Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

Sartre: l’ipocondriaco nauseabondo

Pubblicato su Tempi, 3 agosto 2005

«LA MIA FILOSOFIA è UNO SFORZO PER DEDURRE TUTTE LE CONSEGUENZE DA UNA POSIZIONE ATEA COERENTE». A VENTICINQUE ANNI DALLA SUA MORTE, COSA RIMANE? POCO DEL SUO FRIABILE PENSIERO, MA MOLTO DEL SUO LOGO DI INTELLETTUALE VAGABONDO E GLAMOUR CHE PIACE AI CINEASTI E MAITRES à PENSER NOSTRANI
Di Jacob Giovanna
in Cultura
03 Ago 2005

Jean Paul Sartre è morto venticinque anni fa (il 15 aprile 1980) ma il suo fantasma è ancora vivo. Sebbene il suo pensiero sia irrimediabilmente passato di moda negli ambienti intellettuali, è certo che le singole idee di Sartre sono diventate patrimonio di quella che si chiama la cultura dominante. La filosofia di Sartre fonde, sulla base della fenomenologia di Heidegger, le principali correnti di pensiero della modernità post-illuminista: il marxismo, la psicanalisi freudiana e la componente più permissiva del pensiero liberale (quella già condannata da Pio IX col Sillabo). Il denominatore comune di queste correnti di pensiero è l’ateismo. In effetti la filosofia di Sartre è, nelle sue stesse parole, «uno sforzo per dedurre tutte le conseguenze da una posizione atea coerente».

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Alla base del pensiero di Sartre c’è l’idea della totale incompatibilità fra la libertà dell’uomo e la libertà di Dio. Se Dio esistesse, dice Sartre, l’uomo potrebbe scegliere solo fra l’accettazione o il rifiuto di Dio come unico scopo esauriente della sua vita, e quindi non sarebbe veramente libero. Infatti la vera libertà consiste, secondo Sartre, nel potere scegliere noi stessi lo scopo per cui vivere. L’Infinito, se esiste, impedisce alla libertà di essere infinita. C’è pure dell’altro. Dal momento in cui comincia ad essere fabbricato, un tagliacarte è esattamente come il fabbricante l’ha pensato. Similmente, dice Sartre, nella concezione cristiana «l’uomo individuale incarna un certo concetto che è nell’intelletto di Dio». Ebbene Sartre è convinto che, se si conformasse ad un “concetto” o “essenza” pensata da Dio (sia come insieme delle caratteristiche della specie uomo sia come insieme delle caratteristiche uniche e irripetibili di un individuo) l’uomo non sarebbe veramente libero, perché libertà significa anche libertà di essere ciò che si vuole. L’uomo «non è nient’altro che quello che progetta d’essere; egli non esiste che nella misura in cui si realizza; non è, dunque, nient’altro che l’insieme dei suoi atti, nient’altro che la sua vita» (L’esistenzialismo è un umanismo).

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Per Sartre l’uomo è «quello che progetta d’essere» nel senso che il suo essere uno scrittore famoso o non esserlo, il suo essere un uomo sposato oppure un uomo celibe, il suo essere coraggioso oppure vile, è esito di una sua scelta. Non poteva immaginare che con i progressi della tecnica l’uomo avrebbe potuto scegliersi, oltre alla professione e allo stato civile, anche la forma del naso o il sesso. D’altra parte, se è vero che «non vi è una natura umana, poiché non v’è un Dio che la concepisca» (Sartre, op. cit.), non sono più possibili distinzioni non solo fra ciò che è secondo o contro natura, ma anche fra naturale e artificiale. Come dice il transessuale reduce da numerosi interventi di chirurgia estetica nel film di Almodovar “Tutto su mia madre”: «Una è più autentica, quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stessa». Scrive Fernando de Haro a questo proposito: «L’unica identità che vale sarebbe quella che possiamo costruire con la nostra volontà. (.) In questo inizio del secolo XXI, l’ideologia del genere – molti non la conoscono ma hanno assunto i suoi postulati – teorizza che non ci sono sessi e che le fisionomia differenziate sono un prodotto culturale. Ogni persona quindi, attraverso scelte successive, si ascrive a uno dei numerosi generi (omosessuale, bisessuale, eterosessale. la lista è sempre aperta)» (Tracce, luglio-agosto 2005).
Sacerdote di questa nuova ideologia, Mario Vargas Llosa afferma tranquillamente che dietro gli argomenti contro il matrimonio omosessuale e l’adozione da parte di coppie gay «non ci sono ragioni, solo inveterati pregiudizi, una ripugnanza istintiva verso chi ama in un modo che secoli di ignoranza, stupidità, oscurantismo dogmatico e fantasmi inconsci hanno demonizzato definendolo “anormale”. In realtà la scienza – la biologia, l’antropologia, la psicologia, la storia, soprattutto – ha da tempo stabilito che parlare di “anormalità” in campo sessuale è rischioso e fuorviante. Salvo casi estremi, là dove si sconfina nel crimine, e che non si possono assolutamente identificare con una precisa opzione sessuale, l’universo sessuale è variegato, una costellazione di vocazioni e predisposizioni che oltrepassano la demarcazione fra eterosessualità e omosessualità. Così come capita in tanti altri campi della personalità individuale quando si parla di attitudini, di preferenze, gusti, incompatibilità, caratteristiche fisiche e intellettuali, ecc.» (Mario Vargas Llosa, “Liberali questi socialisti”, La Stampa, 1/7/05). Non stupiamoci se anche i pedofili cominciano a pensare che dietro il divieto del rapporto-adulto bambino non ci siano ragioni ma solo inveterati pregiudizi, ignoranza, stupidità, oscurantismo dogmatico e fantasmi inconsci (ne riparleremo).

