e altrove – ne salvano alcune, ma il 15 settembre 2008 l’amministrazione del presidente George W. Bush lascia fallire una delle più grandi banche d’affari del mondo, la Lehman Brothers, probabilmente commettendo un errore. Una dopo l’altra, le banche d’affari di Wall Street spariscono o cambiano mestiere» (Massimo Introvigne). Il virus delle insolvenze passa dalle banche d’affari alle banche commerciali. Queste ultime sono costrette a limitare i prestiti alle imprese, che di conseguenza vanno in crisi e tagliano posti di lavoro. Una spirale perversa si estende rapidamente dagli Usa a tutto il mondo: aumenta la disoccupazione, le famiglie si impoveriscono, i consumi calano, le aziende guadagnano di meno e quindi aumenta ulteriormente la disoccupazione eccetera.

Obiezione numero 3) Keynes voleva stimolare l’economia tramite spesa pubblica di investimento, quella per realizzare opere e lavori pubblici o per le forniture pubbliche, non tramite spesa pubblica corrente, ossia spesa per sostenere la pubblica amministrazione. Oltretutto se oggi si licenziassero i massa dipendenti pubblici, sarebbe una catastrofe: diminuirebbero i consumi e le aziende fallirebbero.

RISPOSTA 3) Certo, sappiamo bene che Keynes pensava ad enormi investimenti per infrastrutture che avrebbero dovuto beneficiare gli imprenditori. Ma il problema è che, distinguendo fra spesa di investimento e spesa corrente, Keynes non era coerente con le sue stesse premesse (e infatti altri dopo di lui hanno tratto le conseguenze coerenti dalle sue premesse). Premesse: bisogna fare in modo che la gente riceva uno stipendio e corra a spenderlo per fare ripartire i consumi e stimolare gli investimenti produttivi. Se dunque lui mette nelle premesse che il fine della spesa pubblica è fare ripartire i consumi, poi di fatto rispetto a questo fine cade la distinzione fra investimenti in infrastrutture e spesa corrente. Alla fine della fiera, non conta che il lavoratore abbia costruito una utilissima opera idrica (come quella di Roosevelt) o che abbia scavato una buca per ricoprirla: conta che corra a spendere i soldi dello stipendio. Quindi di fatto la teoria generale di Keynes ha spinto tutti i politici occidentali a moltiplicare i posti di lavoro pubblici con lo scopo di “fare ripartire i consumi” (mentre il vero scopo è comprarsi i voti, come ha fatto Renzi con le sue mega assunzioni).

Anyway, la spesa pubblica di investimento & corrente non è mai servita a fare ripartire nessuna economia. I Keynesiani ripetono ancora che fu il new deal prima e le spese belliche poi a generare il clamoroso boom economico post bellico degli Usa.  In realtà, il ministro dell’economia Usa nel 1939 testimonia che il new deal fu un gigantesco fiasco: «We have tried spending money. We are spending more than we have ever spent before and it does not work. And I have just one interest, and if I am wrong…somebody else can have my job. I want to see this country prosperous. I want to see people get a job. I want to see people get enough to eat. We have never made good on our promises… I say after eight years of this administration we have just as much unemployment as when we started… And an enormous debt to boot!» (Secretary of the Treasury, Henry Morgenthau, 1939).

L’enorme spesa bellica, invece, ebbene solo vantaggi indiretti: stimolò l’invenzione di nuove tecniche di produzione (analogamente, l’enorme spesa bellica anti-Urss degli anni 80 portò enormi innovazioni tecniche, anche in campo informatico). Ma alla fine della seconda guerra mondiale lo stato americano dichiarò ufficialmente bancarotta: dal 1946 al 1948 il rapporto fra spesa e Pil passò dal 42 al 9 per cento. Inoltre furono tagliate le tasse, aboliti i razionamenti e rimosso il controllo dei prezzi e dei salari. Inevitabili i licenziamenti di massa nel settore pubblico. Tutti quelli che durante la guerra avevano lavorato o per l’esercito o per l’industria bellica si ritrovarono su una strada. A quel punto i keynesiani dissero: ci sarà il disastro, caleranno i consumi e gli investimenti, bisogna assolutamente tornare ad assumere gente a debito… Poiché le casse erano vuote e i debiti già enormi, lo stato non seguì i consigli dei keynesiani e… inaspettatamente nel 1946 l’economia americana cominciò a volare. La gente che era stata licenziata dallo stato trovò lavoro nel privato, dove i posti di lavoro si moltiplicavano esponenzialmente. Evidentemente la cessazione degli investimenti pubblici e la contrazione della pressione fiscale avevano fatto bene all’economia.

