Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

Archivi per il mese di “marzo, 2012”

Il significato dell’amore spiegato da Dante e da Benedetto XVI

 Roberto Benigni commenta la Divina Commedia: il si della Madonna

“Dio ha aspettato, fremendo come un innamorato, che la Madonna gli dicesse sì… e noi tutti adesso siamo qui per il sì di una donna”. Queste cose non le dice più nessuno, nemmeno i preti. Siamo dunque grati a Roberto Benigni di averle dette ad alta voce, davanti a milioni di persone, alcuni anni fa su Rai uno. Dopo avere parlato della Madonna, della dignità infinita di ogni essere umano, della sua unicità e della sua libertà di dire di no a Dio, Benigni ha tenuto una piccola lezione di “educazione sentimentale” diretta specialmente ai giovani. Questi ultimi, secondo Benigni, “devono imparare a vivere le loro emozioni, non devono fuggirle, anestetizzarle con la droga”. Ma nella sua piccola “lezione” c’era qualcosa che non andava o, meglio, qualcosa che mancava. In sostanza, Benigni ha contrapposto l’amore alla legge morale, presentando i personaggi danteschi di Paolo e Francesca quasi come eroi dell’amore in lotta contro la legge morale. Dopo avere ascoltato le parole di Francesca, Dante cade come “corpo morto cade” (Inf, V, v. 142). Dice Benigni: “Dante sviene perché sente che non capisce, sente che questa è la legge, e Dante dice che si deve reggere alle passioni umane, però è come se dicesse: gettatevi nel vuoto e allargate le ali mentre state precipitando. Sant’Agostino stesso ha lasciato scritto: Signore dammi castità e continenza; ma non subito”. Questo mancava nella lezione di Benigni: la comprensione della natura della legge morale. Che non è una legge senza amore che si erge contro l’amore, ma è la legge dell’amore perfetto che si erge contro l’amore parziale.

 La cultura medievale vedeva nell’eros (l’amore sessuale) una forza capace di elevare l’animo fino al divino; la cultura moderna invece divinizza l’eros, lo idolatra. Quel vasto movimento culturale che va sotto il nome di Romanticismo ha opposto al razionalismo esasperato dell’Illuminismo l’esasperazione dei sentimenti. Dal punto di vista cristiano il sentimento deve essere immaginato “come una lente: l’oggetto da questa lente viene convogliato più vicino all’energia conoscitiva dell’uomo; la ragione lo può conoscere più facilmente e più sicuramente” (Luigi Giussani, Il senso religioso). Invece l’Illuminismo e il Romanticismo, che poi sono due facce della stessa medaglia, intendono i sentimenti come bende davanti agli occhi della ragione. Accecato dalle passioni, l’uomo romantico non vuole sentire ragioni di nessun tipo, specialmente ragioni morali. La Modernità post-illuminista e post-romantica calunnia la legge morale col nome di “convenzione sociale” e la rimpiazza con un unico comandamento: “Al cuor non si comanda”. Oggi la gente non prende davvero ordini da nessuno tranne che dal “cuore”, questo “muscoletto elastico” (Woody Allen) le cui elastiche e volubili ragioni la ragione non intende. E così per ordine del “cuore” si sfasciano le famiglie, si divorzia, ci si risposa, si divorzia di nuovo per fare i ragazzini ai primi turbamenti amorosi fino a cinquanta, a sessanta, a settanta anni. Ragazzini con la faccia tumefatta dal botulino e dal bisturi. E mentre le coppie si fanno e si disfano al vento dei sentimenti, i figli se ne stanno in un angolo a soffrire. “Ma se soffrono lasciali soffrire” – dicono i sapienti di questo mondo – “tanto prima o poi capiranno che è meglio per tutti se la mamma e il papà divorziano, impareranno ad amare il nuovo fidanzato di mamma e la nuova fidanzata di papà, scopriranno che le famiglie allargate sono più divertenti delle famiglie tradizionali” Come ha scritto una volta Filippo Facci nella sua rubrica di Grazia: “L’importante non è amare la stessa persona per tutta la vita, ma amare per tutta la vita”. E così “tutti dicono I love you” come nell’omonimo film di Woody Allen, manifesto cinematografico di questo relativismo amoroso ossia nichilismo sentimentale. Nichilismo è disprezzare la persona cui fino al giorno prima si era detto “ti amo” e buttarla via, come un oggetto usato, nella pattumiera del divorzio.

 L’effetto principale di questa cultura sentimentale-nichilista di massa è il consumo esponenziale di massa della pornografia. L’idolatria dell’amore si porta dietro l’idolatria del sesso. Se al cuor non si comanda, tanto meno si può comandare qualcosa agli ormoni. Messo al centro della vita come un dio, l’amore perde tutto quello che aveva di veramente divino e diviene mera passione sessuale. Poi va via pure la passione e rimane solo il sesso. Nella vita come nell’arte, il sesso diventa un vizio che impoverisce il cuore. Nota il professore George Steiner, dell’università di Cambridge: “Non c’è sentimento dell’animo umano che autori come Dante, Shakespeare e Goethe non abbiano provato a cogliere, o almeno ad annusare. Invece gli scrittori odierni paiono ossessionati dall’erotismo. Sintomo non di libertà, ma di costrizione. Le due massime industrie dell’Occidente, in termini di circolazione di denaro, sono la pornografia e la droga. Non credo che si possa andare avanti così” (Repubblica 29\95). Nel libro dal titolo Pornified. How pornography is transforming Our Lives, Our Relationship and Our families, l’americana Pamela Paul mostra come la pornografia, divenuta ormai bene di largo consumo, tia modificando sensibilmente in peggio la relazione fra uomini e donne nella società contemporanea. Nel libro Ho dodici anni, faccio la cubista, mi chiamo principessa, Marida Lombardo parla di dodicenni, a volte undicenni, che trovano del tutto naturale regalare la loro verginità ad un moroso di parecchi anni più grande “per amore”. E lui come “prova d’amore” chiede e ottiene quasi sempre dalla ragazzina il permesso di filmare i loro momenti di intimità sessuale. Naturalmente, i filmati finiscono tutti in rete, con grave danno delle ragazzine. Insomma, oggi l’amore rimane solo come condimento emozionale e giustificazione morale del sesso. Che per naturale decorso, diventa sempre più sporcaccione. E se lo chiami sporcaccione ti danno dell’antiquato. Se invece osi nominare le parole “peccato” e “lussuria”, tutti a ridere.

 Ai tempi di Dante le parole peccato e lussuria non facevano ridere nessuno. Se i romantici presentano Paolo e Francesca quasi cme degli eroi dell’amore, invece Dante li presenta molto semplicemente come dei peccatori che stanno all’inferno. Dice Francesca: “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, \ prese costui de la bella persona \ che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende” (Inf, V, vv. 100-102). Questi versi parlano di un amore che si arresta in maniera offensiva (“e ‘l modo ancor m’offende”) su un bel corpo (“bella persona”) che, come tutti i corpi mortali, è solo una apparenza effimera, destinata ad essere tolta di mezzo (“mi fu tolta”) dalla morte, sia essa violenta (come nel caso di Francesca) o naturale. “Amor, ch’a nullo amato amar perdona mi prese del costui piacer si forte, \ che, come vedi, ancor non m’abbandona. \ Amor condusse noi ad una morte” (vv. 103-106). Questi versi parlano di una passione violenta (“forte”) per un la bellezza terrena di lui (“costui piacer”) che, assorbendo tutto il desiderio, distogliendolo dall’eterno, non può che proseguire (“ancor non m’abbandona”) in una morte eterna (“Amor condusse noi ad una morte”) che prende la forma di una tempesta infernale.

 Dice Dante a Francesca: “Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, \ a che e come concedette amore \ che conosceste i dubbiosi disiri?”. Secondo l’interpretazione corrente, i desideri in questione sarebbero “dubbiosi” in quanto non ancora ben chiari alla coscienza, oppure perché ancora incerti di essere corrisposti. Con estrema presunzione, io azzardo una diversa interpretazione. I “dolci sospiri” rappresentano l’aspetto più spirituale, non spiritualista, mentre i “dubbiosi disiri” rappresentano l’aspetto sensuale dell’innamoramento. Questi turbamenti sensuali sarebbero “dubbiosi” in senso morale, ambigui, esposti al rischio del peccato. Il peccato, tutte le sue forme, è un uso distorto delle cose finalizzato al proprio piacere immediato. Il peccato di lussuria è appunto un uso edonistico dell’altra persona, un abbandono all’immediatezza del desiderio al di fuori di un perfetto contesto d’amore, che innanzitutto è il contesto del matrimonio.

   Alla domanda di Dante, Francesca risponde così: “Noi leggiavamo un giorno per diletto \ di Lancialotto come amor lo strinse (…) Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: \ quel giorno più non vi leggemmo avante” (vv. 127 – 138). Un romanzo del ciclo arturiano spinge, come “galeotto”, i due amanti a cedere alla tentazione. Sono invece una chiara allusione alla letteratura stilnovistica i due celebri versi “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende” (che si insinua subito nel cuore nobile) e “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” (che costringe l’amato a corrispondere all’amore). Insomma, sembrerebbe che Dante stia facendo un processo alla letteratura amorosa. Alla fine del canto sviene forse perché si sente responsabile in prima persona, come cantore stilnovista, del peccato dei due amanti. Sviene perché è consapevole della minima distanza che c’è fra l’amore inteso come introduzione al Divino e l’amore divinizzato che porta al sesso divinizzato, cioè all’idolatria. Quell’ “Amor” ripetuto tre volte al principio del versi 100, 103 e 106 può diventare un idolo che oscura “L’amor che move il sole e l’altre stelle” (Par, XXXIII, v. 145).

 “Oh lasso, \ quanti dolci pensier, quanto disio \ menò costoro al doloroso passo” (vv. 112-114). Il desiderio amoroso eleva l’animo molto in alto, talmente in alto che basta una distrazione per perdere l’equilibrio e precipitare nella sensualità chiusa in se stessa. Quanto più elevato il punto da cui si precipita, tanto più “doloroso” il tonfo della caduta. L’amore eros è una scala ripida fra l’istinto animale senza amore e l’amore divino, fra l’inferno e il cielo. Facile scendere un po’ alla volta, e poi sempre più speditamente, verso il basso Faticoso è invece cercare di salire un gradino alla volta verso l’alto, verso Colui la cui bellezza infinita ci appare per qualche istante attraverso la bellezza finita dei volti amati. Qualcuno ha detto che le scale dell’inferno si possono solo scendere e mai salire. Ma adesso, nel tempo della vita, si può cadere in basso, e sempre più in basso, fin dentro l’inferno degli istinti più bestiali, e sperare ogni momento di tornare a salire: basta che chiediamo la sua grazia. “Figlia mia, non cessare di annunziare la mia misericordia, facendo questo darai refrigerio al mio cuore consumato da fiamme di compassione per i peccatori. Quanto dolorosamente mi ferisce la mancanza di fiducia nella mia bontà!” (Parole di Gesù a suor Faustina Kowalska).

  Scrive Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est: “Sì, l’eros vuole sollevarci ‘in estasi’ verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni” (p. 16). Purificare l’eros significa completarlo con l’agape. Dove l’eros è l’amore che tende al possesso dell’altro, l’agape è l’amore che si realizza come sacrificio per il bene dell’altro. “Anche se l’eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente – fascinazione per la grande promessa di felicità – nell’avvicinarsi poi all’altro si porrà sempre meno domande su di sé, cercherà sempre di più la felicità dell’altro, si preoccuperà sempre più di lui, si donerà e desidererà ‘esserci per’ l’altro. Così il momento dell’agape si inserisce in esso; altrimenti l’eros decade e perde anche la sua stessa natura. D’altra parte, l’uomo non può neanche vivere esclusivamente nell’amore oblativo, discendente. Non può sempre e soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono”. Per diventare sorgente di acqua viva, deve bere continuamente “a quella prima, originaria, sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l’amore di Dio” (Deus caritas est, pp. 20-21). Purificare l’eros, completarlo con l’agape, non significa affatto togliere all’amore ogni aspetto carnale: “L’uomo diventa veramente se stesso, quando corpo e anima si ritrovano in intima unità; la sfida dell’eros può dirsi veramente superata, quando questa unificazione è riuscita” (pp. 14 – 15). A Dio sta talmente a cuore la carne dell’uomo, che ha rivestito di carne anche suo figlio. L’amore stesso di Dio per la sua creatura è non soltanto perfetta agape ma anche totalmente eros: un amore che i profeti dell’Antico Testamento paragonano talvolta a quello di un amante geloso. “Da ciò possiamo comprendere che la ricezione del Cantico dei Cantici nel canone della Sacra Scrittura sia stata spiegata ben presto nel senso che quei canti d’amore descrivono, in fondo, il rapporto di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio” (pp. 26-27). Non c’è nulla di gratuito nella maniera in cui Bernini rappresenta l’estasi di santa Teresa d’Avila. Che cosa è infatti quell’ebbrezza amorosa che lega l’uomo alla donna, se non il riflesso infinitesimo dell’ebbrezza infinita che lega i beati del cielo a Dio? E tutte le bellezze che contiene il cielo e la terra, che cosa sono se non segni del Creatore? Scrive sant’Agostino: “Che cosa amo quando amo Te? Non la bellezza corporea né la leggiadria dell’età, non il fulgore della luce, così caro a questi occhi, non dolci melodie di canti svariati, non la fragranza dei fiori, dei profumi, degli aromi; non manne, non mieli, non membra care agli amplessi della carne: non sono queste le cose che amo quando amo il mio Dio. Eppure amo in certo senso la luce, il suono, il profumo, il cibo, l’amplesso quando amo il mio Dio, luce, profumo, cibo, amplesso del mio uomo interiore; dove rifulge all’anima mia una luce che non ha limiti di spazio, un suono che non svanisce nel tempo, un profumo che il vento non disperde, un gusto che la voracità non nausea, un amplesso che la sazietà non scioglie. Tutto questo amo quando amo il mio Dio” (Santo Agostino, Confessioni, X, 6, 8).

 L’eros ha bisogno della legge morale. Scrive Dante: “Esce di mano a Lui, che la vagheggia \ Prima che sia, a guisa di fanciulla \ Che piangendo e ridendo pargoleggia, \ L’anima semplicetta che sa nulla, \ Salvo che, mossa da lieto Fattore, \ Volentier torna a ciò che la trastulla. \ Di picciol bene in pria sente sapore; \ Quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, \ se guida o fren non torce suo amore. \ Onde convenne legge per fren porre” (Purgatorio, XVI, vv. 85 – 94). I beni creati, che non possono soddisfarla, attraggono l’anima, portandola fuori dalla traiettoria che la riporta al “lieto Fattore”. Il “freno” della legge serve appunto a farla restare dentro questa traiettoria. I beni creati sono buoni, cattivo può essere l’uso che se ne fa. E’ bene trattarli come anticipazioni del sommo Bene, è male trattarli come beni ultimi ossia idolatrarli. La caratteristica degli idoli è che non danno mai quello che promettono. Trasgredire la legge morale per godere in maniera immediata di un bene creato è, prima che un peccato, una fregatura, perché nessun bene creato può soddisfare pienamente il desiderio. La legge morale non è una “convenzione sociale” ma è la legge dell’amore stabilita da Colui che è Amore. Nessun amore umano, per quanto sublime, può giustificare la trasgressione della legge dell’Amore. L’adulterio non è mai giusto, neppure in un caso come quello di Francesca, presa in moglie con l’inganno dal fratello di Paolo. Ella non avrebbe dovuto sopprimere il desiderio che provava per Paolo ma, al contrario, andare al fondo di esso.  Perché al fondo di quello, come di ogni desiderio finito, c’è il desiderio dell’infinito. E allora avrebbe potuto accettare la sua condizione come una strada per quell’infinito intravisto. Analogamente, la monaca di Monza non aveva il diritto di venire meno ai suoi voti anche se i voti li aveva presi senza convinzione, solo per vigliaccheria, per l’incapacità di ribellarsi alla volontà del padre. Scrive Manzoni nei Promessi Sposi: la religione cristiana “insegna a continuare con sapienza ciò che è stato intrapreso per leggerezza; piega l’animo ad abbracciar con propensione ciò che è stato imposto dalla prepotenza, e dà a una scelta che fu temeraria, ma che è irrevocabile, tutta la santità, tutta la saviezza, diciamolo pure francamente, tutte le gioie della vocazione. E’ una strada così fatta che, da qualunque laberinto, da qualunque precipizio, l’uomo capiti ad essa, e vi faccia un passo, può d’allora in poi camminare con sicurezza e di buona voglia, e arrivare lietamente a un lieto fine. Con questo mezzo, Gertrude avrebbe potuto essere una monaca santa e contenta, comunque lo fosse diventa. Ma l’infelice si dibatteva invece sotto il giogo, e così ne sentiva più forte il peso e le scosse”.

Giovanna Jacob

Questo articolo è stato pubblicato sull’ultimo numero di Pepe:

Pepe_23_tipografia

Annunci

IL CAPITALISMO NON PUO’ MORIRE. Lo statalismo keynesiano, invece, deve morire al più presto. Uccidiamolo.

Nessuno di noi dovrebbe più tacere. Dobbiamo sbugiardare ad alta voce i piagnoni della sinistra internazionale, che vanno in giro a spacciare “grandi narrazioni” ossia menzogne stupefacenti sulla fine del capitalismo. Ce l’hanno quasi fatta a convincere l’opinione pubblica che il colpevole della crisi e il Capitale con la maiuscola alla marxista. In realtà, la crisi nasce dal contrario del Capitale, dal tradimento del Capitale. Come ho già spiegato nei miei due ultimi articoli, la causa principale della crisi economica travolge l’Italia è la crescita abnorme del debito pubblico che si porta dietro una crescita abnorme del prelievo fiscale. Gotti Tedeschi si è sgolato per spiegare che  l’eccesso di speculazione finanziaria è al massimo una concausa secondaria e, prima ancora, è una conseguenza della crisi. Non ci vuole una laurea alla Bocconi per capire che i Capitalisti con la maiuscola alla marxista spostano i Capitali dall’economia reale alla speculazione finanziaria perché l’economia reale sta male. E non ci vuole una laurea alla Bocconi per capire che sono le tasse a fare stare male l’economia reale. Un tomista spagnolo del sedicesimo secolo chiedeva: chi di voi perderebbe tempo e denaro per coltivare un campo, sapendo che dovrà cedere più della metà dei raccolti agli esattori del re? La domanda può essere aggiornata così: chi di voi perderebbe tempo e denaro per mettere su una impresa, sapendo che dovrà cedere più della metà (ormai siamo al sessanta per cento) dei profitti allo stato? Il tomista spagnolo invitava gli interlocutori a non stupirsi del fatto che in Spagna la maggior parte dei terreni restavano incolti. Analogamante, oggi non stupitevi se la maggior parte delle imprese italiane fuggono in Serbia o in Cina. O in Svizzera. Già mi sembra di sentire l’obiezione dei socialdemocratici de noantri: “Le tasse non servono ad ingrassare i nobili bensì a creare servizi utili a tutti”. Ha ha ha, che ridere. I servizi forniti dallo stato sono talmente inefficienti e costosi che si farebbe prima davvero a dare i soldi delle tasse ai nobili. A questo punto, rifondiamo l’ancien régime. Anche se non abitano a Versailles, tutti quelli che, direttamente o indirettamente, lavorano per lo stato sono i nuovi nobili. L’unica differenza è che i nobili dell’ancien régime oziavano fra giardini all’italiana e salottini rococò, mentre gli statali oziano in squallidi ufficietti, ma  hanno a disposizione dei passatempi che i nobili dell’ancien régime se li sognavano.

