Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

SI SCRIVE GIUSTIZIA SOCIALE E SI LEGGE INVIDIA SOCIALE, III. Il potere distruttore dell’invidia.

INVIDIA10113

Il mercato è dunque l’unico terreno su cui può svilupparsi e crescere la pianta della ricchezza. Questo tuttavia non significa che il mercato faccia tutti ricchi. I lavoratori dipendenti non lo sono certamente. D’altra parte, neppure tutti gli imprenditori, tutti i commercianti e tutti i liberi professionisti lo sono. Anzi, molti di loro devono faticare molto per mantenere un decente tenore di vita. Tuttavia, come vedremo, l’invidia vedrà in ogni imprenditore, in ogni commerciante e in ogni libero professionista un ricco, e in ogni ricco un ladro. Quel che è peggio, oggi va di moda giustificare la propria invidia con argomenti evangelici. Tutte le volte che si discute di grandi patrimoni, anche gli atei più incalliti sono pronti a tirare fuori, naturalmente senza averla capita, la parabola del cammello e della cruna dell’ago.

Esistono due tipi di invidia. Esiste una invidia benevola, che non è vera invidia ma piuttosto ammirazione per i beni altrui, ed esiste poi una invidia malevola, che invece è il desiderio di privare un altro dei beni che possiede. L’invidioso benevolo trova certamente desiderabili determinati beni materiali o determinati talenti che lui non possiede e qualcun altro possiede: “Come ti invidio! Vorrei essere ricco, bravo, bello come te”. Tuttavia, non desidera sottrarli alla persona invidiata né tanto meno farla soffrire. Piuttosto, cercherà di acquisire beni analoghi in uguale quantità ossia, concretamente, si darà da fare per diventare altrettanto o ricco o bravo o bello rispetto alla persona invidiata. Anche se, come è probabile, non riuscirà ad uguagliare la persona invidiata, in ogni caso con tutto l’impegno profuso nel tentativo di uguagliarla sarà riuscito a migliorare la sua condizione. Se non sarà diventato altrettanto ricco, comunque sarà riuscito a guadagnare qualcosa in più col duro lavoro; se non sarà diventato altrettanto bravo (il che è probabile, perché un determinato talento uno non se lo può dare), avrà comunque perfezionato i suoi propri talenti con l’esercizio; se non sarà diventato altrettanto bello (il che è certo, perché la bellezza, se non te la dà la natura, non te la puoi fabbricare neppure con le più avanzate tecniche di chirurgia estetica) avrà comunque migliorato il suo aspetto e la sua salute con diete, ginnastica e quant’altro. Insomma, l’invidioso benevolo si sentirà pienamente soddisfatto se, nello sforzo di eguagliare la persona invidiata, sarà riuscito almeno a migliorare sé stesso. Il fatto che la persona invidiata possieda beni o talenti che lui non potrà mai avere non lo turba affatto.

L’invidia benevola ha positivi effetti sociali: una società in cui tutti cercano di migliorare sé stessi senza cercare di distruggere i migliori è infatti una società migliore. L’invidia malevola, invece, distrugge lentamente la società dalle fondamenta. Se l’invidioso benevolo accetta serenamente il fatto che la persona invidiata abbia qualcosa che lui non riuscirà mai ad avere, invece l’invidioso malevolo questo non lo accetterà mai. Se non riesce a diventare altrettanto ricco, desidera che la persona invidiata perda tutte le sue ricchezze. A dire il vero, questo continua a desiderarlo anche nel momento in cui diventa altrettanto o più ricco della persona invidiata. Insomma, più che desiderare la felicità per sé, l’invidioso desidera l’infelicità per gli altri.

Per quanto riguarda l’invidia del talento altrui, l’invidioso desidera che il talento della persona invidiata, non potendo essere annullato, perlomeno non venga né riconosciuto né premiato. Per quanto riguarda l’invidia verso la bellezza altrui, è assodato che nelle scuole superiori le ragazze belle sono spesso oggetto di maltrattamenti da parte delle compagne. In sostanza, l’invidioso malevolo desidera che la persona invidiata soffra, e se ne ha la possibilità cercherà lui stesso di farla soffrire. L’invidia è intrinsecamente sadica.