Qualcosa di simile accadde in Europa, specialmente in Germania. La ripresa dell’economia europea nel dopoguerra fu dovuta solo in minima parte al piano Marshall, che prevedeva lo stanziamento di circa un 120 miliardi di dollari. Se è vero che il piano Marshall ha giovato a certi settori dell’industria, è altrettanto vero che le economie dei paesi che hanno ricevuto più fondi sono cresciute meno rispetto alle economie dei paesi che ne hanno ricevuti di meno. Oltretutto la ripresa produttiva era iniziata nel 1946: due anni prima dell’avvio ufficiale del piano Marshall. Subito dopo la fine della guerra, l’economia tedesca cominciò a correre più velocemente di quella americana. A farla ripartire non furono i soldi americani ma piuttosto una serie di politiche di stampo liberale – a cominciare dalla liberalizzazione dei prezzi voluta da Erhard contro la volontà delle truppe di occupazione angloamericane – che spazzarono via gli ultimi avanzi dello statalismo economico di stampo nazional-socialista. Tali politiche si ispiravano alla dottrina degli ordo-liberali tedeschi, fra i quali spiccava Wilhelm Röpke.

L’esperienza post-bellica dimostra che “licenziamenti di massa” nel pubblico non sono “macelleria sociale” (come dice la sinistra durante il quarto d’ora d’odio) ma portano vantaggi per gli stessi licenziati. D’altra parte ovunque nel mondo si sono licenziati in massa dipendenti pubblici non c’è stata catastrofe ma ripresa economica: mandare i parassiti a lavorare fa sempre bene all’economia. Dopo un brevissimo periodo si sofferenza per i licenziati, le cose si mettono a posto. Quindi anche in Italia prima licenziamo in massa e meglio è per tutti.

Salto le obiezioni 4) e 5), che mi sembrano troppo tecniche e poco pertinenti col nostro discorso. Comunque almeno su una cosa siamo d’accordo: per Keynes il RISPARMIO era il male. Ora, come ho scritto in un precedente articolo, l’odio di Keynes verso il risparmio (che porta all’edonismo consumista) è un chiarissimo sintomo del suo spirito anticristiano:

http://www.tempi.it/errori-nuova-destra-ideologia-gender#.VaQUd_ntmkp

Obiezione numero 6) quando dipendevano dagli Stati, le banche centrali cancellavano il debito pubblico ripagando i creditori con denaro creato dal nulla, senza generare inflazione. Infatti l’inflazione ha altre cause: aumento del prezzo delle materia prime e da perturbazioni di politica internazionale.

RISPOSTA all’obiezione 6) Lei cerca di intimidire i lettori sfoggiando tanti tecnicismi da manuale di economia keynesiano. In realtà, lei non sta descrivendo la realtà: sta descrivendo l’interpretazione (bacata) della realtà che ne danno i maestrini keynesiani (che poi sono tutti post-marxisti) e personaggi naif e involontariamente comici come Paolo Bernard. Ammazzandomi dalle risate, faccio il riassunto del vostro punto di vista: per eliminare il debito lo Stato deve soltanto costringere le banche centrali a stampare denaro dal nulla per pagare i creditori privati perché tanto l’inflazione non è determinata dal denaro creato dal nulla ma dallo choc petrolifero del 1973, dalla guerra arabo-israeliana e qualunque altra cosa vi venga in mente, basta aprire i giornali e citare a caso fatti di cronaca internazionale. Ma che bella favola! Che stupidi noi a non averlo capito prima, che basta stampare denaro per avere ricchezza! Bene, siccome ho un sacco di problemi economici, io domani mattina vado in cantina e stampo denaro per coprire tutte le spese. Ah no? Dite che sto facendo la falsaria? Ma pensa, sono una falsaria. Ah, ho capito: lo stato può fare il falsario ed io no. M scusate, se mi dite che aumentare la quantità di denaro in circolazione non crea inflazione, che male faccio se metto in circolazione i soldi che stampo in cantina?  Se dite che mettere in circolazione denaro creato dal nulla non significa rubare, perché mi trattate come una ladra se i stampo i miei soldi? E poi, scusate, tutti a scervellarsi per risolvere il problema della fame nel mondo quando invece è facilissimo: basta gettare sulla testa degli africani montagne di denaro creato dal nulla. Scherzi a parte, meglio rileggersi “Lo stato falsario” di Murray Rothbard. P. S. buona quella del “quarantennio neoliberista”. Infatti di liberismo in Occidente neanche l’ombra: come ho spiegato sopra, anche la finanziarizzazione dell’economia e il gonfiarsi-sgonfiarsi di bolle non sono “liberismo selvaggio” ma “keynesismo selvaggio”.

Obiezione numero 7): tutte le statistiche ed i dati dimostrano che il debito pubblico, prima sotto controllo, è esploso a seguito dell’autonomia delle banche centrali ossia quando i governi sono stati costretti a ricorrere solo ai mercati che praticano interessi alti.

RISPOSTA all’obiezione 7) Ma come, se bastava stampare denaro dal nulla per comprarsi il paradiso in terra, perché gli Stati hanno smesso di farlo? Solo per favorire qualche finanziere amico, magari nell’ambito del mega-complottone mondiale dei banchieri e dei finanziari che controllano la Casa Bianca e Wall street? La verità evidentemente è un’altra: gli Stati hanno riversato il debito nei mercati finanziari perché non potevano fare altrimenti, perché il vecchio trucco della “stampante magica” non funzionava più: le tempeste ricorrenti di inflazione stagflazione avevano stancato tutti. E i mercati praticano tassi di interesse alti per una ragione semplicissima: che gli investitori non vogliono farsi fregare dallo Stato.

