Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

Il male negato

Pubblicato su Tempi, 6 maggio 2004.

Qual è la causa del declino dell’Occidente? Secondo alcuni il sistema capitalista, secondo altri l’inquinamento, secondo altri ancora i complotti della Cia. Solo pochi eccentrici ritengono che questa causa vada ricercata nei totalitarismi che lo aggrediscono (comunismo, nazismo, nichilismo, fondamentalismo islamico). Ma cos’è che prepara il terreno all’affermazione del potere totalitario?

Fognature sociologiche
Mi spiego con un esempio molto fantasioso. Immaginiamo che un venerdì di preghiera io vada a far strage in una moschea al grido di “viva Gesù”. I commentatori cercherebbero forse nelle difficoltà sul lavoro, nelle delusioni sentimentali, nell’aumento dei prezzi in euro e nella crisi della mia generazione le cause della strage? Non credo. Verosimilmente mi darebbero dell’assassina punto e basta, senza spiegazioni e giustificazioni, mentre folle di cittadini italiani scenderebbero in piazza a manifestare la loro solidarietà alla comunità musulmana. Passiamo dall’esempio fantasioso alla realtà. Domenica 28 marzo u.s. un immigrato islamico muore nel tentativo, fallito, di fare morire con sé tutti gli avventori di un McDonald’s bresciano. I giornali ne hanno forse parlato come di un esecrabile assassino, sia pure mancato? Nient’affatto. Mentre la comunità musulmana voltava la testa dall’altra parte, il Corriere della Sera (31 marzo 2004) tracciava “Il profilo di chi diventa kamikaze”: «Possono essere molte le motivazioni di un kamikaze “fai da te”. Difficoltà familiari come un divorzio, la perdita di un parente o la separazione dal resto della famiglia, unite a uno stato di prostrazione, solitudine e rabbia. Entrano nella scelta aspetti che vanno dalla situazione personale del singolo, magari di discriminazione o di difficoltà di lavoro, a fattori più generali come un conflitto in un paese arabo o la morte di civili in Irak o Palestina. Questo tipo di kamikaze si uccide per motivi personali, ma poi cerca di “nobilitare” il suo gesto associandolo ad eventi politici. Anche la religione può diventare il tramite tra il gesto disperato e la motivazione politica». Il procuratore di Brescia descriveva il mancato kamikaze, reduce da un divorzio doloroso, come «una persona in sofferenza mentale profonda… una persona con difficoltà di tipo personale e familiare, che viveva miseramente in un camper pur lavorando e avendo i mezzi per vivere normalmente» (N. Vallini, “Muoio per Allah, contro la guerra di Italia e Usa”, Corriere della Sera, 31 marzo 2004). Infine Magdi Allam riferiva del «cocktail micidiale di emarginazione sociale, precarietà affettiva e crisi d’identità» che genererebbe il terrorismo (M. Allam, “Quel kamikaze della porta accanto”, Corriere della Sera, 31 marzo 2004).
Ebbene in questi commenti, presi a caso fra i tanti che si potrebbero citare, non è tracciato, come sembra, il profilo del kamikaze Mostafà Chaouki, ma del brodo di coltura dei totalitarismi: la SOCIOLOGIA! Consumato dalla mentalità sociologica come da un cancro in metastasi, l’Occidente è un moribondo cui il totalitarismo islamico viene a dare il colpo di grazia. L’effetto principale del cancro sociologico è precisamente quello di accecare completamente la vittima, che non riesce più a difendersi da un nemico che non vede. Oltre a non vederlo, la vittima (cioè l’Occidente) nega addirittura l’esistenza del nemico per effetto della lunga apostasia. Questo nemico è il male.
Più che una scienza, la sociologia è lo scolo fognario di tutte le correnti di pensiero derivate da Jean-Jacques Rousseau, ovvero del pensiero moderno nella sua interezza. Il tratto in assoluto caratteristico della sociologia è la negazione della libertà: non è l’uomo a fare la società, ma la società a fare l’uomo, ossia le azioni dell’uomo non dipendono dalla sua volontà. La negazione della libertà si porta dietro la negazione del male: come recita la massima di Rousseau, l’uomo è buono e la società lo rende cattivo. Nello specifico l’uomo fa il male non perché semplicemente lo vuole, ma perché è afflitto da problemi economici e lavorativi (secondo la lezione marxista), da scompensi psichici e affettivi (secondo la lezione freudiana), dall’ignoranza (secondo la lezione socratica), dalla solitudine e chi più ne ha più ne metta. In termini cristiani l’uomo non è capace di essere buono a causa del Peccato Originale ed è sempre pienamente responsabile del male che compie in «pensieri, parole, opere ed omissioni». Invece in termini sociologici l’uomo non è colpevole del male che compie, semmai è vittima dei fattori esterni alla sua volontà che lo portano a fare del male.