Purtroppo,oggi l’invidia malevola è molto più diffusa di quella benevola. Il suo bersaglio principale sono i “ricchi”. Ma chi sono i “ricchi”? Tre secoli fa, coincidevano con gli aristocratici improduttivi, che si facevano mantenere dal popolo. Ma l’aristocrazia di sangue ha perso da tempo ogni potere, e ai pittoreschi discendenti dei duchi, dei conti, dei marchesi e dei principi non resta che andare a lavorare. Da un paio di secoli, la vecchia aristocrazia di sangue è stata soppiantata da una vera e propria aristocrazia economica, che non si basa più sulla rendita parassitaria ma sull’investimento economico produttivo. I nuovi aristocratici sono i capitalisti, gli imprenditori, i capi d’industria e i professionisti di successo.

Due secoli fa, la morale cristiana, che fa gli uomini uguali davanti a Dio, era indebolita dalla cultura post-illuminista, che a dispetto dei proclami a favore della égalité teorizzava nuove disuguaglianze di carattere biologico e sociale. (Per inciso, il darwinismo sociale precede di molto la teoria evolutiva di Darwin, che non ne è che un tardo corollario presunto scientifico). Nello stesso periodo in cui la morale cristiana veniva meno, nel “club” dei ricchi entravano i primi industriali capitalisti. Dal momento che l’illuminismo aveva indebolito la loro fede, essi non trovavano affatto riprovevole fare al prossimo ciò che non volevano fosse fatto a loro stessi. E infatti, sottoponevano gli operai a turni di lavoro massacranti e abbassavano il loro salario al di sotto della soglia di povertà senza il benché minimo rimorso di coscienza. Ma il progresso tecnico venne in aiuto degli operai. Quanto più le macchine venivano perfezionate, tanto meno ingrato e tanto più produttivo diventava il lavoro degli operai. I sindacati, che all’inizio erano veri sindacati, ossia rappresentanti dei lavoratori e non appendici dei partiti di sinistra, fecero il resto, ottenendo che ad ogni aumento dei profitti corrispondesse un aumento dei salari. E la condizione degli operai non ha mai smesso di migliorare da allora ad oggi, tanto è vero che oggi un posto in una delle poche fabbriche rimaste è considerato quasi un privilegio.

Insomma, la Francia dell’Ancien Régime e l’Inghilterra di Charles Dickens sono molto lontane. Oggi nessuno sfrutta più nessuno, almeno non in Occidente. La ricchezza non si basa più sullo sfruttamento dei contadini e degli operai. L’aristocrazia è stata definitivamente soppiantata dalla meritocrazia. In una società anche solo parzialmente liberale, come la nostra, ci sono soltanto due maniere per arricchirsi: derubare il prossimo oppure soddisfare le esigenze del prossimo. La prima è vietata (s’intende non per lo Stato, che può derubare i cittadini quanto vuole) la seconda no. Se dunque non ha voglia di vivere nell’illegalità, all’aspirante ricco non resta che impegnarsi per fornire al prossimo prodotti e servizi buoni a prezzi convenienti. Insomma, per arricchirsi deve meritarselo: meritocrazia. E non si sottolineerà mai abbastanza che sono i consumatori ossia siamo noi a decidere chi merita di arricchirsi. Lo decidiamo democraticamente ogni volta che andiamo a fare la spesa al supermercato e lo shopping per le vie del centro. Siamo noi che arricchiamo il bravo imprenditore e il bravo professionista. Nel momento in cui la maggioranza dei consumatori preferisce il prodotto x al prodotto y, arricchisce chi produce x e danneggia chi produce y, inducendo quest’ultimo a migliorarsi. Chi ha arricchito Berlusconi se non la maggioranza dei telespettatori, che hanno preferito i programmi delle sue televisioni a quelli delle altre? Se non volevano che diventasse così ricco, avrebbero dovuto soltanto sforzarsi di non guardare i programmi che preferivano.