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I greci e i romani pensavano che esistesse una natura umana e pure una legge naturale, ovvero un insieme di norme morali scritte nel cuore dell’uomo dalla natura. Quella che i greci chiamavano natura ha molto a che fare con quello che i credenti chiamano Dio, visto che le norme della legge naturale coincidono largamente con le norme che, secondo la Bibbia, fu Dio stesso a scrivere sulle tavole della Legge. La legge naturale si può riassumere in un solo concetto molto semplice: è vietato fare male a se stessi e agli altri esseri umani. Il Vangelo aggiunge soltanto che, oltre a non fare il male, bisogna pure fare il bene di se stessi e degli altri amando Dio sopra ogni cosa. Secondo la legge naturale dedicarsi a pratiche contro natura è fare del male a se stessi e agli altri. Secondo la legge naturale uccidere un uomo quando è adulto oppure ucciderlo quando è ancora un embrione o un monozigote è la stessa cosa. Per questo, con buona pace di Vargas Llosa, i greci e i romani antichi avrebbero sicuramente votato a larghissima maggioranza contro il matrimonio gay e pure contro l’aborto e la ricerca sulle cellule staminali (lo ha sostenuto, citando numerosi documenti, la storica Marta Sordi su Avvenire del 29 giugno 2005).
Anche all’atea Oriana Fallaci non vanno a genio l’aborto, il matrimonio gay e le tecniche che mirano a fare dell’uomo «un prodotto di sé stesso, della eugenetica mengeliana, della bioetica frankensteiniana». Da atea sente di stare dalla parte di Ratzinger, che pure parlando «in chiave religiosa, da filosofo anzi da teologo che non prescinde dalla sua fede nel Dio Creatore» in ogni caso «difende la Natura» (Corriere della sera, 3/6/2005). «Mi sento meno sola quando leggo i libri di Ratzinger. (.) Io sono atea, e se un’atea e un Papa pensano la stessa cosa ci deve essere qualcosa di vero. È semplicissimo! Qui ci deve essere qualche verità umana che va al di là della religione» (intervista al Wall Street Journal). Ebbene Jean Paul Sartre e i suoi discendenti non possono che rifiutare come un ostacolo alla libertà totale questa verità umana che va al di là della religione. Come non esiste una natura umana, così non esiste una legge naturale. Non esistono un bene e un male, non esistono dei valori universali, esiste solo la libertà che di volta in volta decide che cosa è bene e che cosa è male, che si sceglie i suoi valori e li supera in continuazione come il super-uomo di Nietzsche.