Stupido uomo bianco, sottomettiti e sarai salvo
Perché invece, tornando all’esempio di prima, se io facessi una strage difficilmente i giornalisti mi descriverebbero come una vittima di questo o quello? Risposta: perché non sono una extracomunitaria. L’indulgenza plenaria per lo straniero è ancora una conseguenza di Rousseau, che distingueva fra l’europeo corrotto e il “buon selvaggio” non ancora corrotto dalla società europea. In quanto l’uomo è buono e la società lo rende cattivo, il selvaggio è buono e l’europeo è cattivo. Lo “stupido uomo bianco” (titolo di un bestseller di Michael Moore) sfrutta il “buon selvaggio” del Terzo mondo che si ribella col terrorismo, versione post-moderna della rivoluzione. Gli stupidi borghesi bianchi consumano l’80 per cento delle risorse mondiali, sfruttano i bambini del Terzo mondo con le loro malvagie multinazionali, corrompono la bella cultura dei selvaggi con i McDonald’s e la democrazia, infine emarginano per razzismo i buoni selvaggi immigrati in Occidente. Quindi il terrorismo antioccidentale è colpa degli occidentali ovvero i massacri sono colpa dei massacrati. L’11 settembre è colpa degli americani, l’11 marzo è colpa degli spagnoli alleati degli americani, le quotidiane stragi in Israele sono colpa degli israeliani alleati degli americani. Non a caso due artisti svedesi hanno dedicato un monumento non agli israeliani sterminati in un ristorante di Haifa il 4 ottobre 2003, ma alla povera sterminatrice palestinese (purtroppo quel “vandalo intollerante” dell’ambasciatore israeliano a Stoccolma, come è stato definito dagli artisti e da schiere di pacifisti, ha distrutto l’opera; cfr. L. Coen, “Svezia, opera d’arte su kamikaze, l’ambasciatore israeliano la distrugge”, Repubblica, 18 gennaio 2004).
Quanto più i massacrati tentano di difendersi, tanto più incentivano i massacri. Reagendo con la forza al terrorismo, gli occidentali aumentano l’oppressione e quindi aumentano il terrorismo da parte degli oppressi. Combattendo contro le organizzazioni che reclutano i kamikaze, gli israeliani aumentano l’oppressione dei palestinesi facendo così aumentare anche il numero dei kamikaze. Combattendo contro i terroristi in Afghanistan e in Irak, gli americani aumentano l’oppressione dei popoli musulmani facendo così aumentare anche il numero dei terroristi. Allora cosa dovrebbe fare l’Occidente per debellare il terrorismo? Ma è semplice: smetterla di opprimere i popoli del Terzo mondo. In quale maniera? Come ripetono sempre, da sinistra a destra, occorre «diffondere il benessere nei paesi arabi e completare il processo di integrazione degli immigrati in Occidente». La formula per sconfiggere il terrorismo starebbe in queste due paroline magiche: benessere e integrazione. Le paroline magiche schiuderanno le porte ad un’era (o new age) di fratellanza multietnica e multiculturale sotto il segno dell’Acquario.

