Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

IL KEYNESISMO SELVAGGIO UCCIDE. IMPARA A DIFENDERTI. Seconda parte del viaggio nel mondo dei tassi di interesse e del debito pubblico.

L’economia è come la salute: ti accorgi di quanto è importante solo quando peggiora. Quando l’economia andava bene, potevamo disinteressarcene e pensare alle cose superiori. Oggi che va male, siamo obbligati ad interessarcene, anzi non riusciamo a pensare ad altro. Siamo costretti a imparare in fretta l’esatto significato di espressioni quali tassi di interesse, spred, bot, domanda aggregata eccetera. Ultimamente ho letto molti articoli sull’economia e credo di avere imparato qualcosa. Il servizio migliore che posso rendere al prossimo di spiegare quello che ho imparato. Infatti, per difenderci dagli inganni e dai raggiri dei marxisti-keynesiani la prima cosa che dobbiamo fare è conoscere quello di cui loro vogliono che rimaniamo all’oscuro. Loro ci vogliono ignoranti per fregarci meglio non solo in senso figurato ma anche nel senso di metterci le mani in tasca con tasse e debiti.

Nella puntata precedente, ho parlato di Keynes, di Hayek, della spesa pubblica e dello spread. La tesi dei liberali è semplice: la spesa pubblica e il debito pubblico (le due cose coincidono) non solo non creano sviluppo ma lo ostacolano sul lungo periodo. Ma ovviamente questa tesi è duramente avversata dai marxisti-keynsiani, che si ostinano a pensare che la ricchezza di una nazione sia direttamente proporzionale alla spesa pubblica. In questo nuovo post approfondisco molti degli argomenti già trattati nel precedente, allargando enormemente il discorso. Più che un post, è un piccolo saggio di economia in 60.000 caratteri con spazi. Nella prima parte illustro i principali argomenti dei marxisti-keynesiani, nella seconda illustro le obiezionidei liberali.

ARGOMENTI DEI MARXISTI-KEYNESIANI

La spesa pubblica in tutte le sue forme ha sempre effetti positivi sull’economia. Prova ne sia il fatto che oggi le nazioni più ricche del pianeta (Giappone, Usa e Germania) hanno debiti pubblici altissimi. Il debito tedesco sarà del 79,8% nel 2013, il debito giapponese vola oltre il 220% in rapporto al pil. Per avere un’idea, il debito pubblico dell’Italia è del 120,1%, mentre quello della Spagna è “solo” del 70,1% (dato del 2011). Il debito giapponese è molto più grande di quello italiano eppure in Italia c’è crisi finanziaria e in Giappone no. Infatti, non è il debito ma sono gli interessi sul debito a provocare le crisi finanziarie. I giapponesi dormono sonni tranquilli perché sui loro titoli pubblici decennali pagano meno dell’1% (che è meno di quello che pagano gli stessi americani sui loro), mentre gli italiani, i greci, i portoghesi e gli spagnoli pagano interessi spropositati sui loro rispettivi titoli. Questo perché negli Usa e in Giappone le banche centrali fanno il loro mestiere, mentre nella zona Euro la Bce preferisce lasciare precipitare nel baratro italiani, greci, spagnoli e portoghesi piuttosto che creare un poco di inflazione. Il caso giapponese conferma la validità della tesi di Paul Samuelson: una nazione può sostenere senza fatica il peso del debito se solo la sua banca centrale si degna di tenere i tassi d’interesse pagati dai titoli pubblici a un tetto inferiore alla crescita nominale del Pil. E oggi il premio Nobel Paul Krugman cerca di farci capire che il debito pubblico non è altro che quello che noi dobbiamo a noi stessi.

Dunque il debito non deve farci paura: porta più vantaggi che problemi. Senza un incremento della spesa pubblica, né gli Usa né l’Europa sarebbero mai riusciti a riprendersi dopo la Seconda guerra mondiale. Furono le spese militari della Seconda guerra mondiale (che nel 1946 lasciarono in eredità agli USA un debito del 160%) a fare crescere il Pil degli Usa fino al 1945. Nel 1946 il Pil subì un calo dell’11% in termini reali (deflazionati) proprio a causa dell’improvvisa contrazione delle spese militari. In sintesi, il Pil degli USA in valori reali era 2,012,400 nel 1945, scese a 1,792,200 nel 1946, risalì a 2,006,000 nel 1950 e salì ulteriormente al 2,161,100 nel 1951. Dietro la straordinaria ripresa dell’economia americana negli anni Cinquanta ci sono le spese della Guerra di Corea. Eisenhower varò addirittura un piano per la costruzione di infrastrutture pubbliche (specialmente autostrade) che veniva finanziato con tasse sulla benzina. Analogamente, fu il piano Marshall a risollevare l’Europa. E mentre la spesa pubblica aumentava su entrambe sponde dell’Atlantico, si ponevano dei limiti alla circolazione dei capitali. Gli accordi di Bretton Woods stabilirono che il dollaro era l’unica valuta che poteva essere convertita in oro (35 dollari per un’oncia), mentre le altre valute potevano essere convertite solo in dollari.

E’ stata la spesa pubblica a regalare una prolungata prosperità agli Usa. Perfino quelli che stavano a destra erano costretti, volenti o nolenti, a riconoscere l’efficacia delle politiche keynesiane e ad applicarle. Anche se in pubblico prometteva tagli drastici, il liberista Ronald Reagan non diminuì affatto la spesa pubblica. Si potrebbe dire che egli abbia attuato, suo malgrado e a sua insaputa, delle politiche keynesiane. Il boom economico degli anni Ottanta è senza dubbio una conseguenza dell’aumento delle spese militari voluto da Reagan. In ogni caso, dobbiamo sottolineare che Lord Keynes non era a favore della spesa pubblica inutile e sconsigliava apertamente i deficit prolungati. Travisando la lezione di Keynes, i suoi seguaci hanno spinto i politici a moltiplicare costantemente la spesa pubblica e di conseguenza il debito pubblico. Ma nonostante tutto, anche la spesa pubblica inutile stimola positivamente l’economia. Ad esempio, le spese militari sono “inutili” dal punto di vista produttivo, perché gli eserciti e le armi distruggono soltanto, ma stimolano i consumi e i consumi stimolano l’industria civile. Inoltre, le spese militari stimolano la ricerca di innovazioni tecniche e industriali di cui poi beneficerà l’intero comparto industriale.

Dunque Reagan non si è allontanato dalla rotta keynesiana. Ma poi negli anni Novanta si è affermata l’idea che regolamentare significhi strozzare il mercato e così si è deregolamentato tutto. I frutti avvelenati della deregolamentazione selvaggia li cogliamo oggi. Le banche e la finanza, lasciate a briglia sciolta, si sono gettate a capofitto in imprudenti imprese finanziarie, gonfiando gigantesche bolle. Seguendo i consigli dei neoliberisti, le banche hanno indotto le persone a consumare a debito. Inoltre, approfittando dell’assenza di ogni controllo statale, hanno affibbiato mutui subprimes ai clienti meno abbienti e prodotti finanziari tossici ai clienti abbienti. E quando le bolle dei crediti non esigibili sono scoppiate, le banche e le aziende che sono rimaste ferite hanno chiesto aiuto allo stato, che le ha prontamente rianimate col denaro pubblico. Quindi, dare allo stato la colpa della crisi è come dare all’ambulanza che arriva sul luogo di un incidente la colpa dell’incidente stesso. La verità è che le banche e le aziende cercano sempre di socializzare le perdite senza tuttavia socializzare i profitti. Il loro comportamento è simile a quello di un giocatore che se vince si tiene tutto per sé e se perde fa pagare agli altri. Le banche e aziende private da una parte pretendono che lo stato sia sempre pronto a soccorrerle in caso di necessità, dall’altra chiedono allo stato di dimezzare la spesa sociale e le tasse. Ma oggi tagliare la spesa sociale significa abbandonare al loro destino vasti strati di popolazione che soffrono a causa di una crisi che è stata provocata proprio dai banchieri e dagli imprenditori. Insomma, secondo i capitalisti lo stato deve salvare loro ma non le vittime delle loro cattive azioni. La lotta di classe non è una opinione. L’unica soluzione è che le banche e le aziende non si limitino a socializzare le perdite e inizino a socializzare anche i ricavi.