Non illudetevi. Non crediate che negli altri paesi occidentali gli statali siano tutti lavoratori indefessi e gli “ammortizzatori sociali” aiutino l’economia a crescere. Ho già spiegato che gli statali lavorano il meno possibile e gli “amortizzatori sociali” creano eserciti di parassiti anche e  soprattutto in quei paesi cui noi italiani guardiamo come a fari di civiltà. Ho già spiegato che dietro gli sprechi e le inefficienze del settore pubblico c’è una causa che non si può eliminare: il peccato originale. Ai gustosi esempi inglesi che ho portato nel precedente articolo, ne aggiungo uno statunitense, ancora più gustoso. Non appena fu eletto, Obama pagò profumatamente dei funzionari pubblici per monitorare giorno e notte la situazione delle banche dei mercati finanziari, già sconquassati dalla crisi dei subprimes. Nel famoso settembre nero, quando a Wall Street sembrava di essere ritornati nel 1929, il presidente prima cadde dalle nuvole e poi andò su tutte le furie. Perché i suddetti funzionari non avevano capito che le cose si stavano mettendo male e non lo avevano informato per tempo? Ma è semplice: erano talmente impegnati a scaricare da internet e a testare personalmente tonnellate di audiovisivi pornografici  che non riuscivano a trovare un attimo per dare un’occhiata a quello che bolliva nella pentola di Wall Street. Per fare posto ai files a luci rosse , avevano cancellato  nei pc uno dopo l’altro tutti i files riguardanti i mercati finanziari. Nell’ufficio di uno di questi funzionari è stato trovato un armadio pieno di cd porno scaricati da internet durante l’orario di lavoro. E poi gli americani hanno il coraggio di fare dell’ironia a sfondo razzista sul bunga bunga di Berlusconi.

Dove ci sono troppe tasse e troppa spesa pubblica, ci sono anche corruzione e debiti. I buchi stanno ai bilanci pubblici come i buchi stanno all’hemmethal.  La verità è che cosiddetti “pigs” (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) sono solo un po’ più avanti nella strada che porta al patibolo del default, gli altri paesi seguono a distanza ravvicinata. L’orgogliosa Francia ha appena perso la tripla A. Dare la colpa delle turbolenze dello spread alle agenzie di rating è come dare la colpa della febbre al termometro. E dare la colpa della crisi debitoria dei “pigs” alla speculazione finanziaria internazionale è come dare la colpa dell’affondamento della nave ai topi che la abbandonano. Certo, i topi  delle borse e delle banche hanno molte colpe, ma sono piccole colpe rispetto a quelle dei responsabili della cosa pubblica. In sintesi, la verità è che a monte della crisi internazionale c’è il contrario del “liberismo selvaggio”: c’è la socialdemocrazia keynesiana. Il keynesismo deriva dal socialismo come l’eroina deriva dall’oppio. Lo sapevate che cent’anni fa l’eroina fu immessa sul mercato  come farmaco per curare la dipendenza da oppio? E come la curava bene: trasformava gli oppiomani in eroinomani. Analogamente, ai tempi di Roosevelt il keynesismo era spacciato come unica possibile alternativa al socialismo.  Si pensava che le ricette di Keynes avrebbero reso più forte l’economia di mercato, rendendola così in grado di tenere testa alla concorrenza delle economie socialiste. In realtà, l’hanno resa più simile alle economie socialiste, debilitandola mortalmente.

Certo, da noi non si dice “keynesismo”, che suona brutto, ma “ridistribuire le ricchezze”. Ebbene, “ridistribuire le ricchezze” significa rubare a chi lavora duramente in un posto di lavoro non fisso per dare a chi lavora poco o nulla, più nulla che poco, inun posto di lavoro fisso, ossia ai dipendenti pubblici e a tutti i fannulloni protetti dai sindacati (pure Emma Marcegaglia se n’è accorta). Il problema del socialismo, diceva più o meno Margaret Thatcher, è che a un certo punto finiscono i soldi degli altri. Allora per i socialisti è meglio che gli “altri” da derubare non si impoveriscano troppo. Non a caso, la parola d’ordine dei socialdemocratici de noantri, ossia degli ex comunisti, è “crescita”. Ad ogni occasione, ripetono: “Bisogna tornare a crescere! Occorrono politiche per la crescita!”. Crescita dll’economi significa crescita dei profitti delle aziende e noltiplicazione delle aziende medesime. Dunque, cosa c’è dietro questa improvvisa smania dei sinistresi per la moltiplicazione degli un tempo odiati Capitali con la maiuscola? Ma è semplice: più la torta dei capitali cresce, più è grande la fetta che si mangia il fisco. I socialdemocratici de noantri vogliono che diventiamo tutti più ricchi per derubarci di più. Meglio rubare in casa del ricco che in casa del povero. Analogamente, il padrone del porcile ingrassa i maiali prima di squartarli. No, grazie, non voglio fare il maiale. Se “tornare a crescere” significa anche tornare a fare crescere e moltiplicare  parassiti di stato, allora è meglio non tornare crescere. Viva la decrescita. Ma per fortuna, il pericolo di crescere facendo crescere i parasiti non c’è. Infatti, “tornare a crescere” senza tagliare le tasse ossia senza cacciare i parassiti è assurdo tanto quanto guarire dall’anemia facendosi i salassi.
Dopo avere ribadito queste semplici verità sulla crisi internazionale, resta da ribadire alcune semplici, immortali verità  sul comunismo. La verità è che il comunismo è il contrario del liberalismo e che lo stalinismo è un comunismo coerente. Non crediate alla grande narrazione della “rivoluzione tradita”. Se fosse vero che sovietici, maoisti, kmer rossi e rossa compagnia brutta, ossia praticamente tutti i comunisti del mondo, avrebbero “tradito”  il comunismo, bisognerebbe desumere è impossibile essere comunisti senza tradire il  comunismo. Ma la verità, evidentemente, è che né Stalin né Castro né nessun altro grande criminale rosso ha mai veramente tradito il comunismo. La verità è che uccidere e affamare il popolo non significa tradire il comunismo ma esattamente il contrario. La verità è che il comunismo ha fallito e il liberal-capitalismo no. La verità è che, a più di venti anni dal crollo del muro di Berlino, il liberal-capitalismo non ha tradito le aspettative ma casomai è stato, lui sì, tradito. E’ stato ucciso lentamente dalle tasse e dalla burocrazia.
 Queste semplici verità feriscono da più di venti anni l’orgoglio dei poveri compagnucci post-comunisti post-moderni. Errare è umano, perseverare è diabolico. Pure di non ammettere umilmente di avere sbagliato tutto, mentono al prossimo e a sé stessi sapendo di mentire. Spacciano menzogne pesanti, più tossiche del crack. La menzogna ripetuta settanta volte sette è che a monte della crisi ci sarebbero la speculazione finanziaria e il “liberismo selvaggio”. Ma ditemi, dov’è il “liberismo selvaggio”? Io è una vita che lo cerco e trovo soltanto oppressione fiscale e inquinamento burocratico. Ma il peggio deve venire. Nel vano tentativo di assolvere il comunismo dai suoi orrori, meticolosamente annotati dagli storici, i mai-stati comunisti hanno continuato a ripetere il mantra del “comunismo tradito”, cui però non crede più nessuno. Di recente, qualcuno si è spinto oltre: ha dato la colpa degli orrori del comunismo… al capitalismo! Non è geniale? E’ come dare la colpa dello scoppio della Seconda guerra mondiale agli ebrei. Commentando il saggio dal titolo Racconti della civiltà capitalista di Guido Carandini, Massimo Giannini scrive:“La Rivoluzione d’Ottobre di Lenin… ha come obiettivo la crescita dell’economia e del reddito nazionale. E pazienza se per raggiungerlo, prima Vladimir Iic Uljanov e, poi Josif Giugasvili Stalin, fanno 25 milioni di morti. Anche in Urss, in quell’abisso di Terrore, la logica del capitalismo ‘era in agguato’, e il socialismo occultamente e inconsciamente era assoggettato a una logica dell’industrializzazione tecnicamente imposta dal capitalismo occidentale. (…) Così il capitalismo storico genera dentro se stesso la barbarie e la violenza. Fino al nazismo e all’Olocausto. Fino alle mafie e alla criminalità organizzzata. Più banalmente, il capitalismo contemporaneo compie l’ultima mutazione, e si fa ‘inciviltà’. Sconfitte le avventure totalitarie, ‘domina oggi un mondo diviso fra sprechi di ricchi e privazioni dei poveri, un’etica cieca del profitto  acuisce il conflitto fra capitale e lavoro, e non colmerà  l’abisso tra la sazietà e la fame'” (M. Giannini, “La fine della civiltà capitalista”, Repubblica, 27 febbraio 2012). Propongo una colletta per comprare al signor Giannini e al signor Carandini un biglietto di sola andata per la Corea del nord, dove potranno finalmente assaporare le gioie di una vita senza traccia di capitalismo, questo mostro. Tanto per mettere i puntini sulle i, il nazismo e l’Olocausto non c’entrano un corno col capitalismo. Infatti nazismo significa nazional-socialismo. Sottolineo: socialismo. Friedrick von Hayek ha dimostrato che fascismo e nazismo non furono reazioni al comunismo ma piuttosto furono comunismi di destra ad uso e consumo della piccola borghesia. E per finire di mettere i puntini su i, non è vero che il capitalismo globale rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Vero è piuttosto che fa aumentare il divario fra i ricchi e i poveri rendendo i poveri sempre meno poveri. Se infatti raddoppiano sia il mio magro conto in banca sia il macroscopico conto in banca di Bill Gates, il divario fra i due conti aumenta in termini matematici ma io sono lo stesso più ricca.

Oltre a ripetere il mantra del “comunismo tradito”, i piagnoni della sinistra pubblicano instancabilmente su giornali e riviste annunci mortuari del loro eterno nemico, il capitalismo. Essi infatti sperano che, a forza di darlo per morto, il capitalismo muoia veramente. Già pregustano la gioia del momento in cui, di fronte al cadavere del Capitale, potranno dire: “Ve l’avevamo detto noi che Marx aveva ragione!”. Il loro asso nella manica si chiama Giulio Tremonti. I conduttori televisivi di sinistra, ossia tutti i conduttori d’Italia tranne Ferrara e Porro, se lo litigano. Santoro ce l’ha fatta ad averlo in trasmissione: “Ammazza, lei è stato ministro del centro destra e mo’ parla come Marxe”. E già, per igli ex-comunisti questo ex liberale – ma liberale lo è mai  stato? – che adesso tuona contro il “liberismo” e il “mercatismo” è un dono del cielo, semmai credano al cielo. Il “colbertiano” Tremonti ha molto da ridire sulla crescita esponenziale della speculazione finanziaria mentre non ha  molto da ridire sull’insostenibile pressione fiscale che schiaccia l’economia italiana. Più che dalle tasse, è preoccupato dall’invasione delle merci cinesi. D’accordo, il problema c’è: inondamdo il mercato di merci a basso costo, i cinesi stanno mettendo in ginocchio molte imprese italiane. Che fare? Per Tremonti l’unica maniera per salvare le imprese italiane è tassare colbertianamente le merci cinesi. E no, temo che il protezionismo sia un palliativo. Temo che le tasse non siano la soluzione ma il problema. Più il fisco ci impoverisce, più compriamo cinese. E non ne siamo affatto orgogliosi. Sappiamo benissimo che dietro ogni oggetto “made in China” che compriamo c’è uno schiavo sottopagato e sfruttato, sappiamo che per ogni prodotto italiano che non compriamo ci sono padri madri di famiglia che rischiano di perdere il lavoro. Ma non possiamo fare altrimenti: i nostri portafogli sono semivuoti. Tassare le merci cinesi da una parte è una utopia (voglio vedere i finanzieri come ce la fanno ad acchiappare tutti i grossisti cinesi) dall’altra affamerebbe ulteriormente i consumatori. Se le merci cinesi costassero come le merci italiane, noi compreremmo sempre meno e infine smetteremmo di comprare sia le prime che le seconde. Non è che, se il governo togliesse meno soldi ai consumatori e alle imprese, noi consumatori avremmo più soldi da spendere e contemporaneamente le imprese potrebbero abbassare i prezzi? Ci vuole molto a capire che più si alzano le tasse e più le imprese italiane languono?

Tremonti ha smarrito la strada del liberalismo mentre dava la caccia al “fantasma della povertà”. E Mario Monti? Adesso è iniziata la gara fra destra e sinistra per accaparrarsi super Mario. Berlusconi giura che Monti è naturaliter liberale, ma Monti in persona in una occasione ci ha tenuto a fare sapere che non è un liberale. Tagliamo corto: Monti e il consiglio professori  del suo governo sono neoclassici keynesiani. Peggio di così si muore. Infatti, sono proprio cinquant’anni di scelleratezze keynesiane che hanno portato tutti i paesi occidentali sull’orlo del baratro. L’unico vero miracolo compiuto da super Mario è la moltiplicazione delle tasse dirette e indirette, per la gioia dei parassiti. Il vecchio prof. non è preoccupato dal’eccesso di spesa pubblica ma dagli “sprechi”. Dalle inchieste di Repubblica sulla “Italia degli sprechi”, senz’altro meritorie, emerge che una medesima opera ad un privato costa x mentre allo stato, come per magia, costa dalle quattro alle dieci volte x, e il conto lo paghiamo noi. Per fare un esempio di cronaca, acune settimane fa abbiamo appreso che all’ospedale Umberto I di Roma, teatro negli anni di alcuni dei più macroscopici scandali di malasanità della storia italiana, noi contribuenti abbiamo buttato, a nostra insaputa, una quantità sterminata di milioni per lavori di ammodernamento che poi si sono rivelati inutili e inadeguati. Non ci vuole molto ad immaginare che fine abbiano fatto i soldi di troppo che sono stati risucchiati dal buco nero dell’Umberto I e dagli altri buchi neri delle altre opere pubbliche. Si dice spreco e si legge cresta sulla spesa ossia furto. Una occhiatina ai conti in banca di tutti quelli che lavorano nell’ambito della cosa pubblica sarebbe bene darla di tanto in tanto. Oltre che sugli sprechi ossia furti di ordinaria amministrazione, Repubblica ci tiene aggiornati su tutti i casi di ordinaria corruzione. Adesso pare che i vigili urbani di Roma abbiano scoperto le gioie del libero scambio: allentano lacci e lacciuoli burocratici – nonché chiudono un occhio sull’infrazione dei regolamenti bizantini ossia inutili e vessatori imposti dal Leviatano  a tutti quelli che hanno l’impudenza di aprire una libera impresa invece di fare un concorso per fannulloni di stato – in cambio di soldi (vedi F. Angeli, A. Paolini, “Una mazzetta e niente multa, i vigili urbani della Capitale ormai sono mister 1000 euro”, Repubblica, 29 febbraio 2012). E’ di alcuni giorni fa la notizia dell’arresto di un numero imprecisato di falsi invalidi giovani e prestanti stanati dalla guardia di finanza fra i vicoli di Napoli. Questa soap-opera dei falsi invalidi va in onda ininterrottamente da più di trenta anni. Temo che questa non sia ancora l’ultima puntata.

Monti e tutti i socialdemocratici ex-comunisti de noantri coltivano l’illusione che sia possibile individuare uno ad uno questi sprechi e mandare in galera i responsabili. In altri termini, coltivano l’illusione che fra quanti lavorano nell’ambito della cosa pubblica (dai funzionari agli impiegati ai vincitori di appalti) ci siano solo alcune mele marce e che quindi sia sufficiente  togliere quelle mele dalla cesta dello stato italiano per rendere l’Italia “un paese normale”. I principali propagandisti di questa illusione sono Travaglio e i travagliati del Fatto Quotidiano. Fingendosi incorrotti e incorruttibili – e il bello è che sono davvero convinti di esserlo – braccano instancabilmente e sbattono sulla ghigliottina mediatica, con furia giacobina, tutti i “corrotti”. Poveri illusi. Essi non sanno che tutte le mele umane sono marce, quale più e quale meno. Come l’occasione fa il ladro, così il posto di lavoro pubblico fa il fannullone. Di più: il denaro guadagnato col sudore dagli altri, ossia il denaro pubblico, è una droga anzi peggio. Il denaro pubblico è come il potere assoluto: corrompe in maniera assoluta. Metti una mela quasi marcia, ossia un normale essere umano, a contatto col denaro pubblico e marcisce del tutto. Se è un semplice impiegato, il minimo che gli possa capitare è di diventare un fannullone; se è un funzionario, il minimo che gli possa capitare è di piazzare figli, nipoti e amanti nei posti che contano, nonché di fare vincere gli appalti a quelli che gli pagano le mazzette; se è il vincitore ossia il compratore tramite mazzetta di un appalto pubblico, il minimo che gli possa capitare è di fare delle creste sulle spese ossia rubared enaro pubblico; se è un burocrate o un pubblico ufficiale, il minimo che gli possa capitare è di intascare mazzette. Per ogni “mister 1000 euro” cacciato da Trastevere, ne vengono immediatamente altri due. Per ogni invalido giovane e prestante arrestato a Napoli ne arrivano subito altri dieci. Per ogni mela marcia tolta dalla cesta, ne marciscono immediatamente altre cento. E noi paghiamo.

Il denaro pubblico è come una droga. Distinguere fra spesa pubblica e sprechi è come distinguere fra una giusta dose di eroina e una dose eccessiva. Chiedere a quanti lavorano nell’ambito della cosa pubblica (dai funzionari agli impiegati ai vincitori di appalti) di usare la giusta quantità di denaro pubblico è come chiedere ad un eroinomane di usare pure l’eroina ma senza abusarne: “Fermati in tempo prima dell’overdose”. Non si può curare la dipendenza da eroina senza togliere l’eroina. Analogamente, non si possono togliere gli sprechi senza tagliare, tagliare, tagliare la spesa pubblica. Attenzione: ho detto tagliare, non togliere. Non si combatte lo statalismo con l’anarchia libertaria,  non si combatte un eccesso con l’eccesso contrario. Se i socialdemocratici sognano lo stato che fa la mamma della società, certi libertari sognano una società senza stato e, addirittura, senza politica. In realtà, un po’ di stato ci vuole. Il problema non è togliere di mezzo lo stato ma, casomai, togliere allo stato le funzioni che non gli competono. Lo stato deve occuparsi delle poche cose essenziali di cui non possono occuparsi i privati: infrastrutture (specialmente delle reti stradali), giustizia, polizia, esercito, protezione civile e qualcos’altro. Lo stato meno fa e meno tassa e meglio è per tutti. Ma il discorso è troppo lungo per esaurirlo adesso. Andiamo al sodo.