Che c’entra il terrorirsmo con i poveri? Niente
Ovviamente la magia funziona solo nelle favole e la realtà è ben diversa da come ce la dipingono i discepoli ritardatari e ritardati di Rousseau. Giacché, primo: l’Occidente non consuma bensì produce l’80 per cento delle risorse mondiali. Secondo: le multinazionali non sono dedite allo sfruttamento dei bambini e, difficile a credersi, incentivano le economie locali. Terzo: i paesi arabi sono fra i più ricchi del mondo a causa del petrolio. Quarto: non sono i “razzisti” occidentali a ostacolare l’integrazione degli immigrati musulmani, ma sono questi ultimi a non volersi integrare nella società occidentale (parola del musulmano moderato Bassam Tibi: «Due terzi degli islamici d’Europa non desidera affatto integrarsi», Repubblica, 18 ottobre 2003). Come nota Adriano Sofri, «i primi contraccolpi di questa sensazione di fallimento sono venuti proprio dai paesi nordici in cui più generosa e metodica, fino all’eccesso di zelo pedagogico, era stata l’intenzione assimilatrice. (…) Le caratteristiche stesse dell’islam contemporaneo lo rendono assai più renitente allo scambio, per non dire all’assimilazione verso le altre culture» (A. Sofri, “Gli immigrati e le paure del vecchio continente. Europa mai così insicura”, Repubblica, 13 maggio 2002). Più importante ancora, i fatti dimostrano che né il benessere né l’integrazione possono fermare il virus del terrorismo. Pure tralasciando la sempre più vasta schiera di “stupidi uomini bianchi” passati dalla parte del “buon selvaggio” in capo Osama Bin Laden (dal californiano Johnny Walker al siciliano Domenico Quaranta), i mujaheddin con nomi arabi o pakistani partiti dall’Europa per combattere in Afghanistan e in Irak sono quasi tutti cittadini europei nati e cresciuti in Europa, come lo sono gli otto terroristi trovati in possesso di ingenti quantitativi di esplosivo alle porte di Londra il 30 marzo 2004.
Alla faccia dell’integrazione (vedi Magdi Allam, Kamikaze made in Europe, Mondadori). In poche parole, non esistono cause sociologiche del terrorismo. Smettiamola quindi di cercare queste cause al di fuori del cuore dell’uomo.

Il terrorismo il prodotto di una educazione e di una cultura
Se il terrorismo ha un merito, è quello di riportare alla luce del sole quello che la modernità aveva nascosto sotto tonnellate di fango sociologico: la libertà dell’uomo di fronte al bene e al male. Tuttavia rifiutare l’errore sociologico non significa affermare l’errore opposto. Se è vero che le scelte dell’uomo sono gratuite, è altrettanto vero che l’uomo, non essendo un puro spirito, è influenzato dal suo ambiente. Anche se l’ultima parola spetta alla sua libertà, esistono sicuramente dei fattori ambientali che favoriscono la scelta del terrorismo. Quali? L’ex terrorista pentito Mansour al-Nogaidan non ha dubbi: secondo lui Bin Laden è «un prodotto della stessa cultura che fu la sua, e quella di tanti altri sauditi. “Un figlio legittimo di quell’atmosfera, di teorie che non potevano portare che a quello: se non fosse stato lui, sarebbe stato un altro”. Parte di quella cultura è anche “la nostra ferita narcisistica, il nostro essere sempre rivolti alla grande civiltà araba (…) così Bin Laden può diventare il nuovo Madhi, il salvatore che vendica gli arabi”». (G. Rampoldi, “Volevo combattere gli infedeli”, Repubblica, 18 gennaio 2004). In quali ambienti si possono assorbire educazione e cultura che, secondo Mansour al-Nogaidan, generano il terrorismo? In realtà basterebbe entrare nella grande moschea di Cremona un qualunque venerdì di preghiera per venire a conoscenza del fatto che i cristiani sono “scimmie”, gli ebrei “maiali” (Repubblica, 1 aprile 2004) e quindi per dedurne che si possono uccidere i cristiani e gli ebrei con gli stessi rimorsi di coscienza con cui si uccidono le scimmie o i maiali. Se in Occidente le moschee che ospitano gruppi legati al terrorismo internazionale sono una infima minoranza, invece le moschee in cui si diffondono messaggi antioccidentali, antisemiti e anticristiani sono approssimativamente l’80 per cento del totale (stime Cia).