ARGOMENTI DEI LBERALI

ll Piano Marshall e gli accordi di Bretton Woods hanno prodotto solo danni

Non fu la spesa pubblica ma, al contrario, fu la riduzione della spesa pubblica a scatenare la straordinaria ripresa dell’economia americana nell’immediato dopoguerra. Mentre milioni di soldati erano smobilitati, l’enorme deficit costrinse il congresso a ridurre la spesa pubblica ai minimi termini: dal 1946 al 1948 il rapporto fra spesa e Pil passò dal 42 al 9 per cento. Inoltre furono tagliate le tasse, aboliti i razionamenti e rimosso il controllo dei prezzi e dei salari. Mettendosi le mani ai capelli, i keynesiani profetizzarono una recessione irreversibile e invece l’economia cominciò a volare. E non è vero che spiccò il volo solo nel 1950, quando le spese militari ripresero a salire. D’altra parte, il calo dell’11% del Pil verificatosi nel 1946 non aveva nulla a che fare con una vera recessione. Dobbiamo tenere presente che il Pil è il valore della spesa totale, connessa alla domanda aggregata, effettuata dai soggetti economici fondamentali: famiglie, imprese, pubblica amministrazione ed estero. Inoltre, la domanda aggregata è una “sommatoria” cioè una “somma di domande”: domanda di beni di consumo, domanda di beni di investimento, spesa pubblica, esportazioni nette (con esportazioni nette si intende la differenza tra le esportazioni e le importazioni). Ebbene, disaggregando la domanda aggregata del 1946, si scopre che il valore della spesa privata era raddoppiato.

La ripresa dell’economia europea nel dopoguerra fu dovuta solo in minima parte al piano Marshall, che prevedeva lo stanziamento dicirca un 120 miliardi di dollari. Se è vero che il piano Marshall ha giovato a certi settori dell’industria, è altrettanto vero che le economie dei paesi che hanno ricevuto più fondi sono cresciute meno rispetto alle economie dei paesi che ne hanno ricevuti di meno. Oltretutto la ripresa produttiva era iniziata nel 1946: due anni prima dell’avvio ufficiale del piano Marshall. Subito dopo la fine della guerra, l’economia tedesca cominciò a correre più velocemente di quella americana. A farla ripartire non furono i soldi americani ma piuttosto una serie di politiche di stampo liberale – a cominciare dalla liberalizzazione dei prezzi voluta da Erhard contro la volontà delle truppe di occupazione angloamericane – che spazzarono via gli ultimi avanzi dello statalismo economico di stampo nazional-socialista. Tali politiche si ispiravano alla dottrina degli ordo-liberali tedeschi, fra i quali spiccava Wilhelm Röpke. Riuniti attorno alla rivista Ordo, fondata da Eucken nel 1940, essi teorizzarono il modello dell’economia sociale di mercato (Soziale Marktwirtschaft), che è alternativo tanto al modello economico socialista-marxista quanto al modello liberale classico di Adam Smith, secondo cui il mercato sarebbe regolato da una fantomatica “mano invisibile” ossia, in altri termini, sarebbe in grado di autoregolarsi. Dal loro punto di vista, tanto il dirigismo statale quanto l’anarchia fanno male al mercato. Se è vero infatti che lo stato altera inconsapevolmente gli equilibri del mercato ogni volta che prova ad intervenire in economia, è altrettanto vero che il mercato lasciato a se stesso non riesce a trovare il suo equilibrio, dal momento che una “mano invisibile” non esiste e non è mai esistita. Quindi, secondo gli ordo-liberali lo stato non dovrebbe né pianificare né dirigere l’economia ma non dovrebbe neppure lasciarla a se stessa: dovrebbe piuttosto elaborare una vera e propria “costituzione economica” e impegnarsi a farla rispettare a tutti gli attori economici. In particolare, lo stato deve impedire ai capitalisti di ricorrere a meccanismi anti-concorrenziali quali il monopolio, il cartello e l’abuso di posizione dominante. Inoltre, gli ordo-liberali ritengono che in determinate circostanze emergenziali sia opportuno che lo stato intervenga direttamente nell’economia, ma a condizione che intervenga in conformità alle leggi di mercato (Cfr. L’economia sociale di mercato. Origini, relazioni con la dottrina sociale della Chiesa e implicazioni attuali di Flavio Felice).

Dunque, si può dire che la ripresa europea ci fu non grazie bensì nonostante il piano Marshall. Oltre a beneficiare solo certi settori industriali, questo enorme fuoriuscita di denaro dalle casse dello stato americano costrinse il governo egli Usa a giocare la carte dell’inflazione. Sfruttando il sistema dei cambi stabilito a Bretton Woods, gli Usa esportarono l’inflazione verso l’Europa e il mondo. E infatti, prima l’abbandono del “gold standard” (avvenuto durante la Prima guerra mondiale) e poi gli accordi di Bretton Woods furono causa di molte storture. Quando ancora era in vigore il “gold standard”, ogni valuta era solo un “nome” che indicava una certa quantità di oro. Dal momento che ogni banconota poteva essere cambiata in ogni momento in oro, e poiché l’oro non si può fabbricare dal nulla, i governi non potevano stampare più banconote del dovuto. In altri termini, non potevano creare inflazione, se non in misura molto limitata. Ma da quando non esiste più un tasso di cambio fisso fra valute ed oro, l’inflazione è a portata di mano. La storia dimostra che, quando sono a corto di soldi, i governi non si fanno scrupolo di stamparne in eccesso, senza nessun rispetto per i cittadini, che vedono i loro risparmi perdere di valore.

E veniamo a Bretton Woods. In base a questi accordi solo il dollaro, fra tutte le valute dei paesi industrializzati, poteva essere convertito direttamente in oro, mentre le altre valute potevano essere convertite solo in dollari. Così il dollaro diventava la principale valuta di riserva e le banche centrali dovevano comprare e vendere dollari, anche se potevano richiederne in ogni momento alla Federal Reserve la conversione in oro. Ma il problema è che il valore del dollaro fu tenuto artificialmente alto: il tasso di cambio di 35 dollari per un’oncia d’oro non rispecchiava il reale valore di mercato dell’oro, che era molto più alto. Dal momento che il potere d’acquisto del dollaro era sopravvalutato mentre quello delle altre valute era sottovalutato, gli Usa potevano acquistare all’estero più di quanto il reale valore del dollaro avrebbe permesso loro, mentre i partners commerciali erano costretti ad acquistare meno di quanto il valore reale delle loro valute avrebbe permesso loro. E dal momento che le pance delle banche centrali si gonfiavano di dollari sopravvalutati, l’inflazione era in agguato. Negli anni Sessanta l’impennata della spesa pubblica degli Usa (collegata da una parte al piano denominato “Grande Società” e dall’altra alla guerra in Vietnam) fece esplodere l’inflazione e, di conseguenza, sul mercato libero il prezzo dell’oro cominciò a volare al di sopra dei 35 dollari fissati da Bretton Woods. Per salvare il potere d’acquisto delle valute nazionali, le banche centrali si affrettarono a chiedere alla Fed la conversione in oro dei dollari che avevano in pancia. A questo punto, per frenare l’emorragia d’oro dalle immense riserve americane, nel 1971 il presidente Nixon fu costretto a chiudere la gold window dichiarando il dollaro inconvertibile. E si passò dalla padella alla brace. Infatti, il pessimo “dollar standard” fu sostituito dagli ancora peggiori cambi flessibili, che sono all’origine dello stato di cronica instabilità finanziaria dell’Occidente negli ultimi quarant’anni. Nel libro Il Peccato Monetario dell’Occidente, pubblicato nel 1971, Jaques Rueff, economista francese e consigliere economico del presidente De Gaulle, avvertì che l’abbandono definitivo del gold standard avrebbe favorito l’espansione artificiale ed illimitata del credito con tutti i disastri che ne derivano. Una volta annientato quel legame residuo e indiretto fra il denaro e l’oro stabilito a Bretton Woods, l’economia sarebbe stata travolta periodicamente da tsunami creditizi di carta straccia col nome di denaro. Dopo avere accumulato in pancia tonnellate di carta straccia in forma di dollari fra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando gli Usa esportavano inflazione, le banche europee cominciarono a darle via in prestito a cani e porci. Ma la carta straccia ossia il denaro creato dal nulla prima o poi torna nel nulla da cui proviene. Il credito facile e illimitato è per l’economia quello che la droga è per l’organismo umano. Come la droga produce nell’uomo stati di eccitazione cui seguono stati di depressione e crisi di astinenza, così il credito facile e illimitato crea boom economici spropositati cui seguono crolli improvvisi e devastanti, con annesse deflazioni e inflazioni. Negli anni Settanta l’eccesso di credito e di inflazione produsse un nuovo mostro: la stagflazione, ossia la compresenza di inflazione e disoccupazione. Nella speranza di rianimare l’economia, sì duramente colpita, le banche centrali hanno cominciato a manipolare i tassi di interesse. Infatti, come abbiamo visto nel post precedente, Keynes sosteneva che l’aumento della spesa pubblica da una parte e l’abbassamento dei tassi si interesse dall’altra potessero funzionare come “stimoli” dell’economia. In realtà, le continue manipolazioni dei tassi di interesse non hanno fatto altro che accentuare l’instabilità macroeconomica dell’Occidente negli ultimi decenni. (Cfr. Gerardo Coco, Il Peccato Monetario dell’Occidente)

