Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

«Ho capito le colpe dell’Occidente, mi sono innamorato dell’islam»

Marzo 13, 2015
Giovanna Jacob

Cosa dovrebbe insegnarci la storia di Jake Bilardi, 18enne australiano kamikaze per l’Isis, e che il Pensiero Unico non ci fa vedere

http://www.tempi.it/jake-bilardi-colpe-occidente-mi-sono-innamorato-islam

Per comprendere i jihadisti bisogna leggere “Arancia meccanica” (è il diavolo, probabilmente)

gennaio 26, 2015 Giovanna Jacob

Il radicalismo islamico non va messo solo in relazione al “disagio sociale”, ma alla questione del male. Anthony Burgess aveva capito tutto

http://www.tempi.it/per-comprendere-i-jihadisti-bisogna-leggere-arancia-meccanica-e-il-diavolo-probabilmente#.VMkn3i4v22E

Charlie Hebdo: no al laicismo autoritario

Mio articolo apparso oggi su Cultura Cattolica:

http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&id_n=36744

Rileggere 1984 di Orwell per capire il totalitarismo religioso

Ecco il mio articolo apparso ieri sul sito di Tempi:

Rileggere 1984 di Orwell per capire il totalitarismo religioso

Leggere Houellebecq nel giorno dell’attentato a Parigi. Ecco perché la nostra resa non frenerà l’avanzata del male

Apparsa oggi su Tempi:

http://www.tempi.it/leggere-houellebecq-nel-giorno-dell-attentato-a-parigi-ecco-perche-la-nostra-resa-non-frenera-l-avanzata-del-male#.VK6xESuG_w8

Perché anche il bosone di Higgs ci parla del Grande Mistero, che solo amore e luce ha per confine

Oggi è apparso su Tempi una mia “riflessione filosofica” sulla scoperta del Bosone di Higgs da parte del Cern di Ginevra:

Perché anche il bosone di Higgs ci parla del Grande Mistero, che solo amore e luce ha per confine

Mi raccomando, se vi è piaciuto, non perdete tempo a clicacre “mi piace” qui: cliccate “mi piace sull’iconcina di Facebook che sta accanto all’articolo sulla pagina di Tempi. Grazie!!!!!

Analisi del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 3.900 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 3 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

La verità taciuta in Interstellar è che l’uomo ha bisogno di un Salvatore

Ecco un altro articolo su Interstellar, diverso dal primo, questa volta su tempi:

La verità taciuta in Interstellar è che l’uomo ha bisogno di un Salvatore

INTERSTELLAR di Christopher Nolan, Usa – Gran Bretagna 2014

Oggi è apparso sulla “Nuova Bussola Quotidiana” un mio commento ad Interstellar, appena uscito nelle sale italiane:

LO SPAZIO AL TEMPO DELL’ATEISMO

SIA CATTO-PROGRESSISTI CHE CATTO-TRADIZIONALISTI SBAGLIANO, SOLO IL PAPA HA RAGIONE. Riflessioni in margine al recente sinodo.

ATTORNO AL RECENTE SINODO, SI E’ RIACCESO L’ETERNO SCONTRO FRA CATTOLICI PROGRESSISTI E CATTOLICI TRADIZIONALISTI.

ENTRAMBI SBAGLIANO.

LA CHIESA NON E’ NE’ PROGRESSISTA NE’ TRADIZIONALISTA: E’ UN CORPO VIVO CHE CRESCE RIMANENDO SE’ STESSO E RIMANE SE’ STESSO CRESCENDO.

PER L’OCCASIONE, RILANCIO UN ARTICOLO GIA’ APPARSO SU PEPE QUALCHE MESE FA.

Ogni cosa che esiste prima non esisteva e ad un certo punto cesserà di esistere. Fra la sua apparizione e la sua sparizione, diviene incessantemente. Ma se prima c’erano e poi non ci saranno più, le cose sono veramente? I primi filosofi greci cominciarono a filosofare per rispondere proprio a questa domanda. In generale, non riuscirono a comporre in una visione unitaria il concetto di essere e il concetto di divenire: per gli uni esisteva solo l’essere, per gli altri solo il divenire. E nacque così una specie di “controversia” sull’essere e sul divenire, da cui scaturì, come da un Big Bang, l’intero universo del pensiero filosofico occidentale, con le sue mille galassie.