E veniamo a quel mostro chiamato spread. Lo stato ha un problema: deve convincere gli investitori a investire in titoli del debito pubblico. Ma gli investitori non sono fessi: sanno bene che, se il debito cresce più dell’economia, lo stato non sarà mai in grado di pagare i creditori. Sanno bene che comprare i titoli del debito pubblico è come comprare carta straccia. Per convincerli, lo stato è costretto a promettere loro un alto rendimento: “comprate i titoli, domani vi frutteranno molto più di quanto li avete pagati oggi”. Ma a furia di promesse, i tassi d’interesse (lo spread) aumentano, la spesa d’interessi aumenta e quindi aumenta anche in maniera esponenziale il divario fra tasso di crescita economica e tasso d’interesse sul debito. Non c’è mai fine al peggio.

Ecco il peggio. Normalmente, voi siete disposti a prestare del denaro a qualcuno solo se siete certi che qual qualcuno è in grado di farli fruttare o almeno di non distruggerli: “Io ti do dieci solo se tu mi garantisci che me ne restituirai undici o, male che vada, di nuovo dieci”. Ebbene, i governi non sanno fare fruttare il denaro, perché tutte le industrie e le aziende di stato sono poco efficienti nella miglior delle ipotesi. Quindi, quando un creditore presta denaro allo stato, è sicuro che quel denaro non sarà utilizzato bene.  Per non farlo scappare a gambe levate, il governo deve promettere al creditore tassi interessanti. Ma adesso il governo prende in prestito denaro non più per finanziare industrie e aziende poco efficienti, ma solo ed esclusivamente per coprire un deficit di bilancio. In parole povere, sta distruggendo capitale senza investirlo. E poiché il capitale viene distrutto, per pagare gli interessi ai creditori lo stato deve contrarre ulteriori debiti. E’ peggio della bomba atomica. Infatti, a forza di pagare i debiti con altri debiti lo stato distrugge i risparmi di una nazione e impoverisce tutti. Mentendo e sapendo di mentire, lo stato dice ai risparmiatori: non preoccupatevi per i vostri risparmi, domani, quando ci sarà la ripresa economica, ve li restituirò. Bugiardo. Infatti, distruggere i risparmi significa impedire nuovi investimenti e di conseguenza impedire la ripresa.

I keynesiani chiedono alla Bce di emettere eurobond: titoli indifferenziati validi per tutti I paesi dell’eurozona. Gli eurobond sono uno strumento mediante il quale le cicale derubano le formiche. Fuor di metafora, sono solo una maniera molto raffinata di derubare I tedeschi senza sentirsi ladri.

«Proviamo a sforzarci di avere un po’ di empatia e chiediamoci se l’Italia nei panni della Germania accetterebbe gli eurobond. Spesso per capire i grandi problemi bisogna rapportarli a proporzioni individuali. Supponiamo che Tizio e Caio richiedano un finanziamento alla banca. Tizio è in grado di dare ampie garanzie di solvibilità, Caio, invece, presenta un profilo meno affidabile. Poniamo che la banca sia disponibile ad erogare credito a entrambi, a Tizio a un tasso del 3% e a Caio del 6%, che riflette il maggiore rischio. La banca ad un certo punto dice a entrambi: signori c’è una nuova legge che dice che il merito del credito non conta più e ci impone di applicarvi un tasso uniforme, pertanto possiamo erogarvi i finanziamenti allo stesso tasso del 4.5 calcolato come media dei tassi che riflettevano il vostro grado di affidabilità. Ci dispiace, ma tu caro Tizio devi accollarti 1,5 % in più, per garantire Caio. Accetterebbero i politici italiani condizioni simili? Pensiamo di no. Perché rappresenterebbe un sopruso ai danni dei propri contribuenti. Oppure, accettereste di essere obbligati ad avere una carta di credito in comune con degli spendaccioni? Certo che no perché si tratterebbe di un altro sopruso». (Gerardo Coco)

Quanto alla “povera” Grecia, ha semplicemente mangiato sbafo montagne di miliardi degli altri cittadini europei. Non si contano più gli aiuti e i piani di salvataggio.  E con tutti quei (nostri) soldi i greci non ci hanno costruito infrastrutture e imprese: ci hanno pagato stipendi di lavoratori pubblici che avrebbero dovuto essere licenziati da tempo e pensioni baby. I titolo greci hanno un tasso di interesse altissimo perché sono rischiosissimi: chi li compra non sa se rivedrà i suoi soldi. Lei li comprerebbe? In Grecia bisognerebbe mandarci Caprotti dell’Esselunga, non a caso odiatissimo dai compagnucci:

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/caprotti-sulla-grecia-crisi-perch-lavorano-poco-1149467.html

Le dò una informazione di logica elementare e legge naturale: per produrre ricchezza bisogna lavorare. Ed in effetti la filosofia di Keynes è proprio questa: la favola che per produrre ricchezza non sia necessario lavorare e faticare, ma basti stampare denaro dal nulla. Chi non riesce a vedere l’influsso del Maligno in questo sovvertimento della legge naturale che sta al cuore della filosofia di Keynes?