Il sodo è che il capitalismo non può morire neppure se si prova ad ucciderlo. Nel 1917 è stato sepolto vivo dai sovietici, nel 1989 si è liberato dalla bara ed è risalito a terra, come Uma Thurman in Kill Bill 2. Infatti, non c’è alternativa al capitalismo anzi, meglio, all’economia di mercato basata sulla libera iniziativa privata. Il capitalismo è uno dei tanti meravigliosi doni che la cristianità medievale ha lasciato all’umanità intera. Ne La vittoria della ragione, Rodney Stark spiega che il capitalismo è nato da una costola della matematica. Al tempo dei comuni, gli intraprendenti imprenditori italiani ebbero la geniale idea di applicare le nozioni matematiche divulgate da Fibonacci alla gestione delle loro aziende. E così  inventarono quella tecnica  per l’accumulazione e il reinvestimento dei profitti basata sulla matematica che ha nome di capitalismo.

Ma appunto, l’economia di mercato basata sulla libera iniziativa privata è venuta prima del capitalismo propriamente inteso. Gli uomini hanno cominciato a scambiarsi i frutti del loro lavoro nel neolitico se non prima. Poi sono venute le tasse e sono iniziati i guai. La storia, che è maestra di vita, mostra impietosamente che le società umane con più stato e più tasse finiscono sempre molto male dopo un periodo più o meno lungo di splendore apparente, mentre le società con meno stato e meno tasse coincidono, guarda caso, con le società più prospere sia dal punto di vista economico che dal punto di vista culturale. Non furono certamente quattro straccioni male equipaggiati denominati “barbari” a fare crollare rovinosamente uno degli imperi più potenti della storia. Quei quattro straccioni poterono avere la meglio sull’impero romano solo perché la società romana era ridotta in fin di vita dalle tasse. Per nutrire eserciti sempre più grandi di funzionari e burocrati, nonché l’imperatore e la sua corte, i sempre meno numerosi cittadini produttivi erano costretti a cedere la maggior parte dei loro introiti allo stato. Non riuscendo a sostenere un carico fiscale ormai fuori controllo, molti  abbandonavano le attività produttive e commerciali e si davano al brigantaggio. Non so se vi rendete conto delle preoccupanti analogie fra la situazione del basso impero e la situazione dell’Italia e degli altri paesi occidentali di oggi. Ma torniamo alla storia. Con una analisi serrata, Stark dimostra che nel corso del Medioevo la civiltà europea raggiunse un livello di prosperità economica e culturale nettamente superiore a quello raggiunto da qualunque altra civiltà precedente, compresa quella greco-romana. Il segreto di tanta prosperità era, naturalmente, il cristianesimo. Il cristianesimo da una parte spingeva gli uomini ad usare la ragione, dall’altra ispirava un modello di stato leggero, che lasciava più spazio possibile alla creatività economica individuale. Nei comuni italiani c’erano poca burocrazia, poche tasse, molto commercio, molto artigianato, molta cultura e molta arte. Non dovendo mantenere eserciti di parassiti di stato, i ricchi mercanti e i ricchi imprenditori potevano permettersi il lusso di mantenere artisti ed intellettuali. La Firenze di Dante e Giotto ci insegna che meno tasse significa più mecenati e più arte. Ci riflettano, gli “artisti” che dal palcoscenico del teatro Valle chiedono  di continuare ad essere mantenuti dallo stato ossia dai contribuenti.

Ma torniamo ancora una volta alla storia. Per farla breve, alla fine del sedicesimo secolo finì il “miracolo italiano” e l”Italia intesa come espressione geografica iniziò la lenta discesa negli inferi di una recessione economica e culturale cui la tardiva unità politica ha rimediato solo in parte. Che cosa pose fine al miracolo? Stark non ha dubbi: le tasse. Finita la civiltà comunale,  in Italia crebbe a dismisura  una classe nobiliare parassitaria che esigeva dai ceti produttivi tributi diretti e indiretti, che si aggiungevano ai tributi diretti e indiretti richiesti dagli occupanti stranieri, a partire dagli spagnoli. Non so se vi rendete conto delle preoccupanti analogie fra la situazione dell’Italia dal Cinquecento all’Ottocento e la situazione dell’Italia di oggi, nuovamente vessata e umiliata dagli arroganti vicini europei. Dal momento le attività produttive e commerciali erano gravate da un carico fiscale del tutto spropositato, i commercianti e gli imprenditori italiani, eredi di una gloriosa tradizione, cessavano uno dopo l’altro le loro attività, vedevano tutto e si compravano la terra. E così iniziò l’era dei grandi latifondi, dello sfruttamento dei contadini e dell’analfabetismo di massa. E le cose andarono male per il popolo italiano almeno fino all’Italia in bianco e nero dei neorealisti. Poi all’improvviso, negli anni Cinquanta, un nuovo piccolo miracolo italiano. Le straordinarie performance economiche  dei “negri” italiani fra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta fecero rodere parecchio il fegato ai razzisti anti-italiani d’Europa. Che cosa era successo? Era successo che l’11 maggio 1948 fu eletto presidente un grande liberale di nome Luigi Einaudi. Portò in Italia il verbo del liberalismo economico. E fu boom. Questa è la storia. Imparatela e decidete in fretta se volete fare la stessa fine che fecero i nostri avi nel Cinquecento oppure se volete un nuovo miracolo italiano.

Voi che pensate che basti beccare un evasore per salvare l’Italia, leggete qui

Pubblicato su Tempi online, 21 dicembre 2011.

«Gli evasori sono piccoli parassiti; i veri, grandi parassiti sono coloro che si mangiano quasi la metà del reddito dei cittadini nel nome di Keynes e ripagano i cittadini con servizi vergognosamente inefficienti». Secondo lungo articolo (quasi un saggio) sul vero problema italiano: il suo stato assistenziale che è come un tubo bucato
Di Giovanna Jacob
in Cultura
21 Dic 2011

Da quando alla Victoria and Albert Museum di Londra si è aperta la mostra “Postmodernism – Style and Subversion 1970-1990”, il post-modernismo è sulla bocca di tutti. Parliamone. Il post-modernismo inizia nel momento in cui il marxista pentito Jean-François Lyotard riconosce che il marxismo è solo una “grande narrazione”. Giusto. Ci aspetteremmo che, avendo finalmente riconosciuto che il marxismo è una favola, la verità la vada a cercare da un’altra parte. E invece no. La grande trovata di Lyotard, e di tutti i post-modernisti, è di negare l’esistenza di un’unica verità. Non esistono i fatti, ti dicono, esistono solo le interpretazioni ossia “grandi narrazioni”. Avrete già capito che post-modernismo fa rima con relativismo, quell’ideologia secondo cui niente è vero o falso in senso assoluto, buono o cattivo in senso assoluto eccetera. Da questo punto di vista, le certezze assolute delle vecchie ideologie moderniste non saranno vere ma non saranno neppure completamente false.

Quindi il post-modernista ortodosso non abbraccerà le vecchie ideologie, anche perché ci farebbe una brutta figura, però non le rifiuterà neanche tout court. E così nelle nuove “grandi narrazioni” post-moderniste ricompariranno in ordine sparso i singoli temi delle vecchie ideologie. Ad esempio, le “grandi narrazioni” di relativisti ortodossi come Umberto Galimberti, che nega l’esistenza di una verità ultima, e di profeti del post-modernismo come David Harvey, che straparla di morte delle ideologie, rigurgitano di concetti marxisti. Domanda: ma queste grandi narrazioni post-moderniste ossia grandi favole a che cosa e a chi servono? Risposta: ognuna serve a difendere dei concreti interessi economici di parte. Infatti, il post-modernista non ha più ideali ma soltanto interessi materiali, in altri termini non vuole l’utopia ma solo la vita comoda. Il passaggio dal modernismo al post-modernismo coincide col passaggio dal comunismo al consumismo.

Il post-modernismo non solo non prende definitivamente le distanze dalla “grande narrazione” marxista, ma afferma la necessità di narrarne altre. Finita una, se ne narra un’altra. L’importante, naturalmente, non è che sia vera ma che lo sembri. Per farla sembrare tale, si dispiegherà l’intero arsenale dei trucchi della sofistica, che è un’arte molto in voga nelle epoche di decadenza. Il trucco sofistico più usato in televisione è interrompere senza tregua e dare sulla voce agli avversari, impedendo loro di finire un solo ragionamento. Il trucco sofistico più usato sui giornali è ripetere all’infinito la stessa narrazione, occultando i dati che la smentiscono. Se basta ripetere sette volte una menzogna per renderla verità, tanto meglio ripeterla all’infinito.

(Fra parentesi, la sofistica ormai è entrata anche nel mondo della scienza. Alcune teorie, infatti, non sono più da molto tempo delle teorie ma sono piuttosto delle “grandi narrazioni” funzionali agli interessi economico-accademici di chi le narra dagli scranni delle più grandi università mondiali. Lo scienziato post-modernista non cerca la verità dei fatti ma cerca di piegare i fatti alla sua narrazione con tutti i trucchi della sofistica. Vedi le mirabolanti maratone retoriche con cui gli evoluzionisti tentano, fra le altre migliaia di cose, di negare l’irriducibile complessità dell’occhio umano sulle riviste peer-reviewed. Se la sofistica non basta, lo scienziato post-modernista rovina la reputazione e distrugge la carriera di chiunque osi avanzare qualche critica, anche molto lieve, alla suddetta narrazione. Se e volete saperne di più, digitate su google “Richard Sternberg” o “Piattelli-Palmarini”. Quest’ultimo è stato colpito da una fatwa sotto forma di raccolta di firme. Chiusa parentesi).

La scorsa settimana [1], ho cercato di confutare la “grande narrazione”, diffusa dall’efficientissima macchina della propaganda di sinistra, secondo cui il “liberismo selvaggio” (detto con la erre moscia dei Bertinotti) sarebbe la causa unica della crisi e la “ridistribuzione delle ricchezze” (sempre con la erre moscia) sarebbe l’unica soluzione della crisi, in altri termini, ribaltando la famosa massima del compianto Reagan, il Capitalismo sarebbe il problema e lo Stato sarebbe la soluzione. E c’è chi ci crede. Ma questa, purtroppo, non è l’unica “grande narrazione” a proposito della crisi che ci viene ininterrottamente narrata in questi giorni. Ce ne sono almeno altre due: la “grande narrazione” dell’evasione fiscale e la “grande narrazione” della superiorità morale dei tedeschi, dei francesi e degli inglesi rispetto ai greci, agli spagnoli, agli italiani e agli irlandesi. Domanda: ma queste tre grandi narrazioni ossia grandi scemenze a che cosa e a chi servono? Risposta: servono a difendere gli interessi del partito trasversale dei parassiti del denaro pubblico. La grande scemenza della superiorità morale dei tedeschi, dei francesi e degli inglesi serve anche a difendere gli interessi neocoloniali di questi ultimi, che non vedono l’ora di spartirsi il “bottino” italiano (la traumatica espressione fra virgolette l’ha usata Socci).

Da qualche mese, in televisione vanno ripetutamente in onda due spot governativi sull’evasione fiscale. Il primo recita: “Se tutti pagano le tasse, le tasse ripagano tutti”. Il secondo recita: “Chi vive a spese degli altri, danneggia tutti”. Ormai è difficile trovare un solo talk-show politico in cui la discussione non cada, per rimanervi, sull’evasione fiscale. Negli ultimi mesi, il telespettatore medio di telegiornali e talk-show ha incamerato decine di succulenti servizi ripieni di immagini di yacht ormeggiati in Costa Smeralda, resort e centri benessere pieni di bella gente, suv con targhe italiane parcheggiate nelle vie di Lugano e di Monte Carlo proprio davanti alle banche malandrine che difendono i soldi degli evasori eccetera. Tutti questi spot, tutti queste discussioni e tutti questi succulenti servizi concepiti come benzina sul fuoco dell’invidia sono riusciti a convincere la stragrande maggioranza degli italiani che: 1) l’enorme debito pubblico sarebbe causato dall’evasione fiscale, 2) che tutti i “ricchi” sarebbero per definizione evasori e 3) che basterebbe “colpire” (che sarebbe “tassare” nel linguaggio dell’invidia) gli evasori ossia i “ricchi” per uscire dalla crisi. Più che una narrazione, una favola.

Intendiamoci, l’evasione fiscale è davvero un crimine molto grave, l’evasore è veramente un parassita, ma bisogna vedere in che senso. Secondo la “grande narrazione” degli spot governativi, è colpa degli evasori se i servizi pubblici funzionano male. Ma chi vogliono prendere per i fondelli i creativi prezzolati dal governo? I servizi pubblici costano tre volte tanto (stima per difetto) di quanto costino gli analoghi servizi privati e funzionano molto peggio rispetto agli analoghi servizi privati. Quindi, stanare uno per uno gli evasori, spremerli uno per uno e dare i soldi spremuti ai servizi pubblici non servirà a renderli efficienti. Infatti, per le ragioni che ho spiegato nel precedente articolo, e che adesso non ripeto, i servizi pubblici non possono che essere inefficienti.

Sto forse suggerendo che, allora, è giusto non farsi derubare dallo stato ossia evadere? Al contrario, il vero liberale le tasse le paga tutte, fino all’ultimo centesimo. Primo perché, naturalmente, oltre ai servizi inefficienti lo stato fornisce anche servizi essenziali che non possono essere forniti dai privati (giustizia, esercito eccetera). Secondo perché, se io non pago le tasse, costringo gli altri contribuenti a pagarle anche per me, oltre che per loro. Infatti, il leviatano ha il vizietto di scaricare sui contribuenti onesti il costo dell’evasione fiscale. Quindi, evadendo non deruberei lo stato: deruberei ossia attenterei alla proprietà privata degli altri contribuenti. Quindi agirei in contraddizione con il mio stesso liberalismo, che fa del rispetto della proprietà privata altrui un principio non negoziabile.

Ma, in ogni caso, gli evasori sono piccoli parassiti; i veri, grandi parassiti sono coloro che si mangiano quasi la metà del reddito dei cittadini nel nome di Keynes e ripagano i cittadini con servizi vergognosamente inefficienti. In secondo luogo, recuperare fino all’ultimo centesimo tutto il denaro evaso avrebbe molto probabilmente l’effetto di deprimere ulteriormente l’economia. Infatti, gli evasori folkloristici che vanno da un centro benessere all’altro a bordo dei suv e da un resort all’altro a bordo degli yacht sono pochi pesci piccoli. Il grosso dell’evasione non viene da loro ma da interi settori dell’economia che sopravvivono in nero. Molto bene, direte voi, allora costringiamo questi settori a venire a galla e spremiamoli per benino.
D’accordo, facciamolo. Ma sapete come andrebbe molto probabilmente a finire? Nel momento i cui le imprese economiche sommerse venissero spremute dal fisco, non ce la farebbero a sopravvivere. Infatti, oggi la tassazione diretta e indiretta ha raggiunto livelli umanamente insostenibili, cosicché l’evasione diventa per molti soggetti economici, purtroppo, l’unica maniera per mettere insieme il pranzo con la cena. Voi che cosa preferite: un imprenditore che, per pagare tutte le tasse, alla lunga è costretto a chiudere bottega e a mandare sulla strada i suoi dipendenti oppure un imprenditore che, per salvare bottega e dipendenti, cerca di pagare un po’ meno tasse omettendo qualcosa sulla dichiarazione dei redditi? In conclusione, la “grande narrazione” dell’evasione fiscale è solo uno specchietto per le allodole, un diversivo per distogliere l’attenzione della gente dal vero problema, dalla vera vergogna, dal vero crimine contro i contribuenti onesti: una spesa pubblica eccessiva e improduttiva che pende come una spada di Damocle sull’intera civiltà occidentale.

E siamo alla “grande narrazione” della superiorità morale dei tedeschi, dei francesi e degli inglesi rispetto ai greci, agli spagnoli, agli italiani e agli irlandesi. In tutte le discussioni da talk show che cadono sull’evasione fiscale, la morale è sempre la stessa: “I tedeschi, i francesi e gli inglesi loro sì che sanno che cosa è il rigore e la disciplina, loro sì che sanno tenere i conti pubblici in ordine, mica come noi italiani, che a causa di venti anni di berlusconismo catodico siamo diventati tutti cialtroni…”. Ah, questa è bella davvero. Comunque, questa prodigiosa capacità degli italiani di disprezzare e denigrare se stessi è pari soltanto alla prodigiosa superbia dei tedeschi, dei francesi e degli inglesi, che disprezzano e denigrano con toni post-razzisti ossia di un razzismo post-modernista (perché se nulla è vero e nulla è falso in senso assoluto neppure il vecchio razzismo eugenetico lo è) gli italiani nonché gli spagnoli e i greci.
Nell’anno del Signore 2011, mica nel 1933, su una rivista tedesca di ampia tiratura (Bild) italiani, spagnoli e greci vengono definiti “parassiti del sud”. Pare che in Gran Bretagna sia andato recentemente in onda un serioso servizio in cui i greci venivano descritti come una massa di pigri patologici che mirerebbero unicamente a farsi mantenere dai virtuosi popoli del nord. C’è solo da aggiungere che, per tradizione, gli inglesi vedono negli irlandesi della gente non più evoluta, socialmente e geneticamente, dei “parassiti del sud”.
In un articolo dal perfetto stile chiagne-e-fotte il teutone Peter Schneider prima “chiagne” perché sulla stampa europea riemerge l’immagine del “tedesco cattivo” e poi fa l’altra cosa dicendo: «Anche se Italia, Grecia e Spagna, con i loro nuovi governi, riusciranno nel loro soprassalto di rigore, non avranno mai quella che nel mondo è nota come disciplina tedesca. Le differenze fra mentalità e culture politiche sono innegabili e insopprimibili» (Repubblica, 16 dicembre 2011). Leggi: i popoli del sud sono insopprimibilmente (geneticamente?) cialtroni. E scioperati: «Monti è l’opposto di Berlusconi, ma alla sua manovra gli italiani reagiscono come sono sempre stati bravi a fare, scioperando» (Die Welt, 14 dicembre 2011). Evidentemente, il corrispondente del Welt non si è mai accorto che non c’è paese in Europa in cui i sindacati non aizzino periodicamente la gente contro i governi. Ci vorrebbe la Tatcher. E taccio sul fatto che, con la scusa del bunga bunga, i giornalisti dei presunti virtuosi popoli del nord hanno insultato e ridicolizzato tutti gli italiani, dividendoli in maschi mafiosi e libidinosi il cui unico scopo nella vita sarebbe di andare a fare i tronisti sulle tv di Berlusconi e femmine mafiose e un po’ zoccole che pure di fare le veline sulle tv di Berlusconi sarebbero pronte a fare il bunga bunga con chiunque (vedi Videocracy di Erik Gandini).

