Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

SI SCRIVE GIUSTIZIA SOCIALE E SI LEGGE INVIDIA SOCIALE, IV. Bello fare i giocatori d’azzardo con i soldi degli altri.

Ieri è morto il più grande genio politico del ventesimo secolo: Margareth Thatcher. Questa donna ha dimostrato che le donne in politica possono fare molto meglio degli uomini. Per commemorare la sua morte, mi decido finalmente a pubblicare la quarta puntata del saggio sulla invidia sociale.

Abbiamo visto che l’invidia e la pigrizia sono potenti alleate dello statalismo. La maggioranza invidiosa e pigra autorizzerà lo Stato a spostare ricchezze dal settore privato a quello pubblico, in altri termini a spostare risorse da chi le crea a chi le consuma soltanto. Questo spostamento si scrive “ridistribuzione” e si legge furto. Gli unici che possono opporsi allo Stato sono coloro che vengono derubati. Ma il problema è che, a forza di essere derubati, imprenditori, professionisti e commercianti diminuiscono progressivamente. La classe media sta scomparendo. Quindi, uccidendo la classe media, lo Stato si sbarazza dei potenziali oppositori.

Ma allo Stato non basta epurare fiscalmente i dissidenti: vuole essere amato da loro. A Winston in 1984 non è concesso di morire prima di avere imparato ad amare il Grande Fratello. Per la precisione, lo Stato cercherà di farsi amare dalle grandi imprese. Nel concreto, i politici infiltrano nelle grande aziende i loro amici e gli amici degli amici, allo scopo controllarle, farle diventare pubbliche di fatto. Il primo passo per arrivare a controllarle è aiutarle nei momenti del bisogno. E così vediamo che, quando una grande impresa o una grande banca è in difficoltà, i politici la foraggiano prontamente con i soldi pubblici, ossia con i soldi dei contribuenti ossia “i soldi degli altri2 (come diceva la grande Thatcher, “il problema dello statalismo è che prima o poi i soldi degli altri finiscono”). In altri termini, lo Stato toglie alle piccole imprese che fanno bene il loro lavoro per dare alle grandi imprese che fanno male il loro lavoro (ma anche alle banche che dilapidano i soldi dei risparmiatori).

Dare soldi pubblici alle imprese in difficoltà è sempre controproducente. In primo luogo, i soldi pubblici non riescono quasi mai a rimettere in piedi le imprese cadute. Ma chi le ha fatte cadere? Risposta: i consumatori. La causa prima della crisi di un’azienda è il calo delle vendite. I consumatori non comprano più i prodotti o i servizi forniti da una azienda perché li giudicano cattivi.  Quindi, se vuole tornare in salute, l’azienda deve cercare di migliorare i suoi prodotti o servizi e contestualmente  tagliare i costi. Se proprio non ce la fa a rimettersi in piedi da sola, è meglio che chiuda. La chiusura di una azienda è certamente dolorosa, ma non è una tragedia: stabilimenti e macchinari potranno essere venduti ad altre imprese, che potranno usarli in maniera più proficua. Insomma, come si dice, la chiusura “libera delle risorse preziose”. Se invece viene salvata dallo Stato, quell’impresa continuerà a produrre prodotti e servizi scadenti che nessuno compra. Poco soddisfacenti sono state, ad esempio, tutte le automobili prodotte dalla Fiat negli ultimi trenta anni. L’unica ragione per cui la Fiat riusciva a stare sul mercato interno era che lo Stato rendeva la vita difficile alla concorrenza straniera. E nonostante questo, la Fiat ha sempre avuto i conti in rosso, e lo Stato li ha sempre pagati.