Oggi si è imposta l’illusione che basti moltiplicare l’offerta di denaro per moltiplicare la produzione di beni e servizi. In realtà, il valore del denaro non può essere stabilito artificialmente tramite l’aumento del credito: dipende unicamente dallo stato di salute del sistema produttivo. Se il sistema produttivo è efficiente, il potere d’acquisto del denaro si alza e viceversa. Inoltre, l’abbassamento artificiale dei tassi di interesse non è uno stimolo: è una droga per l’economia.

All’origine della crisi del 2007 troviamo l’abbassamento artificiale dei tassi d’interesse da parte della Fed e in generale gli intrecci fra politica ed economia

Quando una persona mette del denaro in banca o compra delle obbligazioni, il suo denaro non se ne sta fermo: viene prestato in cambio di altro denaro. Come ogni altro bene, il denaro ha un prezzo. Il prezzo di ogni bene è determinato dal rapporto fra la domanda e l’offerta: se c’è molta offerta rispetto alla domanda il prezzo scende e viceversa. Quindi, in teoria, il prezzo del denaro ossia il tasso di interesse dovrebbe essere determinato unicamente dal rapporto fra domanda e dall’offerta di risparmio: se c’è molta offerta, il tasso si abbassa e viceversa. In teoria, le banche possono prestare di più a meno solo se le famiglie oggettivamente risparmiano di più spendendo di meno. Se invece le famiglie spendono di più e risparmiano di meno, le banche hanno disposizione meno soldi e di conseguenza sono costrette a prestare meno soldi a tassi più alti. Come è facile immaginare, quando i tassi sono bassi gli imprenditori sono inclini a farsi prestare molto denaro per investirlo in progetti impegnativi a lungo termine, mentre quando i tassi si alzano troppo preferiscono fare investimenti sicuri a breve termine, evitando rischi inutili. In sintesi, i bassi tassi fanno guardare al futuro, i tassi alti fanno guardare al presente. In effetti, i tassi danno anche delle importanti indicazioni sul comportamento dei consumatori attraverso il tempo. In linea di principio, chi oggi risparmia poco domani non potrà spendere molto, viceversa chi oggi risparmia molto domani potrà e vorrà spendere molto. Perché risparmiare, se non per spendere di più in futuro? Quindi, i tassi bassi suggeriscono che la gente risparmia molto ossia oggi consuma meno di quello che consumerà domani, e l’imprenditore capisce che è il momento giusto per investire in progetti a lungo termine. Ci sono buone possibilità che i frutti dei suoi investimenti, quando saranno maturi, non resteranno invenduti. Al contrario, alti tassi suggeriscono che la gente consuma oggi molto più di quanto potrà consumare domani. L’imprenditore capisce che conviene produrre e vendere oggi, senza perdere del tempo prezioso a migliorare i prodotti e le tecniche di produzione.

Insomma, i tassi di interesse aiutano gli imprenditori ad adattare il livello della produzione al livello del consumo attraverso il tempo. Oltre che indicazioni temporali, i tassi d’interesse danno delle indicazioni quantitative. In un determinato lasso di tempo, l’economia può fare attecchire solo un numero limitato di investimenti. Ebbene, i tassi fanno capire all’imprenditore se in un determinato periodo rimangono ancora degli spazi d’investimento oppure se sono già stati tutti occupati.

Quando non sono determinati da altro che dal mercato, ossia dal rapporto fra la domanda e l’offerta di denaro, i tassi di interesse sono degli indicatori molto preziosi. Liberalismo o liberismo che dir si voglia significa precisamente, fra le altre cose, lasciare che sia il mercato, e solo quello, a determinare i tassi di interesse. Ma purtroppo, da molto tempo i governi, su suggerimento di Keynes, non lasciano in pace i tassi di interesse, in altri termini sono tutto fuorché “liberisti”.

Secondo i keynesiani, la catastrofe del 2007 rappresenterebbe la dimostrazione pratica del fallimento del “liberismo selvaggio”. A loro dire, Reagan e i suoi successori avrebbero deregolamentato selvaggiamente i mercati e rimosso ogni meccanismo di controllo pubblico delle banche e della finanza, che di conseguenza ne avrebbero approfittato per scatenare i loro “spiriti animali”. In effetti è vero che nell’ultimo decennio l’economia finanziaria è cresciuta troppo rispetto all’economia reale ed è vero che i mutui subprimes e i prodotti finanziari tossici spacciati dalle banche americane hanno hanno intossicato tutto il mondo. Tuttavia, né i mutui subprimes né i prodotti finanziari tossici né l’eccesso di speculazione hanno qualcosa a che fare col “liberismo”. Più in generale, la “deregolamentazione” è poco più di un mito. A monte della crisi del 2007 non c’è il “liberismo selvaggio” ma casomai il keynesismo selvaggio. Abbiamo visto che, secondo Keynes, l’abbassamento dei tassi d’interesse ossia del costo del denaro funzionerebbe come “stimolo” dell’economia. E no: l’abbassamento artificiale dei tassi di interesse non fa crescere l’economia: fa crescere la speculazione. Provoca il rigonfiamento di colossali bolle che prima o poi scoppiano.

I semi della crisi del 2007-2008 sono stati piantati nel 2001. Allora Alan Greenspan, Segretario del Comitato dei Governatori della banca centrale americana (la Federal Reserve) cominciò ad abbassare artificialmente i tassi di interesse, inflazionando l’offerta di moneta. Egli era incredibilmente convinto che il solito giochetto keynesiano sui tassi di interesse, che non ha mai funzionato, questa volta potesse funzionare. Dal 2001 al 2003, i tassi passarono dal 6,5% all’1%. Ma i tassi non si potevano mantenere bassi in eterno. Nel giugno del 2006 tornarono al 5,25% e nel 2007 fu crisi. Che cosa era successo? Quando le banche centrali abbassano artificialmente i tassi, le bolle speculative si gonfiano; quando per l’azione delle forze fisiche del mercato i tassi tornano inesorabilmente a salire – come un tappo di sughero torna inesorabilmente a galla quando sfugge dalla mano che lo tiene sott’acqua – le bolle scoppiano. Nel breve periodo, i tassi artificialmente bassi hanno effetti stupefacenti – nel senso della droga – sull’economia: gli imprenditori investono di più e le aziende crescono, i salari si alzano e il mercato immobiliare si espande. Ma questo stato di eccitazione non dura.

Abbassando artificialmente i tassi di interesse, le banche centrali in un certo senso ingannano gli imprenditori: fanno loro credere che i consumatori stiano risparmiando molto e che quindi sia il momento giusto per investire in progetti a lungo termine. In realtà, non è detto che i risparmiatori abbiano realmente aumentato la propensione al risparmio e quindi non è detto che gli imprenditori potranno avere sul lungo periodo sufficienti risorse per portare a termine i loro progetti. Anzi, di norma i bassi tassi inducono i risparmiatori a consumare di più e risparmiare di meno ossia a consumare a debito. Mentendo e sapendo di mentire, i keynesiani dicono che incentivare il consumo a debito è “liberismo selvaggio”. In realtà, è keynesismo selvaggio. Come abbiamo visto nel post precedente, Lord Keynes credeva che il risparmio fosse la causa di tutti i mali e che invece il consumo immediato supportato dal “deficit spending” statale fosse la soluzione di tutti i mali. Invece, Friedrick Hayek sosteneva esattamente l’opposto. Quindi, per quanto possa sembrare paradossale, la sobrietà è di destra mentre il consumismo è di sinistra. Caduto il muro di Berlino, i compagnucci sono passati dal comunismo al consumismo.

