Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

IL CAPITALISMO NON PUO’ MORIRE. Lo statalismo keynesiano, invece, deve morire al più presto. Uccidiamolo.

Nessuno di noi dovrebbe più tacere. Dobbiamo sbugiardare ad alta voce i piagnoni della sinistra internazionale, che vanno in giro a spacciare “grandi narrazioni” ossia menzogne stupefacenti sulla fine del capitalismo. Ce l’hanno quasi fatta a convincere l’opinione pubblica che il colpevole della crisi e il Capitale con la maiuscola alla marxista. In realtà, la crisi nasce dal contrario del Capitale, dal tradimento del Capitale. Come ho già spiegato nei miei due ultimi articoli, la causa principale della crisi economica travolge l’Italia è la crescita abnorme del debito pubblico che si porta dietro una crescita abnorme del prelievo fiscale. Gotti Tedeschi si è sgolato per spiegare che  l’eccesso di speculazione finanziaria è al massimo una concausa secondaria e, prima ancora, è una conseguenza della crisi. Non ci vuole una laurea alla Bocconi per capire che i Capitalisti con la maiuscola alla marxista spostano i Capitali dall’economia reale alla speculazione finanziaria perché l’economia reale sta male. E non ci vuole una laurea alla Bocconi per capire che sono le tasse a fare stare male l’economia reale. Un tomista spagnolo del sedicesimo secolo chiedeva: chi di voi perderebbe tempo e denaro per coltivare un campo, sapendo che dovrà cedere più della metà dei raccolti agli esattori del re? La domanda può essere aggiornata così: chi di voi perderebbe tempo e denaro per mettere su una impresa, sapendo che dovrà cedere più della metà (ormai siamo al sessanta per cento) dei profitti allo stato? Il tomista spagnolo invitava gli interlocutori a non stupirsi del fatto che in Spagna la maggior parte dei terreni restavano incolti. Analogamante, oggi non stupitevi se la maggior parte delle imprese italiane fuggono in Serbia o in Cina. O in Svizzera. Già mi sembra di sentire l’obiezione dei socialdemocratici de noantri: “Le tasse non servono ad ingrassare i nobili bensì a creare servizi utili a tutti”. Ha ha ha, che ridere. I servizi forniti dallo stato sono talmente inefficienti e costosi che si farebbe prima davvero a dare i soldi delle tasse ai nobili. A questo punto, rifondiamo l’ancien régime. Anche se non abitano a Versailles, tutti quelli che, direttamente o indirettamente, lavorano per lo stato sono i nuovi nobili. L’unica differenza è che i nobili dell’ancien régime oziavano fra giardini all’italiana e salottini rococò, mentre gli statali oziano in squallidi ufficietti, ma  hanno a disposizione dei passatempi che i nobili dell’ancien régime se li sognavano.

Non illudetevi. Non crediate che negli altri paesi occidentali gli statali siano tutti lavoratori indefessi e gli “ammortizzatori sociali” aiutino l’economia a crescere. Ho già spiegato che gli statali lavorano il meno possibile e gli “amortizzatori sociali” creano eserciti di parassiti anche e  soprattutto in quei paesi cui noi italiani guardiamo come a fari di civiltà. Ho già spiegato che dietro gli sprechi e le inefficienze del settore pubblico c’è una causa che non si può eliminare: il peccato originale. Ai gustosi esempi inglesi che ho portato nel precedente articolo, ne aggiungo uno statunitense, ancora più gustoso. Non appena fu eletto, Obama pagò profumatamente dei funzionari pubblici per monitorare giorno e notte la situazione delle banche dei mercati finanziari, già sconquassati dalla crisi dei subprimes. Nel famoso settembre nero, quando a Wall Street sembrava di essere ritornati nel 1929, il presidente prima cadde dalle nuvole e poi andò su tutte le furie. Perché i suddetti funzionari non avevano capito che le cose si stavano mettendo male e non lo avevano informato per tempo? Ma è semplice: erano talmente impegnati a scaricare da internet e a testare personalmente tonnellate di audiovisivi pornografici  che non riuscivano a trovare un attimo per dare un’occhiata a quello che bolliva nella pentola di Wall Street. Per fare posto ai files a luci rosse , avevano cancellato  nei pc uno dopo l’altro tutti i files riguardanti i mercati finanziari. Nell’ufficio di uno di questi funzionari è stato trovato un armadio pieno di cd porno scaricati da internet durante l’orario di lavoro. E poi gli americani hanno il coraggio di fare dell’ironia a sfondo razzista sul bunga bunga di Berlusconi.

