Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

L’olocausto della grazia

Pubblicato su Tempi, 15 novembre 2007.

Disprezzo misogino e violenza. Sono i frutti del rancore di una civiltà barbara e nichilista che insieme alla ragione ha smarrito l’amore.
Ecco perché c’è bisogno di un altro Stilnovo
Di Jacob Giovanna
in Cultura
15 Nov 2007

Una sera di fine ottobre la signora Giovanna Reggiani camminava per un viottolo che rappresenta l’unica, esile espressione della civiltà in una periferia romana dominata dalla natura selvaggia. All’improvviso dalla boscaglia sbuca un selvaggio che la cattura come una preda, la trascina fra le piante, la deruba, la violenta e la uccide. A monte del suo gesto non c’è un’improvvisa infatuazione sessuale per la malcapitata, ma la volontà pura e semplice di affermare la propria primordiale supremazia virile su una donna. Una donna della civiltà.La natura decaduta a causa del primo peccato mette nel cuore del maschio il desiderio di sopraffare la donna, la civiltà invece – che in senso proprio è solo la civiltà occidentale – insegna all’uomo a reprimere questo desiderio malvagio. La natura decaduta mette la donna al di sotto dell’uomo, la civiltà la mette accanto all’uomo. La civiltà imita la grazia. Dobbiamo aspettarci una progressiva escalation della violenza dei maschi provenienti dall’esterno dei confini della civiltà (fra essi anche i rom, che considerano del tutto normale pestare a sangue le sorelle e le mogli) verso le donne della civiltà? In realtà anche i maschi della civiltà, nel loro cuore, si sentono defraudati. «Bisogna che confessiamo il rancore che noi uomini proviamo verso le donne emancipate», ha detto con lodevole sincerità lo scrittore Antonio Scurati in una puntata delle Invasioni Barbariche. I frutti avvelenati di questo rancore dell’uomo verso la donna sono la violenza, sessuale e non, e il disprezzo misogino.Con gli uomini consacrati le cose non vanno meglio. La castità è un antidoto contro la violenza ma non contro il disprezzo misogino. In teoria la verginità consacrata maschile dovrebbe nutrirsi di venerazione per la donna (come suggerisce don Luigi Giussani), nella realtà si nutre di disprezzo verso donna. Per l’uomo consacrato la verginità non è una forma di possesso più profondo della donna, ma una liberazione dalla donna, intesa allo stesso tempo come un “animale inetto e stolto” (Erasmo da Rotterdam) e come causa di lussuria. Alla trasmissione Exit del 29 ottobre scorso, un monsignore maestro di seminario, con gli occhi illuminati da un sarcasmo tenebroso, ha detto al celebre prete innamorato: «Figliolo, che pena vederti alla tua età fuori di testa come un ragazzino, ma che ti credi, la maggior parte dei matrimoni falliscono, dopo un po’ ci si stufa, e poi noi abbiamo già fatto la nostra scelta». Non solo il monsignore ha parlato di “scelta” e non di “vocazione” (e tra le due cose c’è una differenza abissale), ma ha definito l’innamoramento un “essere fuori di testa”. Ovvero un temporaneo rincoglionimento senza nessun significato trascendente, una “illusione” leopardesca da estinguere al più presto per non farsi fregare da una qualunque Aspasia. Un Solov’ev, col suo testo capitale Il significato dell’amore, vale più di cento monsignori. Questo il succo di tutte le parole del monsignore: tutto passa, le donne passano, il mondo è nulla, solo Dio è. Ebbene questo non è cattolicesimo ma nichilismo musulmano. Dunque, nei seminari si insegna che la verginità non è un modo di amare le donne ma di odiarle.