All’abbassamento artificiale dei tassi segue sempre, dopo un periodo più o meno lungo, il loro improvviso rialzo. E così, dopo un periodo più o meno lungo di serena navigazione a costi contenuti gli imprenditori vedranno improvvisamente pararsi davanti ai loro occhi l’iceberg di un aumento generalizzato dei costi. Infatti, cominciano ad aumentare sia i prezzi delle risorse di cui hanno bisogno (materiali e forza lavoro) sia il prezzo del denaro prestato dalle banche, perché l’insieme dei risparmi si assottiglia. A quel punto un imprenditore deve scegliere se interrompere il progetto o indebitarsi. Se sceglie di interrompere, l’imprenditore e le banche che gli hanno concesso dei prestiti perderanno tutto il denaro investito fino a quel momento. Sarebbe stato meglio non investire affatto. Se invece sceglie di indebitarsi, non è detto che riesca comunque a portare a termine il suo progetto. Se ulteriori aumenti lo costringeranno a chiudere, egli non soltanto perderà tutto ma si ritroverà con una montagna di debiti. Sarebbe stato meglio interrompere subito. Se invece riuscirà a portare a termine il progetto, le probabilità che il progetto abbia successo sul mercato sono poche, dal momento che negli anni precedenti la gente ha risparmiato poco e quindi nel presente ha un ridotto potere d’acquisto. Poiché dunque, nella migliore delle ipotesi, il progetto avrà uno scarso successo, difficilmente i debiti con le banche potranno essere completamente estinti.

In paesi come l’Italia le industrie baciate dall’insuccesso hanno il vizio di chiedere sovvenzioni allo stato, e lo stato ha il vizio di concedergliele. Ma dare i soldi dei contribuenti ad industrie che non riescono a stare sul mercato non soltanto è ingiusto nei confronti dei contribuenti – che vengono costretti a pagare a loro insaputa industrie di cui non gradiscono i prodotti – ma è controproducente dal punto di vista economico. Se, come è successo, si comincia a finanziare l’industria dell’automobile in un momento storico in cui la domanda di automobili comincia a calare, bisognerà continuare a finanziarla in eterno e non ci sarà fine all’emorragia di denaro pubblico. Quanto denaro pubblico ha bruciato la Fiat negli ultimi decenni? Anche se la “cura Marchionne” dovesse funzionare, la Fiat non potrà mai restituire ai contribuenti il maltolto. Quindi, invece di confidare troppo sulle virtù taumaturgiche di un super-manager, sarebbe stato meglio lasciarla morire tanto tempo fa.

Quando lo stato regala i soldi dei contribuenti ad industrie ormai fuori mercato, li sta togliendo non soltanto ai contribuenti stessi ma anche a quelle industrie sane che potrebbero creare ricchezza e occupazione. Se infatti lo stato spillasse meno quattrini ai contribuenti, questi ultimi potrebbero risparmiare di più e comprare di più, regalando il successo alle industrie sane che se lo meritano. Oltre a togliere risorse all’economia reale, gli aiuti di stato alle industrie in crisi fanno aumentare il debito pubblico e di conseguenza fanno diminuire la quantità totale dei risparmi gestiti dalle banche, che a questo punto hanno meno soldi da prestare. Si è detto che, quando il denaro a disposizione delle banche scarseggia, i tassi dovrebbero alzarsi. Ma poiché la banca centrale continua ad imporre bassi tassi, oggi le banche si vedono costrette a prestare sempre meno o addirittura a non prestare affatto (credit crunch). Non riuscendo più ad ottenere prestiti, gli imprenditori vanno in televisione a lanciare accuse contro le banche. Invece di prendersela con le banche stesse, dovrebbero prendersela con le banche centrali, che impongono tassi troppo bassi rispetto alla reale offerta di denaro. Soprattutto, dovrebbero prendersela con lo stato, che continua nutrire il mostro del debito pubblico per ragioni elettorali. Infatti in paesi come l’Italia i parassiti del denaro pubblico sono ormai talmente tanti, fra impiegati statali in esubero e beneficiari di sussidi, che per vincere le elezioni bisogna rpomettere continui aumenti di spesa.

La maggior parte delle persone non sa niente di deficit pubblico. L’efficientissima macchina della propaganda di sinistra le ha indotte a credere che l’attuale crisi internazionale sarebbe stata provocata deliberatamente dalle banche e dall’alta finanza. L’espressione “signoraggio bancario” è sulla bocca di tutti. Ora, è innegabile che le banche e l’alta finanza abbiano combinato molte malefatte negli ultimi anni: i finanzieri hanno speculato troppo su qualunque cosa e i banchieri americani hanno inondato il mondo di prodotti tossici. Ma le loro malefatte sono niente rispetto alle malefatte dei governi e delle banche centrali. Infatti, le vere cause profonde della crisi sono da una parte l’abbassamento dei tassi di interesse, di cui si è detto, e dall’altra l’esplosione del debito pubblico. In ‘Tutti gli errori di Keynes, perché gli Stati continuano a creare inflazione, bolle speculative e crisi finanziarie’, Hunter Lewis dimostra che è stato proprio il basso costo del denaro in puro stile Keynes a scatenare negli Usa la tempesta di debiti, prestiti bancari non garantiti (subprime) e insolvenze. Dunque, l’imbroglio dei mutui subprimes e dei titoli tossici è stato allo stesso tempo una conseguenza dei bassi tassi e una causa secondaria della crisi del 2007. Questo imbroglio è iniziato nel 1999, quando Bill Clinton ha promulgato la legge bancaria Gramm-Leach-Bliley Act, che ha sostituito il precedente Glass-Steagall Act del 1933. Facendo cadere ogni differenza fra banca commerciale (quella che raccoglie depositi agli sportelli) e banca d’investimento (quella che vende e acquista azioni e altri prodotti finanziari, offrendo inoltre servizi di consulenza), questa legge ha permesso alle banche americane di riempire il mondo “nuovi” prodotti finanziari altamente tossici: derivati, bond, swap. Questi prodotti difficilmente avrebbero potuto dare a chi li acquistava l’altissimo interesse che promettevano, dal momento che comprendevano crediti concessi dalle banche americane tramite i mutui subprimes a persone che difficilmente avrebbero potuto ripagarli. E infatti, la maggior parte di questi crediti non sono mai stati ripagati. Fra il 2007 e il 2008 il virus delle insolvenze, scatenato dai subprimes, si è trasmesso da una banca all’altra e ha distrutto molti risparmi. Attaccate dal virus, le banche si sono ritrovate con meno soldi da prestare. Non potendo più ottenere prestiti sufficienti dalle banche, molte imprese sono andate in crisi e hanno tagliato posti di lavoro. E quanto più aumentava la disoccupazione, tanto più diminuivano in consumi, e quanto più diminuivano i consumi, tanto più aumentava la disoccupazione eccetera. Una spirale perversa.

Per i keynesiani il Gramm-Leach-Bliley Act segnerebbe l’inizio della “liberalizzazione selvaggia” del settore bancario. In realtà quella legge fu sostanzialmente un regalo fatto dai partiti a Citicorp, la seconda banca più grande degli Usa, fusa nel 1998 con la compagnia assicurativa Travelers Group dando vita a Citigroup. Dietro una legge come il Gramm-Leach-Bliley Act c’è dunque l’insano intreccio fra potere politico e potere finanziario. Esemplare da questo punto di vista anche il caso della Fannie Mae & Freddie Mac: due aziende parastatali, con capitale privato, che versavano nelle casse del Partito Democratico centinaia di milioni di dollari, ricevendone in cambio protezione ed aiuto. Quando la bufera dei titoli tossici le ha travolte, hanno chiesto aiuto allo stato. Con una incredibile malafede, i keynesiani hanno avuto l’impudenza di dire che il fallimento rovinoso di queste due aziende parastatali, legate a doppio filo alla politica, fosse la pratica dimostrazione del “fallimento del neoliberismo”.