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Tuttavia Sartre sta bene attento a non usare mai il linguaggio di Nietzsche. Per Sartre l’uomo deve continuamente superare i valori non per una sua infinita autoaffermazione, ma per fare delle scelte adeguate alle diverse circostanze. Sartre argomenta: né i valori di Cristo né quelli di Kant possono fornire una direttiva alle mie scelte, perché le circostanze concrete in cui mi trovo a scegliere sono sempre, inevitabilmente troppo complesse e contraddittorie per agire rispettando quei valori immutabili. Sartre fa l’esempio di un ragazzo che, durante la guerra, deve scegliere se rimanere a casa con la madre, ad accudirla e confortarla, oppure unirsi agli Alleati per liberare la Francia dall’occupazione nazista: in entrambi i casi, secondo Sartre, egli viene meno al principio della carità, perché se va a combattere manca di carità verso la madre, se invece sta con la madre manca di carità verso un gran numero di suoi connazionali cui egli potrebbe salvare la vita combattendo in loro difesa. Quindi l’unica soluzione è che l’uomo decida da solo, assumendosene la piena responsabilità, i valori in base ai quali conformare le sue azioni di volta in volta. Ora questa argomentazione sembra piuttosto debole: l’infinita varietà delle circostanze non implica necessariamente l’infinita varietà dei valori.
Il problema non è trovare o inventare un diverso valore per ogni diversa circostanza, ma adattare alle diverse circostanze, sia pure al prezzo di strazianti dilemmi interiori, dei valori e dei principi universali, primo fra tutti quello secondo cui l’uomo non è mezzo ma fine delle azioni. Oltretutto per chi crede in Dio i dilemmi ad un certo punto vengono meno: il ragazzo dell’esempio non verrà meno al principio di carità nella misura in cui, fra le due, sceglierà l’opzione che egli sente rispondere alla volontà di Dio su di lui, non ad un suo calcolo egoistico mascherato di carità. Nonostante sia facilmente confutabile, questa argomentazione di Sartre gode tuttora di enorme prestigio. Essa è alla base di quello che oggi si chiama il relativismo culturale. Eugenio Scalfari ci tiene a sottolineare che «il relativismo non è nichilismo, al contrario. Il relativismo comporta un impegno continuo e responsabile sulle verità morali di volta in volta valide nell’epoca e nel luogo. Verità assolute nell’epoca e nel luogo, ma variabili secondo i mutamenti d’epoca e di luogo. Nulla meno di questo ma anche nulla di più» (E. Scalfari, “La fede dei laici contro i nichilisti”, Repubblica, 2/1/05).
E se in una diversa epoca e in un diverso luogo l’uomo non è più fine ma mezzo delle azioni altrui, potremmo ritenerlo accettabile? Io no, Paolo Flores D’Arcais e Umberto Galimberti invece sì. D’Arcais lo abbiamo colto in castagna ad assolvere le mutilazioni genitali: «Consideriamo tutti un male le mutilazioni genitali: ma le madri di quelle bambine ritengono che sia giusto farle. La loro ragione non è abbastanza “illuminata”, è “imperfetta”? Ma chi decide sulla perfezione di ogni ragione individuale? Su quale lista prestabilita di verità?». (Repubblica, 22 giugno 2005). Galimberti lo abbiamo colto in castagna ad assolvere la poligamia in nome della tolleranza, che consiste nella «capacità. di ipotizzare che l’altro abbia un tasso di verità superiore al mio, a cui io non riesco ad accedere» (D la repubblica delle donne, 31 maggio 2005).

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In fondo il relativismo di Sartre e di Scalfari non è veramente relativista, perché al soggetto riconosce un valore assoluto. Infatti è il soggetto che decide quali valori sono giusti nei diversi contesti. Tutto è relativo tranne l’io, che prende il posto di Dio. In questo senso il reativismo non è che un travestimento del superominismo di Nieztsche. Per Sartre è vero quello che dice Dostoevskij: «Se Dio non esiste, tutto è permesso». D’accordo: egli non dice, come André Gide, che ogni infamia è lecita se obbedisce al «principio di piacere». D’accordo: per Sartre l’uomo non deve agire solo come «responsabile di se stesso» ma anche come «responsabile di tutti gli uomini», ovvero deve calcolare gli effetti che le sue azioni hanno non solo su di sé ma anche sugli altri, perché gli altri non sono cose senza nessun valore («L’altro è indispensabile alla mia esistenza, così come alla conoscenza che io ho di me»). Però Sartre dice anche che la libertà dell’altro restringe inevitabilmente la sfera della mia libertà. Se dunque l’unico valore assoluto è la mia libertà e se il prossimo la limita, se per sovrapprezzo non c’è un Dio a punire le mie eventali malefatte, chi me lo fa fare di limitare la mia libertà per rispetto del prossimo? Non sembra che Sartre abbia dei validi argomenti contro De Sade, che nella Filosofia del budoir sosteneva che solo con l’abrogazione delle leggi contro l’incesto, l’assassinio, il furto, la calunnia, l’infanticidio e via discorrendo i francesi sarebbero diventati pienamente «repubblicani» ovvero pienamente liberi. Marco Pannella, un ex seguace di Sartre, qualche valido argomento contro l’omicidio ce l’ha ancora, ma non se l’omicidio riguarda i bambini nel ventre della madre o le cellule che diventerenno prima bambini e poi adulti. Anzi secondo lui vietare questo tipo di omicidio è un attentato ai diritti fondamentali dell’uomo.