Il terrorismo è favorito dall’odio di sé trasmesso dall’Occidente
è vero che il 95 per cento dei musulmani immigrati in Occidente non va mai in moschea. Attraverso quale educazione e cultura allora può arrivare al terrorismo? Risposta: televisione, carta stampata e Internet. «Ciò che la televisione trasmette continuamente, ciò che i giornali continuamente commentano, raccontando senza vergogna – avverte Fiamma Nirenstein – è che l’Occidente avvelena, impoverisce, ruba, incatena, ed è l’origine di ogni male». Inoltre «leggendo i giornali, sentendo la radio, guardando la tivù dei paesi musulmani si può affermare che il senso comune legge il jihad secondo il modo in cui viene descritto, ovvero una guerra contro gli infedeli e gli apostati. (…) Un jihad ben concreto, fatto, come dice Bin Laden, per uccidere gli americani e i loro alleati, civili e militari, come dovere individuale di ciascun musulmano» (F. Nirenstein, L’abbandono. Come l’occidente ha tradito gli ebrei, Rizzoli, 2002). Come riferiva subito dopo l’11 settembre Diario, un giornale della sinistra multiculturalista e pacifista, nei mesi precedenti al settembre 2001 sulla stampa araba si potevano leggere cose di questo tipo: «Le operazioni di martirio devono continuare, Allah lo vuole – dice lo scrittore Amru Nasif – e la loro ferocia deve aumentare… per colpire ancora con una esplosione che mieterà il doppio delle loro anime puzzolenti. Facciamo sì che gli Stati Uniti e l’Occidente vadano all’inferno con la loro lurida cultura». Gli inviti ad andare all’inferno noi con la nostra lurida cultura ce li manda Al Usbu, un quotidiano legale di ampia tiratura stampato appena al di là delle sponde del Mediterraneo e venduto pure nelle edicole d’Europa. Per capire in che modo le televisioni arabe descrivono la realtà, prendiamo ad esempio un fatto recente. Il 6 aprile 2004 il contingente italiano a Nassiriya è stato costretto a rispondere al fuoco dell’esercito di Moqtada al-Sadr, che aveva occupato illegalmente tre ponti. Durante gli scontri sono rimasti uccisi per errore, oltre a dodici rivoltosi, due bambini e una donna usati dai rivoltosi come scudi umani. Ebbene, ascoltando le Tv satellitari in lingua araba (e leggendo i siti Internet italiani dei cosiddetti Disobbedienti, Indymedia eccetera), gli italiani avrebbero fatto fuoco su una vettura di inermi civili (Tv iraniana Al ‘Alam), avrebbero ucciso a sangue freddo «decine di civili irakeni» (il canale dello Hezbollah libanese al Manar) e infine avrebbero attaccato direttamente la città con mezzi corazzati lasciando sul terreno decine di morti e di feriti. Riferendo questa ultima “notizia”, la Tv del Qatar Al Jazeera mostrava la gente di Nassirya che, imitando l’Intifada palestinese, lanciava sassi contro i soldati italiani (M. Haman, “Gli italiani uccidono i civili”, Repubblica, 7 aprile 2004). Gli abitanti di Falluja e di Nassiriya non accettano più i medicinali e i beni di prima necessità offerti dai volontari della Croce Rossa italiana perché, come riferiscono questi ultimi, sono convinti che gli italiani stiano tentando di avvelenarli. Chi può avere messo loro in testa questa idiozia se non le stesse Tv che, spesso e volentieri, parlano dei governi occidentali che tramano per avvelenare l’aria e l’acqua dei paesi arabi o che diffondono «chewing gum avvelenati e caramelle drogate per uccidere i bambini e per indurre le donne a comportamenti sessualmente corrotti» (F. Nirenstein, op. cit.)?
Non possiamo fare l’errore di liquidare questa scuola satellitare dell’odio come “libertà d’informazione”.

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