Obiezione numero 8) Oggi lo Stato tartassa la gente solo per ripagare i creditori esosi, i quali praticano bassi tassi solo agli Stati “bravi” che tagliano la spesa sociale e ritirano la loro presenza dal mercato (leggasi privatizzazioni) ed abbattono il Welfare.

RISPOSTA alla obiezione 8): Fra i “creditori esosi” ci sono tanti privati cittadino, fra cui piccoli risparmiatori. Gente che, se non vede tornare indietro i suoi soldi, va in rovina. Tagliare spesa “sociale” (ossia spesa socialista sovietica che mantiene parassiti nullafacenti tipo falsi invalidi e baby pensionati) e privatizzare le inefficientissime e corrottissime aziende pubbliche (che o creano ricchezza ma la bruciano soltanto, maltrattando i cittadini, come la Atac e le altre aziende di trasporto) fa bene a tutti, specialmente ai più poveri.

Obiezione numero 9) se è vero che le banche e le borse sono nate nel Medioevo, tuttavia la chiesa le avversava nel nome del fatto che non si può servire allo stesso tempo Dio e Mammona…

RISPOSTA alla obiezione 10) Il discorso è troppo lungo, basti sapere adesso che la condanna ecclesiastica del prestito ad interesse venne meno rapidamente (perché i teologi capirono in fretta che c’è differenza fra tassi onesti e tassi usurai). E basti sapere che il Vangelo è pieno di riferimenti alla piccola impresa, che la parabola dei talenti di fatto descrive il capitalismo… No c’è troppo da dire: leggetevi Stark e Woods e leggetevi un manuale di storia medievale. Guardate almeno le città italiane: scrigni di giganteschi tesori d’arte finanziati con i soldi dei mercati e dei banchieri medievali. Vi siete chiesti una volta da dove venivano i soldi che servirono a finanziare Santa Maria del Fiore o la torre di Giotto e tutto il resto? E il vero capitalista è anche molto caritatevole: nei registri contabili delle aziende dei comuni si trovava spesso il nome di un socio molto speciale: “Messer Domineddio”. I proventi di questo messere andavano alle opere di carità, molto numerose nei comuni.

Lei dice: “La finanza è per sua natura autoreferenziale e cerca il profitto immediato (perché mai finanziare la costruzione di un pozoz d’acqua in Africa per rivedere il proprio investimento fruttare in interessi tra dieci anni se è possibile speculare in borsa, certo con forti rischi ma chi conosce il mestiere sa come ridurli, ed ottenere in due settimane il raddoppiamento del proprio denaro?!) è necessario che l’Autorità Politica intervenga per costringerla ad operare secondo norme e schemi di utilità sociale, pur riconoscendo ad essa un equo ma limitato compenso.”

Ora, il capitalismo e la finanza non sono fini ma MEZZI MATERIALI che, come tutti i mezzi, possono essere usati o bene o male. Quindi è ovvio che anche finanzieri e capitalisti devono seguire una morale. Il capitalismo è come una automobile: la puoi usare per spostarti efficacemente da un posto all’altro oppure per uccidere i passanti e provocare incidenti stradali per soddisfare il tuo gusto sadico (vedi pirati della strada). In passato (diciamo durante la prima industrializzazione) i capitalisti, avendo perso la fede a causa dell’illuminismo, usavano male il mezzo-capitalismo: affamavano gli operai eccetera. Per risolvere il problema dello sfruttamento del proletariato Marx propose di abolire il capitalismo. Ma abolire il capitalismo per abolire lo sfruttamento del proletariato è come sopprimere l’industria automobilistica per eliminare gli incidenti stradali. Per eliminare gli incidenti stradali non bisogna sopprimere le macchine ma costringere gli automobilisti a seguire le regole stradali; analogamente per avere una economia di mercato sana bisogna costringere i capitalisti a seguire precise regole del gioco, che si basano su precise regole morali. Ebbene all’inizio (nel Medioevo) il capitalismo si basava sulle regole derivate dalla morale cristiana. Ciò detto, lo stato deve limitarsi a fare rispettare le regole del gioco (come si impegna a fare rispettare le leggi ai cittadini) ma non può dirigere l’economia di mercato senza danneggiarla irrimediabilmente.

Obiezione numero 10) Mussolini per superare la crisi degli anni ’30, innescata dalla finanza, pubblicizzò, con la riforma bancaria del 1936, il sistema bancario italiano, ossia rese pubblica la banca centrale e sottopose le banche a rigidi e severi controlli. Il sistema così ideato fu uno dei volani dello sviluppo, guidato dalla spesa pubblica, dell’Italia del secondo dopoguerra. Poi arrivano Reagan e la Thatcher ed il mondo scivolò verso il baratro attuale. Comunque, visto che la Jacob, esalta l’America forse sarebbe il caso di ricordarle che Obama ha fatto uscire gli Stati Uniti dalla crisi, anche se non è riuscito a ridurre i divari sociali ma almeno ha aumentato l’occupazione, esattamente a forza di spesa pubblica per stimolare il mercato in recessione. Insomma cara Jacob che le piaccia o no Keynes ha funzionato ancora un volta. Anche in Giappone si è fatta la stessa cosa.