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Sui giornali sia di destra che di sinistra si legge che l’ideologia islamista è una forma di reazione alla modernità laica, agnostica, relativista, libertaria e libertina, e che quindi per limitare la diffusione dell’ideologia islamista fra le folte comunità islamiche d’Occidente è necessario rafforzare la cultura laica, agnostica, relativista, libertaria e libertina. Il cattolicesimo non può contrastare l’islamismo perché esprime i medesimi valori oscurantisti e reazionari dell’islamismo. Quindi fa bene Zapatero a concedere i matrimoni gay, a favorire l’aborto e a togliere ogni limite alla ricerca sulle cellule embrionali. Se per soggezione nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche Zapatero negasse agli omosessuali il “diritto” di sposarsi, togliesse alle donne il “diritto” di abortire e ostacolasse la ricerca sulle cellule embrionali, farebbe il gioco degli integralisti, che nei loro paesi linciano i gay, opprimono le donne e demonizzano il progresso tecno-scientifico. In realtà non sono i valori cattolici ma è proprio la libertà zapatera, svincolata dalla legge naturale, a fare il gioco degli islamisti.
Se non c’è più la legge naturale, non si possono vietare i matrimoni gay ma non si può neppure vietare la poligamia, non si può vietare la ricerca sulle cellule staminali ma non si può vietare neppure la clitoridectomia, non si può vietare la diffusione della pornografia di massa e ad un predicatore islamista di reclutare terroristi suicidi pronti a distruggere l’Europa. Il super-uomo di Nietzsche e l’uomo sartriano, che vivono superando di continuo i valori occidentali, aprono le porte ai killer dell’Europa.

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Nel tentativo di superare la sua visione anarchica e solipsistica, Sartre approdò al marxismo, «insuperabile filosofia del nostro tempo» (Questioni di metodo). Per lui il marxismo è soprattutto un formidabile collante ideologico in grado di unire tanti individui, altrimenti isolati, in una comune «azione rivoluzionaria» finalizzata a rompere le catene dell’alienazione prodotta dal sistema di produzione capitalista, e quindi ad allargare la sfera della libertà individuale. Tuttavia il comunismo è anche un progetto totalitario che appare incompatibile con la mistica esistenzialista della libertà assoluta. Poco preoccupato di questa contraddizione, Sartre prima militò nel partito comunista francese poi diventò guida intellettuale di un gruppo maoista non estraneo ad alcuni fatti di matrice terroristica (la Sinistra proletaria). Le origini di questa contraddizione vanno cercate nella filosofia di Rousseau, l’ispiratore del pensiero totalitario moderno. «La libertà è la meta finale del pensiero di Rousseau – dice Bertrand Russell -, ma è l’uguaglianza ch’egli apprezza, e ch’egli cerca di assicurare anche a spese della libertà».
Come ha dimostrato l’esperienza sovietica, l’uguaglianza perfetta non si può ottenere senza fare violenza agli individui che non vogliono essere uguali, che rivendicano il diritto di pensarla diversamente dagli altri e di fare scelte autonome. Ma questa è la realtà, non l’utopia di Rousseau e di Marx. Quello che è impossibile nella realtà è possibile nell’utopia, che è il sogno della perfetta coincidenza fra la libertà e l’uguaglianza sotto il segno della felicità. Nella società di Rousseau non ci sarà bisogno di usare la violenza per piegare le volontà difformi dalla “volontà generale” perché non ci saranno più volontà difformi (anche il marxismo prevede la violenza di Stato solo nella “fase di transizione” della “dittatura del proletariato”). Dal momento che saranno tutti felici, gli uomini dell’utopia non avranno né opinioni discordanti né conflitti d’interesse fra di loro. Come i beati del paradiso: «per quanti si dice più lì “nostro”, \ Tanto possiede più di ben ciascuno, \ E più di caritate arde in quel chiostro» (Dante, Purgatorio, XV, vv. 55-57). L’utopia in fondo non è altro che la parodia terrena del paradiso.