Dove ci sono troppe tasse e troppa spesa pubblica, ci sono anche corruzione e debiti. I buchi stanno ai bilanci pubblici come i buchi stanno all’hemmethal.  La verità è che cosiddetti “pigs” (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) sono solo un po’ più avanti nella strada che porta al patibolo del default, gli altri paesi seguono a distanza ravvicinata. L’orgogliosa Francia ha appena perso la tripla A. Dare la colpa delle turbolenze dello spread alle agenzie di rating è come dare la colpa della febbre al termometro. E dare la colpa della crisi debitoria dei “pigs” alla speculazione finanziaria internazionale è come dare la colpa dell’affondamento della nave ai topi che la abbandonano. Certo, i topi  delle borse e delle banche hanno molte colpe, ma sono piccole colpe rispetto a quelle dei responsabili della cosa pubblica. In sintesi, la verità è che a monte della crisi internazionale c’è il contrario del “liberismo selvaggio”: c’è la socialdemocrazia keynesiana. Il keynesismo deriva dal socialismo come l’eroina deriva dall’oppio. Lo sapevate che cent’anni fa l’eroina fu immessa sul mercato  come farmaco per curare la dipendenza da oppio? E come la curava bene: trasformava gli oppiomani in eroinomani. Analogamente, ai tempi di Roosevelt il keynesismo era spacciato come unica possibile alternativa al socialismo.  Si pensava che le ricette di Keynes avrebbero reso più forte l’economia di mercato, rendendola così in grado di tenere testa alla concorrenza delle economie socialiste. In realtà, l’hanno resa più simile alle economie socialiste, debilitandola mortalmente.