RISPOSTA alla obiezione 10) Tralascio l’esaltazione della politica monetaria del fascismo perché si commenta da sola.

Oggi il Giappone ha un debito pubblico altissimo (200%), la banca centrale giapponese stampa denaro a manetta e in Giappone non c’è inflazione, anzi giapponesi sono molto benestanti. Certo, ma non è l’enorme debito pubblico ma la laboriosità dei suoi abitanti che rende prospero il Giappone. E la banca centrale giapponese può permettersi il lusso di abbassare i tassi sul debito pubblico solo perché il Pil del Giappone, nonostante tutto, ancora non cala. Non cresce più ma si mantiene alto per merito dei giapponesi stessi, che lavorano tantissimo e risparmiano tantissimo. L’altissima propensione al risparmio dei giapponesi spiega perché nel paese non c’è inflazione anzi addirittura un po’ di deflazione nonostante venga stampato denaro dal nulla: i giapponesi infatti preferiscono parcheggiare il denaro in banca, dove non fa danni, piuttosto che spenderlo tutto subito. Se fosse la spesa pubblica a creare prosperità, la Grecia dovrebbe essere avanzata almeno quanto il Giappone. Qualcuno ha il coraggio di dire che la lunga stagnazione giapponese non avrebbe nessuna relazione con l’altissimo debito pubblico? Anche se lì i tassi sui titoli sono bassi, il debito pesa lo stesso come un macigno.

Dunque, l’economia giapponese (ma anche quella americana e quella tedesca, entrambe gravate da un enorme debito) prosperano non grazie ma nonostante l’enorme spesa pubblica e l’enorme deficit. Se non avessero spesa e deficit, sarebbero ancora più prospere. Immaginiamo un carro pesante attaccato dietro un cavallo. Può darsi che un purosangue col carro riesca a correre più velocemente di un cavallo vecchio e malato senza il carro: ma non è il carro a fare correre più veloce il purosangue, al contrario. Se il carro non ci fosse, correrebbe ancora più veloce. Ebbene, la spesa pubblica è per gli Usa e il Giappone quello che il carro dell’esempio è per il purosangue.

Se i giovani italiani si mettono in fila davanti al consolato Usa

Mio articolo apparso ieri su Tempi:

http://www.tempi.it/se-i-giovani-italiani-si-mettono-in-fila-davanti-al-consolato-degli-usa#.VaFR5Pntmkp

LE MIE DISAVVENTURE ALL’AEROPORTO INTERNAZIONALE DI CHICAGO, CON UTLI INSEGNAMENTI MORALI: attenti alla Air Berlin e pure alla Alitalia.

La scorsa settimana scorsa sono stata per la prima volta negli Usa. Il viaggio di andata è andato benissimo, quello di ritorno è stato molto difficoltoso. In un piccolo post su Facebook ho descritto in maniera molto sommaria le disavventure che mi sono capitate all’aeroporto internazionale di Chicago. Pensavo che il mio post lo avrebbero letto solo gli amici di Facebook. Invece, pare che abbia attratto l’attenzione di molte persone esterne alla cerchia dei miei amici. Un tizio di cui non faccio il nome ha condiviso il suddetto post, commentandolo in maniera abbastanza sprezzante: «Le concatenazioni che danno vita a vere e proprie commedie degli equivoci, la fiction cinematografica ne ha tratto film piuttosto divertenti, sono sempre possibili. Qui però vedo molta approssimazione, improvvisazione e persino “voglia di stellone italico”. Tutto bene e comprensibile diciamo sotto i 30 anni, quando tutto diventa avventura e divertimento e vacanza». Io ho protestato: «Please conoscere bene le situazioni prima di sparare commenti sprezzanti per darsi arie da viaggiatore consumato». Lui ha ribattuto: «Gentile Giovanna Jacob, attraverso un tag, mi ha semplicemente chiesto un parere sulle vicissitudini da lei descritte e rimbalzate sul web, Le ho espresse sulla base di quanto era riportato sul post, non avevo altri elementi».

Non so se è proprio vero che il mio racconto è rimbalzato sul web. Se è vero, credo sia opportuno fornire adesso un racconto più dettagliato. Poiché scrivere su uno smartphone è scomodissimo, ho tralasciato molti fatti. Volevo scrivere un piccolo pensiero “esistenziale” sulla mia disavventura aeroportuale, non un pezzo per una rivista di viaggi. Ma se volete un pezzo in stile “touring club”, eccovelo servito.