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In secondo luogo la cultura moderna ha partorito l’idea aberrante che la libertà è una gentile concessione dello Stato all’uomo, non un diritto naturale dell’uomo che lo Stato non può permettersi di calpestare. E paradossalmente, l’idea dello Stato-leviatano di Hobbes è una conseguenza proprio di una concezione distorta della libertà come libertà da Dio e dalla legge naturale. Se infatti la società non è composta di persone che condividono gli stessi valori ma di individui satrianamente liberi di fabbricarsi i loro valori e di vivere di conseguenza, per evitare l’anarchia sarà necessario imporre un ordine qualsiasi dall’alto, con mezzi dispotici. E «così si vedrà l’individualismo portare naturalmente al despotismo monarchico di Hobbes, oppure al despotismo democratico di Rousseau, o al despotismo dello Stato – Provvidenza e dello Stato – Dio di Hegel» (Jacques Maritain).

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Libertà da Dio significa libertà da tutto quanto è fatica, impegno e tensione alla realizzazione di un ideale che è allo stesso tempo il bene terreno della società e il bene ultraterreno della persona singola. La libertà secondo san Tommaso d’Aquino «è essenzialmente la facoltà che ci fa scegliere i mezzi che conducono al fine ed essendo il fine ultimo di ogni essere creato – sia che esso lo accetti o sia che lo rifiuti – prestabilito da Colui che creò questo essere» (Jacques Maritain). Similmente la libertà come la intendono i grandi teorici del liberalismo, questo figlio naturale del cristianesimo, è essenzialmente libertà di rispondere da se stessi ai propri bisogni e a quelli degli altri, di creare imprese e servizi, senza essere ostacolati dallo Stato-leviatano.
Come è noto, l’Illuminismo abolisce la prospettiva della felicità ultraterrena a favore della felicità terrena. Secondo gli illuministi la vita può essere goduta solo se non è più l’anticamera dell’altra vita. In realtà, privata delle anticipazioni della felicità ultraterrena (tutto quello che il Vangelo chiama “centuplo”), la felicità terrena si riduce progressivamente al mero piacere sensibile. Non avendo quindi altro ideale che il piacere immediato, la cultura figlia dei Lumi intende la libertà essenzialmente come esercizio edonistico confinato nel privato, come libertà di divertirsi, di abbandonarsi agli istinti più ineducati, di celebrare i matrimoni gay, di fumare gli spinelli e via discorrendo. Per potersi dedicare alla ricerca del piacere senza fastidi, l’uomo illuminista chiede allo Stato di liberarlo dalla fatica di rispondere da se stesso ai suoi bisogni: ecco quindi che il leviatano diventa quel formidabile distruttore di risorse economiche che è Stato assistenziale.
Il libertinaggio privato si associa naturalmente al liberticidio pubblico. Non a caso furono dei libertini incalliti a celebrare, sull’altare della ghigliottina, i primi sacrifici umani al leviatano. Il libertinaggio sessuale e la droga libera giocano un ruolo fondamentale nella società iper-totalitaria immaginato da Aldous Huxley nel romanzo Il mondo nuovo. Huxley aveva capito che l’edonismo estremo è uno strumento molto più efficace del terrrore poliziesco con cui il potere può ottenere l’obbedienza dal popolo. Gli schiavi devono essere liberi di divertirsi.

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Lo Stato assistenziale è l’antecedente necessario dello Stato totalitario. Il passaggio dallo Stato assistenziale allo Stato totalitario si compie quando lo Stato, oltre ad erogare servizi, eroga anche valori e fini sostitutivi di quelli della religione. Lo Stato nazista pone come fine supremo della vita umana, da cui discendono tutti i valori, il trionfo della razza eletta, lo Stato comunista pone come fine supremo della vita umana, da cui discendono tutti i valori, il trionfo della classe proletaria. Ma Sartre non negava tutti i valori? «Se Dio non esiste – dice Sartre – non troviamo davanti a noi dei valori o degli ordini in grado di legittimare la nostra condotta. Così non abbiamo delle giustificazioni o delle scuse. Siamo soli, senza scuse. È ciò che esprimerò con le parole che l’uomo è condannato ad essere libero. Condannato perché non si è creato da se stesso, e pur tuttavia libero, perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa» (L’esistenzialismo è un umanismo).
Quella dell’uomo non è altro che una «coscienza infelice” abbandonata a se stessa e obbligata alla propria libertà senza possibilità d’appello o aiuto da parte di altro da sé. Ma ragioniamo: che cosa desidera, in fondo, la “coscienza infelice” se non di essere liberata dalla causa della sua infelicità, cioè dalla libertà senza regole? Come può resistere alla seduzione di un’ideologia totalitaria che le fornisce un armamentario di criteri e valori bell’e pronti cui conformare ogni sua azione e ogni sua scelta? Così si capisce perché nell’Occidente libertario e libertino fioccavano, ieri più di oggi, conversioni alla religione comunista. Così si capisce il paradosso per cui i figli viziati dell’Occidente ricco e benestante parteggiavano, nel Sessantotto, per dei regimi produttori di miseria e schiavitù. Sartre fu accolto come un eroe dagli studenti che, nella Sorbona occupata, sperimentavano le gioie del sesso e della droga sotto i poster di Mao Tse Tung.

