Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

L’APOCALISSE DELLA BELLEZZA. Riflessioni sulla bancarotta estetica dell’arte contemporanea.

Pubblicato su Pepeonline in due parti:

http://pepeonline.it/?p=449

Alcuni mesi fa su Repubblica Marco Lodoli ha denunciato che la cultura umanistica è in fin di vita. Ebbene, l’arte è la componente fondamentale della cultura umanistica. Se muore l’umanesimo muore la civiltà e se muore la civiltà muore l’uomo. Innanzitutto, dobbiamo chiederci: l’arte a che serve? A questa domanda san Tommaso d’Aquino ha dato una risposta definitiva: “L’uomo non può vivere senza diletti. Per questo, se sarà privato di diletti spirituali, passerà a quelli carnali”. Per tradizione, l’aggettivo “spirituale” si riferisce a tutto quello che concerne la dimensione non materiale dell’uomo, innanzitutto la dimensione della mente, che comprende non soltanto la ragione ma anche il sentimento, il desiderio, la volontà, la percezione, la memoria, la coscienza e infine anche l’inconscio. Ebbene, lo scopo dell’arte è proprio quello di dilettare la mente. Siccome solo l’uomo, fra tutte le creature, ha una mente, solo l’uomo fa arte. Quindi, la capacità di produrre e godere arte è ciò che distingue l’uomo dall’animale.

Quindi, togliendo l’arte, l’uomo ritorna animale. Ed è proprio quello che sta succedendo, almeno a giudicare ai termini più digitati sui motori di ricerca. Per farla breve, in quest’era che si suole denominare “post-moderna” è successo proprio quello di cui san Tommaso metteva in guardia: privati troppo a lungo di diletti spirituali, gli uomini si sono volti in massa ai diletti carnali. Mi riferisco al fatto che oggi il settore economico più fiorente a livello mondiale è quello della prostituzione e dei prodotti pornografici. Se fino a ieri i politici, per paura di apparire “bigotti”, hanno fatto finta di niente, oggi cominciano, sia pure timidamente, ad ammettere che forse sarebbe opportuno cominciare ad erigere qualche barriera per contenere, almeno contenere, lo tsunami colossale di liquami pornografici che sta inondando l’intero orbe terracqueo. Il governo islandese ha annunciato due mesi fa che metterà qualche blando divieto alla diffusione di pornografia via internet, e subito è stato accusato di bigotteria e oscurantismo. Onore al governo islandese. Tuttavia, i divieti e le sanzioni non bastano: per fermare lo tsunami pornografico occorre una vasta operazione culturale, incentrata sulla educazione estetica.

A dire il vero la pornografia è entrata da tempo come un virus, anche nell’arte stessa o, meglio, in ciò che gli somiglia. Per averne un’idea, pensate a un film che hanno visto tutti: Arancia meccanica di Stanley Kubrik. In una celebre scena, il teppista Alex (Malcolm McDowell) si introduce nella casa di una vecchia signora. Quando tocca un curioso oggetto poggiato sopra un mobile, la vecchia signora protesta: “Fermo non toccare: è una importante opera d’arte!” E il teppista esclama “vecchia porcona!”, che la dice tutta. Stanley Kubrick è stato davvero profetico: infatti oggi, a quaranta anni dall’uscita del film, nelle grosse esposizioni internazionali d’arte (arte?) ne potete trovare all’ingrosso di “importanti opere d’arte” in tutto simili a quella. Di tutti gli infiniti aspetti della vita umana, sembra che agli “artisti” più quotati a livello internazionale interessino solo il sesso, la morte e poco altro. Il problema è che non si sforzano neppure andare al fondo, di scandagliare il mistero, di cercare il senso recondito di questi aspetti fondamentali della vita umana. Anzi, si direbbe proprio che si sforzino di svuotarli di ogni senso, di volgarizzarli, di dissacrarli (è stato Roger Scruton a parlare di “dissacrazione” come carattere fondamentale dell’arte contemporanea). Guardano al sesso e alla morte non con sguardo di poeti ma con sguardo di depravati, sadici e perfino necrofili. Alcuni esempi: calchi in gesso di seni, falli e vagine umane (opere di Jamie McCartney), scheletri umani intenti a pratiche sodomitiche (opere di Jean-Marc Laroche), un busto umano composto di falli umani di plastica (opera di Tracey Emin), una mucca fatta a fette e uno squalo imbalsamato (opere di Damin Hirst), veri cadaveri umani scuoiati e plastificati (opere di Gunther Von Hagens). Gli psichiatri sanno bene che la pornografia confina con la scatologia. Non a caso, a volte gli artisti diventano addirittura simili a bambini che giocano con i loro escrementi (molto esplicite a questo proposito alcune performance di Paul McCarthy).