Negli ultimi anni di bolle ne sono scoppiate molte un po’ ovunque. Infatti, tutte le principali banche centrali del mondo hanno seguito l’insano esempio della Fed. In paesi come Spagna, la Gran Bretagna e l’Irlanda i bassi tassi hanno gonfiato e fatto scoppiare delle bolle immobiliari molto simili a quella scoppiata negli Usa. Altrove i bassi tassi hanno spinto gli imprenditori a fare degli investimenti sbagliati che hanno distrutto ricchezza (vedi sopra). Per fermare questa epidemia di scoppi e fallimenti, i governi hanno cominciato a regalare i soldi dei contribuenti a banche ed aziende in crisi. Ora, rianimare banche e aziende in fin di vita con i soldi dei contribuenti non è “liberismo selvaggio”. In realtà, è il contrario del liberismo selvaggio: è la continuazione del keynesismo con altri mezzi. Infatti, come abbiamo visto, dal punto di vista liberale chi va fuori mercato deve restarci. E’ meglio per tutti se ci resta. In primo luogo, quando lo stato regala soldi alle aziende in crisi li sta sottraendo ai consumatori e alle aziende sane, col risultato che le aziende in crisi resteranno comunque in crisi mentre le aziende sane saranno meno sane. In secondo luogo aiutare le aziende che non riescono a stare sul mercato oppure le banche e le società che si sono rovinate con le loro mani significa incentivare comportamenti imprudenti e irresponsabili che turbano gli equilibri del mercato. Se lo stato comincia ad aiutare una banca d’affari che ha giocato sporco, le altre si sentono incoraggiate a giocare sporco: “tanto se va male ci salva lo stato” (cfr. Luigi Zingales: http://www.youtube.com/watch?v=6seJ6EGG8o0). In terzo luogo, i piani di salvataggio delle banche e delle aziende in crisi hanno hanno la tragica conseguenza di alzare il debito pubblico fino a renderlo insostenibile. Negli Usa i repubblicani hanno speso ben 700 miliardi di dollari per comprare asset degli istituti di credito in crisi, mentre il presidente democratico ha stanziato 787 miliardi per far ripartire l’economia. Tutti quei soldi non hanno fatto volare l’economia. hanno fatto volare il debito pubblico e lo spread.

(Cfr. Andrea Benetton, Le cause della crisi       ;

Federico Cartelli, Gli anatemi contro i liberisti)

La rivoluzione interrotta di Ronald Reagan

Come abbiamo visto, nel dopoguerra l’economia europea crebbe non grazie bensì nonostante il piano Marshall, mentre l’economia americana crebbe nonostante l’aumento della spesa pubblica. Ma i keynesiani naturalmente continuano a pensare il contrario. Secondo loro, la spesa pubblica spiegherebbe anche il il boom economico degli anni Ottanta. Aumentando le spese militari, il liberista Reagan avrebbe attuato a sua insaputa e suo malgrado delle politiche keynesiane.

Ma vediamo i dati del boom di quei favolosi anni: il Pil reale crebbe a un tasso medio del 3,2 per cento, inflazione e disoccupazione si ridussero ai minimi termini, il reddito reale mediano delle famiglie crebbe di 4000 dollari. Effettivamente, in quegli anni la crescita economica andò di pari passo con la crescita della la spesa pubblica: nell’89 era del 69 per cento superiore a quella dell’81. Il bilancio non fu pareggiato: dall’era Carter all’era Reagan, il debito crebbe in termini di percentuale sul Pil dal 21,6 per cento al 24,3 per cento. Il deficit invece passò dai 70 miliardi di dollari ai 200 miliardi di dollari. Il peso dello stato non calò in valore assoluto ma si ridusse seppure di poco rispetto al Pil : dal 22,2 per cento del 1981 al 21,2 per cento dell’89.

La compresenza di alta crescita economica e alta spesa pubblica sotto Reagan sembra dimostrare che la spesa pubblica farebbe bene all’economia. Insomma, perfino Reagan sembra avere dato ragione a Keynes. In realtà, nell’era di Reagan fra spesa pubblica e crescita non c’è stata una relazione di causa ed effetto. Inoltre, bisogna distinguere fra spesa pubblica in generale e spese militari.

Per quanto riguarda la spesa per l’abnorme apparato burocratico federale, Reagan non seppe tagliarla. Le resistenze ai tagli erano troppo forti da spezzare anche per un combattente valoroso come lui. Tuttavia, Reagan seppe limitarne gli aumenti, che infatti furono inferiori a quelli previsti (cfr. William Voegeli, Never Enough: America’s Limitless Welfare State, Encounter Books). Senza Regan “il governo federale sarebbe forse del 25 per cento più grande” (John Samples, The Struggle to Limit Government, Cato Institute). E mentre la spesa cresceva meno del previsto, le tasse diminuivano: Già nel 1981Reagan riuscì a far approvare al Congresso il piano per una riduzione fiscale del 25% in 4 anni. L’aliquota marginale sul reddito scese dal 70 al 28 per cento, e l’imposta sul reddito d’impresa dal 46 al 34 per cento. Il bello è che, mentre le tasse diminuivano, le entrate fiscali aumentavano del 65 per cento (oltre 200mld di dollari): abbastanza per coprire gli aumenti di spesa. Infatti, Reagan era convinto del validità del principio della curva Laffer, secondo cui più l’aliquota fiscale si abbassa e più aumenta la produzione di ricchezza e con essa il gettito fiscale. Se l’aliquota è al 50%, l’economia potrà produrre poniamo 2 (cifra puramente indicativa); se invece l’aliquota è al 20%, l’economia potrà produrre poniamo 10. Ebbene, il 20% di 10 è il doppio del 50% di 2. In conclusione, possiamo affermare che la vera causa del boom degli anni Ottanta non fu la spesa pubblica ma piuttosto la riduzione fiscale.

E veniamo alle spese militari, che secondo i keynesiani sarebbero all’origine della crescita economica degli Usa dagli anni Quaranta agli anni Ottanta. Per quanto riguarda la Seconda guerra mondiale, Hayek fece notare che le spese militari non avevano prodotto ricchezza ma solo piena occupazione. Metà della popolazione era arruolata e l’altra metà andava in fabbrica a produrre armi, carri armati, aerei da guerra e tutto il resto. Lavoravano tutti, ma con salari da fame e cibo razionato. Oltre a non produrre ricchezza, gli armamenti distruggono persone e cose e sono destinate esse stesse ad essere distrutte (le bombe scoppiano, gli aerei da guerra vengono abbattuti eccetera). Ma se è vero che le spese militari non producono ricchezza, tuttavia l’esercito e gli armamenti sono molto più utili della pubblica amministrazione e dei “servizi” pubblici al cittadino. Il paradosso delle spese militari è che sono allo stesso tempo improduttive ed utili, tristemente utili. Se gli Alleati non avessero aumentato le spese militari, magari sarebbero riusciti ad evitare l’aggravamento del deficit pubblico ma in compenso avrebbero perso la guerra. Che importa avere i conti in ordine se poi perdi la libertà? Insomma, per gli Usa vincere la guerra con un deficit del 160% è stato di gran lunga preferibile al perderla con un deficit minore (considerando che il deficit era già alto prima della guerra). E tutto fuorché inutili sono state le spese militari degli anni Ottanta. Se Ronald Reagan non avesse aumentato notevolmente la spesa militare, niente e nessuno avrebbe impedito ai sovietici di attaccare l’Occidente. Alcuni preziosi documenti saltati fuori dagli archivi del Kgb dopo la fine del regime sovietico provano che i vertici militari sovietici avevano aggiornato più volte i piani di attacco ai paesi della Nato. Aspettavano solo il momento giusto per passare alle vie di fatto. Il momento giusto non è arrivato perché è arrivato prima un certo Reagan a mettere i bastoni anzi gli euro-missili e gli scudi stellari fra le ruote sovietiche, già sporche del sangue dei dissidenti. I missili reganiani hanno avuto una doppia efficacia. Da una parte hanno fatto paura ai sovietici, inducendoli ad abbassare la cresta, dall’altra li hanno spinti ad aumentare a loro volta le spese militari. La fragile economia sovietica non è riuscita a sostenere il peso della corsa agli armamenti, portando così lo stato sovietico al collasso nel giro di pochi anni. Insomma, i missili e gli scudi stellari (ammesso che questi scudi siano mai stati veramente costruiti) son serviti… a fare finire il comunismo in maniera non violenta. Diciamo grazie a Reagan. Se egli avesse dato retta a certe sirene ultra-libertarie, che gli consigliavano di abbattere completamente non soltanto la spesa pubblica improduttiva ma anche le spese militari, probabilmente oggi staremmo facendo i conti con le radiazioni, visto che i piani di attacco sovietici prevedevano il massiccio ricorso alle rami nucleari, e non sapremmo più nemmeno che cosa è il libero mercato.