Il meraviglioso paradosso del mercato liberale è che il bravo imprenditore e il bravo professionista che arricchiscono sé stessi arricchiscono anche gli altri. In primo luogo, forniscono ai consumatori prodotti e servizi migliori a prezzi più convenienti e in secondo luogo, creano posti di lavoro e di conseguenza stimolano i consumi. Quanto più guadagnano, tanti più posti di lavoro creano; quanti più posti di lavoro creano, tanto più aumentano i consumi; e quanto più aumentano i consumi, tanto meglio vanno gli affari per altri imprenditori, che a loro volta creeranno altri posti di lavoro eccetera, in un vero e proprio circolo virtuoso.

Purtroppo, alla maggioranza delle persone non interessa sapere quanto bene fanno alla società intera i ricchi imprenditori di successo. Pure di vederli soffrire, sarebbero disposte a fare sprofondare nel baratro il mondo intero. Perché l’incendio dell’invidia sociale ha assunto proporzioni così catastrofiche? Perché la cultura egemone è come benzina su quel fuoco.

Dunque, l’invidia malevola non mira tanto ad uguagliare quanto a distruggere gli altri. Per giustificare davanti a sé stesso e agli altri il desiderio di distruggere la persona invidiata, l’invidioso malevolo cerca di auto-convincersi che questa persona gli stia togliendo qualcosa. Per arrivare subito al punto, chi invidia malevolmente il ricco si auto-convince che il ricco si sia arricchito alle sue spalle e alle spalle dei poveri per mezzo di truffe e inganni. Ebbene, il socialismo in tutte le sue forme non dà forse ragione all’invidioso? Marx non dice forse che i capitalisti rubano “plusvalore” ai proletari? E i socialdemocratici non dicono forse che i ricchi concentrano illegalmente nelle loro mani le ricchezze che spettano agli altri, e che quindi devono essere “ridistribuite”? Confermando la visione della realtà propria dell’invidioso, la cultura di sinistra, divenuta da tempo cultura di massa, alimenta e diffonde il virus dell’invidia nella popolazione. Al contagio sfuggono ormai solo poche persone. C’è da chiedersi se nei secoli in cui non esisteva ancora una sinistra il vizio dell’invidia fosse tanto ampiamente diffuso quanto al giorno d’oggi.

Dunque, la maggioranza invidiosa cerca di convincere sé stessa che i ricchi di successo siano tutti degli imbroglioni e dei ladri. “Se Berlusconi e Briatore sono così ricchi devono per forza avere rubato e frodato: prima o poi i giudici lo scopriranno”. Gli invidiosi non riescono neppure a concepire che Berlusconi e Briatore possano essersi arricchiti facendo bene il loro lavoro. Flavio Briatore non sarà la persona migliore del mondo ma qualche cosa buona l’ha fatta: ha mandato la sua scuderia in formula uno e dà lavoro a tante persone. Ebbene, gli agenti del fisco hanno sottoposto il suo locale sardo a controlli talmente invasivi e lesivi del buon funzionamento del locale stesso che Briatore è stato costretto a chiuderlo e a spostare la sua attività all’estero. Sicuramente, la chiusura del Billionaire ha ha avuto molti effetti negativi: i suoi dipendenti si sono ritrovati senza lavoro e la regione Sardegna ha perso una importante attrazione turistica. Per queste ragioni, ci si sarebbe aspettati che la maggior parte della gente protestasse contro questa chiusura. E invece no. Sotto tutti gli articoli sul caso Billionaire pubblicati online si è scatenata una gara di insulti contro Briatore e le sue ricchezze. Sebbene la guardia di finanza, dopo avere rivoltato come un calzino l’impresa di Briatore, non sia mai riuscita a trovare nessuna prova contro di lui, la maggioranza della gente è certa che Briatore non possa non avere rubato. Insomma, l’odio non si arrende neppure di fronte all’evidenza. In un vecchio manifesto elettorale della sinistra estrema si leggeva: “Anche i ricchi piangano”. Ebbene, oggi la maggior delle persone non si accontenta di fare piangere i ricchi: vuole che finiscano sul lastrico, davanti al giudice, in prigione e, se fosse possibile, al muro con gli occhi bendati. Quanti altri processi farsa dovrà ancora subire Silvio Berlusconi per soddisfare l’invidia dei suoi concorrenti, dei magistrati e del popolo? E lo chiedo senza stimare il politico Berlusconi, cui non perdono di avere parlato da liberale e agito da statalista.