Per tagliare corto, nel tredicesimo secolo san Tommaso d’Aquino, seguendo Aristotele, dimostrò che essere e divenire non erano necessariamente in contraddizione. Nella sua visione l’incessante divenire delle cose (“enti”) coincide con l’incessante passaggio dell’essere delle cose stesse dalla potenza all’atto. Passando dalla potenza all’atto una cosa diventa sempre più pienamente sé stessa. Ad esempio, il seme ha dentro “in potenza” una pianta, così come il monozigote ha dentro “in potenza” l’uomo adulto. Quando il primo diviene pianta e il secondo diviene uomo, il seme e l monozigote passano dalla potenza all’atto. Per comodità, il divenire di una cosa dalla potenza all’atto possiamo chiamarlo “evoluzione”, depurando questa parola da ogni residuo tossico di darwinismo. Se infatti per noi il concetto di evoluzione presuppone un finalismo (in quanto la potenza ha un fine ab origine: diventare atto) invece per Darwin e i darwinisti l’evoluzione è un divenire casuale, insensato e privo di finalità che tuttavia, casualmente e insensatamente, tende ad un fine, che è il costante miglioramento della specie (non mi addentro ulteriormente nella selva dei divertenti paradossi del pensiero darwiniano). Naturalmente, il processo di evoluzione dalla potenza all’atto non esclude deviazioni, passi indietro e anche degenerazioni. Il peccato originale ha precisamene introdotto in ogni cosa che esiste quel processo di degenerazione che culmina nella sparizione finale della cosa stessa. Ma il processo di corruzione degli enti può esistere proprio perché esiste anche il processo contrario di crescita ed evoluzione degli enti stessi. In breve, solo ciò che all’inizio non è corrotto può corrompersi. Una rosa fresca può appassire, una rosa già completamente appassita no. Il nulla è incorruttibile.

Da nostro punto di vista, se non si evolve si muore. Il seme e il monozigote non possono restare sé stessi se non divenendo rispettivamente pianta e uomo. Se, paradossalmente, si cercasse di farli restare quello che sono, si guasterebbero e infine morirebbero (oggi abbiamo potuto verificare, tristemente, che gli embrioni congelati non sopravvivono). Ebbene, anche i fenomeni del pensiero umano sono soggetti alla legge della costante evoluzione intesa come passaggio dalla potenza all’atto. La filosofia, il pensiero scientifico, la tecnologia eccetera se non evolvono, cominciano a guastarsi. Per quanto possa sembrare scandaloso, anche la tradizione cattolica se non evolve degenera. Come la pianta era contenuta intera nel seme, e come l’uomo adulto era contenuto intero nel monozigote, così la tradizione nella sua (infinita) interezza è già contenuta nel seme del Vangelo. La tradizione non aggiunge nulla al Vangelo, semplicemente rende palese di volta in volta ognuna delle infinite (è il caso di dire infinite) implicazioni morali conseguenze pratiche del Vangelo, che spuntano una dopo l’altra, come foglie su un ramo, sotto la luce mutevole e palpitante della storia. Per fare un solo esempio, una bioetica basata del Vangelo è potuta essere elaborata solo nel momento in cui sono nati i problemi della bioetica. Prima dell’introduzione delle tecnologie che permettono la sopravvivenza dei pazienti in coma e delle tecniche della fecondazione assistita e perfino della clonazione, nessuno si poneva neppure il problema della bioetica.

Come la tradizione, anche l’esperienza individuale di fede evolve continuamente, passando dalla potenza atto.  Nella sua concreta esistenza quotidiana, il fedele non finisce mai di capire chi è Cristo, di imparare a fare il cristiano, di crescere. In altri termini, Non finisce mai di essere sorpreso e stupito dal Mistero di Cristo, che nelle circostanze della vita si presenta in forme sempre diverse, spiazzandolo. Gli stessi discepoli non hanno mai “capito tutto” di Cristo una volta per tutte. Infatti, nel Vangelo è ripetuto più volte “credettero in lui”. In sostanza, essi “credettero in lui” dopo avergli già creduto più volte in precedenti occasioni. Evidentemente, non finivano mai di credere, e ogni volta credevano un poco di più.

A causa dei limiti degli uomini che fanno parte della Chiesa, anche la tradizione tende inevitabilmente ad incorporare di volta in volta qualche errore. Ebbene nel processo di evoluzione, la tradizione si purga di volta in volta proprio di questi errori storicamente determinati, che ostacolano l’evoluzione stessa. Fra i tanti errori del passato, si annoverano soprattutto una concezione negativa della donna, che derivava da una tradizione pre-evangelica, pagana e farisaica, e una eccessiva devozione all’istituto monarchico. Purtroppo oggi molti cattolici tradizionalisti sono ancora devoti alla visione sostanzialmente anti-evangelica della donna come “maschio mancato” (“mas occasionatus”) ed “Eva tentatrice” senza senno e senza intelligenza. Costoro devono fare molta fatica a spiegarsi Hildegarda di Bingen ed Edith Stein.