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La religione rossa sta passando di moda. Dai giornali apprendiamo che oggi, nell’Occidente libertario e libertino, fioccano le conversioni ad un’altra religione. «Non ci sono cifre ufficiali, ma si parla di 20 mila conversioni all’anno negli Stati Uniti, 30 mila in Francia». «La donna inglese che ora si fa chiamare Umm Rashid dice che la cosa più decisiva è stata non dovere più perdere tempo ed energie per scegliere che cosa mettersi addosso, comprare le scarpe giuste, abbinare la borsa. Ora: tunica nera e velo. (.) Ne accolse una per tutte, definitiva: Dio è il più grande e Maometto è il suo profeta». La “religione della pace” libera la coscienza dalla libertà che la rende infelice donandole la pace. L’unico problema è che i neoconvertiti si sentono in pace con se stessi ma non con quelli che non vogliono convertirsi: «Umm Ayob, l’irlandese stordita dalle opinioni, oggi madre di quattro figli, terminò la propria intervista dicendo: “Vedo un gran bene provenire da questo terrorismo che Dio approva. Sta illuminando tanta gente”» (G. Romagnoli, “In fuga dall’Occidente, la nuova vita nel nome di Allah”, Repubblica, 17 luglio 2005).

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La teocrazia, ovvero il dispotismo esercitato da coloro che si pretendono rappresentanti di Dio, è un totalitarismo religioso. Viceversa il totalitarismo non è altro che una teocrazia atea. Non a caso quelli che ieri parteggiavano per il totalitarismo ateo oggi parteggiano per il totalitarismo religioso (vedi la terrorista rossa Lioce, che interpreta l’offensiva terroristica come la rivolta del Terzo Mondo povero, vedi i giornalisti del Manifesto, che i tagliateste li chiamano «resistenti»).
Come si fa a non capire che dietro questo filo-islamismo rosso ci sia molto più del banale odio anti-americano? Il nostro Jean Paul ha dato un contributo non secondario alla nascita di una corrente filo-islamista in seno al movimento comunista. Nella sua cerchia intellettale gravitava infatti l’antillano Franz Fanon, autore del testo capitale I dannati della terra. Fanon spronava i popoli del Terzo Mondo a liberarsi dall’oppressione politica e intellettale dell’Occidente, recuperando così i loro valori e la loro identità. Alì Shariati, un amico iraniano di Fanon e di Sartre, trovò nell’islam radicale la sorgente dei valori e dell’identità del suo popolo. Al principio occidentale del rispetto della vita propria e altrui Shariati oppose il principio ben più virile della distruzione della vita propria e altrui in cambio del paradiso. Shariati diede a Khomeini «un’arma formidabile: l’attualizzazione in chiave modernista e terzomondista, “antimperialista”, del martirio» (C. Panella, I piccoli martiri assassini di Allah). Così si vede come la cultura illuminista, di cui Sartre è l’estremo rappresentante, nutre per il totalitarismo religioso la stessa simpatia che nutre per il totalitarismo ateo. Khomeini e Pol Pot si erano formati negli stessi anni nella Parigi di Sartre.