Innanzitutto, riguardo ai viaggi in aereo io sono certamente inesperta ma il mio compagno di viaggio non lo è assolutamente: è andato più volte negli Usa, Chicago compresa, e non ha mai perso un volo. Egli ha fatto più volte il tragitto da downtown (detta anche Chicago loop) all’aeroporto O’Hare e non ci ha mai messo più di mezzora-quaranta minuti. Esattamente sette giorni prima, subito dopo essere sbarcati negli Usa, il tragitto in taxi dall’aeroporto alla città non era durato più di quaranta minuti (avevo cronometrato il viaggio per sicurezza). Siccome dunque non siamo cialtroni approssimativi con “voglia di stellone italico”, avevamo preso la strada dell’aeroporto ben tre ore prima della partenza del nostro aereo. Contavamo di arrivare all’aeroporto almeno due ore prima della partenza. Ma quel giorno, proprio negli stessi istanti in cui salivamo a bordo del taxi, un gigantesco tir si rovesciava e spargeva un liquido pericoloso sulla superstrada, coinvolgendo una decina i automobili in un gigantesco incidente a catena (questa mi ricorda proprio “Il maestro e Margherita”). Quando il nostro taxi è entrato sulla superstrada, il traffico era ormai completamente paralizzato. Camminando a passo d’uomo, il taxi è arrivato in aeroporto circa 55 minuti prima della partenza del nostro volo. Ora che abbiamo finito di scaricare i bagagli, entrare nel terminal, individuare e raggiungere il gate giusto, mancavano poco più di quarantacinque minuti alla partenza del nostro aereo. Pensavamo che dovessero bastare, considerando che la maggior parte delle compagnie chiudono il gate fino a mezz’ora prima, alcune perfino quindici minuti prima. Oltretutto noi avevamo fatto il check-in online. E invece quarantacinque minuti non sono bastati: il gate era ormai chiuso.

La prima cosa che abbiamo fatto è cercare personale della compagnia da cui avevamo acquistato i biglietti: la Air Berlin. Ma al gate non c’era un solo dico un solo impiegato della Air Berlin. C’era solo un numero telefonico sul cartello della suddetta compagnia. Digitiamo il numero sul cellulare: un impiegato scorbutico con accento tedesco ci dice che non è possibile né essere rimborsati né avere un altro volo con lo stesso biglietto. Aggiunge che per avere un altro volo in giornata con la stessa compagnia dobbiamo sborsare 2000 euro a cranio. Ma siamo matti? Quando protestiamo, lui ribatte che non dobbiamo lamentarci con la Airberlin ma con la Alitalia, che sembra avere organizzato il nostro pacchetto viaggio Milano-Chicago e ritorno. Infatti, da Milano a Berlino avevamo viaggiato con Alitalia mentre da Berlino a Chicago avevamo viaggiato con Air Berlin. Al ritorno avremmo dovuto viaggiare da Chicago a Berlino con Air Berlin e da Berlino a Milano con Alitalia. Allora andiamo al gate della Alitalia sperando di trovare qualcuno che parla la nostra lingua, dal momento che spiegare questioni così delicate in un’altra lingua è faticosissimo. Lì all’ufficetto della Alitalia troviamo solo una impiegata afroamericana. Ci dice che l’unico responsabile italiano quel giorno non c’è e che lei non può aiutarci in nessuna maniera. Allora digitiamo sul cellulare il numero della Alitalia segnato sul cartello: un tizio maleducato ci dice che del nostro volo alla Alitalia non ne sanno nulla e che dobbiamo prendercela con la Air Belin. E siamo da capo. Nuova telefonata alla Air Berlin, nuovo buco nell’acqua.

A quel punto ci rassegniamo al pensiero di dovere acquistare un altro biglietto. Cerchiamo una biglietteria generale: non ce n’è una. Cerchiamo un servizio informazioni: non ce n’è uno. Gli unici che ci danno qualche informazione sono quelli del pronto soccorso. Allora cerchiamo di acquistare direttamente i biglietti prima nel gate di una compagnia: ci sparano cifre astronomiche. Proviamo nel gate di un’altra compagnia: altre cifre astronomiche. Per trovare biglietti che fanno al caso nostro, ossia che non ci mandino sul lastrico, dobbiamo potere confrontare i prezzi di tanti diversi voli di tante diverse compagnie. In poche parole, dobbiamo potere consultare un sito come Momondo. L’unica connessione wi-fi disponibile in aeroporto è a pagamento (Boingo). La paghiamo senza pensarci due volte, consultiamo Momondo e troviamo un volo che fa per noi: partenza martedì 23 giugno alle 16.30 ora di Chicago, scalo di due ore al J. F. K. di New York, arrivo a Milano alle 11.30 di mattina ora italiana. Costo: 700 dollari ossia 660 euro. Compagnia: Jet Blue da Chicago a NY e poi Emirates da NY a Milano. Perfetto. Tiriamo fuori la sua carta di credito: non funziona. Tiro fuori la mia: non funziona. Chiedo a mio padre di provarci lui da Milano: neppure la sua carta funziona. Siamo affranti. L’ultima spiaggia sembra essere il consolato italiano di Chicago, che a quell’ora della domenica è chiuso. Sul sito leggiamo che è aperto al pubblico dalle 9 alle 12 dal lunedì al venerdì. A quel punto capiamo che l’unica cosa che possiamo e dobbiamo fare è arrenderci: resteremo a Chicago almeno altri due giorni. In fondo siamo contenti di avere almeno un altro giorno a disposizione per gustarci questa città straordinaria.