Ho detto che agli artisti mainstream interessa solo il sesso e la morte. Dimenticavo che sono morbosamente interessati anche ad un’altra cosa: i soldi. In effetti, le loro opere fruttano parecchio al “botteghino” dei musei e sono oggetto di colossali speculazioni finanziarie. Ebbene, il sesso e la morte c’entrano molto anche con i soldi. I produttori cinematografici sanno che, per vendere bene un film, bisogna riempirlo di sesso, violenza e cadaveri. Ebbene, gli artisti hanno imparato la lezione impartita dai produttori cinematografici e la applicano alla loro arte. Dal momento che va a punzecchiare direttamente la sfera degli istinti, scavalcando ogni barriera razionale, la rappresentazione del sesso e della violenza è una potente spezia psicologica. Più di recente, gli “artisti” hanno cominciato a fare largo uso di un’altra spezia: la provocazione. Per attirare l’attenzione del pubblico non c’è nulla di meglio che provocare scandalo, disgusto shock, ribrezzo o addirittura conati di vomito? Come si dice, che se ne parli male purché se ne parli. Oggi dire che un film “ha fatto scandalo” equivale ad elogiarlo e fargli una pubblicità gratuita. La provocazione si tinge spesso e volentieri di blasfemia. Pochi esempi: un crocifisso immerso nell’urina (opera di Gilbert e& George) una scultura che rappresenta Hitler in preghiera (opera di Maurizio Cattelan), una rana crocifissa (opera di Martin Kippenberger).

Quella che intasa le grosse esposizioni internazionali d’arte, sempre più simili a latrine, chiamatela come volete, ma non chiamatela arte. Infatti, fa tutto fuorché procurare diletti spirituali. E se non provoca diletti spirituali, non è arte. Oggi sembra realizzarsi la profezia di Hegel sulla “morte dell’arte”. Perché è morta? Quali le cause del decesso? Queste cause sono molteplici, ma tutte queste cause hanno a loro volta una unica causa, che è l’apostasia. Impossibile esaminare in questa sede tutte queste cause: lo farò in un saggio che sto scrivendo. Adesso esaminerò in maniera sintetica solo la causa principale: la negazione del valore oggettivo della bellezza.

La causa principale morte dell’arte è la morte della bellezza. Infatti la bellezza non è un accessorio, ma è l’elemento essenziale dell’arte, tanto è vero che una volta le arti si chiamavano “belle arti”.  Anche noi istintivamente di una pittura o di un film diciamo “bello” oppure “brutto”. Per noi come per i più autorevoli critici, un’opera può dirsi “opera d’arte” solo se è bella. E per un meraviglioso paradosso, può essere bella anche se ha a tema il dolore e la morte (si pensi a certi dipinti che rappresentano la passione di Cristo). Solo di recente la filosofia ha decretato apertamente la morte della bellezza. Ma la lunga agonia del concetto di bellezza è iniziata almeno due secoli fa, al tempo dei Lumi. Paradossalmente, fu proprio allora che nacque una filosofia incaricata di definire questo concetto: la filosofia estetica. I contributi più importanti alla filosofia estetica li hanno dati David Hume, Edmund Burke, Alexander Baumgarten ed Emmanuel Kant. Per tutti loro, la bellezza non esisterebbe negli oggetti che percepiamo, ma solo nella nostra mente. In altri termini, la bellezza non sarebbe una qualità degli oggetti belli, ma un sentimento suscitato in noi da questi oggetti. Per gli empiristi David Hume ed Edmund Burke la bellezza coinciderebbe precisamente con un “sentimento di piacere” causato in noi da certe forme, non con le forme stesse che lo causano. Burke ritiene che questo sentimento sia universale, mentre Hume ritiene che sia individuale. In sostanza, per Burke a tutti gli uomini, in ragione della comune struttura fisiologica, piacerebbero le medesime forme, mentre secondo Hume le medesime forme non piacerebbero a tutti gli uomini, ognuno dei quali avrebbe suoi personali e incomunicabili gusti. Hume tuttavia cerca di evitare il relativismo estetico assoluto, sostenendo che certe persone avrebbero più “buon gusto” delle altre. Se una cosa piace ad una persona di buon gusto, suggerisce Hume, puoi stare certo che è veramente bella. A questo punto, Hume cade nel ragionamento circolare: è bello ciò che piace alle persone di buon gusto, hanno buon gusto le persone a cui piace ciò che è bello. Emmanuel Kant ha il merito di avere superato l’edonismo superficiale dei due empiristi inglesi. Egli riprende da loro l’idea che la bellezza coincida col “sentimento di piacere”, ma questo sentimento lo distingue dal “piacevole”: bello non è “ciò che piace ai sensi nella sensazione” (che è appunto il piacevole) ma ciò che diletta la mente provocando “il libero gioco” di immaginazione e intelletto.