Come la Fiat, quasi tutte le aziende che si fanno aiutare dallo Stato non cesseranno mai di avere bisogno dell’aiuto dello Stato, che quindi sarà riuscito nell’intento di sottometterle. Come un tossicodipendente ha bisogno di dosi sempre maggiori di droga, così queste aziende bruciano quantità sempre maggiori di denaro pubblico. E guai a non darglieli: i dipendenti, aizzati dai sindacati, sono pronti alle proteste più devastanti, forse anche alla guerra civile. Nessuno è mai riuscito a fare capire ai lavoratori che tenere in piedi le aziende decotte con i soldi pubblici non conviene neppure a loro. Infatti, per tenere in uno stato di vita apparente poche imprese che non hanno più nessuna ragione di esistere, lo Stato riduce in fin di vita a colpi di tasse delle imprese sane che avrebbero potuto dare un lavoro con un futuro anche ai lavoratori delle prime. Negli ultimi trent’anni, quante buone imprese sono morte di fisco per pagare tasse che sono servite, fra le altre cose, anche a tenere in vita quel grosso spreco di nome Fiat?

Anche nel caso, molto raro, in cui le imprese soccorse dallo Stato riescano a tornare in salute, e quindi la smettano di succhiare il sangue ai contribuenti, il danno ci sarà stato comunque. Qualcuno ha il coraggio di negare che, anche se Marchionne riuscisse a farla diventare la prima industria automobilistica mondiale, la Fiat non potrà mai restituire ai cittadini italiani tutti i soldi che ha rubato loro negli ultimi trenta anni? Non era meglio abbandonarla al suo destino parecchi decenni fa? Il vero liberalismo è lasciare morire le imprese che non hanno più ragione di esistere. Dalla loro morte verrà nuova vita per altre aziende. Come le piante e gli animali morti diventano humus, che nutre nuove piante e nuovi animali, così le aziende morte mettono a disposizione di nuove aziende risorse preziose (edifici, macchinari, know-how, capitali eccetera).

Il capitalismo è una cosa meravigliosa che consente la moltiplicazione dei beni. Il processo è semplice: si prende un capitale della grandezza x e lo si investe in una attività produttiva che, se tutto va bene, frutterà x + y.  Se invece l’attività frutta x – y, significa che l’attività va male e quindi è bene cambiare rotta. Ebbene, tutte le volte che lo stato dà un capitale x alle imprese in difficoltà, queste restituiscono x – y. Insomma, dare ricchezze alle grandi imprese in difficoltà non significa moltiplicarle, ma distruggerle. In effetti, le imprese che ricevono soldi pubblici diventano uguali alle imprese pubbliche: distributori automatici di stipendi a ufo.

Quando lo Stato aiuta un’azienda decotta, la trasforma in qualcosa di simile a una azienda di Stato: una macchina per succhiare i soldi degli altri. Il peggio è che anche le altre aziende cominceranno a desiderare di diventare parassiti del denaro pubblico. Si chiede l’imprenditore qualsiasi quando vede Marchionne: perché lui sì e io no? Insomma, quando lo Stato aiuta una sola azienda, corrompe moralmente tutte le aziende.

Pochi sanno che la prudenza è la più importante delle virtù cardinali. Se dunque la prudenza è tanta virtù, se ne deduce che il contrario della prudenza è un vizio, sebbene non ufficialmente annoverato fra i più famosi sette. Ebbene, gli economisti liberali avvertono che il finanziamento pubblico della grandi imprese e delle grandi banche in difficoltà induce gli imprenditori al “moral hazard” ossia all’imprudenza. Io aggiungo che è benzina sul fuoco della pigrizia. Quando lo Stato soccorre il cattivo imprenditore e il cattivo banchiere, gli altri imprenditori e gli altri banchieri pensano: “Se le cose dovessero andarmi male, lo Stato mi salverà come ha salvato quelli lì, quindi posso prendermela comoda e correre tutti i rischi che voglio”. Perché vi stupite se le grandi banche di affari americane hanno giocato d’azzardo con i soldi dei loro clienti? Non avevano forse la certezza che, se le cose si fossero messe male, i loro amici di Washington avrebbero salvato il loro didietro? E così è stato. Tanto per mettere in chiaro le cose, sarebbe stato meglio per tutti, in primo luogo per i poveri contribuenti americani, se lo Stato americano avesse abbandonato al loro destino quelle banche che si credevano “too big to fail”.

Prossimamente ultima puntata della serie sull’invidia sociale: “La nuova lotta di classe”.

 

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