Dunque, le spese militari non sono sempre inutili. Il mondo è pieno di tiranni e di malvagi: gli uomini liberi devono armarsi. Ma la cosa più importante è che la spesa militare non è assimilabile alla spesa pubblica “civile”  (quella per la pubblica amministrazione e per i “servizi” ai cittadini). E infatti, dal punto di vista liberale la prima è lecita e la seconda no. Dal punto di vista liberale, lo stato dovrebbe occuparsi unicamente di quei pochi campi di cui non possono legittimamente ed efficientemente occuparsi i privati: fra essi il campo della difesa militare. Ovviamente lo stato non può fare a meno di un apparato amministrativo e burocratico, ma bisogna ridurlo ai minimi termini. Tutti gli altri servizi di pubblica utilità, da quelli postali a quelli sanitari, è meglio affidarli ai privati.  Questi infatti agiscono all’interno del mercato e quindi subiscono gli influssi benefici di quella sorta di forza fisica che si chiama concorrenza. Se non vuole regalare clienti ai concorrenti, un privato è costretto a fare il suo lavoro bene e a buon prezzo. Al contrario, i dipendenti pubblici non devono  fronteggiare una concorrenza e quindi non sono incentivati a trattare bene i loro clienti ossia i cittadini. Mediante le tasse, questi ultimi pagano a prezzi esorbitanti una serie di servizi che di norma non li soddisfano affatto a da cui non possono mai ottenere nessun rimborso. Se qualcuno trova pienamente soddisfacente il servizio erogato dalle aziende di trasporto municipali e dai grossi ospedali pubblici, dove si moltiplicano i casi di malasanità, alzi la mano. Il privato deve sforzarsi di usare bene il denaro, evitando  gli sprechi, perché quello è il suo denaro: se lo butta via nessuno glielo restituisce. Al contrario, amministratori e dipendenti pubblici possono sprecare e andare in rosso (e mettere qualcosina in tasca di tanto in tanto) quanto vogliono perché tanto pagano gli altri. Ma come diceva Margaret Thatcher, il problema del socialismo è che i soldi degli altri prima o poi finiscono.
Ebbene, le forze armate e le aziende che gravitano attorno ad esse sono molto diverse dalle altre aziende pubbliche. Infatti, i militari non lavorano in regime di monopolio statale: devono fronteggiare la concorrenza dei “nemici”. Durante la seconda guerra mondiale, i militari e tutti quelli che lavoravano nell’ambito dell’industria bellica dovevano fronteggiare la “concorrenza” feroce dei nazisti; durante la guerra fredda, dovevano fronteggiare la “concorrenza” anche più feroce dei comunisti. La posta in palio non era il profitto: era la sopravvivenza della loro nazione e della civiltà occidentale intera. Con una posta in gioco così alta, furono tutti costretti a dare il meglio. Gli scienziati fecero alcune importanti scoperte (si pensi all’energia nucleare), gli ingegneri inventarono nuove macchine, gli industriali apportarono molte migliorie alle tecniche di produzione. Queste scoperte, invenzioni e migliorie tornarono molto utili nel dopoguerra, quando le industrie belliche furono riconvertite ad usi civili. Analogamente, negli anni Ottanta la ricerca legata all’industria bellica produsse fra le altre cose internet. Nei due decenni precedenti l’enorme lavoro di ricerca svolto nei laboratori della Nasa e in quelli delle aziende private coinvolte nel Progetto spaziale Apollo diede un impulso fondamentale allo sviluppo della tecnologia informatica. L’enorme spesa per il progetto Apollo può essere considerata spesa militare. Infatti, il vero scopo, non dichiarato, della missione era di intimidire i russi. La Casa Bianca voleva lanciare un messaggio al Kremlino: la nostra tecnologia è superiore alla vostra, se ci attaccate vi distruggeremo.

Dunque le spese militari hanno degli effetti positivi indiretti sull’economia. Non fanno aumentare la ricchezza di una nazione, dal momento che eserciti e armamenti distruggono soltanto, e tuttavia stimolano il miglioramento delle tecniche di produzione della ricchezza. Non distinguendo fra spesa militare alla spesa pubblica in generale, i keynesiani sostengono che il boom post-bellico proverebbe la validità della teoria generale di Keynes. In realtà, come abbiamo visto, la spesa militare deve essere nettamente distinta dalla spesa pubblica “civile”. Infatti, pure essendo totalmente improduttiva, può stimolare la ricerca e il miglioramento delle tecniche di produzione. Quindi, in conclusione, Ronald Reagan non ha dato ragione e Keynes. Anche se non è riuscito a spazzare via l’eredità del New Deal, comunque ha attuato delle politiche liberali. In primo luogo, ha tagliato le tasse, che non è poco. Oltretutto, questi aumenti riguardavano quasi esclusivamente la spesa militare, che è una spesa liberale. La spada difende l’aratro. Infine, Reagan ha dato un contributo decisivo alla diffusione delle idee liberali, che fino ali anni Ottanta erano minoritarie e invece oggi sono quasi maggioritarie negli Usa dei Tea Party. Famosa la sua massima: “Lo stato è come un neonato: un canale alimentare con un grande appetito da una parte e nessun senso di responsabilità dall’altra”.

(Cfr. Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro, Liberismo in technicolor. La preziosa eredità di Reagan oltre il mito mercatista e la realtà storica)

La spesa pubblica non solo non fa ripartire l’economia ma crea un debito che uccide il futuro

Lo ripeto ancora: il boom degli anni Ottanta ci fu non grazie ma nonostante la spesa pubblica “civile”. Casomai, quel boom doveva qualcosa alla spesa militare, che è cosa ben diversa. Analogamente, la crescita post-bellica non ha avuto nulla a che fare con l’abnorme spesa del New Deal e neppure con le spese militari del 1939-1945, sebbene queste ultime abbiano portato alcuni vantaggi indiretti all’economia. Se fosse vero quello che sostengono i keynesiani, e cioè che la spesa pubblica è sempre e comunque salutare, l’economia americana avrebbe dovuto ripartire prima del 1939. Ma così non fu. Così si espresse il segretario del tesoro nel 1939: «We have tried spending money. We are spending more than we have ever spent before and it does not work. And I have just one interest, and if I am wrong…somebody else can have my job. I want to see this country prosperous. I want to see people get a job. I want to see people get enough to eat. We have never made good on our promises… I say after eight years of this administration we have just as much unemployment as when we started… And an enormous debt to boot!» (Secretary of the Treasury, Henry Morgenthau, 1939).

Ma contro la teoria generale di Keynes abbiamo almeno due prove schiaccianti: la Grecia e l’Italia meridionale Se la spesa pubblica facesse bene all’economia, la Grecia e l’Italia meridionale a quest’ora dovrebbero essere più avanzate degli Usa. Il meridione ha ingurgitato per decenni montagne di denaro pubblico tramite la Cassa del mezzogiorno. Oggi nelle regioni del sud il numero degli occupati nel settore pubblico improduttivo è esorbitante. In Grecia è pure peggio: oltre ad essere troppi, i dipendenti pubblici ricevono stipendi troppo elevati e vanno in pensione troppo presto. E troppi sono i disoccupati che beneficiano di sussidi pubblici. I parrucchieri vanno in pensione a 50 anni perché in Grecia i prodotti per capelli sono considerati “sostanze pericolose”, mentre le figlie nubili e le vedove dei dipendenti pubblici ricevono uno stipendio dallo stato. I sindacati sono riusciti a mantenere artificialmente alti anche i salari dei lavoratori nel settore privato e ad ingessare il mercato del lavoro, provocando così l’aumento incontrollato della disoccupazione. Per rimediare all’eccessiva disoccupazione senza toccare i salari, i politici hanno moltiplicato keynesianamente i posti di lavoro pubblici. A proposito: oltre che di alzare la spesa pubblica e abbassare i tassi di interesse, Keynes non chiedeva proprio di alzare i salar? Quindi, la Grecia dovrebbe essere il laboratorio ideale per testare la fondatezza della teoria generale di Keynes. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

(cfr. Michele Boldrin, Grecia, risparmiate le lacrime: ha ragione la Merkel )

Se l’Italia sta male col suo 120% di rapporto debito/Pil, la Grecia e la Spagna stanno peggio. Il tasso di disoccupazione della Spagna supera il 20 per cento (corrispondente a 5 milioni di disoccupati):il doppio di quello della Grecia. Il debito pubblico spagnolo è molto più basso di quello dell’Italia, ma continua a crescere a causa delle scellerate politiche socialiste di Zapatero: era del 36% nel 2007 ed è diventato del 70,1% nel 2011. Si prevede che crescerà ancora. E non è che le altre nazioni europee stiano bene. Nel 2012 il debito pubblico francese crescerà fino all’89,1% e nel 2013 raggiungerà l’89,3% del Pil. E infatti, il governo francese ha ricevuto la nota del declassamento del rating della Francia da Standard and Poor’s. Anche l’Austria è stata declassata e ha perso la tripla A. La Finlandia e la Slovacchia si appresterebbero a perderla. Standard and Poor’s ha già lanciato degli avvertimenti anche a Lussemburgo e Paesi Bassi.