Come è andata a finire? Non malissimo. Alla sera della domenica mi rilassavo beatamente sul divano regale del salottino regale – con bow-window all’inglese – della nostra residenza regale di Bronzeville, pensando che alla mattina del giorno successivo mi sarei presentata al consolato italiano, in Michigan Avenue, alle nove in punto. Invece il mio compagno di viaggio aveva deciso che non si sarebbe dato pace finché la sua carta di credito non avesse funzionato a dovere. Sennò uno la carta di credito che ce l’ha a fare? Senza mai staccarsi dal suo piccolo pc da viaggio, tenta e ritenta ininterrottamente di comprare due posti in quel volo. A sorpresa, dopo un numero imprecisato di tentativi vani, la sua carta improvvisamente e inspiegabilmente funziona e il volo per Milano è nostro. E’ nostro!!!! Come si spiega il prodigio? Non si spiega. La nostra ipotesi naif è che le carte di credito italiane non funzionino alla domenica ma tornino al funzionare al lunedì. Infatti, quando riprende a funzionare, a Chicago è notte mentre in Italia è mattina e quindi le banche italiane sono aperte.

Il lunedì 22 giugno è stato meraviglioso, la mattina di martedì 23 giugno pure. Ed è il momento di prendere i bagagli. Le recenti disavventure ci hanno insegnato che è sempre meglio evitare la superstrada. Allora prendiamo la cosiddetta Blue Line (la metropolitana underground, che collega Chicago loop all’aeroporto internazionale O’hare). In poco meno di un’ora siamo all’aeroporto. Passiamo tutti i controlli, ci presentiamo al gate con larghissimo anticipo, rilassati e contenti. Ma ci aspetta una piccola brutta sorpresa: a causa di una tempesta che si abbattuta sull’aeroporto J. F. K. di New York, il nostro volo partirà con due ore di ritardo. Che cosa? Due ore? Ma in due ore noi perdiamo la coincidenza!!! Allora parliamo con l’impiegato della Blue jet: «Tranquilli, anche col ritardo arriverete molto tempo prima della partenza del volo per Milano». Ci sembra strano. Forse che il viaggio da Chicago a NY duri meno di quanto pensiamo? Dopo un’oretta, il mio compagno di viaggio capisce l’equivoco: l’impiegato pensava che noi fossimo imbarcati sul volo precedente al nostro. Allora torniamo da lui, gli spieghiamo la situazione e succede una cosa incredibile: lui non solo ammette di avere sbagliato ma (forse temendo anche di perdere il posto) fa di tutto per rimediare alla gaffe. Con una sollecitudine pazzesca riesce a procurarci in men che non si dica un posto nel volo precedente al nostro, senza chiederci alcun supplemento di prezzo. E così siamo a New York in tempo per prendere l’aereo della Emirates. Dell’aereo e del servizio a bordo della Emirates possiamo solo dire che è eccellente: ottimi pasti, poltrone comode, personale molto gentile, scelta vastissima di film sullo schermo interattivo piazzato davanti a ciascuna poltrona. Io ho potuto vedere “Birdman”, che è molto recente. Al piano superiore dell’aereo c’è perfino un bar lounge e un negozio duty free. E finalmente siamo a casa.

Conclusioni. La nostra disavventura ci ha insegnato tre cose: primo che è meglio raggiungere gli aeroporti con i treni, secondo che è meglio evitare le compagnie aeree tedesche o almeno è meglio evitare la Air Berlin e terzo è meglio non fidarsi neppure della Alitalia. Per quanto riguarda il viaggio verso l’aeroporto, meglio prendersi un’ora su treno o metropolitana, che sai quando parti e sai quando arrivi, piuttosto che prendere l’automobile o il taxi, che sai quando parti e non sai quando arrivi. Se non c’è traffico le quattro ruote sono più veloci del treno, se c’è traffico rischi di perdere l’aereo. E come fai a prevedere se ci sarà traffico oppure no? Per quanto riguarda la Air Berlin, il personale tedesco non ha una particolare propensione a trattare i clienti italiani col dovuto rispetto ed inoltre chiude il gate troppo presto, dimostrando il massimo del disprezzo per i viaggiatori in difficoltà. Per quanto riguarda l’Alitalia, i suoi impiegati sono dei cialtroni protetti dai sindacati che non hanno mai avuto voglia di lavorare. L’Alitalia è una compagnia cialtrona, fallimentare e fallita, che per non essere stata lasciata morire tanto tempo fa, come era giusto che fosse, ha succhiato troppo a lungo il sangue ai contribuenti italiani. Quei cialtroni dovrebbero fare viaggiare noi italiani gratis solo per risarcirci dei soldi che ci hanno preso.