Certo, da noi non si dice “keynesismo”, che suona brutto, ma “ridistribuire le ricchezze”. Ebbene, “ridistribuire le ricchezze” significa rubare a chi lavora duramente in un posto di lavoro non fisso per dare a chi lavora poco o nulla, più nulla che poco, inun posto di lavoro fisso, ossia ai dipendenti pubblici e a tutti i fannulloni protetti dai sindacati (pure Emma Marcegaglia se n’è accorta). Il problema del socialismo, diceva più o meno Margaret Thatcher, è che a un certo punto finiscono i soldi degli altri. Allora per i socialisti è meglio che gli “altri” da derubare non si impoveriscano troppo. Non a caso, la parola d’ordine dei socialdemocratici de noantri, ossia degli ex comunisti, è “crescita”. Ad ogni occasione, ripetono: “Bisogna tornare a crescere! Occorrono politiche per la crescita!”. Crescita dll’economi significa crescita dei profitti delle aziende e noltiplicazione delle aziende medesime. Dunque, cosa c’è dietro questa improvvisa smania dei sinistresi per la moltiplicazione degli un tempo odiati Capitali con la maiuscola? Ma è semplice: più la torta dei capitali cresce, più è grande la fetta che si mangia il fisco. I socialdemocratici de noantri vogliono che diventiamo tutti più ricchi per derubarci di più. Meglio rubare in casa del ricco che in casa del povero. Analogamente, il padrone del porcile ingrassa i maiali prima di squartarli. No, grazie, non voglio fare il maiale. Se “tornare a crescere” significa anche tornare a fare crescere e moltiplicare  parassiti di stato, allora è meglio non tornare crescere. Viva la decrescita. Ma per fortuna, il pericolo di crescere facendo crescere i parasiti non c’è. Infatti, “tornare a crescere” senza tagliare le tasse ossia senza cacciare i parassiti è assurdo tanto quanto guarire dall’anemia facendosi i salassi.
Dopo avere ribadito queste semplici verità sulla crisi internazionale, resta da ribadire alcune semplici, immortali verità  sul comunismo. La verità è che il comunismo è il contrario del liberalismo e che lo stalinismo è un comunismo coerente. Non crediate alla grande narrazione della “rivoluzione tradita”. Se fosse vero che sovietici, maoisti, kmer rossi e rossa compagnia brutta, ossia praticamente tutti i comunisti del mondo, avrebbero “tradito”  il comunismo, bisognerebbe desumere è impossibile essere comunisti senza tradire il  comunismo. Ma la verità, evidentemente, è che né Stalin né Castro né nessun altro grande criminale rosso ha mai veramente tradito il comunismo. La verità è che uccidere e affamare il popolo non significa tradire il comunismo ma esattamente il contrario. La verità è che il comunismo ha fallito e il liberal-capitalismo no. La verità è che, a più di venti anni dal crollo del muro di Berlino, il liberal-capitalismo non ha tradito le aspettative ma casomai è stato, lui sì, tradito. E’ stato ucciso lentamente dalle tasse e dalla burocrazia.
 Queste semplici verità feriscono da più di venti anni l’orgoglio dei poveri compagnucci post-comunisti post-moderni. Errare è umano, perseverare è diabolico. Pure di non ammettere umilmente di avere sbagliato tutto, mentono al prossimo e a sé stessi sapendo di mentire. Spacciano menzogne pesanti, più tossiche del crack. La menzogna ripetuta settanta volte sette è che a monte della crisi ci sarebbero la speculazione finanziaria e il “liberismo selvaggio”. Ma ditemi, dov’è il “liberismo selvaggio”? Io è una vita che lo cerco e trovo soltanto oppressione fiscale e inquinamento burocratico. Ma il peggio deve venire. Nel vano tentativo di assolvere il comunismo dai suoi orrori, meticolosamente annotati dagli storici, i mai-stati comunisti hanno continuato a ripetere il mantra del “comunismo tradito”, cui però non crede più nessuno. Di recente, qualcuno si è spinto oltre: ha dato la colpa degli orrori del comunismo… al capitalismo! Non è geniale? E’ come dare la colpa dello scoppio della Seconda guerra mondiale agli ebrei. Commentando il saggio dal titolo Racconti della civiltà capitalista di Guido Carandini, Massimo Giannini scrive:“La Rivoluzione d’Ottobre di Lenin… ha come obiettivo la crescita dell’economia e del reddito nazionale. E pazienza se per raggiungerlo, prima Vladimir Iic Uljanov e, poi Josif Giugasvili Stalin, fanno 25 milioni di morti. Anche in Urss, in quell’abisso di Terrore, la logica del capitalismo ‘era in agguato’, e il socialismo occultamente e inconsciamente era assoggettato a una logica dell’industrializzazione tecnicamente imposta dal capitalismo occidentale. (…) Così il capitalismo storico genera dentro se stesso la barbarie e la violenza. Fino al nazismo e all’Olocausto. Fino alle mafie e alla criminalità organizzzata. Più banalmente, il capitalismo contemporaneo compie l’ultima mutazione, e si fa ‘inciviltà’. Sconfitte le avventure totalitarie, ‘domina oggi un mondo diviso fra sprechi di ricchi e privazioni dei poveri, un’etica cieca del profitto  acuisce il conflitto fra capitale e lavoro, e non colmerà  l’abisso tra la sazietà e la fame'” (M. Giannini, “La fine della civiltà capitalista”, Repubblica, 27 febbraio 2012). Propongo una colletta per comprare al signor Giannini e al signor Carandini un biglietto di sola andata per la Corea del nord, dove potranno finalmente assaporare le gioie di una vita senza traccia di capitalismo, questo mostro. Tanto per mettere i puntini sulle i, il nazismo e l’Olocausto non c’entrano un corno col capitalismo. Infatti nazismo significa nazional-socialismo. Sottolineo: socialismo. Friedrick von Hayek ha dimostrato che fascismo e nazismo non furono reazioni al comunismo ma piuttosto furono comunismi di destra ad uso e consumo della piccola borghesia. E per finire di mettere i puntini su i, non è vero che il capitalismo globale rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Vero è piuttosto che fa aumentare il divario fra i ricchi e i poveri rendendo i poveri sempre meno poveri. Se infatti raddoppiano sia il mio magro conto in banca sia il macroscopico conto in banca di Bill Gates, il divario fra i due conti aumenta in termini matematici ma io sono lo stesso più ricca.