La tradizione non può restare se stessa senza divenire e non può divenire senza restare sé stessa. Ma come i filosofi pre-aristotelici, anche i cattolici hanno qualche difficoltà a conciliare il concetto di essere e quello di divenire. Per quanto riguarda la tradizione, gli uni la intendono come puro essere immutabile mentre gli altri la intendono come puro divenire. Nel concreto, i “progressisti” pensano che la tradizione debba continuamente trasformarsi, non per divenire più sé stessa ma per divenire sempre meno sé stessa e sempre più simile al pensiero del mondo. Per gli altri, invece, la tradizione è data una volta per tutte e non si può aggiungervi nessun corollario e nessuna correzione senza corromperla.

Credo che la fallacia del cattolicesimo progressista sia chiara a tutti, e quindi non mi soffermerò su di essa. Invece vale la pena esaminare l’errore contrario e uguale, che oggi gode di molto prestigio: il tradizionalismo cattolico Per andare subito al sodo, ogni tradizionalismo all’interno della Chiesa infligge al corpo vivo della tradizione delle paralisi non meno devastanti delle insensate convulsioni progressiste. In effetti, atteggiamenti tradizionalisti sono sempre esistiti all’interno della Chiesa. I più famosi tradizionalisti della storia sono stati quanti si pretendevano discepoli fedeli di sant’Agostino. Gilbert K. Chesterton nota che nella filosofia di Platone, cui sant’Agostino faceva riferimento, c’è molta verità e alcuni inevitabili errori (inevitabili per un uomo che non aveva conosciuto la Rivelazione). Illuminato dalla fede, sant’Agostino poté enfatizzare la componente di verità che c’era nella visione di Platone, ma non poté non assorbire anche qualche residuo degli errori stessi di Platone, ad esempio la dottrina delle “idee innate”. Ebbene nei secoli successivi gli agostiniani, rifiutandosi di spingersi oltre il pensiero di Agostino, finirono per ingigantire quei residui di errori platonici contenuti nel pensiero di Agostino. Convinti, con Platone, che l’esperienza dei sensi fosse completamente inaffidabile, gli agostiniani opposero una strenua resistenza allo sviluppo delle scienze sperimentali, ma ne finirono travolti come da un fiume in piena. Analogamente, i discepoli di san Tommaso irrigidirono il metodo di indagine razionale, trasformandolo in un arido razionalismo che non accettava di fermarsi davanti alle porte del mistero: «Il mondo era stato invaso da centinaia di volumi che dimostravano a rigor di logica una miriade di cose note soltanto a Dio» (J. K. Chesterton, San Tommaso d’Aquino, Lindau, pp. 193-194). Nel sedicesimo secolo, questa scolastica mummificata non potrà combattere contro l’ultimo, più devastate colpo di coda di un agostinismo mummificato: il luteranesimo. Il monaco agostiniano Martin Lutero esasperò l’enfasi di Agostino sull’impotenza dell’uomo di fronte alla onniscienza di Dio approdando ad un pessimismo radicale di fronte a cui lo stesso Agostino sarebbe inorridito. Da questo pessimismo anti-umano, che svaluta la ragione e la volontà, sarebbe poi scaturito tutto il pensiero moderno: dal cartesianismo all’idealismo, passando attraverso l’empirismo e lo scetticismo. Ma per grazia di Dio, nel ventesimo secolo i migliori intellettuali cattolici troveranno fra le pagine della Summa dell’Aquinate un antidoto potentissimo ai veleni del pensiero moderno. In effetti, si ha il sospetto che Tommaso abbia detto tutto quello che una mente umana illuminata dalla fede possa dire, e che a noi discendenti non resti che guardare a lui. Ma anche guardando a lui non dobbiamo cessare di procedere oltre, perché se blocchiamo il processo di evoluzione lo stesso metodo tomista tornerà a guastarsi.