Se vi stupite, non siete stati attenti. Non vi siete accorti che nel 2010 tal Richard Lynn ha scritto che gli italiani del sud sono stupidi per cause genetiche. «Le popolazioni del Sud sono geneticamente diverse da quelle del Nord, e questa differenza genetica comporta differenze di intelligenza, (…) La causa è che nel corso dei secoli l’Italia del Sud, la Sicilia e la Sardegna hanno visto una notevole immigrazione di popoli dall’Africa del Nord e dal Vicino Oriente». Ora, questo Lynn non è un nazi-skin tatuato ma un professore merito all’università dell’Ulster. E non ha scritto quello che ha scritto su un opuscolo fuori legge ma sul numero 38 (2010) della rivista scientifica peer-reviewed Intelligence, pubblicata da Elsevier e diretta da D. Dettermann, docente in un college dell’Ohio. E nessun eminente scienziato anglosassone, a partire da quelli che hanno revisionato l’articolo di Lynn, ha avuto qualcosa da ridire. Ora, è innegabile che nel corso dei secoli ci siano stati dei rimescolamenti genetici fra italiani del nord e italiani del sud. Di conseguenza, quanti credono che gli italiani del sud siano stupidi, dovranno anche credere che gli italiani del centro e del nord, sebbene non stupidi, siano comunque meno intelligenti degli altri europei. “Ma noi non siamo italiani”, sbottano i leghisti, “noi siamo padani”. E già, il leghismo nasce proprio come desiderio, alimentato dal razzismo anti-italiano, di non essere più italiani. E per non esserlo, ci si inventa una immaginaria, posticcia parentela con i presunti virtuosi popoli del nord.

Qui non c’è spazio per spiegare quanto sia anti-storica tutta questa “grande narrazione” post-modernista in stile fantasy a base di divinità fluviali, soli celtici ed elmetti cornuti tipo Asterix. Quello che ci interessa è che, quando parlano di tasse e stato centrale, i leghisti hanno ragione da vendere. È assolutamente vero che il nord produce ricchezze e il sud le brucia soltanto. È assolutamente vero che, purtroppo, ahimé, devo proprio dirlo, nel sud è molto diffusa una mentalità parassitaria. Secondo i leghisti, questa mentalità avrebbe cause genetiche ossia si spiegherebbe con la “psicologia dei popoli”, come la chiama Borghezio. (Borghezio e tutti quelli che vanno alle cerimonie del dio Po con le corna di plastica in testa devono avere molto apprezzato l’articolo di Lynn, che infatti ho trovato copia-incollato in blog e siti vicini alla Lega).
In realtà, tralasciando il fatto che l’espressione “psicologia dei popoli” è degna di Gobineau, la genetica non c’entra un corno, tanto per rimanere in tema. La causa principale del degrado del sud si chiama – stampatevelo bene in testa – CASSA DEL MEZZOGIORNO. Nel precedente articolo ho cercato di spiegare che i posti di lavoro pubblici e i sussidi di disoccupazione sono strumenti potentissimi per corrompere l’essere umano. Ebbene la Cassa del Mezzogiorno eroga qualcosa di simile ad un gigantesco sussidio di disoccupazione ad un popolo intero.

Cinquant’anni di Cassa del Mezzogiorno avrebbero corrotto qualunque popolo; solo un popolo di santi canonizzabili sarebbe riuscito a non farsi corrompere da una cosa tanto oscena e pornografica. Essendo stati drogati di sussidi pubblici per cinquant’anni, i meridionali non trovano le forze per alzarsi i piedi e per camminare sulle loro gambe. Se togli loro i sussidi, vanno i crisi di astinenza. Considerando che il “deficit spending” non ha funzionato neppure nella prima superpotenza mondiale, non ci stupiamo se la pioggia continua di denaro proveniente dal Nord non ha mai fatto fiorire l’economia meridionale. Invece di moltiplicare i posti di lavoro produttivi ossia privati, il denaro sottratto al Nord ha moltiplicato in maniera abnorme, mostruosa, i posti di lavoro improduttivi ossia pubblici. E i cornuti verdi hanno tutto il diritto di arrabbiarsi per i ventimila forestali in Sicilia. (State attenti, meridionali: più aumentano i forestali e gli altri folkloristici perditempo a spese dello stato nelle vostre regioni, più aumentano i cornuti verdi di rabbia qui al nord e addio Italia). Il denaro del nord ha ingrassato i parassiti, che fingono di mettere i piedi delle imprese solo per intascare i sussidi comprarci le Ferrari. Ha ingrassato la mafia, che con zelo gesuitico si impegna distruggere a colpi di pizzi e tangenti quel poco di economia meridionale che ancora non è distrutta.

Come la Cassa del Mezzogiorno ha distrutto il Mezzogiorno, così gli aiuti a pioggia provenienti dal ricco Occidente hanno aiutato l’Africa a scendere più rapidamente le scale dell’inferno del sottosviluppo. Non lo dico io: lo dice l’africana Dambisa Moyo. «Negli ultimi 60 anni sono stati erogati sussidi per oltre mille miliardi di dollari. Le sembra che questi siano serviti a migliorare le condizioni di vita del continente? La situazione non solo è peggiorata ma è affondata oltre ogni ragionevole limite. (…) – Quale è il meccanismo che per cui gli aiuti si trasformano in un danno? – Il primo e il più conosciuto è che finiscono nelle tasche di dittatori spregiudicati e sanguinari anziché essere distribuiti alla popolazione, (…) Anche astraendoci da questi casi perversi, gli aiuti determinano un meccanismo che chiamerei di welfare. I governi sono demotivati dall’assumere iniziative di vero sviluppo, di vera crescita del tessuto industriale, agricolo e dei servizi, perché sanno che comunque verranno rifinanziati presto dal generoso occidente. Pensano piuttosto a creare intanto degli eserciti forti perché fanno sempre comodo a chi è al potere, e poi delle strutture burocratiche ameboidi che hanno il solo scopo di conservare lo status quo, perché la condizione attuale è quella che più conviene: restare sottosviluppati perché così arriveranno presto altri aiuti, e poi altri e poi altri. (…) Pensi all’India: nel 2004 il governo chiese all’occidente di smettere di inviare aiuti. Da quel momento il paese si è trasformato in uno dei più straordinari esempi di sviluppo del pianeta» (E. Occorsio, “Dambisa Moyo denuncia: Gli aiuti salvano i dittatori e condannano l’Africa”, Affari & Finanza, 18 maggio 2009).

Dunque, la Moyo sostiene che gli aiuti sono la causa prima del sottosviluppo dell’Africa. Invece, secondo persone come Lynn la vera causa del sottosviluppo dell’Africa dovrebbe essere cercata nel patrimonio genetico degli africani: “Sei terroni sono stupidi, i negri lo sono ancora di più”. D’altra parte, alcuni anni fa il vecchio genetista James Dewey Watson [2] (scopritore del dna insieme a Francis Harry Compton Crick) si è lasciato sfuggire quello che in molti pensano nel suo ambiente, e cioè che il cervello degli africani e degli afro-americani sia meno sviluppato del cervello dei “bianchi” europei e statunitensi: «Non c’è un valido motivo per prevedere che le capacità intellettive delle persone divise geograficamente al momento della loro evoluzione si siano esplicate in maniera identica. Il nostro desiderio di attribuire uguali capacità razionali come una sorta di patrimonio universale dell’umanità non è sufficiente per renderlo reale».
Per confutare questi deliri razzisti, basta dare un’occhiata alla Svezia e all’Inghilterra. Che arrivi sotto forma di aiuti allo sviluppo o sotto forma di sussidi, il denaro pubblico è una droga. Ebbene, questa droga ha sugli svedesi e sugli inglesi autoctoni (escludiamo subito gli immigrati) gli stessi effetti nefasti che ha sugli africani e sui meridionali d’Italia. Quindi, i popoli del nord, cui Borghezio attribuisce una intrinseca superiorità psicologica su base genetica (“psicologia dei popoli”), in realtà non possono vantare nessuna superiorità intellettuale e morale rispetto ai popoli a sud di Varese.

Io non ho nessun diritto di criticare gli svedesi, ma uno svedese autoctono sì: «Quello che stiamo vedendo ora in Svezia è la conseguenza perfettamente logica dello stato sociale: distribuendo benefici e, quindi, togliendogli la responsabilità individuale per la sua stessa vita, un nuovo tipo di individuo è creato: immaturo, irresponsabile e dipendente. In effetti, ciò che lo Stato sociale ha creato è una popolazione di bambini dal punto di vista psicologico e morale – proprio come i genitori che non hanno mai permesso ai loro figli di affrontare problemi, assumersi delle responsabilità, e trovare soluzioni da soli, rendono la loro prole bisognosa, viziata e molto esigente» (Per Bylund, founder of Anarchism.net. Send him mail. Visit his website. Comment on the blog). Il lavoro sporco di parlare male degli inglesi lo lascio alla bionda valchiria wasp Ann Coulter, che a proposito delle rivolte britanniche della scorsa estate ha scritto: «Quelli di voi che seguono la barbara rivolta in Gran Bretagna non avranno mancato di notare che una parte considerevole dei teppisti sono bianchi, qualcosa non visto spesso in questo paese. Non solo, ma in un trionfo del femminismo, molti di loro sono ragazze. Anche le “disabili” (secondo il sistema britannico dei benefici) sembrano aver miracolosamente superato le loro infermità per precipitarsi fuori a rubare un paio di televisori. Complimenti, Gran Bretagna! Hai imbarbarito i tuoi cittadini, senza distinzioni di razza, sesso o handicap fisico! Con un sistema di welfare molto più avanzato rispetto a quello degli Stati Uniti, gli inglesi hanno raggiunto il notevole risultato di trasformare intere comunità di antiche genti britanniche in masse di tatuati, bruti, ubriachi. Credo che ora abbiamo la prova di ciò che i conservatori hanno detto da sempre: il saccheggio è il risultato delle politiche di welfare. E la Gran Bretagna è nelle fasi finali dello stato sociale. (…) La Gran Bretagna ha un sistema di welfare molto più redistributivo di quello della Francia, ed è per questo che il problema del crimine in Francia è soprattutto una questione di immigrati musulmani e non di cittadini francesi. Invece, il welfare inglese sta velocemente facendo ritornare la sua popolazione nativa alle radici piratesche del suo violento del 18° secolo. Inutile dire che la Gran Bretagna guida l’Europa nella classifica delle ragazze madri e, di conseguenza, guida anche l’Unione europea nella classifica dei crimini violenti, dell’abuso di alcool e droghe, dell’obesità e delle malattie sessualmente trasmesse» (Ann Coulter, “Il sole non tramonta mai sul sistema di welfare britannico”, 2011/08/10).

Nell’articolo, che merita di essere letto per intero, la Coulter riferisce anche storie saporite di ragazze con antenati inglesi e caratteristiche perfettamente inglesi che fanno di tutto per farsi mettere incinte dai primi che capitano allo scopo di intascare i generosi sussidi che lo stato britannico riserva alle ragazze madri. In Sicilia ci saranno pure un po’ troppi forestali, ma queste cose non succedono. Nonostante lo stato italiano si ostini a rovinarli con ogni genere di sussidi, i nostri meridionali non sono ancora arrivati al livello di abbrutimento raggiunto dalle antiche genti britanniche. E pure i tedeschi farebbero bene a non gonfiarsi troppo il petto. Prima della svolta puritana degli ultimi anni, troppo recente per fare testo, in Germaia poltrivano eserciti di parassiti autoctoni dei sussidi di disoccupazione e alle cinque del pomeriggio (parlo per esperienza personale) faticavi a trovare un negozio o un ufficio ancora aperto: ammazza che lavoratori indefessi questi ariani!

Facciamola fuori, una buona volta, la “grande narrazione” secondo cui i tedeschi, i francesi e gli inglesi sarebbero moralmente superiori e quindi saprebbero tenere i conti pubblici in ordine, evitando sprechi e parassitismi. Che balla colossale. In primo luogo, come abbiamo visto, il welfare li ha parecchio rammolliti dal pure loro dal punto di vista morale. In secondo luogo, non c’è paese in Occidente che non sia stato economicamente devastato dalle politiche ridistributive basate su una tassazione crescente. La verità è che tutti i paesi occidentali, e pure il Giappone, sono oberati dai debiti. Il debito pubblico della Gran Bretagna è nettamente superiore a quello dell’Italia. E per la Francia e la Germania, che adesso si atteggiano a prime della classe, è solo questione di tempo. Anzi, già ci siamo: i mercati stanno cominciando a punire la superbia dei tedeschi e dei francesi. La verità è che l’obiettivo dei “conti in ordine” è più che altro una utopia. I conti dello stato non potranno mai resistere “in ordine” più dello spazio di un mattino. Infatti, lo stato assistenziale è simile ad un tubo bucato. E come ho spiegato nel precedente articolo, quel buco non potrà mai essere tappato perché è generato e rigenerato di continuo dal peccato originale.

Si dice che la storia sia maestra di vita. Purtroppo, nessuno vuole stare ad ascoltare questa maestra, quando ti dice che la vera causa del crollo dell’impero romano fu l’espansione abnorme dell’apparato burocratico e amministrativo, con conseguente aumento abnorme delle tasse a carico dei soggetti produttivi. Come un uomo indebolito da una malattia non riesce a difendersi da una aggressione, così lo stato romano, debilitato mortalmente dalle tasse, divenne facile preda della violenza dei barbari. Ma appunto, questa lezione nessuno vuole ascoltarla. Nessuno vuole capire che o cominciamo a ridurre ai minimi termini il welfare e la spesa pubblica in tutti i paesi occidentali, o per l’Occidente è la fine. I paesi occidentali non riusciranno a resistere all’aggressione economica, non si esclude anche militare, da parte delle potenze emergenti dei nuovi barbari.

L’unica soluzione alla crisi è dimezzare le tasse e far lavorare le cicale


Pubblicato su Tempi online 15 dicembre 2011.

Il trasferimento forzoso di ricchezza dalle tasche di coloro che la ricchezza la producono alle tasche dei poveri, non serve a rendere i poveri meno poveri ma a rendere tutti più poveri. Serve solo a soddisfare una bestia famelica che si annida nel cuore di ogni uomo: l’invidia. Lunga e articolata intemerata contro lo Stato baby sitter
Di Giovanna Jacob
in Interni
15 Dic 2011

È dura essere liberali in Italia. Infatti, non solo i liberali qui sono pochi, ma i pochi che contano fra i pochi liberali italiani si dimostrano poco liberali. Fino a due settimane fa, pensavo: “Meno male che c’è Oscar Giannino”. Ma poi Giannino su Tempi del 14 dicembre 2011 a pagina 15 ha scritto delle parole che per me sono come una pugnalata: «L’abolizione dell’Ici sulla prima casa si era rivelata un lusso che non potevamo permetterci, oltre ad aprire un vulnus per l’autonomia finanziaria dei Comuni». Che cosa?!? Uno che si considera liberale mi viene a dire che abolire l’Ici è stato un lusso? No, caro Giannino, il lusso non è abolire l’Ici, il vero lusso sono i servizi pubblici improduttivi che ora i comuni e ora lo stato centrale pagano con i soldi mafiosamente estorti alla povera gente che con anni di sacrifici e di rinunce è riuscita a comprarsi un tetto sotto cui dormire.

Il vero lusso che non possiamo più permetterci è la spesa pubblica improduttiva. Domanda: perché oggi tutti parlano, e giustamente, di alzare l’età della pensione e di abolire le pensioni di anzianità ma nessuno, neppure i liberali, neppure Giannino, parlano di tagliare drasticamente i posti di lavoro pubblici in esubero? Per quanto tempo dovremo ancora pagare la gente per spalare la neve in agosto e fare i forestali in Sicilia? Infatti, lo scandalo delle pensioni di anzianità è niente rispetto allo scandalo di ospedali, uffici postali e altri servizi pubblici tanto costosi quanto inefficienti, concepiti dagli allievi di Keynes come distributori automatici di stipendi. E una prima pugnalata Giannino me l’aveva data quando, durante la trasmissione “L’ultima parola” di venerdì 2 dicembre, non aveva prontamente sbugiardato Fausto Bertinotti che raccontava la favola del New Deal di Roosevelt. Se ne stava buono e zitto mentre il vecchio dinosauro comunista diceva che «molti economisti chiedono ad Obama di mettere fuori legge il pareggio di bilancio perché fu proprio grazie alla spesa pubblica che l’America uscì dalla grande Depressione». È da tempo che i liberali conservatori americani portano avanti una battaglia contro questo falso mito, costruito dalle sinistre. Dal momento che Marx ormai è impresentabile, le sinistre adesso usano il mito di Keynes come presentabile e politicamente corretto cavallo di Troia di una visione statalista e socialista, nemica della proprietà privata e del capitalismo.

Mi sono fatta un rapido ripasso della storia della filosofia e sono giunta alla conclusione che i veri colpevoli morali della attuale crisi sono tre: Adam Smith, John Stuart Mill e John Maynard Keynes. Ma partiamo dagli albori della civiltà occidentale ossia partiamo dal principio. In principio era il cristianesimo, che connetteva l’economia alla morale. Il capitalismo è figlio del cattolicesimo, non del protestantesimo. Secondo l’etica capitalista, che dunque è un’etica cattolica, non si può fare una buona impresa economica se non si rispettano i valori della legge naturale e se non si esercitano delle virtù, naturalmente cristiane, come la prudenza, la parsimonia, la pazienza e anche la carità. Contano anche, naturalmente, talenti naturali quali la creatività e l’intuizione. Ma anche se si possiedono immensi talenti, non si può fare una buona impresa se si trascurano o addirittura si calpestano deliberatamente, egoisticamente, le esigenze del prossimo. Bisogna favorire il benessere del prossimo in primo luogo perché la carità lo ordina, in secondo luogo perché in economia, al contrario di quel che si pensa, non è vera la massima “mors tua, vita mea”.
Se gli imprenditori non si preoccupano di diffondere ricchezza e benessere con una condotta virtuosa, la società si impoverisce; se la società si impoverisce, anche loro si impoveriscono, perché  nessuno compra più i loro prodotti e i loro servizi. In una economia liberale fare del bene al prossimo significa fare del bene anche a se stessi sul lungo periodo. Un imprenditore fa del bene alla società facendo bene il suo lavoro, ossia in primo luogo creando ricchezza e posti di lavoro ben retribuiti. Fra i fattori che determinano la ricchezza di una nazione, per riprendere un’espressione di Adam Smith, infinitamente più delle materie prime, conta l’impegno a fare il bene da parte di ogni soggetto economico. Tuttavia, non tutti gli attori economici sono disposti a comportarsi bene. Nell’umanità, a causa del peccato originale, il male è più frequente del bene. Se non esistessero leggi, tribunali e prigioni, probabilmente il numero dei furti, degli omicidi e d’ogni genere di violenze sarebbe esponenzialmente più alto di quello che è. Come nella società, anche nel mercato c’è bisogno di un sistema di leggi e sanzioni. Se infatti niente e nessuno lo impedisce loro,  i “lupi” non hanno nessuna ragione per non mangiarsi gli “agnelli”.