Oltre a ripetere il mantra del “comunismo tradito”, i piagnoni della sinistra pubblicano instancabilmente su giornali e riviste annunci mortuari del loro eterno nemico, il capitalismo. Essi infatti sperano che, a forza di darlo per morto, il capitalismo muoia veramente. Già pregustano la gioia del momento in cui, di fronte al cadavere del Capitale, potranno dire: “Ve l’avevamo detto noi che Marx aveva ragione!”. Il loro asso nella manica si chiama Giulio Tremonti. I conduttori televisivi di sinistra, ossia tutti i conduttori d’Italia tranne Ferrara e Porro, se lo litigano. Santoro ce l’ha fatta ad averlo in trasmissione: “Ammazza, lei è stato ministro del centro destra e mo’ parla come Marxe”. E già, per igli ex-comunisti questo ex liberale – ma liberale lo è mai  stato? – che adesso tuona contro il “liberismo” e il “mercatismo” è un dono del cielo, semmai credano al cielo. Il “colbertiano” Tremonti ha molto da ridire sulla crescita esponenziale della speculazione finanziaria mentre non ha  molto da ridire sull’insostenibile pressione fiscale che schiaccia l’economia italiana. Più che dalle tasse, è preoccupato dall’invasione delle merci cinesi. D’accordo, il problema c’è: inondamdo il mercato di merci a basso costo, i cinesi stanno mettendo in ginocchio molte imprese italiane. Che fare? Per Tremonti l’unica maniera per salvare le imprese italiane è tassare colbertianamente le merci cinesi. E no, temo che il protezionismo sia un palliativo. Temo che le tasse non siano la soluzione ma il problema. Più il fisco ci impoverisce, più compriamo cinese. E non ne siamo affatto orgogliosi. Sappiamo benissimo che dietro ogni oggetto “made in China” che compriamo c’è uno schiavo sottopagato e sfruttato, sappiamo che per ogni prodotto italiano che non compriamo ci sono padri madri di famiglia che rischiano di perdere il lavoro. Ma non possiamo fare altrimenti: i nostri portafogli sono semivuoti. Tassare le merci cinesi da una parte è una utopia (voglio vedere i finanzieri come ce la fanno ad acchiappare tutti i grossisti cinesi) dall’altra affamerebbe ulteriormente i consumatori. Se le merci cinesi costassero come le merci italiane, noi compreremmo sempre meno e infine smetteremmo di comprare sia le prime che le seconde. Non è che, se il governo togliesse meno soldi ai consumatori e alle imprese, noi consumatori avremmo più soldi da spendere e contemporaneamente le imprese potrebbero abbassare i prezzi? Ci vuole molto a capire che più si alzano le tasse e più le imprese italiane languono?