Oltre ad evolvere costantemente, la tradizione è molto complessa. Fra i tanti limiti dell’uomo, c’è anche la tendenza psicologica a non accettare la complessità irriducibile delle singole cose e della realtà intera, a trascurare la totalità dei fattori della realtà per enfatizzare solo quegli aspetti che interessano maggiormente. Questa tendenza, individuale e collettiva, è alla radice della nascita e dello sviluppo delle ideologie moderniste, che sono precisamente sistemi di pensiero che cercano di spiegare o, per così dire, “misurare” la realtà intera usando come “metro” un solo aspetto della realtà medesima. Ad esempio, il marxismo spiega tutta la storia umana attraverso l’economia (che è un po’ come cercare di spiegare ogni aspetto della vita dell’uomo col funzionamento suo apparato digerente). Anche se non siamo adepti delle ideologie, anche se siamo cattolici, anche se non ce ne accorgiamo, tutti abbiamo la tendenza a ragionare in termini ideologici.

Per quanto riguarda la tradizione e la dottrina cattolica, ciascuno di noi tende ad enfatizzare alcuni aspetti trascurando o rigettando gli altri. Ad esempio, gli uni prediligono le conseguenze pragmatiche della carità, gli altri prediligono gli aspetti contemplativi e intellettuali della fede. I primi rischiano costantemente di ridurre il cristianesimo ad un attivismo sociale con coloriture socialistiche, mentre i secondi rischiano costantemente di ridurlo ad un atteggiamento soggettivistico e ad un fatto di cultura. I due gruppi sono costantemente in lotta fra loro, rinfacciandosi a vicenda i rispettivi errori, le rispettive riduzioni: “Voi siete socialisti” – “E voi siete cristianisti”. Nessuno dei due gruppi capisce che non si combatte una riduzione con la riduzione opposta, che la soluzione alle due opposte riduzioni è la armoniosa unità fra tutti i fattori.

Si è detto che anche la tradizione tende inevitabilmente ad incorporare di volta in volta qualche errore storicamente determinato, da cui tuttavia prima o poi si libera. Ebbene molti di questi “errori” nascono precisamente da eccessive enfatizzazioni di alcuni aspetti della visione di fede a scapito di altri.  Ad esempio, nei primi secoli certi apologeti ponevano troppa enfasi sull’impotenza della mente a penetrare il mistero di Dio, mentre alla fine del Medioevo gli scolastici (non Tommaso) enfatizzarono troppo la ragione a scapito del mistero. I primi consideravano vana non solo ogni filosofia ma anche la teologia, mentre i secondi, come si è accennato, pretendevano di misurare razionalmente anche le cose note solo a Dio. Evidentemente la verità non stava in nessuno dei due eccessi contrari ma nel mezzo: la ragione umana può capire molto di quello che sta in “cielo” e quindi è suo dovere sforzarsi di capirlo, tuttavia non può capire tutto e quindi, ad un certo punto, deve arrestarsi.

Quando un determinato errore inizia a consolidarsi, di solito succede che arriva un “rivoluzionario” che cancella quell’errore e fa evolvere di un passo la tradizione portando “in atto” un aspetto che prima era “in potenza” (noto fra parentesi quanto è diverso il rivoluzionario cattolico dal rivoluzionario modernista: se il secondo distrugge tutto quanto è tradizione, il primo invece la rafforza). E succede anche che il rivoluzionario sia duramente avversato da quanti sono troppo attaccati a quell’errore e da quanti non tollerano che la tradizione possa evolvere, i tradizionalisti appunto. Ad esempio, per rimediare agli errori di un agostinismo sclerotizzato, lo Spirito suscitò san Tommaso. Appoggiandosi ad Aristotele, che nell’antica Grecia aveva superato gli errori di Platone, Tommaso superò gli errori platonici degli agostiniani, ristabilendo il rapporto vitale fra sensi e ragione. Se inoltre gli agostiniani, isolando certe affermazioni di Agostino dal loro contesto, puntavano i riflettori sulla corruzione della natura causata dal Primo Peccato, Tommaso invece preferiva puntare i suoi riflettori sull’originaria e sostanziale bontà della Creazione, che il Peccato Originale non aveva potuto corrompere del tutto. Insistendo sul rapporto fra Creazione e Creatore, Tommaso da una parte poté arginare efficacemente l’espansione epidemica della eresia catara, che disprezzava la Creazione, e dall’altra incoraggiò lo sviluppo delle scienze sperimentali, che proprio ai suoi tempi muovevano i primi passi.