Dunque dal punto di vista cristiano i soggetti economici, se pensano solo a fare i loro interessi egoistici, non fanno l’interesse generale della società. Se i soggetti economici si comportano male, l’economia va male e la società va male; se invece si comportano bene, la società va bene. Invece, l’economista illuminista Adam Smith, che pure era un convinto assertore del giusnaturalismo e un critico spietato del positivismo giuridico di Hobbes, sosteneva più o meno il contrario: se i soggetti economici si comportano male l’economia va bene. Precisamente, i soggetti economici dovrebbero pensare solo a fare i loro interessi egoistici, ci penserebbe la fantomatica “mano invisibile” del mercato a fare gli interessi generali di tutta la società, garantendo al maggior numero dei suoi membri il benessere. E che la “mano invisibile”  sia, come sembra pensare Smith, la provvidenza divina che agisce attraverso il mercato oppure sia, come penseranno i suoi epigoni, l’insieme dei meccanismi meramente materiali del mercato, poco cambia. Perché la mano funzioni, bisogna togliere ogni regolala mercato e lasciar fare (“Laissez faire”) ai soggetti economici quello che vogliono.
Infatti Smith, da illuminista, vede nel mercato una sorta di macchina perfetta che si guiderebbe da sola in virtù di sue proprie forze fisiche, che poi gli economisti modernisti crederanno di poter studiare scientificamente. Dunque, non sarebbero gli uomini a muovere la macchina dell’economia con le loro azioni e le loro scelte morali, sarebbe la macchina dell’economia a muovere gli uomini, portandoli sulla strada della prosperità. Insomma, il mercato sarebbe una sorta di utopia. Come la società utopica di Marx sarebbe un sistema talmente perfetto in cui tutti diventerebbero automaticamente buoni, similmente il mercato secondo Smith sarebbe un sistema talmente  perfetto in cui nessuno avrebbe bisogno di essere buono.

In realtà, ci fosse bisogno di dirlo, il mercato non è una macchina perfetta. Non basta pensare solo al proprio bene per fare del bene anche agli altri. Nel XIX secolo in Europa nessuna “mano invisibile” impediva a gran parte dei capitalisti di abbassare il salario dei lavoratori al di sotto della soglia di povertà, suggerendo così a Marx l’idea sbagliata del “conflitto fra capitale e lavoro”. Nessuna “mano invisibile” impediva ai “lupi” di mangiarsi gli “agnelli” unendosi in trust, stabilendo i cartelli dei prezzi e raggiungendo posizioni di monopolio. Quindi, se da una parte, grazie allo sviluppo industriale, aumentava la produzione delle ricchezze, dall’altra  la maggior parte delle ricchezze prodotte finivano in poche mani, lasciando larghi strati della popolazione fuori dall’area del benessere, dove il canto delle sirene socialiste si faceva più seducente. E certamente a quei “lupi” poco interessava che la loro condotta, sul lungo periodo, sarebbe stata svantaggiosa anche per loro. Ai “lupi”, infatti, interessa solo il profitto immediato.

Accortosi per tempo che non c’era nessuna “mano invisibile” ad impedire a poche avide mani di accaparrarsi la maggior parte delle ricchezze prodotte, John Stuart Mill pensò che fosse il caso di affidare allo stato il compito di strappare le ricchezze da quelle mani e “ridistribuirle”. In sostanza, lo stato per Mill doveva diventare una sorta di sostituto visibile della mano invisibile. Ma a parte questo, Mill la pensa esattamente come Smith: né lo stato né nessun altro dovrebbe azzardarsi a porre una sola regola al mercato. Dal loro punto di vista regolare il mercato significherebbe devitalizzarlo. Quindi, fra la visione di Smith e quella di Mill non c’è una differenza sostanziale. A livello teorico, poco cambia se lo stato esiste e la “mano invisibile” non esiste. Quello che importa è che né Smith né Mill ritengono che a “ridistribuire le ricchezze” ci debbano pensare i soggetti economici stessi facendo bene il loro lavoro e facendo anche la carità ai poveri. Sia Smith che Mill ritengono che i soggetti economici non debbano rispettare nessuna regola, debbano pensare unicamente a fare i loro interessi egoistici e a soddisfare i loro appetiti voraci, senza curarsi degli interessi del prossimo. Sia l’uno che l’altro ritengono che dall’egoismo, dalla voracità e dagli altri vizi capitali degli uomini possa derivare del bene per la società intera. “Vizi privati, pubbliche virtù” è una tipica massima settecentesca. In sintesi, sia Smith che Mill separano l’economia dalla morale e dalla legge naturale, ponendo così le basi dell’economicismo marxista e più in generale dell’economicismo modernista.

Se non esaltano apertamente i vizi, specialmente l’avidità, comunque gli economisti modernisti, in Italia noti come bocconiani, tendono a negare l’esistenza di una qualsiasi relazione fra l’andamento dell’economia e la condotta morale dei soggetti economici. Infatti, sono persuasi che l’economia sia una sorta di organismo fisico quasi del tutto indipendente dalle azioni e dalle scelte dei soggetti economici. Come gli organismi biologici sono regolati dalle complesse leggi della biologia, così l’organismo dell’economia sarebbe regolato, secondo questi sciagurati economisti, da forze meramente materiali che essi si illudono di poter misurare, ricavandone perfino leggi formulate in termini matematici. E così parlare di economia significherà parlare unicamente di cose come prezzi delle materie prime, costo del denaro, inflazione, spread eccetera con tanto di grafici, tabelle, percentuali e tutto fuorché quello che veramente conta, cioè lo spirito umano.

Dalle idee di Mill discendono l’economicismo modernista da una parte e il modello socialdemocratico dall’altra. Se l’economicismo modernista separa l’economia dalla morale, lo stato socialdemocratico libera concretamente l’uomo modernista dal peso della morale e dal peso delle virtù in cambio di soldi. Tramite varie forme di assistenzialismo, lo stato gli toglie il pensiero di fare la carità ai poveri. Tramite la previdenza sociale e quelli che oggi si chiamano “ammortizzatori sociali”, lo stato gli toglie il pensiero di avere cura del proprio denaro in previsione dei giorni delle vacche magre e della vecchiaia. Seppure le tasse non gli piacciono, l’uomo modernista preferirà pagare tasse salate piuttosto che essere previdente e caritatevole. Lo scambio gli sembra vantaggioso: vita comoda in cambio di tasse. Egli fa un po’ come quelle coppie che, pure di togliersi dai piedi il più a lungo possibile i bambini al fine di godersi la vita, investono interi capitali in baby-sitter. Troppo tardi il cittadino si accorge che lo stato baby-sitter, invece di rendergli la vita comoda, lo deruba. Per qualche lustro la macchina della previdenza sembra funzionare, e a tempo debito ad ogni cittadino tornano indietro i soldi versati. Ma alla lunga la macchina si inceppa, e i cittadini si accorgono che i contributi di una vita di lavoro non torneranno mai loro indietro perché lo stato li ha gestiti male, disperdendoli in mille rivoli fatti di sprechi, abusi, privilegi e ladronerie. Lo stato che ridistribuisce le ricchezze è infatti simile ad un tubo bucato. Se immetti dell’acqua in tubo bucato, la metà andrà sprecata, uscendo dal buco. Analogamente, se immetti una quantità sempre maggiore di ricchezze nel tubo dello stato-distributore, più della metà andrà sprecata ossia derubata. E badate che è impossibile tappare il “buco” dello stato-distributore. Infatti, quel buco è generato e rigenerato continuamente dal peccato originale.

Lo stato socialdemocratico non si limita a ridistribuire le ricchezze. Infatti, dal ridistribuire le ricchezze al dirigere direttamente la produzione delle ricchezze, ossia dalla socialdemocrazia al socialismo reale, il passo non è lungo. In mezzo c’è il modello keynesiano, che non è se non un socialismo moderato. Nel 1929 il crollo della borsa di Wall Street provocò una crisi economica senza precedenti che dagli Usa si estese rapidamente all’Europa. John Maynard Keynes, brillante discepolo di Mill, riuscì a convincere il presidente degli Stati Uniti che l’unica soluzione alla crisi era l’aumento della spesa pubblica, con conseguente “deficit spending”. Un aumento della  spesa pubblica, secondo Keynes, avrebbe fatto sicuramente ripartire i consumi, stimolando così la crescita economica. Lo stato avrebbe dovuto creare nel settore pubblico il maggior numero possibile di posti di lavoro, non importava quali, senza preoccuparsi di tenere i conti pubblici in ordine. Roosevelt scelse di avviare una serie di grandi opere pubbliche più o meno utili al paese, ma al limite avrebbe potuto anche pagare la gente per scavare delle buche e per ricoprirle. Infatti l’importante secondo Keynes non era dare al paese nuove infrastrutture ma fare in modo che la gente avesse abbastanza soldi da spendere in beni e servizi. L’inevitabile aumento del deficit conseguente all’aumento della spesa pubblica avrebbe potuto essere controbilanciato in un futuro imprecisato dall’espansione dell’economia e dal conseguente aumento del gettito fiscale. Geniale, no?

Insomma, Keynes raccontava che il debito pubblico avrebbe avuto il potere magico di creare sviluppo e Roosevelt gli ha creduto. E oggi tutti, perfino a destra, credono che le ricette di Keynes abbiano davvero funzionato, che abbiano davvero portato l’America fuori dalla crisi. Strano davvero che nessuno si sia accorto del fatto che la Grande Depressione sia iniziata nel 1929 e sia finita solo nel 1945, a guerra finita. La verità, infatti, è che furono le spese militari della Seconda guerra mondiale a fare ripartire l’industria statunitense, innescando lo straordinario boom post-bellico. Prima di allora, la spesa pubblica non era servita a nulla, tranne che ad allargare il buco del deficit, alla faccia del “deficit spending”. Lo ammise lo stesso ministro del tesoro del governo Roosevelt nel 1939, poco prima della discesa in campo degli Usa contro Hitler: «We have tried spending money. We are spending more than we have ever spent before and it does not work. And I have just one interest, and if I am wrong…somebody else can have my job. I want to see this country prosperous. I want to see people get a job. I want to see people get enough to eat. We have never made good on our promises… I say after eight years of this administration we have just as much unemployment as when we started… And an enormous debt to boot!” (Secretary of the Treasury, Henry Morgenthau).

A differenza di quanto tutti continuano ostinatamente a pensare, la spesa pubblica non crea sviluppo. Certo, si potrebbe anche pensare che, seppure non crea sviluppo, almeno possa offrire dei servizi utili ai cittadini. Ma non è così. I cittadini avveduti sperimentano tutti i giorni a loro spese che i servizi pubblici sono inefficienti e inaffidabili. Se sapessero che, oltre ad essere inefficienti e inaffidabili, costano dieci o cento volte di più degli analoghi servizi privati per varie cause concomitanti (assenteismo cronico, creste sulle spese, sprechi e furti d’ogni sorta), probabilmente marcerebbero uniti verso le sedi dei servizi pubblici, le assalterebbero e inviterebbero cortesemente i dipendenti pubblici a cercarsi un vero lavoro. Ma non lo sanno, si fa di tutto perché non lo sappiano. Si fa di tutto perché i cittadini avveduti non riflettano sul fatto che sono loro stessi a pagare lo stipendio ai fannulloni da cui vengono maltrattati agli sportelli degli uffici pubblici, e che quindi in teoria avrebbero anche il diritto di licenziarli. Quale persona sana di mente accetterebbe di tenersi in casa una domestica che non ha voglia di fare nulla, trafuga l’argenteria e come se non bastasse esige uno stipendio dieci volte superiore a quello delle sue colleghe? Se una persona sana di mente ha il diritto di cacciare una tale domestica, perché i cittadini sani di mente non dovrebbero avere il diritto di licenziare i fannulloni cui pagano lo stipendio tramite il fisco? Certo, non tutti i dipendenti pubblici sono fannulloni e non tutti  i dirigenti pubblici sono spreconi e ladri. Quindi, si potrebbe pensare che, per rendere efficienti i servizi pubblici, sia sufficiente identificare e cacciare i fannulloni, gli spreconi e i ladri. Ma non è così. Se è vero infatti che non tutti i dipendenti pubblici sono fannulloni, tuttavia una buona parte lo sono; se è vero che non tutti  i dirigenti pubblici sono spreconi e ladri, tuttavia la una buona parte lo sono. Anche se fosse possibile, e non lo è, cacciare via questa quota fissa di parassiti del denaro pubblico, altri parassiti prenderebbero immediatamente il loro posto. Infatti – e qui viene il bello – non sono i cattivi dipendenti che rovinano i servizi pubblici, ma sono i servizi pubblici che rovinano i dipendenti, rendendoli cattivi. Il  posto di lavoro pubblico è una macchina per corrompere l’essere umano.

Chi ha coscienza del peccato originale, potrà ammettere che, se non fosse obbligato a comportarsi bene da leggi, controlli e sanzioni, difficilmente l’essere umano si comporterebbe sempre bene di sua spontanea volontà. Se non ci fossero telecamere e vigilantes nei supermercati e nei grandi magazzini, stiamo sicuri che l’occasione farebbe tutti taccheggiatori, anche le più insospettabili persone perbene ossia noi stessi. Ebbene, il posto di lavoro pubblico è come un supermercato senza telecamere e senza vigilantes. Dal momento che il suo stipendio è fisso e non può essere licenziato se non per casi limite, l’impiegato pubblico difficilmente resisterà a lungo alla tentazione di oziare ed assentarsi il più possibile. Dal momento che nessuno lo controlla, un dirigente pubblico difficilmente resisterà a lungo alla tentazione di fare qualche cresta sulla spesa, nascondendo in qualche paradiso fiscale il denaro pubblico rubacchiato cresta dopo cresta. E se lo stato mettesse un controllare a controllare il dirigente pubblico, quasi sicuramente il controllore chiuderebbe un occhio e ruberebbe anche lui, dal momento che anche lui ha l’occasione che lo fa ladro. Per tacere del numero spropositato di occasioni che ha ogni burocrate di intascare bustarelle e mazzette. Chi glielo fa fare di non intascarne neanche una? E per concludere, occupare a vita un posto di lavoro pubblico e intascare a vita un sussidio di disoccupazione sono esattamente la stessa cosa. Infatti, lo stato socialdemocratico crea servizi pubblici non tanto per rispondere alle necessità della società (cui possono rispondere di più e meglio i privati) ma per creare occupazione. Anzi, occupazione è una parola grossa. Allo stato keynesiano non interessa che i suoi dipendenti facciano un lavoro utile a qualche cosa, ma che ricevano uno stipendio. Se potesse, lo stato li pagherebbe veramente per scavare le buche e per ricoprirle. Comunque, certi comuni e certe regioni pagano la gente per spalare la neve d’agosto e altre amenità che in confronto scavare le buche sarebbe più dignitoso.

E per quanto riguarda i sussidi di disoccupazione veri e propri, che per fortuna in Italia non sono diffusi come in altri paesi, non c’è maniera più semplice di trasformare un giovane in un teppista che pagargli un sussidio. Se un essere umano deve scegliere fra un lavoro vero e un sussidio, ossia fra il faticare e il non far nulla, per le ragioni di cui sopra quasi sicuramente sceglierà il sussidio. Si potrà obiettare che il percettore di sussidio un lavoro lo vorrebbe eccome ma non lo trova. Non è esatto. Di posti di lavoro disponibili ce ne sarebbero pure, ma sono troppo modesti per i gusti del tipico professionista della disoccupazione. Piuttosto che alzarsi presto alla mattina per fare un lavoro con cui non guadagnerebbe abbastanza per comprarsi una villa con piscina, il tipico disoccupato recidivo che vive nei sobborghi di Londra o di Parigi o di Stoccolma preferisce continuare ad oziare alle spalle dei contribuenti, dando a bere agli assistenti sociali che lui il lavoro proprio non riesce a trovarlo. Quando è stanco di oziare, si dedica ai suoi sport preferiti: il saccheggio e la devastazione. In paesi di consolidata tradizione socialdemocratica come l’Inghilterra, la Francia e la Svezia i soggetti produttivi pagano i sussidi di disoccupazione ad eserciti di teppisti che preferiscono ammazzare il tempo mettendo a ferro e fuoco i sobborghi piuttosto che cercandosi un lavoro.

Riepilogando, i servizi pubblici non potranno mai essere efficienti perché corrompono i loro stessi dipendenti. A questo punto, si potrebbe obiettare che, seppure i servizi pubblici sono inefficienti, comunque contribuiscono ad estinguere la piaga della povertà offrendo pane e lavoro a gente che altrimenti sarebbe disoccupata. Ma anche questo non è vero. La spesa pubblica crea più povertà di quella che estingue. Attraverso la sua politica di ridistribuzione forzosa, lo stato con una mano assiste i poveri e con l’altra li fa aumentare. I soldi che lo stato dà ai poveri sotto forma di sussidi e di posti di lavoro pubblici li prende prevalentemente alle imprese produttive. Per accontentare le richieste dei suoi assistiti, che diventano sempre più numerosi e sempre più esigenti, lo stato aumenta gradualmente, anno dopo anno la spesa pubblica, entrando così a cuor leggero nella spirale del debito. Per pagare il debito, lo stato aumenta le tasse. Quanto più aumentano le tasse, tanto più le imprese perdono competitività sul mercato. Le più sfortunate falliscono lasciando tutti i dipendenti per strada, le più fortunate si limitano ridurre il volume di affari e a ridurre il personale. Se dalle prime lo stato non riceverà più nulla, dalle seconde riceverà sempre meno. Quindi, l’eccessivo carico fiscale da una parte fa aumentare la disoccupazione e dall’altra fa diminuire il gettito fiscale. In altri termini, lo stato avrà più poveri da assistere e meno soldi per assisterli. Se a questo punto lo stato vuole continuare a mandare avanti le sue politiche assistenziali, dovrà aumentare ulteriormente il carico fiscale provocando una ulteriore diminuzione del gettito fiscale…

Insomma, il serpente del fisco finisce sempre per mangiarsi la coda. Ma piuttosto che assistere i poveri con i soldi estorti alle imprese, non sarebbe meglio mettere le imprese nella condizione di creare posti di lavoro per i poveri? Ci vuole molto a capire che se lo stato la smettesse di taglieggiare le imprese ci sarebbero meno poveri? Insomma, il trasferimento forzoso di ricchezza dalle tasche di coloro che la ricchezza la producono alle tasche dei poveri, non serve a rendere i poveri meno poveri ma a rendere tutti più poveri. Serve solo a soddisfare una bestia famelica che si annida nel cuore di ogni uomo: l’invidia.

Lo stato socialdemocratico non mira tanto ad aiutare i poveri quanto a punire i ricchi per soddisfare l’invidia dei poveri. “Anche i ricchi piangano” recitava un famoso manifesto della sinistra. Ma chi sono i ”ricchi”? Diciamo subito che i ricchi di oggi sono ben diversi dai ricchi di ieri. Nei secoli passati, i ricchi erano aristocratici senza meriti che sfruttavano i poveri. Ma non esiste più da tempo una aristocrazia di sangue. Se non tutti, almeno gran parte di quelli che chiamiamo “ricchi” sono individui di successo, che si sono arricchiti mettendo a frutto i loro talenti. Quindi oggi la ricchezza, poco o tanto, dipende dal merito. Ed è stato ripetuto più volte che senza meritocrazia non c’è progresso. Se i più bravi sono messi nella condizione di fare fruttare economicamente i loro talenti, ci saranno vantaggi non soltanto per loro ma per tutta la società. Se gli affari di Steve Jobs e Bill Gates vanno bene, ci sono più posti di lavoro per tutti. Quindi, dal momento che oggi non tutti i ricchi sono parassiti immeritevoli, colpire i ricchi significa colpire anche e soprattutto i più meritevoli. Quindi, lo stato che fa dell’invidia sociale il suo ideale ispiratore ostacola il progresso.