Il cristiano non troverà difficile intravedere in questa tempesta d’invidia e d’odio la sagoma di colui che fa di tutto per convincerci della sua inesistenza.

Convinta dunque che ogni ricchezza sia frutto di rapina, la maggioranza invidiosa supplicherà lo Stato di requisire ai ricchi la maggior parte delle loro ricchezze e di “ridistribuirle”. Dal loro punto di vista, imporre ai ricchi più tasse che al resto della popolazione è lecito e opportuno come sequestrare i beni ai mafiosi. E’ stata l’invidia a portare al potere in Francia uno che proponeva di tassare i “ricchi” al settantacinque per cento. Oltre Manica, dove i capitali francesi continuano ad arrivare come profughi ammassati sui barconi, lo stanno ancora ringraziando. Di norma, infatti, non appena un governo annuncia nuove tasse i grandi capitali lasciano una nazione alla velocità della luce, impoverendola. D’altra parte, se il fisco riesce a metterci le mani prima che volino via, la nazione diventa più povera lo stesso. Infatti, i soldi che il fisco prende con arroganza sovietica dai conti correnti dei ricchi finiscono quasi sempre bruciati in maniera improduttiva da pubbliche amministrazioni e aziende di Stato che servono soltanto a distribuire stipendi a parassiti fannulloni. Ecco la maniera in cui lo Stato “ridistribuisce le ricchezze”: le brucia. Non è improbabile che i legittimi proprietari, se non ne fossero stati privati, quei soldi li avrebbero potuti investire in maniera produttiva, a beneficio della società intera.

D’altra parte, non tutti gli imprenditori, i commercianti, i liberi professionisti sono ricchi. Anzi, molti di loro devono faticare molto per rimanere a galla sul mercato. Tuttavia la maggioranza invidiosa vedrà in ogni imprenditore, in ogni commerciante e in ogni libero professionista un ricco, e in ogni ricco un ladro: “Sembra povero solo perché ha nascosto bene i suoi guadagni”. La guardia di finanza cerca di alimentare questa convinzione, stanando e gettando in pasto ai media commercianti che non fanno lo scontrino, liberi professionisti che non fanno la fattura e imprenditori che cercano ogni scappatoia per pagare meno tasse. La gente non ce la fa proprio a capire che per la maggior parte dei commercianti, degli imprenditori e dei liberi professionisti pagare meno tasse del dovuto non significa arricchirsi ma sopravvivere. Infatti, tasse troppo alte hanno il solo effetto di ammazzare le attività produttive.

Lo Stato sottrae alle imprese una certa percentuale dei loro profitti. Dal momento che questa percentuale è molto alta, le imprese sono costrette ad alzare il prezzo dei loro prodotti e servizi. E dal momento che la stragrande maggioranza dei potenziali acquirenti dei prodotti e dei servizi delle aziende non sono ricchi sfondati, cominceranno a comprare sempre meno, fino a non comprare più. Così le aziende chiuderanno. Non pensiamo solo alle imprese: pensiamo anche a noi che offriamo la nostra forza lavoro, i nostri prodotti e le nostre idee in cambio di soldi. Dal momento che lo Stato chiede una percentuale molto alta di quello che guadagniamo, anche noi venderemo sempre meno fino a non vendere più. E saremo disoccupati. C’è ancora qualcuno che non ha capito che le tasse sono la causa efficiente della disoccupazione?