Se vi volete bene, viaggiate con la Emirates: vi riservano un trattamento a cinque stelle anche se viaggiate in classe economica. Invece la Airberlin offre un servizio a bordo meno lussuoso, chiude il gate troppo presto e non rispetta i clienti. E non voglio cedere alla tentazione di trarre dal comportamento del personale della Air Berlin conclusioni affrettate in stile Giovannino Guareschi sul carattere dei tedeschi. D’altra parte, mi dicono che anche gli stessi clienti tedeschi parlano male della Air Berlin: https://de.trustpilot.com/review/www.airberlin.com

RIFLESSIONE SUL “CASO” MEDJUGORJE

In questi giorni decine di migliaia di cattolici vivono nel terrore che il papa nei prossimi giorni possa affermare che a Medjugorje non è mai apparsa la Madonna e che di conseguenza i veggenti di Medjugorje non sono veri veggenti.
Molti cattolici hanno già fatto sapere che, se il papa “ordinerà” ufficialmente ai fedeli a non credere ai veggenti di Medjugorje, loro non gli obbediranno. Gli anti-Francesco più zelanti, guidati da Socci, interpreteranno l’eventuale condanna dei veggenti da parte del papa come la prova definitiva del fatto che Francesco è un papa abusivo se non addirittura l’Anticristo annunciato dalle scritture.
“A Medjugorje avvengono tanti miracoli continuamente: i confessionali sono sempre pieni, gli increduli ritrovano la fede, sul cielo sopra Medjugorje avvengono fenomeni sorprendenti, che no possono che essere miracoli. Quindi se il papa non crede ai veggenti è sicuramente in mala fede”.

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. Nonostante gli inviti pressanti, io a Medjugorje non ci sono mai stata e non mi sono nemmeno mai fatta una opinione precisa su quello che accadeva in quel posto. Infatti a me hanno insegnato che bisogna obbedire alle autorità ecclesiastiche sempre, anche quando ci ordinano qualcosa che non capiamo o che contraddice le nostre più care convinzioni. Infatti, mi hanno insegnato che, anche se i singoli uomini che ne fanno parte sono ignoranti, antipatici, peccatori e chi più ne ha più ne metta, tuttavia le autorità ecclesiastiche sono guidate direttamente dallo Spirito Santo. Lo Spirito Santo non ha mollato la sua presa nemmeno sui più immorali papi del Rinascimento, tanto è vero che nessuno di quei papi ha mai commesso il benché minimo errore dottrinale.

A volte il buon Dio si diverte a dirci la verità per bocca di gente che ci ispira il massimo dell’antipatia e il massimo della sfiducia. Così ci mette alla prova. Viceversa il Nemico ci propina le sue menzogna attraverso gente simpatica, affascinante eccetera. Quindi l’obbedienza verso le autorità è una virtù. E quanto più “duri” sono per noi gli ordini impartiti da esse, tanto più meritevoli siamo se obbediamo.

Ripeto, io non ho nessuna opinione su Medugorje, né positiva né negativa. In tutti questi hanno ho cercato di “sospendere il giudizio” aspettando che le autorità si pronunciassero definitivamente in proposito. Se mai ci fosse stato da fare un pellegrinaggio, lo avrei fatti a Lourdes o in qualche altro santuario già “garantito” dalle autorità. Tuttavia, ho sempre ascoltato con interesse i racconti che mi facevano quelli che c’erano stati: confessionali sempre pieni, gente che ritrovava la fede, segni sorprendenti nel cielo. E non potevo non credere alla buonafede di chi mi raccontava quelle cose. A questo punto viene da chiedersi: ma se fra qualche giorno il papa ci dirà che i veggenti non sono credibili, come si spiegano tutti quei miracoli?

La risposta è semplice: la Madonna risponde sempre a chi la invoca. Il fatto che dei veggenti siano degli impostori (e di veggenti impostori è piena la storia della Chiesa) non impedisce certo alla Madonna di farsi vicina a coloro che in buona fede si radunano attorno agli impostori. La Madonna è così buona che può perfino servirsi degli impostori per avvicinarsi ai suoi figli. Ma resta che gli impostori prima o poi devono essere smascherati dalle autorità.

Nessuno di noi sa se i veggenti di Medjugorje vedono veramente la Madonna o sono degli impostori. Aspettiamo che siano le autorità a dirlo. E qualsiasi cosa diranno, obbediamo. Infatti, è la Madonna stessa che vuole che obbediamo. Quindi, tutti i “fans” di Medjugorje sappiano che disobbedire alle autorità significa disobbedire anche alla stessa Madonna, cui tanto sono devoti.

Morte dov’è la tua vittoria? Perché i cristiani, anche se si sentono sconfitti, non lo sono

Mio articolo apparso stamattina su Tempi:

http://www.tempi.it/morte-dove-tua-vittoria-cristiani-sconfitti#.VWw7HM_tmko

Einstein aveva torto: Dio gioca a dadi

L’esistenza del caso non contraddice l’onnipotenza di Dio, ma, anzi, è il modo in cui Dio può creare un universo autonomo, in cui sia possibile la libertà umana.

Pubblicato su Pepe:

http://www.pepeonline.it/index.php/component/k2/item/173-einstein-aveva-torto-dio-gioca-a-dadi

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