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Come abbiamo visto, il concetto centrale del pensiero di Sartre è la libertà dell’uomo da Dio. Volendo liberarsi da Dio come da un tiranno, l’uomo Sartre in realtà finisce per consegnarsi mani e piedi prima alla tirannia politica e religiosa, e prima ancora alla tirannia della materia. «Ogni materialismo ha per effetto di considerare gli uomini, compreso il materialista stesso, come oggetti, cioè come una somma di reazioni determinate che nulla distingue dalla somma delle qualità e dei fenomeni che formano un tavolo, o una sedia, o una pietra. Noi vogliamo istituire per l’appunto il regno umano come un insieme di valori distinti dal regno materiale» (L’esistenzialismo è un umanismo). Ma se la coscienza umana (per-sé) è solo una “decompressione” o una “fessura” nella massa compatta della materia universale (in-sé), non è ipotizzabile nessuna autonomia dell’uomo dal regno della materia.
Dal punto di vista materiale l’uomo è qualche cosa di non molto diverso da un fiore o da un verme. «Per i biologi è stata una sorpresa scoprire, costruendo il genoma umano, che i nostri geni sono appena 25 mila, un numero circa uguale a quello del comunissimo fiore Arabidopsis thaliana, che cresce spontaneo lungo i sentieri, e poco più del verme Caenorhabditis elegans. L’enigma da sciogliere è legato ai meccanismi evoluti che pochi geni sanno esprimere sino a costruire la stupefacente complessità dell’uomo» (Corriere della sera, 1/7/05).
Certo rimarrebbe sempre la coscienza, che Sartre suppone onnipotente, a fare la differenza fra l’uomo e il verme. Ma il problema è che oggi la scienza tende a ridurre anche la coscienza ad una mera funzione del corpo, a una struttura biologica, ad umida nebbia secreta dalla molle materia cerebrale: «Sappiamo che la corteccia frontale ha un ruolo nella coscienza – nota Alberto Oliviero, direttore dell’Istituto di psicobiologia del Cnr -; siamo però lontani dal potere dare spiegazioni accettabili e ci limitiamo a constatare l’esistenza della coscienza quando alcune parti del cervello sono lese» (Corriere della sera, 1/7/05). «C’è ancora posto per l’anima immortale di Platone e di Agostino, per la sostanza pensante di Cartesio, per la mente che Berkley chiamerebbe le cose all’esistenza o per l’Io legislatore della Natura teorizzato da Kant? – chiede Giulio Giorello – Tutto ciò non potrebbe essere il riflesso della sintonia, più o meno fine, dei nostri neuroni e delle nostre sinapsi? Ci sentiremmo per questo ridotti a mere macchine, prodotte non dalla sapienza di qualche ingegnere, bensì dalle dinamiche cieche dell’evoluzione?» (G. Giorello, “Il fascino del buio”, Corriere della sera, 1/7/05). La risposta è che sì, ci sentiremmo ridotti a macchine in forma umana guidate da tutto ciò che le circonda ed infinitamente manovrabili dagli altri uomini. Macchine senza libertà. Ai suoi tempi Sartre fu tra i pochi a criticare il determinismo materialistico del marxismo e della psicanalisi freudiana, che cercano le cause degli atti dell’uomo nei fattori esterni alla sua volontà, siano essi la struttura economica o i sommovimenti del subcosciente.
Ma se alla radice del suo essere l’uomo non ha un fattore che sovrasta la materia, le sue azioni non possono non essere determinate dai fattori materiali che stanno fuori e dentro di se stesso.

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Anche la realtà, se è solo apparenza materiale, è letteralmente nauseante. «Il mondo… questo grosso essere assurdo. Non ci si poteva nemmeno domandare da dove uscisse fuori, tutto questo, né come mai esisteva un mondo invece che niente. Non aveva senso, il mondo era presente dappertutto, davanti, dietro. Non c’era stato niente prima di esso. Niente. Non c’era stato un momento in cui esso avrebbe potuto non esistere. Scoprire che il mondo non ha senso, che è assurdo, provoca la nausea» (dal romanzo La nausea). Per vincere la nausea l’uomo tenta di attribuire lui stesso un senso alle cose, di utilizzarle senza limiti in vista dei suoi desideri. In assenza di Dio, l’uomo lo sostituisce facendosi «centro e causa del mondo». Il problema è che non ci riesce, le cose sfuggono in continuazione alle direttive dei suoi pensieri e dei suoi progetti. Con gli altri uomini va anche peggio. Non è possibile nessun rapporto io-altro che non sia un uso reciproco, una reciproca degradazione a cosa (degradazione che Sartre si compiace di descrivere nei suoi romanzi in chiave di sado-masochismo sessuale). In definitiva, per Sartre «l’inferno sono gli altri» (A porte chiuse) e ciascun di noi è soltanto «un Dio mancato», «una passione inutile».