Tremonti ha smarrito la strada del liberalismo mentre dava la caccia al “fantasma della povertà”. E Mario Monti? Adesso è iniziata la gara fra destra e sinistra per accaparrarsi super Mario. Berlusconi giura che Monti è naturaliter liberale, ma Monti in persona in una occasione ci ha tenuto a fare sapere che non è un liberale. Tagliamo corto: Monti e il consiglio professori  del suo governo sono neoclassici keynesiani. Peggio di così si muore. Infatti, sono proprio cinquant’anni di scelleratezze keynesiane che hanno portato tutti i paesi occidentali sull’orlo del baratro. L’unico vero miracolo compiuto da super Mario è la moltiplicazione delle tasse dirette e indirette, per la gioia dei parassiti. Il vecchio prof. non è preoccupato dal’eccesso di spesa pubblica ma dagli “sprechi”. Dalle inchieste di Repubblica sulla “Italia degli sprechi”, senz’altro meritorie, emerge che una medesima opera ad un privato costa x mentre allo stato, come per magia, costa dalle quattro alle dieci volte x, e il conto lo paghiamo noi. Per fare un esempio di cronaca, acune settimane fa abbiamo appreso che all’ospedale Umberto I di Roma, teatro negli anni di alcuni dei più macroscopici scandali di malasanità della storia italiana, noi contribuenti abbiamo buttato, a nostra insaputa, una quantità sterminata di milioni per lavori di ammodernamento che poi si sono rivelati inutili e inadeguati. Non ci vuole molto ad immaginare che fine abbiano fatto i soldi di troppo che sono stati risucchiati dal buco nero dell’Umberto I e dagli altri buchi neri delle altre opere pubbliche. Si dice spreco e si legge cresta sulla spesa ossia furto. Una occhiatina ai conti in banca di tutti quelli che lavorano nell’ambito della cosa pubblica sarebbe bene darla di tanto in tanto. Oltre che sugli sprechi ossia furti di ordinaria amministrazione, Repubblica ci tiene aggiornati su tutti i casi di ordinaria corruzione. Adesso pare che i vigili urbani di Roma abbiano scoperto le gioie del libero scambio: allentano lacci e lacciuoli burocratici – nonché chiudono un occhio sull’infrazione dei regolamenti bizantini ossia inutili e vessatori imposti dal Leviatano  a tutti quelli che hanno l’impudenza di aprire una libera impresa invece di fare un concorso per fannulloni di stato – in cambio di soldi (vedi F. Angeli, A. Paolini, “Una mazzetta e niente multa, i vigili urbani della Capitale ormai sono mister 1000 euro”, Repubblica, 29 febbraio 2012). E’ di alcuni giorni fa la notizia dell’arresto di un numero imprecisato di falsi invalidi giovani e prestanti stanati dalla guardia di finanza fra i vicoli di Napoli. Questa soap-opera dei falsi invalidi va in onda ininterrottamente da più di trenta anni. Temo che questa non sia ancora l’ultima puntata.

Monti e tutti i socialdemocratici ex-comunisti de noantri coltivano l’illusione che sia possibile individuare uno ad uno questi sprechi e mandare in galera i responsabili. In altri termini, coltivano l’illusione che fra quanti lavorano nell’ambito della cosa pubblica (dai funzionari agli impiegati ai vincitori di appalti) ci siano solo alcune mele marce e che quindi sia sufficiente  togliere quelle mele dalla cesta dello stato italiano per rendere l’Italia “un paese normale”. I principali propagandisti di questa illusione sono Travaglio e i travagliati del Fatto Quotidiano. Fingendosi incorrotti e incorruttibili – e il bello è che sono davvero convinti di esserlo – braccano instancabilmente e sbattono sulla ghigliottina mediatica, con furia giacobina, tutti i “corrotti”. Poveri illusi. Essi non sanno che tutte le mele umane sono marce, quale più e quale meno. Come l’occasione fa il ladro, così il posto di lavoro pubblico fa il fannullone. Di più: il denaro guadagnato col sudore dagli altri, ossia il denaro pubblico, è una droga anzi peggio. Il denaro pubblico è come il potere assoluto: corrompe in maniera assoluta. Metti una mela quasi marcia, ossia un normale essere umano, a contatto col denaro pubblico e marcisce del tutto. Se è un semplice impiegato, il minimo che gli possa capitare è di diventare un fannullone; se è un funzionario, il minimo che gli possa capitare è di piazzare figli, nipoti e amanti nei posti che contano, nonché di fare vincere gli appalti a quelli che gli pagano le mazzette; se è il vincitore ossia il compratore tramite mazzetta di un appalto pubblico, il minimo che gli possa capitare è di fare delle creste sulle spese ossia rubared enaro pubblico; se è un burocrate o un pubblico ufficiale, il minimo che gli possa capitare è di intascare mazzette. Per ogni “mister 1000 euro” cacciato da Trastevere, ne vengono immediatamente altri due. Per ogni invalido giovane e prestante arrestato a Napoli ne arrivano subito altri dieci. Per ogni mela marcia tolta dalla cesta, ne marciscono immediatamente altre cento. E noi paghiamo.