Quel prete che le amava davvero

Però esistono ancora moltissimi uomini in tonaca capaci di amare le donne in maniera vera. I santi camminano ancora in mezzo a noi. Uno di loro ci ha appena lasciato: don Oreste Benzi. Egli non diceva che le donne sono diaboliche, che sono puttane. E le puttane lui le amava come sorelle che ci precederanno nel regno dei cieli. Tutte le notti scendeva nei marciapiedi a cercarle e a parlare con loro. Non faceva loro discorsi morali, non cercava di riportarle sulla retta via. Si limitava a manifestare loro il suo amore più che paterno e più che materno, vero riflesso dell’amore di Dio. E questo amore le attirava, traendole fuori dal fango, verso il cielo.Nel Fedro Platone spiega che ogni anima si divide in tre parti, una in forma di auriga e due in forma di cavalli. Di questi uno è bello e «si lascia guidare semplicemente dal richiamo e dalla ragione», il secondo è deforme e «amico di sfrenatezze ed impostura». Quest’ultimo «dando ogni travaglio al compagno e all’auriga, li sforza ad andare verso l’amato e a fargli parola del piacere di Venere. (.) Alla sua vista, la memoria dell’auriga è ricondotta all’essenza del bello e di nuovo la scorge accanto alla saggezza, su incontaminato piedistallo; e quando l’ha veduta, presa da spavento e da vergogna, cade riversa e insieme è costretta, nel cadere all’indietro, a tirare le briglie così forte, che ambedue i cavalli si piegano sulle cosce, di buona voglia quello che non è restio, e il prepotente , invece, di mala voglia». Colui che non è puro di cuore davanti ad un bel volto «non sente venerazione, ma cedendo al piacere, a guisa di quadrupede si lancia a montare e a seminare figli, e presa a compagna la sfrenatezza non ha timore né vergogna di andare alla ricerca di un piacere contro natura». Invece colui che è puro di cuore, «se scorge un volto di fattura divina che imiti bene il bello, oppure una ideale immagine di corpo. seguitando a guardare, sente venerazione come per un dio, e se non temesse d’esser preso per un pazzo, offrirebbe sacrifizi al fanciullo come al simulacro di un dio». Pazienza se Platone pensava che un uomo potesse innamorarsi solo di un altro uomo o di un fanciullo (quanto a misoginia, gli antichi greci non erano secondi a nessuno). La cosa importante è che egli ha intuito il significato della verginità, seppure in maniera imperfetta. Ha capito che l’innamoramento trova il suo compimento non in un mero possesso fisico che scade inevitabilmente nella lussuria, ma in una venerazione quasi timorosa, in un distacco ammirato che rende vero anche il momento del possesso fisico. Soprattutto, egli ha capito che l’innamoramento, vissuto fino in fondo, introduce al divino. Dante porterà a compimento questa intuizione platonica, facendo della donna amata la sua guida fra i cieli del paradiso (e a lungo si potrebbe soffermarsi sulle differenze sostanziali fra la visione platonica, che denigra la carne, e la visione cristiana, che invece esalta la carne). Così si palesa la necessità di una nuova cultura dell’amore. Solo una nuova letteratura cortese, un nuovo stilnovismo, potranno fare risorgere la civiltà cristiana dalle sue ceneri. Solo così si potranno sconfiggere i mostri contrapposti, oggi vittoriosi, della pornografia e della castità misogina. Solo alla brezza di una nuova primavera cortese potranno nascere storie d’amore veramente “eterne”, inattaccabili dall’acido del divorzio, e vere vocazioni alla verginità, resistenti alle tentazioni della carne. Solo quando sorgerà un nuovo Dante capace di esaltare una nuova Beatrice, cesserà l’inverno della crisi delle vocazioni nella Chiesa. Ma potrebbe essere già troppo tardi. Il nichilismo, ateo e musulmano, incombe.

 

LETTERA A TEMPI del 22 novembre 2007

Che succede? Forse la mia ottusità mi ha impedito di capire come il suo giornaletto si sia trasformato da pamphlet di nicchia aggregato, stonato, ad un quotidiano mediocre, in qualcosa d’altro? L’articolo di Baget Bozzo del n. 43 (“La solitudine che grava nel mondo è data anche dalla tristezza dei cattolici”) e quello di Giovanna Jacob del n. 44 (“L’olocausto della grazia”) valgono una collana editoriale.Marco Sala Milano

Non ho capito l’aggregato, lo stonato e il quotidiano. Però grazie per non essersela presa con la nostra Kidman.

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