Ma purtroppo l’invidia è un vizio potentissimo. Fare leva sull’invidia sociale è il metodo più sicuro per vincere le elezioni. Certo, il politico a caccia di voti non dice “invidia”. Dice “ridistribuzione delle ricchezze”, che è ormai una formula magica per attirare applausi. Accecata dall’invidia, la maggior parte della gente non vuole capire che la “ridistribuzione delle ricchezze” non è la soluzione ma il problema. Secondo la nuova “grande narrazione” (per riprendere una fortunata espressione con cui il post-modernista Lyotard si riferisce alle dissolte ideologie moderniste) diffusa dall’efficientissima macchina della propaganda di sinistra, l’attuale crisi economica mondiale sarebbe stata causata dal Capitalismo Globale e dal suo braccio armato finanziario, il cui covo sarebbe a Wall Street. In effetti, non si può negare primo che i finanzieri abbiano molte responsabilità e secondo che nell’ultimo decennio l’economia finanziaria sia cresciuta parecchie volte di più dell’economia reale. Ma perché è cresciuta così tanto? La verità è che la crescita esponenziale della speculazione finanziaria e non è la causa ma casomai è uno degli effetti della crisi. La finanza cresce troppo perché l’economia occidentale non cresce più; l’economia occidentale non cresce più perché gli stati la dissanguano con le tasse. Quindi, completando il sillogismo, sono le tasse a scatenare l’ipertrofia finanziaria e, con essa, la crisi.

L’attuale crisi globale non è che l’effetto inevitabile di più di cinquant’anni di politiche assistenziali e keynesiane adottate da tutti i paesi occidentali. La maniera in cui lo stato “ridistribuisce le ricchezze” consiste nel trasferire più della metà dei guadagni dei soggetti produttivi e responsabili nelle tasche di soggetti nel migliore dei casi poco produttivi, nel peggiore si farebbe prima a pagarli per scavare buche e ricoprirle. In sintesi, lo stato per più di cinquant’anni ha costretto le formiche a mantenere le cicale. Adesso i sobri governi tecnici che nessuno ha votato chiedono sobriamente alle formiche non soltanto di continuare a mantenere le cicale, ma anche di pagare i debiti delle cicale. E no, questo è troppo. Sappiano i sobri governi fatti di sobri tecnici dalla lacrima facile che c’è una sola soluzione alla crisi: dimezzare le tasse e mandare le cicale a lavorare. Fuor di metafora, si taglino le varie forme di sussidi pubblici, si blocchino immediatamente le assunzioni negli uffici pubblici, si mandino i fannulloni in esubero a cercarsi un lavoro vero.

Soprattutto, si affidino allo stato solo quei compiti essenziali che non possono essere affidati ai privati: l’amministrazione della giustizia, la costruzione di strade ed infrastrutture pubbliche eccetera. Gli altri servizi pubblici, a partire dai servizi ospedalieri, si privatizzino immediatamente. Solo nel momento in cui si dovranno confrontare con la concorrenza, i servizi pubblici diventeranno efficienti ed economicamente virtuosi. Solo nel momento in cui saranno libere dall’oppressione delle cicale, le formiche torneranno a produrre ricchezza. Ma ad una condizione: che le formiche facciano le formiche e non cedano alla tentazione di trasformarsi in lupi pronti a sbranare economicamente gli agnelli alla prima occasione. Perché se tornano i lupi che concentrano le ricchezze nelle loro mani, torneranno anche, più forti e seducenti di prima, le sirene socialiste e socialdemocratiche pronte a trasformare i poveri in cicale parassite. Insomma, i signori ultraliberali ortodossi laicisti e atei si mettano i testa che il “laissez faire” non è la soluzione, ma è l’origine del problema del keyesismo. Se noi oggi siamo dissanguati dallo stato vampiro è perché due secoli fa la gente chiese al vampiro di proteggerla dalle razzie dei lupi. Finché non verranno meno le razzie dei lupi, non verrà meno il vampiro. E finché o verrà meno il vampiro, l’Italia finirà di precipitare nel terzo modo, per la felicità degli stranieri che sputano sull’Italia e che non vedono l’ora di comprare a prezzi stracciati tutte le imprese di eccellenza italiane. Cara Merkel e caro Sarkozy, la sentite questa voce? Vaffanbicchiere.

Modernismo e post-modernismo nel cinema di fantascienza. Una lettura cattolica di 2001. Odissea nello spazio e Blade Runner

Pubblicato su Future Shock, febbraio 2012

RECENZIONE Stanislaw Lem, Il pianeta del silenzio

Pubblicato su Future Shock giugno 2010.

Il 2008 come il 1929 – La legalità secondo la sinistra – Tasse

Il 2008 come il 1929

Pubblicato su Tempi online, marzo 2008

Caro direttore,
la crisi dei mutui americani sommata all’aumento del prezzo del petrolio ha innescato una crisi economica che dall’America si estende all’Europa. La crisi dei mutui ha fatto scivolare molte famiglie americane nella povertà; le famiglie italiane, invece, sono depauperate da raffiche di aumenti. La crisi è un fatto, nessuno può negarlo. Ma quale come si esce dalla crisi? Secondo i liberali si tratta di una semplice crisi congiunturale che potrebbe risolversi per il meglio se lo Stato non si intromettesse nell’economia con dissennate politiche monetarie e fiscali. Essi ritengono che una intensificazione degli scambi economici  con l’Asia aiuterebbe i paesi occidentali ad uscire dalla crisi, determinando innanzitutto una riduzione dei prezzi al consumo. Se i liberali guardano alla globalizzazione come ad una medicina, al contrario Tremonti guarda alla globalizzazione come alla causa del male. Tremonti non contesta che la globalizzazione sul lungo periodo sia vantagiosa per tutti. Tuttavia ritiene che l’Europa si sia aperta alla globalizzazione troppo velocemente, esponendo così le sue industrie alla concorrenza sleale dei paesi asiatici e subendo una repentina impennata dei prezzi delle materie prime. Per uscire dalla crisi, egli non propone una totale chiusura autarchica dell’Europa, ma solo un protezionismo di breve durata.
Chi ha ragione, i liberali o Tremonti? Così a naso darei ragione ai liberali. Tuttavia anche gli argomenti di Tremonti non mi sembrano campati per aria. Tuttavia non credo che la crisi si affronta solo sul piano dei dazi, della emissione monetaria e del fisco.


 Che il sistema capitalista attraversi delle periodiche crisi (ricordo una situazione simile attorno al 1988) e che lo Stato aggravi queste crisi con dissennate politiche fiscali e monetarie, è chiaro come il sole. Però mi chiedo lo stesso se diero questa crisi congiunturale non ci sia una crisi più vasta e profonda: la crisi dell’economia occidentale, che perde di competitività rispetto alle economie emergenti. Fino agli anni Novanta gli Usa erano all’avanguardia nei settori strategici della tecnologia e dell’informatica con industrie come la Microsoft. Fra poco gli Usa saranno superati in questi settori dalle tigri asiatiche. Oltretutto i singoli fatturati delle industrie della Silicon Valley o  della Microsoft oggi sono inferiori al fatturato  della catena Wal-Mart. E mentre la  Wal-Mart vende prodotti a basso costo importati dall’Asia, le industrie della Silicon Valley importano  laureati dall’India e dalla Cina.  Ma fra poco i cervelli asiatici non avranno nessun interesse ad emigrare negli Usa, perché troveranno migliori occasioni di lavoro nei loro paesi.
E guardiamo al microcosmo italiano:  fra gli impreditori di successo diminuisce il numero degli italiani (tutti vessati dal fisco) e cresce il numero degli extracomunitari. A Milano chiudono uno dopo l’altro i negozi tradizionali e le panetterie ed aprono minimarket e call-center gestiti da extracomunitari. Fra poco i nostri datori di lavoro saranno tutti arabi o cinesi. E i nostri capitalisti che fanno? O truffano i risparmiatori (Parmalat e Cirio) o si fanno pagare i debiti dallo stato (Fiat) o si danno alle più imprudenti avventure finanziarie (Fiorani). Nel dvd del suo spettacolo, Grillo dice delle cose che andrebbero prese in considerazione su questi pseudo-capitalisti. Può darsi che almeno in questo caso Grillo abbia ragione. Oggi in Occidente i capitalisti non investono in imprese produttive, ma si dedicano alle speculazioni finanziarie e immobiliari. La crisi dei mutui sub-prime americani fa scoppiare una mostruosa bolla speculativa. Dopo questa piccola esplosione nucleare, migliaia di cittadini americani finiscono in tendopoli post-atomiche alle porte delle grandi città.

Cosa c’è all’origine di questo indebolimento del capitalismo occidentale? Io credo che ci sia la rivoluzione, o involuzione, del 1968. Non è un caso che quest’anno si festeggi il quarantennale del Sessantotto. Il capitalismo classico è inscindibile dall’etica cristiana del  lavoro e del sacrificio corroborati dalla preghiera. La rivoluzione del Sessantotto ha sostituito questa etica  con il culto del piacere immediato, con la pretesa di avere la vita facile. Il motto dei monaci medievali, padri fondatori dell’etica capitalista, era “Ora et labora”. Il motto del Sessantotto era “Sesso, droga e rock’n roll”. Le conseguenze di questa anti-morale sono la tossicodipendenza di massa, la pornografia di massa e il progressivo indebolimento del capitalismo produttivo, sempre più subalterno della finanza di carta. Il culto del piacere immediato applicato al capitalismo genera l’idolo dei soldi facili.  E mentre la gioventù occidentale si stordisce nei rave-party, i giovani indiani e cinesi studiano duro e diventano i migliori ingegneri del mondo. I liberali ovviamente inorridiscono a sentire queste cose. L’ideologia liberale, infatti, si basa su questo dogma: il capitalismo non ha bisogno di valori umani perché ha già i suoi propri valori economici. Essi pensano che un capitalista non abbia bisogno di essere buono: facendo i suoi interessi egoistici, farebbe automaticamente gli interessi della società; mirando solo al suo profitto immediato, produrrebbe automaticamente beni e servizi competitivi e innovativi.  Ebbene è ora di dire che non è così. Il capitalismo non ha bisogno della guida dello Stato (guida nefasta) ma non può neanche guidarsi da solo, come un corpo senza testa. Ha bisogno di essere guidato da valori umani.
Quindi se voi di Tempi volete aiutarci a capire questa crisi, ve ne saremmo grati.
A tutti, una buona e santa Pasqua.

Giovanna Jacob

 

“L’equivoco della legalità ossia la legalità secondo la sinistra

Storia libera 15 maggio 2007

Gli esponenti della sinistra usano il termine “legalità” per ridicolizzare quanti chiedono sicurezza. I loro discorsi si assomigliano tutti: “Quelli che rubano, scippano, violentano ecc. per le strade delle nostre città sono certamente fuori dalla legalità, ma sono ancora più fuori dalla legalità i borghesi che evadono il fisco”. A Sarkò un giornalista di «Le monde» ha detto uno o due giorni prima dell’elezione: “Tu parli di legalità, ebbene la vera legalità non è bastonare i poveri delle banlieues ma costringere i ricchi francesi emigrati all’estero a pagare le tasse”. Quindi per Veltroni e Cofferati gli immigrati “poveri” che derubano e violentano i “borghesi” evasori fiscali e ladri di plusvalore, fanno benissimo.

 

Testimonianze sulle tasse

Storia Libera, gennaio 2007: che gioia essere citata accanto a Giovanni Paolo II  Ronald Reagan

 

TEODORICO (454-526)
«Il solo paese piacevole è quello in cui nessuno teme gli esattori».

Etienne de la BOÈTIE (1530-1563)
“Ringraziando il ladro (lo Stato) che restituisce loro una piccola parte del maltolto, i sudditi si abituano così a vedere nel tiranno una sorta di benefattore”.

ELISABETTA I Tudor (1533.1558-1603)
«Preferisco che il denaro sia nelle tasche del mio popolo piuttosto che nel mio Tesoro».
«Non è dato tassare ed essere amato».

Juan de MARIANA de la REINA (1535-1624)
«Da dove proviene questo denaro, se non dal sangue dei poveri e dalla carne degli uomini d’affari?».
«Le tasse sono, di norma, una calamità per il popolo e un incubo per il governo. Per il primo sono sempre eccessive; per il secondo non sono mai abbastanza, mai troppe»

Pedro FERNÁNDEZ NAVARRETE (?-1632)
«Le tasse alte hanno originato povertà. Temendo continuamente gli esattori delle tasse, [gli agricoltori,] per evitarne le vessazioni, preferiscono abbandonare la loro terra».
«Chi impone tasse elevate riceve da pochi».

Henrique de VILLALOBOS (?-1637)
«Le tasse indeboliscono le città e impoveriscono gli agricoltori in grave misura. È possibile vedere luoghi che ieri prosperavano e avevano molti abitanti giacere ora prostrati e incolti perché gli agricoltori non possono fare fronte alle alte tasse».

John LOCKE (1632-1704)
«Il potere supremo non può privare un uomo di una parte della sua proprietà senza il suo consenso».

Benjamin FRANKLIN (1706-1790)
«Due cose sono certe nella vita: la morte e le tasse”.

Thomas JEFFERSON (1743-1826)
«Prevedo un futuro felice per gli americani se impediranno al governo di sprecare i soldi frutto del loro lavoro, con la scusa di occuparsi di loro”.

Jean-Baptiste SAY (1767-1832)
«Dio ci guardi dall’attività finanziaria pubblica poiché è spendacciona e consuma tutte le sostanze dei privati. Le consuma improduttivamente e non offre la possibilità a costoro di destinare il reddito alla produzione di ricchezza autentica”.

Antonio ROSMINI (1797-1855)
«La progressione di questa tassa… è un furto mascherato che fa il potere legislativo in nome della legge. Ella dunque viola l’altro principio di diritto naturale che tutte le proprietà sono inviolabili”.
«L’assolutismo consiste principalmente nel comandare alla borsa degli altri”.

Frédéric BASTIAT (1801-1850)
«Quando una nazione è oppressa da tasse, niente è più difficile che ripartirle in maniera equa”.
«Quello che non si è mai visto, quello che non si vedrà mai e che non si può nemmeno concepire, è l’eventualità che lo Stato restituisca al pubblico più di quanto esso prenda”.

Lysander SPOONER (1808-1887)
«La tassazione senza consenso è rapina»

Papa LEONE XIII (1810.1878-1903)
«La privata proprietà non venga stremata da imposte eccessive. Il diritto della proprietà derivando non da legge umana, ma dalla naturale, lo Stato non può annientarlo, ma solamente temperarne l’uso ed armonizzarlo col bene comune, ed è ingiustizia ed inumanità esigere dai privati, sotto nome d’imposte, più del dovere” (enciclica “Rerum Novarum”, 1891, n. 35).

George Bernard SHAW (1856-1950)
«Un governo che ruba a Peter per pagare Paul può sempre contare sull’appoggio di Paul”.

Maffeo PANTALEONI (1857-1924)
«Qualunque imbecille può inventare e imporre tasse. L’abilità consiste nel ridurre le spese».

Papa PIO XI (1857.1922-1939)
«Non è lecito allo Stato di pesare tanto con imposte e tasse esorbitanti sulla proprietà privata fino al punto da condurla quasi allo stremo” (enciclica “Quadragesimo anno”, 1931, n. 49).

Hilaire BELLOC (1870-1953)
«Controllare la produzione della ricchezza significa controllare la vita umana stessa”.

Papa PIO XII (1876.1939-1958)
«I bisogni finanziari di ogni nazione, grande o piccola, sono enormemente cresciuti. La colpa non va attribuita solamente alle complicazioni o tensioni internazionali; ma anche, e forse più ancora, all’estensione smisurata dell’attività dello Stato, attività che, dettata troppo spesso da ideologie false o malsane, fa della politica finanziaria, e in modo particolare della politica fiscale, uno strumento al servizio di preoccupazioni di un ordine assolutamente diverso” (2.10.1948).
«Astenetevi da queste misure (fiscali) che, a dispetto della loro elaboratezza tecnica, urtano e feriscono nel popolo il senso del giusto e dell’ingiusto, o che rilegano la sua forza vitale, la sua legittima ambizione di raccogliere il frutto del suo lavoro, la sua cura della sicurezza familiare: tutte considerazioni, queste, che meritano di occupare nell’animo del legislatore, il primo posto anziché l’ultimo” (2.10.1948).
«L’imposta non può mai diventare, per opera dei poteri pubblici, un comodo metodo per colmare i deficit provocati da un’amministrazione imprevidente” (2.10.1956).
«Spesso imposte troppo pesanti opprimono l’iniziativa privata, frenano lo sviluppo dell’industria e del commercio, scoraggiano i volenterosi” perciò è necessario “eliminare dalla legislazione certe disposizioni dannose ai veri interessi degli individui e delle famiglie, come pure al progresso normale del commercio e degli affari” (2.10.1956).
«Lo Stato non può esagerare all’eccesso i carichi tributarii che giungano ad esaurire i leciti benefici della proprietà privata” (9.11.1957).

Papa GIOVANNI XXIII (1881.1958-1963)
«Principio fondamentale in un sistema tributario giusto ed equo è che gli oneri siano proporzionali alla capacità contributiva dei cittadini” (enciclica Mater et magistra, 1961, n. 37).

Ludwig von MISES (1881-1973)
«La metamorfosi delle tasse in armi di distruzione di massa è il carattere distintivo della finanza pubblica”.
«Tutta la nostra civiltà si fonda sul fatto che gli uomini sono sempre riusciti a respingere l’attacco dei redistributori».

Bertrand de JOUVENEL (1903-1987)
«La redistribuzione in realtà è una redistribuzione di potere dall’individuo allo Stato, piuttosto che – come si immaginava – una redistribuzione di reddito dal più ricco al più povero».

Ayn RAND (1905-1982)
«L’uomo che produce mentre altri dispongono del suo prodotto è uno schiavo».
«Crede che la morte e le tasse siano le nostre uniche certezze, signor Rearden? Non posso far niente per combattere la morte, ma se riesco a sollevare il peso delle tasse, gli uomini possono imparare a vedere il legame che esiste fra le due cose e a capire quale vita più lunga e più felice sono in grado di crearsi».

Barry Morris GOLDWATER (1909-1998)
«Siamo stati indotti a trascurare, e spesso a dimenticare del tutto, il rapporto fra le tasse e la libertà individuale. Siamo stati persuasi che il Governo ha un diritto illimitato sulle ricchezze dei cittadini e che l’unica questione sia di vedere quanta parte di questo suo diritto il Governo debba pretendere”.
«La proprietà e la libertà sono inseparabili: quando il Governo, sotto forma di imposte, porta via la prima, esso invade anche l’altra”.
«I collettivisti […] comprendono che la proprietà privata può essere confiscata per mezzo delle imposte non meno che con la espropriazione”.
«Un governo che è grande abbastanza per dare alla gente ciò che la gente vuole è grande abbastanza per portarsi via tutto”.