E veniamo all’argomento supremo dei keynesiani: le crisi finanziarie non sarebbero provocate dal debito in se stesso ma solo ed esclusivamente dagli interessi sul debito. Essi fanno notare che oggi le nazioni più ricche del pianeta hanno debiti pubblici altissimi ma non soffrono come i cosiddetti “Pigs”. La Germania ha un debito del 81% mentre la Spagna ha un debito del 70%, eppure la Germania sta meglio della Spagna. Il Giappone ha un debito del 220%, gli Usa hanno un debito del 140% mentre l’Italia ha un debito del 120%, eppure l’Italia sta peggio del Giappone e degli Usa. Americani e giapponesi dormono sonni tranquilli perché sui loro titoli pubblici decennali pagano poco (i giapponesi meno dell’1%, che è meno di quello che pagano gli americani sui loro titoli), mentre gli italiani, i greci, i portoghesi e gli spagnoli pagano interessi spropositati sui loro rispettivi debiti. E perché giapponesi e americani sui loro titoli pagano meno di quanto paghino gli abitanti dei Pigs? perché negli Usa e in Giappone le banche centrali tengono i tassi d’interesse pagati dai titoli pubblici a un tetto inferiore alla crescita nominale del Pil dei rispettivi paesi. Quindi, secondo I keynesiani per uscre dalla crisi basterebbe che la Bce si degnasse di abbassare i tassi d’interesse pagati dai titoli pubblici dei Pigs a un tetto inferiore alla crescita nominale dei Pil di quei paesi. La Bce non avrebbe ancora fatto una cosa così  semplice e razionale, smpre secondo loro, solo perché la Merkel glielo impedirebbe.

Ora, questo argomento è semplicemente ridicolo. In primo luogo la Bce è indipendente dalla politica e quindi quello che la Merkel vuole o non vuole non conta nulla. In secondo luogo, I tassi di interesse sui titoli pubblici non li può stabilire artificialmente una banca centrale: li decide il mercato. I titoli greci hanno interessi altissimi perché sono ad altissimo rischio. la Grecia è il paese meno affidabile del mondo. In linea di principio, nessuno comprerebbe il debito di una persona che non dà segno di volersi impegnare seriamente ad estinguerlo. Quindi, per invogliare gli investitori a comprare I suoi titoli, lo stato greco è costretto a promettere interessi alti, sempre più alti. In linea di principio, qualcuno sarebbe disposto a comprare un debito che molto difficilmente potrebbe essere ripagato solo se quel debito promettesse altissimi interessi futuri. A quel punto, comprare debito diventa come giocare alla roulette: il giocatore è disposto a rischiare grosse somme su un numero perché spera di moltipicarle. Se poi la pallina va nel posto sbagliato, tanto peggio, ma lui ha accettato fin dall’inizio di lasciare le fiches al bancone senza lamentarsi in caso di sconfitta. Ora, se domani la Bce, in preda alla follia keynesiana, decidesse di abbassare in maniera sutritaia gli interessi sui titoli dei Pigs, chi sarebbe così fesso da compraseli? Ah, dimenticavo: gli Eurobond!!! I keynesiani chiedono alla Bce di emettere eurobond: titoli indifferenziati validi per tutti I paesi dell’eurozona. Gli eurobond sono uno strumento mediante il quale le cicale derubano le formiche. Fuor di metafora, sono solo una maniera molto raffinata di derubare I tedeschi senza sentirsi ladri.

«Proviamo a sforzarci di avere un po’ di empatia e chiediamoci se l’Italia nei panni della Germania accetterebbe gli eurobond. Spesso per capire i grandi problemi bisogna rapportarli a proporzioni individuali. Supponiamo che Tizio e Caio richiedano un finanziamento alla banca. Tizio è in grado di dare ampie garanzie di solvibilità, Caio, invece, presenta un profilo meno affidabile. Poniamo che la banca sia disponibile ad erogare credito a entrambi, a Tizio a un tasso del 3% e a Caio del 6%, che riflette il maggiore rischio. La banca ad un certo punto dice a entrambi: signori c’è una nuova legge che dice che il merito del credito non conta più e ci impone di applicarvi un tasso uniforme, pertanto possiamo erogarvi i finanziamenti allo stesso tasso del 4.5 calcolato come media dei tassi che riflettevano il vostro grado di affidabilità. Ci dispiace, ma tu caro Tizio devi accollarti 1,5 % in più, per garantire Caio. Accetterebbero i politici italiani condizioni simili?. Pensiamo di no. Perché rappresenterebbe un sopruso ai danni dei propri contribuenti. Oppure, accettereste di essere obbligati ad avere una carta di credito in comune con degli spendaccioni? Certo che no perché si tratterebbe di un altro sopruso».

( Gerardo Coco, tripla c )

Erobond e tassi d’interesse a parte, né la Germania né il Giappone né gli Usa stanno veramente bene. Stanno solo meno peggio degli altri. Quindi, la relativa prosperità di questi tre paesi non prova che il debito fa bene alla salute. Soprattutto, non prova la validità delle teoria generale di Keynes. Non è l’enorme spesa pubblica ma la laboriosità dei suoi abitanti che rende prospero un paese indebitato a morte come il Giappone. E la banca centrale giaponese può pemettersi il lusso di abbassare i tassi sul debito pubblico solo perché il Pil del Giappone, nonostante tutto, ancora non cala. Non cresce più ma si mantiene alto per merito dei giapponesi stessi, che lavorano tantissimo. Se fosse la spesa pubblica a creare prosperità, lo ripeto ancora, la Grecia dovrebbe essere avanzata almeno quanto il Giappone. Dunque, le economie dei tre paesi avanzati di cui sopra prosperano non grazie ma nonostante l’enorme spesa pubblica e l’enorme deficit. Se non avessero spesa e deficit, sarebbero ancora più prospere. Immaginiamo un carro pesante attaccato dietro un cavallo. Può darsi che un purosangue col carro  riesca a correre più velocemente di un cavallo vecchio e malato senza il carro: ma non è il carro a fare correre più veloce il purosangue, al contrario. Se il carro non ci fosse, correrebbe ancora più veloce. Ebbene, la spesa pubblica è per gli Usa e il Giappone quello che il carro dell’esempio è per il purosangue.

La Germania sta un po’ meglio degli altri paesi europei. Ma dallo stare un po’ meglio di un malato grave allo stare bene ce ne corre. Anche la Germania, infatti, è divorata dal cancro del debito. Certo, a differenza degli altri è in grado di tenere questo cancro sotto controllo. Ma dal tenere un cancro sotto controllo al guarirne ce ne corre. Il debito tedesco si prevede che scenderà a causa della condotta virtuosa dei tedeschi: era 81% nel 2012 e sarà 79,8% nel 2013. Tuttavia, resta più alto di quello spagnolo. Il 5 dicembre scorso, Standard and Poor’s aveva lanciato un avvertimento sulla possibilità di downgrade per 15 stati dell’Eurozona, tra cui la Germania. Per adesso, la Germania ha scampato il pericolo. Ma per quanto tempo ancora? Per tacere del Giappone, che non cresce da più di venti anni. Qualcuno ha il coraggio di dire che la lunga stagnazione giapponese non avrebbe nessuna relazione con l’altissimo debito pubblico? Anche se lì i tassi sui titoli sono bassi, il debito pesa lo stesso come un macigno.