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Dunque l’uomo, nella prospettiva di Sartre, è un pezzo di materia impotente ad uscire da se stesso dalla palude insensata della materia . Al “Dio mancato” resta dunque una sola cosa sensata da fare: credere in Dio. Nel rapporto con Dio egli ritrova innanzitutto la parte di se stesso che è puramente umana, non materiale. Se è l’Infinito a pensare l’uomo, l’uomo ha in sé l’impronta dell’Infinito da cui è pensato e quindi ha un valore infinito. Questo fattore è l’anima spirituale. L’uomo scopre le impronte del Creatore anche nelle cose che lo circondano. Il mondo cessa di essere un «grosso essere assurdo», una sovrabbondanza «oscena» di apparenze insensate, e comincia ad essere segno e anticipazione dell’altro mondo. Infine, l’uomo scopre l’impronta dell’Infinito negli altri uomini e così comincia a diventare possibile l’amore come una relazione perfettissima dove l’io non distrugge il tu, dove anzi l’io valorizza il tu dell’altro. E il rapporto d’amore puramente umano che l’io ha col tu è una analogia e una partecipazione del rapporto d’amore che l’uomo ha con Dio.
La vera libertà è amare Dio che ci crea ogni istante. «L’attività del creare non è “un fare” da artigiano, ma una comunicazione dell’essere, per amore; è dono di sé, è volontà di fare partecipare gli altri esseri all’Essere. Quando si tratta dell’uomo, la creazione significa proposito di farlo partecipare alla natura divina, tra altri esseri mediante la libertà. (.) Il padre sa bene, chiamando il figlio all’esistenza, che collabora all’apparizione di una nuova libertà, che potrà opporsi alla sua, ma che egli spera che, in seno alla sua autonomia, deciderà liberamente di amare colui che l’ha generata. Dio non vuole delle prosternazioni da shiavi, dice Péguy. E nemmeno le vogliono i genitori». Chi oserebbe dire che nello slancio con cui il bambino si getta fra le braccia del padre e della madre rinuncia alla sua libertà? «Chi oserebbe dire che nello slancio che getta lo sposo e la sposa nelle braccia l’uno dell’altra c’è meno libertà che negli atti della vita dove ciascuno si sforza, da solo, di affermarsi agli occhi del mondo come “padrone di sé e dell’universo”?» (Charles Moeller, Letteratura moderna e cristianesimo).

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Dunque abbandonarsi fra le braccia di Dio è tanto naturale quanto, per un bambino, abbandonarsi fra le braccia del padre. Ma l’uomo moderno è proprio questo che rifiuta. Tutti i moti rivoluzionari dell’era moderna mirano a distruggere le autorità, in primo luogo quelle del re e del Papa. Siegmund Freud ha già detto da lungo tempo che ogni tipo di autorità non è che un prolungamento della figura del padre. Il Sessantotto non è stato altro che una coalizione di adolescenti mal cresciuta contro i padri. Sartre, eterno adolescente, fu l’unico adulto ad essere accolto nella Sorbona occupata. «Non esistono buoni padri, è la regola; non se ne deve volere agli uomini, ma al legame di paternità che è marcio. Fare bambini niente di meglio; averne, che iniquità! Se fosse vissuto, mio padre si sarebbe sdraiato su di me con tutto il suo peso e mi avrebbe schiacciato. Per fortuna è morto in giovane età» (Sartre). A questo punto è fin troppo chiaro che dietro il rifiuto dell’autorità paterna c’è il rifiuto di Dio padre. «Noi incontriamo qui la pietra di inciampo più grave dell’esistenzialismo ateo e della mentalità contemporaneo. L’uomo moderno rifiuta di essere generato. Egli vuole essere senza ascendenti e senza discendenti. L’importanza data alla omosessualità nella letteratura La fede in Dio porta solo benefici nella vita dell’uomo. Certo la fede non è una semplice opzione intellettuale, non basta volere credere in Dio per credervi. La parola ateismo, propriamente intesa, indica semplicemente l’assenza della fede, non il rifiuto preconcetto di essa. Ma il mondo moderno che Sartre rappresenta non è ateo: è anti-teista. Sartre non è colui che non crede, è colui che non vuole credere. Piuttosto che credere in Dio, preferisce fare il “Dio mancato” a vita; piuttosto che nutrire la speranza di una vita oltre la morte, preferisce non pensare alla morte o scendere a patti con essa. Barando, Sartre liquida il problema dell’esistenza di Dio come “irrilevante” e esclude la morte da ogni seria riflessione.
Similmente, Pedro Almodóvar può affermare che la morte degli altri può essere vissuta con “allegria”, che la morte “è anche vita e grazia: è la cultura del ritrovarsi, del tornare» (M. Porro, “Almodóvar: ecco i fantasmi delle mie donne”, Corriere della sera, 1\75). La morte non è nulla di male, bisogna saperla accettare, fa parte delle leggi della natura. L’anti-teista ammira e benedice la sapienza di madre natura, che distrugge la sua vita per fabbricare altra vita. L’anti-teista benedice il suolo e i vermi cui consegnerà la sua carne, con allegria.

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