Ronald REAGAN (1911-2004)
«L’assegno di disoccupazione è una vacanza prepagata per i fannulloni” (1966)
«Non possono esserci giustificazioni morali per l’imposta progressiva sul reddito” (1966)
«Il sistema dell’imposta progressiva sul reddito venne ideato da Karl Marx, che lo definì il primo ed essenziale requisito di uno Stato socialista” (1966).
«Le tasse sono la sola eccezione tollerata alla legge di gravità formulata da Isaac Newton. Vanno cioè sempre verso l’alto, sia nei periodi buoni sia in quelli cattivi, sia nei momenti di prosperità sia nei momenti di recessione” (1975).
«Andrew Mallon, che fu segretario al tesoro con i presidenti Harding, Coolidge e Hoover, ha spiegato perché l’idea della tassazione progressiva del reddito è in realtà un imbroglio perpetrato non ai danni dei ricchi, bensì ai danni dei lavoratori. E’ stato calcolato che riducendo a metà gli oneri progressivi, una volta pienamente realizzati gli effetti di questa riduzione, il governo riceverebbe un gettito fiscale maggiore di quanto non ricevesse con le aliquote doppie” (1978).
«Il contribuente è una persona che lavora per lo Stato, ma non ha dovuto vincere un concorso pubblico” (1984).
«Imparare a controllare il governo, limitare la quantità di denaro che può pretendere da noi, proteggere il nostro paese attraverso una difesa forte – tutte queste cose ruotano attorno a una sola parola, e questa parola è «libertà»” (1985).
«Sembra esserci un’aumentata sensibilità di qualcosa che noi americani abbiamo saputo da tempo. Che le parole più pericolose della lingua inglese sono ‘Salve, sono del governo, e sono qui per aiutare'” (1988).
«Il nostro debito pubblico è abbastanza grande per poter badare a se stesso” (1988).
«Amici miei, la storia è chiara: abbassare le tasse significa una maggiore libertà, e ogni volta che abbassiamo le tasse, la salute della nostra nazione migliora” (1988).
«Sembra esserci un’aumentata sensibilità di qualcosa che noi americani abbiamo saputo da tempo. Che le parole più pericolose della lingua inglese sono ‘Salve, sono del governo, e sono qui per aiutare'” (1988).
«Bisogna affamare la bestia!” (bisogna, cioè, ridurre lo strapotere dello Stato, ridimensionare la sua ingerenza per favorire lo sviluppo delle libertà).
«Il governo è come un neonato: ha un canale alimentare con un grande appetito da una parte e nessun senso di responsabilità dall’altra”.
«Prima del 1981 la visione del governo dell’economia poteva essere sintetizzata in poche, brevi frasi: «se si muove, tassalo. Se continua a muoversi, regolalo. E se smette di muoversi, prova con i sussidi»”.

Milton FRIEDMAN (1912-2006)
«Io sono a favore del taglio delle tasse in ogni circostanza e per ogni giustificazione, per ogni ragione, ogni volta sia possibile. È l’unico modo per diminuire le spese”.
«Noi abbiamo un sistema che sempre più tassa il lavoro e sostiene il non lavoro”.
«Se paghi le persone per non lavorare e invece le tassi quando lavorano, non sorprenderti se c’è la disoccupazione”.
«Nessuno spende i soldi degli altri con la stessa cura con la quale spende i propri. Nessuno usa le risorse degli altri con la stessa cura con la quale usa le proprie”.
«Meno tasse è l’unico modo per diminuire le spese statali”.
«Se l’Italia si regge ancora in piedi è grazie al lavoro nero e all’evasione fiscale… l’evasore in Italia è un patriota”.

Papa GIOVANNI PAOLO II (1920.1978-2005)
«…il bene dell’individuo viene del tutto subordinato al funzionamento del meccanismo economico-sociale, mentre ritiene, d’altro canto, che quel medesimo bene possa essere realizzato prescindendo dalla sua autonoma scelta, dalla sua unica ed esclusiva assunzione di responsabilità davanti al bene o al male. L’uomo così è ridotto ad una serie di relazioni sociali, e scompare il concetto di persona come soggetto autonomo di decisione morale, il quale costruisce mediante tale decisione l’ordine sociale. Da questa errata concezione della persona discendono la distorsione del diritto che definisce la sfera di esercizio della libertà, nonché l’opposizione alla proprietà privata. L’uomo, infatti, privo di qualcosa che possa «dir suo» e della possibilità di guadagnarsi da vivere con la sua iniziativa, viene a dipendere dalla macchina sociale e da coloro che la controllano: il che gli rende molto più difficile riconoscere la sua dignità di persona ed inceppa il cammino per la costituzione di un’autentica comunità umana” (enciclica ‘Centesimus annus’, 1991, n. 13).

George H. W. BUSH (1924-viv.)
«Il Congresso mi spingerà ad aumentare le tasse e io dirò no. Ed essi spingeranno, ed io dirò no, ed essi spingeranno ancora, ed io dirò loro: “leggete le mie labbra: no a nuove tasse”» (il candidato George H. W. Bush alla Convention nationale Republicana, 18 agosto 1988).

Murray N. ROTHBARD (1926-1995)
«Cos’è la tassazione se non un furto su scala gigantesca e incontrollata?».
«Ovviamente, i burocrati politici danno la solita risposta alle lamentele sempre più numerose riguardanti il servizio inefficiente e insufficiente: “i contribuenti devono darci più soldi!”».
«Mentire allo Stato diventa un atto legittimo».

Silvio BERLUSCONI (1936-viv.)
«La ricetta della sinistra prevede più tasse. Ma più tasse significa meno sviluppo, meno sviluppo significa più disoccupazione, più disoccupazione significa più povertà. La nostra ricetta, al contrario, si fonda su una diversa equazione: meno tasse uguale più investimenti, più investimenti uguale più sviluppo, più sviluppo uguale meno disoccupazione, meno disoccupazione uguale meno povertà”.

Robert NOZICK (1938-2002)
«La tassazione del reddito da lavoro configura una sorta di lavoro forzato”.

Pascal SALIN (1939-viv.)
«La spoliazione è il fondamento dell’azione statale e la fiscalità è l’arma essenziale di questa spoliazione”.
«Come indica il suo nome, l’imposta è… imposta; è confiscata con la forza, e non guadagnata attraverso lo scambio volontario».

Tommaso PADOA-SCHIOPPA (1940-2010) E chi è? È stato il ministro dell’Economia nel tristissimo governo Prodi (governo italiano di sinistra, 2006-2008)
«Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima…”.

Giovanna JACOB
«L’uomo illuminista chiede allo Stato di liberarlo dalla fatica di rispondere da se stesso ai suoi bisogni: ecco quindi che il leviatano diventa quel formidabile distruttore di risorse economiche che è lo Stato assistenziale”.

David BOAZ (1953-viv.)
«Il governo può procurarsi risorse solo espropriandole a chi le produce».

 

L’olocausto della grazia

Pubblicato su Tempi, 15 novembre 2007.

Disprezzo misogino e violenza. Sono i frutti del rancore di una civiltà barbara e nichilista che insieme alla ragione ha smarrito l’amore.
Ecco perché c’è bisogno di un altro Stilnovo
Di Jacob Giovanna
in Cultura
15 Nov 2007

Una sera di fine ottobre la signora Giovanna Reggiani camminava per un viottolo che rappresenta l’unica, esile espressione della civiltà in una periferia romana dominata dalla natura selvaggia. All’improvviso dalla boscaglia sbuca un selvaggio che la cattura come una preda, la trascina fra le piante, la deruba, la violenta e la uccide. A monte del suo gesto non c’è un’improvvisa infatuazione sessuale per la malcapitata, ma la volontà pura e semplice di affermare la propria primordiale supremazia virile su una donna. Una donna della civiltà.La natura decaduta a causa del primo peccato mette nel cuore del maschio il desiderio di sopraffare la donna, la civiltà invece – che in senso proprio è solo la civiltà occidentale – insegna all’uomo a reprimere questo desiderio malvagio. La natura decaduta mette la donna al di sotto dell’uomo, la civiltà la mette accanto all’uomo. La civiltà imita la grazia. Dobbiamo aspettarci una progressiva escalation della violenza dei maschi provenienti dall’esterno dei confini della civiltà (fra essi anche i rom, che considerano del tutto normale pestare a sangue le sorelle e le mogli) verso le donne della civiltà? In realtà anche i maschi della civiltà, nel loro cuore, si sentono defraudati. «Bisogna che confessiamo il rancore che noi uomini proviamo verso le donne emancipate», ha detto con lodevole sincerità lo scrittore Antonio Scurati in una puntata delle Invasioni Barbariche. I frutti avvelenati di questo rancore dell’uomo verso la donna sono la violenza, sessuale e non, e il disprezzo misogino.Con gli uomini consacrati le cose non vanno meglio. La castità è un antidoto contro la violenza ma non contro il disprezzo misogino. In teoria la verginità consacrata maschile dovrebbe nutrirsi di venerazione per la donna (come suggerisce don Luigi Giussani), nella realtà si nutre di disprezzo verso donna. Per l’uomo consacrato la verginità non è una forma di possesso più profondo della donna, ma una liberazione dalla donna, intesa allo stesso tempo come un “animale inetto e stolto” (Erasmo da Rotterdam) e come causa di lussuria. Alla trasmissione Exit del 29 ottobre scorso, un monsignore maestro di seminario, con gli occhi illuminati da un sarcasmo tenebroso, ha detto al celebre prete innamorato: «Figliolo, che pena vederti alla tua età fuori di testa come un ragazzino, ma che ti credi, la maggior parte dei matrimoni falliscono, dopo un po’ ci si stufa, e poi noi abbiamo già fatto la nostra scelta». Non solo il monsignore ha parlato di “scelta” e non di “vocazione” (e tra le due cose c’è una differenza abissale), ma ha definito l’innamoramento un “essere fuori di testa”. Ovvero un temporaneo rincoglionimento senza nessun significato trascendente, una “illusione” leopardesca da estinguere al più presto per non farsi fregare da una qualunque Aspasia. Un Solov’ev, col suo testo capitale Il significato dell’amore, vale più di cento monsignori. Questo il succo di tutte le parole del monsignore: tutto passa, le donne passano, il mondo è nulla, solo Dio è. Ebbene questo non è cattolicesimo ma nichilismo musulmano. Dunque, nei seminari si insegna che la verginità non è un modo di amare le donne ma di odiarle.

Quel prete che le amava davvero

Però esistono ancora moltissimi uomini in tonaca capaci di amare le donne in maniera vera. I santi camminano ancora in mezzo a noi. Uno di loro ci ha appena lasciato: don Oreste Benzi. Egli non diceva che le donne sono diaboliche, che sono puttane. E le puttane lui le amava come sorelle che ci precederanno nel regno dei cieli. Tutte le notti scendeva nei marciapiedi a cercarle e a parlare con loro. Non faceva loro discorsi morali, non cercava di riportarle sulla retta via. Si limitava a manifestare loro il suo amore più che paterno e più che materno, vero riflesso dell’amore di Dio. E questo amore le attirava, traendole fuori dal fango, verso il cielo.Nel Fedro Platone spiega che ogni anima si divide in tre parti, una in forma di auriga e due in forma di cavalli. Di questi uno è bello e «si lascia guidare semplicemente dal richiamo e dalla ragione», il secondo è deforme e «amico di sfrenatezze ed impostura». Quest’ultimo «dando ogni travaglio al compagno e all’auriga, li sforza ad andare verso l’amato e a fargli parola del piacere di Venere. (.) Alla sua vista, la memoria dell’auriga è ricondotta all’essenza del bello e di nuovo la scorge accanto alla saggezza, su incontaminato piedistallo; e quando l’ha veduta, presa da spavento e da vergogna, cade riversa e insieme è costretta, nel cadere all’indietro, a tirare le briglie così forte, che ambedue i cavalli si piegano sulle cosce, di buona voglia quello che non è restio, e il prepotente , invece, di mala voglia». Colui che non è puro di cuore davanti ad un bel volto «non sente venerazione, ma cedendo al piacere, a guisa di quadrupede si lancia a montare e a seminare figli, e presa a compagna la sfrenatezza non ha timore né vergogna di andare alla ricerca di un piacere contro natura». Invece colui che è puro di cuore, «se scorge un volto di fattura divina che imiti bene il bello, oppure una ideale immagine di corpo. seguitando a guardare, sente venerazione come per un dio, e se non temesse d’esser preso per un pazzo, offrirebbe sacrifizi al fanciullo come al simulacro di un dio». Pazienza se Platone pensava che un uomo potesse innamorarsi solo di un altro uomo o di un fanciullo (quanto a misoginia, gli antichi greci non erano secondi a nessuno). La cosa importante è che egli ha intuito il significato della verginità, seppure in maniera imperfetta. Ha capito che l’innamoramento trova il suo compimento non in un mero possesso fisico che scade inevitabilmente nella lussuria, ma in una venerazione quasi timorosa, in un distacco ammirato che rende vero anche il momento del possesso fisico. Soprattutto, egli ha capito che l’innamoramento, vissuto fino in fondo, introduce al divino. Dante porterà a compimento questa intuizione platonica, facendo della donna amata la sua guida fra i cieli del paradiso (e a lungo si potrebbe soffermarsi sulle differenze sostanziali fra la visione platonica, che denigra la carne, e la visione cristiana, che invece esalta la carne). Così si palesa la necessità di una nuova cultura dell’amore. Solo una nuova letteratura cortese, un nuovo stilnovismo, potranno fare risorgere la civiltà cristiana dalle sue ceneri. Solo così si potranno sconfiggere i mostri contrapposti, oggi vittoriosi, della pornografia e della castità misogina. Solo alla brezza di una nuova primavera cortese potranno nascere storie d’amore veramente “eterne”, inattaccabili dall’acido del divorzio, e vere vocazioni alla verginità, resistenti alle tentazioni della carne. Solo quando sorgerà un nuovo Dante capace di esaltare una nuova Beatrice, cesserà l’inverno della crisi delle vocazioni nella Chiesa. Ma potrebbe essere già troppo tardi. Il nichilismo, ateo e musulmano, incombe.

 

LETTERA A TEMPI del 22 novembre 2007

Che succede? Forse la mia ottusità mi ha impedito di capire come il suo giornaletto si sia trasformato da pamphlet di nicchia aggregato, stonato, ad un quotidiano mediocre, in qualcosa d’altro? L’articolo di Baget Bozzo del n. 43 (“La solitudine che grava nel mondo è data anche dalla tristezza dei cattolici”) e quello di Giovanna Jacob del n. 44 (“L’olocausto della grazia”) valgono una collana editoriale.Marco Sala Milano

Non ho capito l’aggregato, lo stonato e il quotidiano. Però grazie per non essersela presa con la nostra Kidman.

No Medioevo, no femminismo – I frutti amari del femminismo laicista

Pubblicato su Pepe 22, novembre 2007.