Il denaro pubblico è come una droga. Distinguere fra spesa pubblica e sprechi è come distinguere fra una giusta dose di eroina e una dose eccessiva. Chiedere a quanti lavorano nell’ambito della cosa pubblica (dai funzionari agli impiegati ai vincitori di appalti) di usare la giusta quantità di denaro pubblico è come chiedere ad un eroinomane di usare pure l’eroina ma senza abusarne: “Fermati in tempo prima dell’overdose”. Non si può curare la dipendenza da eroina senza togliere l’eroina. Analogamente, non si possono togliere gli sprechi senza tagliare, tagliare, tagliare la spesa pubblica. Attenzione: ho detto tagliare, non togliere. Non si combatte lo statalismo con l’anarchia libertaria,  non si combatte un eccesso con l’eccesso contrario. Se i socialdemocratici sognano lo stato che fa la mamma della società, certi libertari sognano una società senza stato e, addirittura, senza politica. In realtà, un po’ di stato ci vuole. Il problema non è togliere di mezzo lo stato ma, casomai, togliere allo stato le funzioni che non gli competono. Lo stato deve occuparsi delle poche cose essenziali di cui non possono occuparsi i privati: infrastrutture (specialmente delle reti stradali), giustizia, polizia, esercito, protezione civile e qualcos’altro. Lo stato meno fa e meno tassa e meglio è per tutti. Ma il discorso è troppo lungo per esaurirlo adesso. Andiamo al sodo.

Il sodo è che il capitalismo non può morire neppure se si prova ad ucciderlo. Nel 1917 è stato sepolto vivo dai sovietici, nel 1989 si è liberato dalla bara ed è risalito a terra, come Uma Thurman in Kill Bill 2. Infatti, non c’è alternativa al capitalismo anzi, meglio, all’economia di mercato basata sulla libera iniziativa privata. Il capitalismo è uno dei tanti meravigliosi doni che la cristianità medievale ha lasciato all’umanità intera. Ne La vittoria della ragione, Rodney Stark spiega che il capitalismo è nato da una costola della matematica. Al tempo dei comuni, gli intraprendenti imprenditori italiani ebbero la geniale idea di applicare le nozioni matematiche divulgate da Fibonacci alla gestione delle loro aziende. E così  inventarono quella tecnica  per l’accumulazione e il reinvestimento dei profitti basata sulla matematica che ha nome di capitalismo.