Dunque, tassare eccessivamente le attività produttive significa ammazzarle, ammazzarle significa danneggiare la società intera e lo stesso fisco. Infatti, ogni saracinesca abbassata e ogni impresa chiusa è una fonte di introiti fiscali in meno. Cosa ancora più importante, per ogni attività ammazzata ci sono tanti lavoratori in più sulla strada. Fra loro potremmo esserci anche noi o i nostri familiari. Quindi, chiedere ai governi di tassare a morte non soltanto i “ricchi” ma tutti quelli che lavorano nel settore privato, significa danneggiare noi stessi. Il problema è che in fondo lo sappiamo di danneggiare noi stessi. Pure di soddisfare l’invidia, pure di fare del male agli altri, siamo disposti a fare del male a noi stessi.

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6 pensieri su “SI SCRIVE GIUSTIZIA SOCIALE E SI LEGGE INVIDIA SOCIALE, III. Il potere distruttore dell’invidia.

  1. Intrigante come pezzo, credo che un’analisi del mercato in base ai peccati capitali mi è nuova. Secondo me l’invidia è uno dei “peccati” peggiori che esistano al mondo; peggio anche della gelosia.

    L’invidia fonda la sua linfa vitale sulla distruzione.

    • Fonzie in ha detto:

      Uno dei migliori articoli che ho letto.In mezzo a tanta invidia razionalizzata da giustizia sociale mi è parso di respirare aria pulita

  2. L’idea del rapporto fra statalismo e vizi capitali e del raporto fra mercato e virtù mi era venuta in maniera autonoma, ma poi in seguito ho anche trovato un brano di Mises sull’invidia. Quindi, l’idea ce la aveva già avuta lui. E per dirla tutta, il primo a parlare di invidia sociale fu…. Marx! Lui diceva: gli altri socialisti (Proudhom ecc.) fanno leva sull’invidia, mentre il vero comunismo supera anche questa debolezza…. In realtà, il comunismo è l’apoteosi dell’invidia.

  3. Splendido e tristemente vero quello che scrivi. Mi vengono in mente vari commenti online sulla mostruosità dell’Imu seconde case…molti dicevano che era giusto…non capivano, non riuscivano ad intendere che tassando ferocemente il mattone (che non genera rendita) si distrugge il mercato immobiliare e si colpiscono tutti gli innumerevoli lavori attorno a quel tipo di business…probabimente lavori svolti dagli stessi che ritenevano giusta l’imposta sui “ricchi”. L’invidioso pur di distruggere l’altro distrugge se stesso.

  4. Grazie, Luca, dell’apprezzamento.
    Quanto all’Imu, hai ragione: molti hanno goduto malignamente al pensiero di tassare a morte quelli che hanno la colpa di essersi comprati una casa. Ma la goduria è durata poco, considerando che l’imu è ricaduta, indirettamnete, anche sugli inquilini in affitto. Infatti è impensabile che i padroni di casa non alzino gli affitti per sostenere i costi dell’imu. L’imu è stata una sorta di piccola patrimoniale…. E adesso andrà molto peggio: con ogni probabilità ci aspetta un governo Monti-Bersani che metterà una patrimoniale. E così darà il colpo di grazia all’economia, a quello che ne rimane intendo.
    Dunque, che fare? Stamattina ho visto Tremonti e Laura Comi a L’aria che tira. Per quei due essere “liberali” significa avere abbassato le tasse dello zero virgola quasi niente per cento in diciotto anni e rotti di governo. E no. Qui occorrono tagli brutali, totali a quell’enorme spreco che ha nome di spesa pubblica. Dunque, forse è ora di rinunciare alla logica del “voto utile” e optare per il “voto giusto”, e pazienza se il voto giusto favorirà la sinistra. Dal momento che la destra non ha fatto veri tagli, che differenza rimane fra destra e sinistra? Allora tanto vale fare vincere la sinistra. Così la sinistra accelererà il declino e , una volta precipitati nel baratro, si potrà soltanto risalire. E Giannino avrà la maggioranza dei voti.

  5. Pingback: Viva il cattolicesimo affarista, abbasso l’invidia sociale dei grillini verso i ciellini | Tesori in frantumi

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