Ma Tommaso non fu l’unico rivoluzionario del suo secolo. Mentre Tommaso combatteva contro gli agostiniani, alcuni monaci uscivano dai conventi e incontravano i laici nella vita quotidiana, divenendo frati. Noi oggi fatichiamo a capire quale scandalo potesse suscitare a quei tempi un monaco che usciva dal monastero e si mescolava ai mendicanti divenendo egli stesso “mendicante” (si parla infatti di “ordini mendicanti”). Sembra incredibile, eppure il placido Dottore Angelico e i miti fraticelli di san Domenico e di san Francesco apparvero ai tradizionalisti del tredicesimo secolo come dei pericolosi sovversivi, tesi a distruggere non solo l’ordine sociale ma anche la tradizione. In realtà, la fecero maturare. Infatti, sia il razionalismo di Tommaso sia lo spirito missionario dei frati erano contenuti fin dall’inizio nel Vangelo. Cristo e i suoi discepoli uscivano infatti per le strade ad incontrare la gente, come i frati. E Cristo valorizzava l’esperienza dei sensi, ridando la vista ai ciechi, e cercava di sollecitare l’uso della ragione, raccontando parabole ai suoi ascoltatori.

Anche nella storia recente, come nei secoli passati, si sono succeduti errori e parzialità nel percorso evolutivo della tradizione. In breve, negli anni Sessanta e Settanta i catto-progressisti, forzando alcune affermazioni del Concilio Vaticano II, cercano distruggere la tradizione per adeguarla alle ideologie dominanti, in particolare al marxismo, favorendo la nascita di semi-eresie come la teologia della liberazione. Per rimediare ai loro errori e fare “ordine”, arrivano prima Giovanni Paolo II e poi soprattutto Benedetto XVI. Quest’ultimo in particolare si è dedicato con scrupolo di vecchio professore a ristabilire alcune eterne verità. Contro la riduzione dell’amore ad un sentimento acritico, buono per giustificare ogni peccato (capita ancora di incontrare cattolici che non trovano molto di sbagliato nel matrimonio omosessuale in quanto, a loro dire, “l’importante è l’amore”), Benedetto XVI ribadisce che l’amore deve adeguarsi alla legge naturale. Contro la fede ridotta in maniera protestante a mero sentimento, Benedetto XVI rimette la ragione alla base della fede. Contro la riduzione della carità ad un mero pragmatismo sociale, che finisce per fondersi e confondersi col welfare statale basato sulla “ridistribuzione della ricchezza” (che Antonio Rosmini interpretava come una mostruosa “carità coatta”), Benedetto XVI ribadisce che la carità non è un pragmatismo ma è una virtù teologale da cui scaturisce anche, come conseguenza, un “pragmatismo”, che in ogni caso non deve mai confondersi con la “carità coatta” del welfare.

Dunque Benedetto XVI assesta un duro colpo ai catto-progressisti. Esultando per la sconfitta degli eterni avversari, i tradizionalisti alzano la testa: “Il papa ha dato ragione a noi! Ha liquidato l’eredità satanica del Concilio Vaticano II!”. In realtà Benedetto XVI non ha rimosso un errore per esaltare l’errore opposto. Nello specifico, non ha liquidato il Concilio Vaticano II ma lo ha semplicemente ripulito dalle cattive interpretazioni progressiste. Nota a questo proposito Massimo Introvigne che negli ambienti tradizionalisti «si credette che il Papa autorizzasse ad accogliere, del Vaticano II, solo quanto avesse presentato in modo nuovo (“nove”) quanto era già stato insegnato prima, rifiutando invece quanto era in effetti «novum», nuovo, non – secondo Benedetto XVI – in contraddizione con il Magistero precedente ma certo non riducibile a questo. Non era così. Questa “destra” interpretò il discorso di commiato di Papa Ratzinger ai parroci romani del 14 febbraio 2013 come un’ammissione che l’ermeneutica della riforma nella continuità era fallita. Mentre quello che era fallito era il tentativo di usare Benedetto XVI per rifiutare il Concilio» (Massimo Introvigne, “Capisco il disagio ma nella chiesa o si cammina con il Papa o si va verso lo scisma”, Il Foglio, 11 ottobre 2013).

Ora che i progressisti sono stati “puniti”, resta da “punire” i tradizionalisti, che tuttora, nonostante la lezione impartita loro da Ratzinger, si ostinano ad aborrire non soltanto l’ultimo concilio ma la modernità tutta, sognando altari incollati ai troni e donne segregate in casa. E a quel punto è arrivato dall’altra parte del mondo Francesco I, che non a caso appare immediatamente come “Anticristo” a tradizionalisti e affini. Il loro odio verso papa Bergoglio è pari soltanto alla risolutezza con cui papa Bergoglio mette la tradizione al riparo dal tradizionalismo, riaffermando la validità del Concilio Vaticano II: «Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi» (Antonio Spadaro, “La Chiesa, l’uomo, le sue ferite: l’intervista a Papa Francesco”, Civiltà Cattolica, 19 settembre 2013).