(P. S., così Oscar Giannino in un commento all’articolo La Spagna è saltata, l’Italia dorme, pubblicato sul Chicago blog, ha chiarito la situazione del Giappone confrontandola con qualla italiana:

“quantoa Giappone, la repressione fiscale per la quale quasi il 100% del debito pubblico è in nmno a banche e retailers nazionali espone ad assai minore volatilità sui tassi pubblici, ma semplicemente appiattisce crescita per lo spaventoso crowding out che ne deriva: noi siamo passati in 9 mesi da un 46% di debito pubblico italiano in mani estere a quasi il 10% in meno, e poiché banche italiane dopo LTRO ricmprano titoli publici per oltre 30 bn al mese ecco che non hanno denaroepr famiglieme imprese, dovendo coprire con i denari a sconto BCE innanzitutto proprie obbligazioni in scadenza nel 2012 – oltre 180 bn – e 2013 – quasi 140; il calcolo del debito pubblico più privato in Italia servirà solo a una cosa: alla patrimoniale sulle tasche dei privati, e non a caso Marco Fortis sul Sole di domenica scorsa ha calcolato che stante la somma dei DIL italiano, pubblico più privato, a quota 248 punti dPil , inferiore solo a quello tedesco nell’euroarea, bastano “solo” 35 k euro a testa per ogni italiano che abbia patrimonio superiore ai 100k per abbasare la quota di 60 punti di PIl: peccato che ad avere oltre 100k di valori mobiliari e immobiliari sia il 62% degli italiani, e che oltre a quello che gli stiamo rapinando di tasse correnti gli chiederemmo in media un terzo di quello che hanno: se non è rapina di Stato questa, visto che lo Stato non cede niente del suo, non so che cosa sia una rapina!” )

Conclusioni

Riepilogando, i keynesiani affermano che la crisi sarebbe effetto di presunte “liberalizzazioni selvagge”. Falso: a monte della crisi del 2007 ci sono cattive decisioni politiche. C’è l’abbassamento dei tassi di interessi da parte della Fed e c’è l’abolizione per legge di ogni distinzione fra banca commerciale e banca d’affari. I keynesiani sostengono che senza il controllo dello stato il mercato è destinato ad andare in rovina. I salvataggi a catena di banche e aziende in crisi da parte dello stato nel 2008 lo dimostrerebbero. Falso: i salvataggi da parte dello stato alterano gli equilibri del mercato e incoraggiano comportamenti irresponsabili, peggiorando la situazione. Per rimanere in salute, il mercato deve essere lasciato libero di espellere le “tossine”. Liberalismo significa che imprendiori e banchieri devono provatizzare sia gli utili sia le perdite, senza aspettarsi che lo stato li venga ad aiutare in caso di necessità.  I keynesiani ripetono senza tregua che la spesa pubblica fa ripartire l’economia e che un po’ di debito non fa male a nessuno. Falso: la spesa pubblica non ha mai fatto ripartire nessuna economia e il debito prima o poi si paga. La spesa pubblica e in parte anche il welfare generano e nutrono classi di parassiti sociali. I keynesiani sostengono che il debito potrebbe essere facilmente digerito se solo la Bce si degnasse di emettere eurobond a tassi bassi. Falso: la Bce non dipende dalla politica e i tassi di interesse sui titoli pubblici dei Pigs li fa il mercato. Inoltre, gli eurobond sarebbero sostanzialmnte una truffa a danno dei tedeschi. In generale, non basta qualche falsificazione dei tassi di interesse e qualche imbroglio inflazionistico per disinnescare la bomba del debito, che prima o poi scoppia e uccide. Oggi sta iniziando a scoppiare.

Insomma, di prove contro la teoria generale di Keynes ne abbiamo raccolte fin troppe. Tutto sta a farlo capire alla gente comune, che la spesa pubblica uccide. Ma la gente comune non vuole sentirsi dire la verità. Vuole che lo stato continui a darle pane e giochi a carico delle generazioni future.

 

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3 pensieri su “IL KEYNESISMO SELVAGGIO UCCIDE. IMPARA A DIFENDERTI. Seconda parte del viaggio nel mondo dei tassi di interesse e del debito pubblico.

  1. SUL CICAGO BLOG TAL CLAUDIO DI CROCE HA SCRITTO:
    Claudio Di Croce Says:
    giugno 2nd, 2012 at 23:28

    @Giovanna Jacob
    Lei è ottenebrata dall’odio verso SB e quindi non ragiona : a parte il fatto che lo stesso autore ha smentito che la sua fosse una proposta , mi vorrebbe spiegare quale è la differenza tra quello che ha detto SB e quello che pontificano gli innumerevoli laureati nelle più ” prestigiose ” università che sono in tutti i partiti -in primis nella sinistra – i quali per uscire dai problemi veri senza di ridurre le spese statali e dismettere il folle patrimonio pubblico in quanto farebbe perdere i voti delle loro clientele mafiose, in sostanza vorrebbero riprendere a stampare moneta e ricominciare la sarabanda del debito ? Perchè la Germania è diventata il nemico ? Perchè si oppone a questa folle via di uscita che quasi tutti ormai desiderano .
    In sostanza lei ed io diciamo le stesse cose , ma io non sono ottenebrato dall’odio di una amante tradita.

    IO HO RISPOSTO

    @ Claudio di Croce

    “In sostanza lei ed io diciamo le stesse cose , ma io non sono ottenebrato dall’odio di una amante tradita”

    Io non ho mai detto da nessuna parte che SB propone qualcosa di diverso da quello che propongono tutti i professoroni, a partire da Paul Krugman. Ho detto che SB non ha voluto o potuto tenere fede ai suoi annunci di una imminente rivoluzione liberale. Fino a ieri pensavo che egli non avesse POTUTO tenere fede a causa di fortissime resistenze stataliste anche interne al suo partito. Ma quando ha proposto di stampre carta straccia come un Krugman qualunque, ho capito che SB non è che non ha potuto: non ha VOLUTO. Questo non è odio: è critica, invettiva. In politica sono ammesse anche invettive violente. Se di me si potesse davvero dire che sono ottenebrata dall’odio per SB, tanto più bisognerebbe dirlo di Giannino, che prima del ritiro di SB denunciava un giorno si e pure l’altro l’ipocrisia di chi annunciava rivoluzioni liberali e poi non solo non le faceva, ma aggravava il deficit. Ma in realtà non si può dirlo né di Giannino né di me. E sono certa che lei mai e poi mai direbbe “ottenebrato dall’odio” e men che meno “amante tradito” a Giannino.
    Non glielo direbbe mai non solo perché Giannino è un personaggio troppo importante e troppo intelligente per meritarsi simili improperi, ma perché…. non è donna.
    E sì, caro signore, non sono io ad essere ottenebrata dall’odio per SB: è lei che è ottenebrato da…. Diciamo che la mancanza di sobrietà del suo commento, in cui compaiono le parole “odio” e “amante”, è un sintomo fin troppo palese della sua scarsa stima – per usare un eufemismo – verso le persone di sesso opposto che osano parlare di economia e di politica. Ma non si senta solo. Di uomini che, come lei, esprimono inconsapevolmente la loro scarsa stima verso chi ha il torto di non essere uomo ce ne sono tanti. Io ne incontro in continuazione sul web. Si riconoscono dagli insulti impudichi a sfondo sessuale che riservano alle donne che hanno il torto di saper tenere loro testa. Se dico che voto per SB, mi dicono: ma vai a fare il burlesque a casa di Silvio così quello ti mantiene pure… Per una volta che oso fare delle critiche a SB, partono insulti non meno impudichi. La parola “amante”, infatti, allude poco elegantemente agli affari di letto. “Amante tradita” suggerisce surrettiziamente che le donne sarebbero poco intelligenti, ragionerebbero con gli ormoni e metterebbero le passioni irrazionali, fra cui appunto l’odio, al di sopra della ragione. E così i sostenitori post-moderni di qwuell’antica ideologia che ha nome di maschilismo auspicano che alle donne sia proibito di mettere bocca nelle questioni di politica e di economia.
    Insomma, ci vorrebbe la Thatcher. Lei si che sapeva tenere in riga i suoi colleghi maschi, ottenebrati dalla poca stima – sempre per parlar eufemistico – verso la Thatcher e le persone dello stesso sesso della Thatcher. Lei si che seppe fare quello che SB no ha voluto fare. Basta uomini incapaci. C’è bisogno di donne come lei nelle stanze del potere.

  2. IL KEYNESISMO STA PER CROLLARE, COME E’ CROLLATO IL MARXISMO

    http://vonmises.it/2012/10/08/ballando-sulla-tomba-del-keynesismo/

  3. Pingback: SATANA IN POLITICA. Le menzogne di Mario Monti. « Tesori in frantumi

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