Pepe_22_rid

Pubblicato anche su Storia libera

Giovanna JACOB
No Medio Evo? No femminismo
tratto da: PepeOnLine.it.
Dai tempi di Voltaire, gli storici dipingono il Medioevo come un’epoca oscurantista, arretrata, sottosviluppata, superstiziosa e soprattutto misogina. Nella ricostruzioni letterarie sul Medioevo si narrano storie cupe di donne “senz’anima” costrette a concedersi la prima notte di nozze, prima che al legittimo sposo, al signore feudale (il famigerato “ius primae noctis”). Ebbene il 12 settembre 2007 su Repubblica è apparso un titolo-choc: “Medioevo, prove di femminismo. Così cominciò il potere rosa”. Nell’articolo si parla di uno studio di Sue Niebrzydowski, docente di storia alla Bangor University del Galles, sulla condizione della donna nei secoli compresi fra il dodicesimo e il quindicesimo. Dopo avere esaminato una gran mole di documenti, questa storica è giunta alla conclusione che il Medioevo è stato “un’epoca d’oro” per le donne. Gli storici “fedeli alla linea” illuminista sono immediatamente insorti, accusando Sue Niebrzydowski di fare del “revisionismo” finalizzato ad un “uso politico della storia” (quale uso, poi, non è dato sapere). Se oggi cerchi di dire la verita’ sul Medioevo, vieni immediatamente paragonato a quegli storici filo-nazisti che negano la realta’ storica dello sterminio degli ebrei. Analogamente, se osi dire ad alta voce quello che tutti i paleontologi sanno e non dicono, e cioè che non ci sono prove a sostegno della teoria darwiniana, vieni accusato di essere un integralista cristiano che vuole mettere le favole della Bibbia al posto della scienza. La leggenda del Medioevo-oscurantista e la teoria darwiniana sono i due dogmi di fede del laicismo moderno.
La favola dello “ius primae noctis”
Nel corso di un convegno tenuto di recente nel Regno Unito, l’eretica storica inglese ha citato numerosi esempi di donne che, in pieno Medioevo, vivevano in una condizione di assoluta parità con gli uomini. Secondo il celebre medievalista “fedele alla linea” Jacques Le Goff le donne portate ad esempio da questa sua collega “molto presuntuosa e soprattutto molto ignorante” (Repubblica, 12.9.2007) sarebbero soltanto delle sparute eccezioni fra milioni di donne umiliate ed oppresse nei “secoli bui”. Solo eccezioni? Secondo Régine Pernoud no. Circa trenta anni fa questa storica francese, oggi scomparsa, ha sostenuto le stesse tesi che oggi sostiene Sue Niebrzydowski nei libri Medioevo un secolare pregiudizio (edito in Italia da Bompiani nel 1983) e La donna al tempo delle cattedrali, (edito in Italia da Rizzoli nel 1982). Andiamo a rileggerli.
In primo luogo, la Pernoud si chiede come possa esserci ancora qualcuno che crede alla favola dello “ius primae noctis”, invenzione di qualche romanziere d’appendice. Quanto all’idea che le donne nel Medioevo fossero considerate creature senz’anima, la Pernoud taglia corto: “Strano che i primi martiri che sono stati onorati come santi, siano delle donne e non degli uomini: sant’Agnese, santa Cecilia, sant’Agata e tante altre. Triste davvero che santa Blandina o santa Genoveffa fossero prive di un’anima immortale! Sorprendente che una delle più antiche pitture delle catacombe (nel cimitero di Priscilla) raffigurasse precisamente la Vergine con Bambino, ben designata dalla stella a dal profeta Isaia” (Medioevo un secolare pregiudizio).
Donne al comando
Dopo avere fatto piazza pulita di queste fandonie, la Pernoud si sofferma sulle grandi regine francesi del Basso Medioevo: “Non è sorprendente che ai tempi feudali la regina fosse incoronata come il re, a Reims generalmente (a Sens nel caso di Margherita di Provenza), ma sempre dalle mani dell’arcivescovo di Reims? In altre parole, si attribuiva all’incoronazione della regina altrettanto valore che a quello del re. (…) Eleonora d’Aquitania e Bianca di Castiglia dominano realmente il loro secolo, esercitano un potere incontestato nel caso in cui il re sia assente, malato o morto, hanno la loro cancelleria personale, il loro campo di attività personale” (op. cit.). Non bisogna dimenticare che fu una regina, Isabella di Castiglia, a patrocinare l’impresa che segna simbolicamente l’inizio dell’epoca moderna: la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo.
Oltre a queste grandi regine, la Pernoud cita un numero impressionante di nobildonne e signore feudali vissute fra il quinto e il quindicesimo secolo dopo Cristo. Di esse qui ricordiamo soltanto la celebre Matilda di Canossa, che nel 1115 osò ribellarsi all’imperatore tedesco Federico Barbarossa, nemico giurato dei comuni italiani, donando i suoi feudi toscani ed emiliani al papa. Le donne avevano posizioni di potere anche all’interno della Chiesa: “Alcune badesse agivano come autentici signori feudali il cui potere era rispettato al pari di quello di tutti gli altri signori, alcune donne indossavano la croce al pari dei vescovi; sovente amministravano vasti territori che includevano villaggi, parrocchie…” (op. cit.). Le Goff ribatte: è vero, certe badesse erano potenti “ma non dobbiamo dimenticare che i conventi femminili erano sempre sottoposti a quelli maschili” (Repubblica, 12.9.2007). Ciò non è vero. Non solo non tutti i conventi femminili erano sottoposti a quelli maschili, ma successe anche il contrario: “ci si domandi che cosa ne direbbe il nostro XX secolo di conventi maschili posti sotto la direzione di una donna. (…) E tuttavia è proprio ciò che si verificò, con pieno successo e senza causare nella Chiesa il sia pure minimo scandalo, ad opera di Roberto di Abrissel, a Fontevrault, nei primi anni del XII secolo” (op. cit.). Egli pose, infatti, i monaci del suo ordine sotto la direzione della badessa dell’attiguo convento femminile.
Se alcune badesse avevano più potere degli abati, invece le donne sposate di qualunque categoria sociale erano indipendenti dai mariti anche relativamente al diritto di proprietà: “Negli atti stipulati è molto frequente il caso di una donna sposata che agisce per conto suo, per esempio avviando un negozio o un commercio, senza essere tenuta a produrre un’autorizzazione maritale” (op. cit.). Anche nelle campagne, fra i cosiddetti “servi della gleba”, c’erano donne che compravano o vendevano piccole proprietà: in un atto dell’XI secolo si parla di “due serve, di nome Auberede e Romelde, che alla fine dell’XI secolo (tra il 1089 e il 1095) acquistavano il proprio affrancamento in cambio di una casa che possedevano a Beauvais, sulla piazza del mercato” (op. cit.).
Donne che lavorano e donne che votano
Le prime femministe, apparse fra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo, si battevano per il riconoscimento di tre diritti fondamentali alle donne: il diritto all’istruzione superiore, il diritto di accedere a tutte le professioni e infine il diritto di voto. Ebbene le donne del Medioevo non avevano avuto bisogno di fare delle battaglie femministe per accedere al mondo del lavoro: “le iscrizioni della taglia (oggi diremmo le imposte di registro), ovunque ci siano state conservate, come nel caso della Parigi di fine XIII secolo, ci mostrano una folla di donne esercitanti i più vari mestieri: maestra di scuola, medico, farmacista, gessaiuola, tingitrice, copista, miniaturista, rilegatrice di libri e così via” (op. cit.). Notare: c’erano anche delle miniaturiste, ovvero delle artiste (un libro di miniature porta ad esempio questa iscrizione: “Omnis pictura et floratura istius libri depicta ac florata est per me Margaretam Scheiffartz” – “Ogni immagine e decorazione di questo libro è stata dipinta e disegnata da me, Margherita Scheiffartz”).
E adesso tenetevi forte: nel Medioevo non solo esistevano delle forme di democrazia diretta a livello locale, ma votavano sia gli uomini che le donne. Dall’insieme delle raccolte consuetudinarie, degli statuti delle città, ma anche dall’enorme massa degli atti notarili, dei documenti giudiziari, o ancora dalle inchieste ordinate da san Luigi “balza fuori un quadro che per noi presenta più d’un tratto sorprendente, dato che, per esempio, vediamo le donne votare alla pari degli uomini nelle assemblee cittadine o in quelle dei comuni rurali” (op. cit.). Non sorprende affatto che nel Medioevo esistessero alcune forme di democrazia diretta. Si attribuisce a Carlo Magno, imperatore cattolico, il motto: “Vox populi, vox Dei”. In una delle numerose lettere che inviava ai papi e ai re nel periodo drammatico della cattivita’ avignonese, santa Caterina da Siena scrisse: “Il potere non è assoluto, è prestato da Dio. O dal popolo”. Questa donna del popolo era ascoltata dai più grandi potenti del suo tempo. Sarebbe possibile una cosa simile oggi? Un secolo dopo, durante la guerra dei cent’anni, una semplice ragazza di umili origini riusc? a convincere i regnanti di Francia a metterla a capo di un esercito di uomini. Si chiamava Giovanna d’Arco.
Donne che studiano
Jacques Le Goff afferma bellamente che “la prima letterata donna della storia” sarebbe apparsa solo nel quindicesimo secolo nella persona di Cristina di Pisano, “poetessa e filosofa, molto critica con la misoginia dei suoi tempi” (Repubblica, 12.9.2007). Anche questo è inesatto: le donne letterate pullulavano da molto prima del quindicesimo secolo. Tre soli esempi: Dhuoda (autrice fra il 841 e il 843 del primo trattato di educazione pubblicato in Francia), la badessa Rosvita (autrice di un manoscritto del X secolo contenente sei commedie, in prosa rimata, che influirono grandemente sullo sviluppo letterario dei paesi germanici) e la badessa Herrada di Landsberg (autrice del celebre Hortus Deliciarum, l’enciclopedia più nota del XII secolo).
I poeti del XII secolo hanno ripetutamente vantato le qualità intellettuali delle donne del loro ambiente; Baudri de Bourgueil, scrivendo l’epitaffio di una certa Costanza, dice che era sapiente come una sibilla e fa anche l’elogio di una certa Muriel, che ha fama di recitare versi con voce dolce e melodiosa” (La donna al tempo delle cattedrali).
I poeti medievali lodavano le qualità intellettuali e spirituali delle loro donne, oggi invece la televisione e il cinema celebrano il culto della donna oggetto. A parte questo, gia’ nel 1883 lo studioso Karl Bartsch era giunto alla conclusione che “nel Medioevo le donne leggevano più degli uomini”. Forse non più degli uomini, ma certamente leggevano quanto loro. E quanto loro scrivevano: molti manoscritti portano la firma di copiste donne. In effetti “all’epoca feudale e nel Medioevo, le scuole monastiche istruiscono un po’ dovunque ragazzini e ragazzine…” (op. cit.). Nei conventi femminili, da sempre luoghi di studio oltreché di preghiera, le donne avevano la possibilità di ricevere un’istruzione di livello universitario: ad esempio la religiosa Gertrude di Hefta “ci racconta, nel XIII secolo, come fosse felice di passare dal grado di ‘grammatica’ a quello di ‘teologa’, vale a dire che, dopo avere percorso il ciclo di studi preparatori, si apprestava a passare ad un ciclo superiore come si faceva all’università. (…) D’altra parte, constatiamo che le religiose di quel tempo… sono per lo più donne di grande cultura, donne che avrebbero potuto gareggiare per dottrina con i monaci più eruditi del tempo. La stessa Eloisa [la celebre donna amata da Abelardo – N.d.R.] sapeva, e insegnava alle sue monache, il greco e l’ebraico” (Medioevo un secolare pregiudizio).
Hildegarda: scienziata, musicista, filosofa
Fra i più grandi geni di tutto il Medioevo, accanto a santi dottori come Bernardo e Tommaso, troviamo Hildegarda di Bingen. Nata nel 1098 presso Magonza e morta nel 1179, questa sposa di Cristo non fu solo una grande intellettuale ma anche una grande musicista (i cd con le esecuzioni degli inni e delle sinfonie che ella scriveva per le sue monache ultimamente vanno a ruba nei negozi specializzati, come ha verificato chi scrive).
Come più tardi santa Caterina, Hildegarda trovava ascolto presso papi, re, imperatori: “O re”, scrisse a Federico Barbarossa riferendogli le parole che Dio le aveva rivelato in una visione, “se ti preme di vivere, ascoltami, o la mia spada ti trafiggerà”. Nelle sue tre opere principali ella descrive le visioni soprannaturali che aveva fin dall’età di tre anni: il Libro dei meriti della vita, il Libro delle opere divine (tradotto di recente per Mondadori Meridiani Classici dello Spirito) e infine lo Scivias (in italiano: “conosci”). Quest’ultima è un’opera monumentale in cui Hildegarda attraversa con uno sguardo unitario tutti gli ambiti del sapere del XII secolo, dalla teologia alla poesia fino alla musica e alla pittura (nelle miniature che accompagnano il testo ella illustra le sue visioni). “L’analisi della sua opera ha rivelato che aveva avuto prescienza della legge d’attrazione e dell’azione magnetica dei corpi, mentre le sue profezie indicanti astri immobili alla fine dei tempi sono sembrate ad alcuni scienziati l’annuncio della legge della degradazione dell’energia; nelle sue opere si è potuto discernere anche ciò che sarebbe stato oggetto di scoperte scientifiche cinquecento anni dopo la sua morte: il sole al centro del ‘firmamento’, la circolazione del sangue ecc.” (La donna al tempo delle cattedrali).
L’emarginazione della donna inizia con l’Umanesimo
Insomma, sembra proprio che questa Cristina di Pisano “molto critica con la misoginia dei suoi tempi” non sia stata affatto la prima donna letterata del Medioevo, come pretende Le Goff. Pure la “misoginia” è un tratto caratteristico non della cultura medievale bensì della cultura che stava emergendo proprio nel secolo di Cristina: l’Umanesimo. Qualunque studente del liceo classico sa che nella società greca e romana le donne avevano un ruolo del tutto marginale. La cultura classica non ha mai prodotto una grande letteratura d’amore (con l’eccezione della poesia di Saffo e delle riflessioni di Platone sull’eros, entrambi a sfondo omosessuale). Nella letteratura cortese si parla di cavalieri che venerano la donna amata come “suzeraine”, ovvero “regina” in lingua d’Oil. Ebbene gli autori classici insegnavano agli umanisti a non venerare più la donna ma lo Stato. In Francia anche le regine vere e proprie iniziano a contare sempre meno, fin quando “a partire dal XVII secolo, la regina scompare letteralmente di scena a vantaggio della favorita [l’amante del re – N.d.R.]. (…) E quando l’ultima regina di Francia, volle riprendere una particella di potere, ebbe di che pentirsene, infatti si chiamava Maria Antonietta (è solo giusto aggiungere che l’ultima favorita, la Du Barry, raggiungerà sul patibolo l’ultima regina)” (Medioevo un secolare pregiudizio).
Non si è mai notato a sufficienza come, nell’età moderna, l’affermazione dello Stato assoluto e l’esclusione della donna dalla vita intellettuale e politica abbiano viaggiato su binari paralleli. La Pernoud individua la causa efficiente di entrambi questi fenomeni nella riscoperta umanistica del diritto romano, che è “il diritto di coloro che vogliono affermare un’autorità statale centrale” e “il diritto del pater familias”. Conformandosi al diritto romano, le legislazioni dei paesi europei tenderanno a “confinare la donna in quello che è stato, in tutti i tempi, il suo campo privilegiato: la cura della casa e l’educazione dei figli, finché le sarà tolto anche questo, a norma di legge. Infatti, si noti bene, è con il codice napoleonico che la donna non è più padrona neppure dei propri beni e svolge in casa propria solo un ruolo subalterno” (op. cit.).
Al declino femminile diede un contributo fondamentale anche la Riforma protestante. Martin Lutero vietava alle donne di operare al di fuori dell’ambito delimitato dalle tre “K”: Kirche, Kinder, Küche (chiesa, bambini, cucina). Quelle che provavano ad infrangere questo divieto, finivano braccate come “streghe” (Lutero gettava benzina sul fuoco della superstizione anti-stregonesca). Nello stesso periodo il raffinato umanista Erasmo da Rotterdam, nel celeberrimo Elogio della pazzia, definiva la donna “un animale inetto e stolto”. Le prove di questa nuova temperie culturale misogina, durata fino alla fine del diciannovesimo secolo, sono troppo numerose per citarle in questa sede. Per fare un solo esempio, Giacomo Leopardi non si è vergognato di scrivere che la donna “dell’uomo al tutto da natura è minor” e che nelle sue “anguste fronti” la donna non può contenere gli stessi alti pensieri dell’uomo. “Che se più molli \ e più tenui le membra, essa la mente \ men capace e men forte anco riceve” (dal canto Aspasia). Mentre il poeta dell’era positivista per le donne non aveva che parole di disprezzo, invece il poeta dell’era cristiana per le donne non aveva che parole di ammirazione: “Tanto gentile e tanto onesta pare \ la donna mia quand’ella altrui saluta, \ ch’ogne lingua deven tremando muta \ e li occhi no l’ardiscon di guardare (…) e par che sia cosa venuta \ da cielo in terra a miracol mostrare” (Dante nella Vita Nova). Che abisso separa Aspasia da Beatrice! Negli occhi di Aspasia Leopardi aveva visto il riflesso dell’infinito, una promessa di felicità eterna. Ma quando si era avvicinato alla donna, il riflesso era scomparso: allora si convinse che l’infinito era un inganno, che l’amore era una illusione, che la donna era solo fonte di delusione. Molti secoli prima Dante vide la stessa promessa negli occhi di Beatrice. Ma Beatrice non lo deluse affatto. Nell’ultima cantica della Divina Commedia è Beatrice a condurre Dante fino al cospetto di Dio. Dante ci insegna che non si può adorare la donna senza adorare Dio. L’odio di Leopardi per la donna nasce proprio dalla sua mancanza di fede in quel Dio che solo può compiere la promessa contenuta negli occhi della donna.
Insomma, anche Leopardi ci insegna qualcosa di importante: che il declino della fede cristiana è causa del declino femminile e della misoginia affermatasi dopo la fine del Medioevo. Quando tutti gli uomini credevano in Dio, e nella Madre di Dio, rispettavano le donne. Da quando Dio è stato dato per morto, è morta pure la dignità della donna. Ridotta oggi ad essere carne da pornografia.
I frutti (amari) del femminismo laicista
Non bisognerebbe mai parlare di “femminismo” al singolare. Il femminismo cattolico di Edith Stein (vedi Pepe-documenti) è molto diverso dal femminismo laico o addirittura laicista degli ultimi quaranta anni. Sia il femminismo laico che quello cattolico rivendicano alle donne il diritto di avere un ruolo nel mondo, al di fuori delle mura domestiche. La differenza irriducibile fra il femminismo cattolico e quello laico, è che il secondo mira alla completa cancellazione di ogni distinzione fra un ruolo maschile e un ruolo femminile. Sessant’anni fa Simone de Beauvoir chiedeva che alle donne fosse impedito con la forza di dedicare più tempo alla cura dei figli che alla carriera. Molte femministe portano avanti ancora oggi questa crociata.
Nel libro La strada degli errori. Il pensiero femminista al bivio (Feltrinelli 2004) la femminista storica Elisabeth Badinter torna a negare l’esistenza di un “istinto materno” e se la prende con quelle donne “retrograde” che oggi tornano ad allattare i loro neonati al seno, rinunciando cos? ai vantaggi dell’allattamento artificiale. Questo ultimo, molto in voga negli anni Settanta e Ottanta, consente alla donne di passare più tempo fuori casa. Nel libro No kid. Quaranta ragioni per non avere figli (di prossima uscita per Bompiani) Corinne Maier, madre di due bambini, sostiene che i figli impediscono alla donna di vivere una vita piena ed appagante. Comunque non tutte le femministe la pensano come la Meier. La maggior parte delle femministe “storiche” non consigliano alle donne di non fare figli ma casomai di farne pochi per avere più tempo da dedicare alla carriera. Si dice che un albero si giudica dai suoi frutti.
Ebbene, oggi in Occidente cominciamo a cogliere i frutti amari di cinquant’anni di femminismo laicista. Oggi le donne occidentali fanno sempre meno figli (con conseguenze devastanti, che tutti conosciamo, per la civiltà occidentale) e passano sempre meno tempo con loro. In uno studio recente dal titolo The epidemic, lo psichiatra infantile Robert Shaw dimostra che i figli delle donne che passano la maggior parte del tempo fuori casa crescono male: sono viziati e consumisti, rendono poco negli studi, sono più esposti alla seduzione degli stupefacenti e più inclini ai comportamenti criminali (le baby gang proliferano in tutti i paesi occidentali).
Negli Usa il sito TheEpidemic.com raccoglie migliaia di testimonianze di genitori americani che confermano la giustezza delle osservazioni di Shaw. E se i bambini stanno male, le donne non stanno bene: soffrono come mai prima nella storia di nevrosi e depressione.
Oggi, in pieno regime di correttezza politica, ogni tentativo di critica al femminismo laicista viene stroncato sul nascere. Nonostante questo, le voci di critica a questo femminismo si levano sempre più numerose. Sfidando i rigori dell’inquisizione politically correct, alcuni scienziati dimostrano con argomenti scientifici che fra uomini e donne non ci sono soltanto delle differenze meramente fisiche. Di recente il neurologo cognitivista di Cambridge Simon Baron-Cohen, autore de “The essential difference” (tradotto da Mondadori nel 2003) ha dimostrato che il cervello dei maschi è programmato per operazioni di tipo sistematico, mentre il cervello delle femmine è più empatico. Nei suoi esperimenti ha rilevato che i neonati maschi sono più attratti dalle figure geometriche mentre le neonate sono più attente ai volti delle persone. Lo scorso anno la neuropsichiatra americana Louann Brizendine ha pubblicato uno studio, che ha fatto molto scalpore, in cui dimostra che esistono addirittura delle differenze morfologiche fra il cervello maschile e quello femminile. In sintesi, alcune zone del cervello sono più sviluppate nelle donne che negli uomini: la corteccia prefrontale (preposta al controllo degli impulsi aggressivi e all’autocontrollo), l’insula (legata alla capacità di intuizione e di empatia), la corteccia anteriore (legata alla facoltà di prendere le decisioni), l’ippocampo (il deposito della memoria). L’ipotalamo (il regolatore degli ormoni legato all’insorgere della pubertà) si sviluppa prima nelle ragazze che nei ragazzi, mentre la ghiandola pituataria è più attiva nelle donne, regolando le fasi della gravidanza e dell’allattamento (Repubblica, 24\76).
Finalmente oggi la scienza dimostra quello che sarebbe necessario dimostrare, e cioè che le donne sono diverse dagli uomini. Tutte le caratteristiche non solo fisiche ma anche mentali della donna sono orientate ad uno scopo: essere instancabilmente per l’uomo e per il suo bene.

Articoli su Pepe 2006 – 2007

Matrimonio e destino

Pubblicato su Pepe 16, marzo-aprile 2006.

Essere illiberali per salvare il liberalismo

Pubblicato su Pepe 17, maggio-giugno 2006.

Pepe_17_rid

E nacque la massa, la morte del popolo

De sade, l’anticipatore

Pubblicato su Pepe 18, settembre-ottobre 2006.

Pepe_18_rid

Urge nave per mare tempestoso

Pubblicato su Pepe 19, novembre-dicembre 2006.

Pepe_19

Un palazzo di cristallo insanguinato

E l’utopia finì in pornografia

Pubblicato su Pepe 20, marzo 2007.

Pepe_20_rid

Chi odia la ricchezza odia la sua carne

Pubblicato su Pepe 21, estate 2007.

Navigazione articolo