Inoltre, fra gli ultimi due papi c’è un vero e proprio rapporto di complementarietà. Se il secondo poneva l’accento sulla legge naturale, invece il primo poneva l’accento sulla misericordia divina. Secondo consolidati luoghi comuni mondani, la misericordia annullerebbe la necessità di rispettare la legge ossia di non commettere peccato. In realtà, la misericordia non annulla il concetto di peccato né ne sminuisce la gravità. Nello stesso momento in cui esalta la misericordia, Bergoglio invita insistentemente i fedeli ad avvicinarsi al sacramento della confessione. Insomma, papa Francesco tanto lontano dalla cupezza tradizionalista quanto dal buonismo progressista.

Se Benedetto XVI aveva stabilito che la carità non ha niente a che fare con il welfare statale, Bergoglio puntualizza che comunque dalla carità devono scaturire delle concrete azioni, che non possono non avere anche una portata sociale. Sicuramente Bergoglio sembra condizionato da qualche pregiudizio marxista di troppo, che lo porta a credere seriamente che i paesi ricchi sfrutterebbero i paesi poveri (ma purtroppo qui non c’è spazio per spiegare le cose come stanno). Ma per quanto siano infondati e deleteri questi pregiudizi (che in ogni caso appartengono all’uomo Bergoglio, non al Pontefice Francesco), Papa Bergoglio non contraddice minimamente l’insegnamento di Cristo quando ci invita a soccorrere attivamente gli stranieri che mettono a repentaglio la vita pure di raggiungere le nostre coste.

Papa Francesco è un papa molto poco “formale”: non solo preferisce abitare in un modesto convento invece che nei sacri palazzi, ma si lascia volentieri sfuggire di bocca espressioni prosaiche come “buongiorno”, “buonasera” e perfino “buon pranzo”. Gira voce che qualche notte vada in giro per Roma vestito da semplice prete a incontrare i barboni. Molti osservatori trovano inammissibile che un Papa si mostri così “alla mano”: “Bergoglio ha tolto ogni sacralità alla figura del Papa!”. Lascio ad altri di discutere sul concetto di sacralità pontificia. Noto soltanto che oggi papa Francesco mostra di avere lo stesso spirito anti-conformista che avevano i frati francescani e domenicani nel tredicesimo secolo. Come questi ultimi uscivano dai conventi per incontrare i laici, così Bergoglio “esce” dai sacri palazzi e cerca un rapporto diretto, quasi colloquiale, con i fedeli. Insomma, Bergoglio ha qualcosa dei grandi “rivoluzionari” del passato.

In conclusione, fra papa Benedetto XVI e Francesco I c’è una profonda continuità. C’è anche lo stesso rapporto di complementarietà che nel tredicesimo secolo c’era fra san Tommaso, il santo dell’intelletto, e san Francesco, il santo dell’amore. D’altra parte, esaminando la sua biografia si scopre che Tommaso, frate domenicano, aveva molto in comune con Francesco d’Assisi: non solo stimava l’umiltà, soprattutto quella intellettuale, come la suprema virtù, ma aveva una predilezione assoluta per i poveri e gli ultimi (fin da bambino aveva maturato l’abitudine, invisa ai ricchi genitori, di dare tutto quello che aveva con sé ai mendicanti che incontrava per strada). Evidentemente, nel cristiano l’amore per il puro ragionamento non solo non esclude ma nutre l’amore per il prossimo. Nel nostro secolo, Ratzinger è venuto a ricordarci che l’amore ha bisogno della ragione per non corrompersi in un sentimentalismo che è pretesto di ogni delitto, Bergoglio è venuto a ricordarci che la ragione senza l’amore inaridisce. San Tommaso argomentava: il lavoro manuale serve a nutrire il corpo affinché la mente possa dedicarsi alle attività intellettuali, le attività intellettuali servono ad avvicinare l’anima all’amore di Dio. Quando l’amore di Dio viene direttamente sperimentato, le attività intellettuali cessano. Poco prima di morire san Tommaso disse della sua immensa opera: «Sicut palea mihi videtur» (“Mi sembra paglia”).

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