Ma appunto, l’economia di mercato basata sulla libera iniziativa privata è venuta prima del capitalismo propriamente inteso. Gli uomini hanno cominciato a scambiarsi i frutti del loro lavoro nel neolitico se non prima. Poi sono venute le tasse e sono iniziati i guai. La storia, che è maestra di vita, mostra impietosamente che le società umane con più stato e più tasse finiscono sempre molto male dopo un periodo più o meno lungo di splendore apparente, mentre le società con meno stato e meno tasse coincidono, guarda caso, con le società più prospere sia dal punto di vista economico che dal punto di vista culturale. Non furono certamente quattro straccioni male equipaggiati denominati “barbari” a fare crollare rovinosamente uno degli imperi più potenti della storia. Quei quattro straccioni poterono avere la meglio sull’impero romano solo perché la società romana era ridotta in fin di vita dalle tasse. Per nutrire eserciti sempre più grandi di funzionari e burocrati, nonché l’imperatore e la sua corte, i sempre meno numerosi cittadini produttivi erano costretti a cedere la maggior parte dei loro introiti allo stato. Non riuscendo a sostenere un carico fiscale ormai fuori controllo, molti  abbandonavano le attività produttive e commerciali e si davano al brigantaggio. Non so se vi rendete conto delle preoccupanti analogie fra la situazione del basso impero e la situazione dell’Italia e degli altri paesi occidentali di oggi. Ma torniamo alla storia. Con una analisi serrata, Stark dimostra che nel corso del Medioevo la civiltà europea raggiunse un livello di prosperità economica e culturale nettamente superiore a quello raggiunto da qualunque altra civiltà precedente, compresa quella greco-romana. Il segreto di tanta prosperità era, naturalmente, il cristianesimo. Il cristianesimo da una parte spingeva gli uomini ad usare la ragione, dall’altra ispirava un modello di stato leggero, che lasciava più spazio possibile alla creatività economica individuale. Nei comuni italiani c’erano poca burocrazia, poche tasse, molto commercio, molto artigianato, molta cultura e molta arte. Non dovendo mantenere eserciti di parassiti di stato, i ricchi mercanti e i ricchi imprenditori potevano permettersi il lusso di mantenere artisti ed intellettuali. La Firenze di Dante e Giotto ci insegna che meno tasse significa più mecenati e più arte. Ci riflettano, gli “artisti” che dal palcoscenico del teatro Valle chiedono  di continuare ad essere mantenuti dallo stato ossia dai contribuenti.

Ma torniamo ancora una volta alla storia. Per farla breve, alla fine del sedicesimo secolo finì il “miracolo italiano” e l”Italia intesa come espressione geografica iniziò la lenta discesa negli inferi di una recessione economica e culturale cui la tardiva unità politica ha rimediato solo in parte. Che cosa pose fine al miracolo? Stark non ha dubbi: le tasse. Finita la civiltà comunale,  in Italia crebbe a dismisura  una classe nobiliare parassitaria che esigeva dai ceti produttivi tributi diretti e indiretti, che si aggiungevano ai tributi diretti e indiretti richiesti dagli occupanti stranieri, a partire dagli spagnoli. Non so se vi rendete conto delle preoccupanti analogie fra la situazione dell’Italia dal Cinquecento all’Ottocento e la situazione dell’Italia di oggi, nuovamente vessata e umiliata dagli arroganti vicini europei. Dal momento le attività produttive e commerciali erano gravate da un carico fiscale del tutto spropositato, i commercianti e gli imprenditori italiani, eredi di una gloriosa tradizione, cessavano uno dopo l’altro le loro attività, vedevano tutto e si compravano la terra. E così iniziò l’era dei grandi latifondi, dello sfruttamento dei contadini e dell’analfabetismo di massa. E le cose andarono male per il popolo italiano almeno fino all’Italia in bianco e nero dei neorealisti. Poi all’improvviso, negli anni Cinquanta, un nuovo piccolo miracolo italiano. Le straordinarie performance economiche  dei “negri” italiani fra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta fecero rodere parecchio il fegato ai razzisti anti-italiani d’Europa. Che cosa era successo? Era successo che l’11 maggio 1948 fu eletto presidente un grande liberale di nome Luigi Einaudi. Portò in Italia il verbo del liberalismo economico. E fu boom. Questa è la storia. Imparatela e decidete in fretta se volete fare la stessa fine che fecero i nostri avi nel Cinquecento oppure se volete un nuovo miracolo italiano.

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2 pensieri su “IL CAPITALISMO NON PUO’ MORIRE. Lo statalismo keynesiano, invece, deve morire al più presto. Uccidiamolo.

  1. LA NUOVA LOTTA DI CLASSE: TAX-CONSUMER IMPRODUTTIVI (POLITICI E DIPENDENTI PUBBLICI) CHE SFRUTTANO I TAX-PAYERS (LAVORATORI NON STATALI)
    http://www.ilfoglio.it/soloqui/15264#.UHUmqwfVJMQ.twitter

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