Ma in ogni caso Kant rende definitivo il soggettivismo estetico. Dopo Kant i principali teorici di estetica si sono preoccupati quasi esclusivamente di definire la natura e lo scopo dell’arte, tralasciando di definire la bellezza. Senza dubbio, accettano la definizione di bellezza fornita da Kant. Ma il fatto che gli stili e i gusti varino in continuazione da un luogo all’altro e da un’epoca all’altra sembra indicare che non tutti gli uomini condividono la medesima idea\sentimento di bellezza (in realtà non è così, come vedremo). Era dunque inevitabile che, un passo dopo l’altro, si arrivasse a negare anche l’esistenza di un’unica idea\sentimento di bellezza e che si affermasse il relativismo assoluto dei gusti. Partita da Hume, la filosofia estetica torna a Hume e anzi lo radicalizza. Se Hume ammetteva ancora, seppure incoerentemente, l’esistenza un “buon gusto”, adesso non si ammette neppure quello: “De gustibus non est disputandum”. Se i gusti sono tanti e nessuno è più vero dell’altro, al massimo si potrà fare una statistica dei gusti, e si potrà stabilire che l’opera che piace a più persone vale di più di quella che piace a meno persone. Se dunque alla gente piace vedere tutte le opere macabro-pornografiche di cui sopra, allora dal punto di vista relativista quelle opere sono arte, e chi lo nega è un bigotto oscurantista.

Ma adesso vediamo dove gli illuministi hanno sbagliato. Come abbiamo visto, la filosofia estetica settecentesca concepisce la bellezza come un sentimento o un’idea che non esiste al di fuori dell’uomo. Invece, prima dell’illuminismo nessuno aveva difficoltà a riconoscere che la bellezza esiste nelle cose come qualità oggettiva. Gli illuministi non sbagliavano affatto quando dicevano che noi tutti abbiamo la medesima idea\sentimento di bellezza. Ma il fatto che noi abbiamo questa idea\sentimento non significa affatto che la bellezza esista solo in questa idea\sentimento. Pensiamo alla matematica e alla geometria: esse sono vere sia nel nostro pensiero che nella realtà. Due più due fa quattro e l’ipotenusa è uguale alla radice quadrata della somma dei due cateti sia nel pensiero che nella realtà. Perché invece la bellezza dovrebbe esistere solo nel nostro pensiero?

Una volta ammesso che la bellezza esiste anche al di fuori della nostra mente, non ci resta che descriverla. Proviamo a paragonarla ad un colore, ad esempio al rosso. Non esistono soltanto le cose rosse ma anche il rosso, che è una certa gradazione delle onde luminose. E questa gradazione luminosa possiamo in qualche maniera isolarla dalle cose. Invece, la bellezza non è un fenomeno fisico e quindi non può essere isolata in provetta. Inoltre, è molto difficile da descrivere. Per noi è facile descrivere le singole cose belle, mentre è difficilissimo descrivere la bellezza stessa, intesa come qualità che accomuna tutte le cose belle. La varietà dei gusti e degli stili non dimostra che la bellezza è relativa, casomai dimostra che è sconfinata: la bellezza può manifestarsi in talmente tante forme che non si è mai finito di trovarle tutte. Descrivere la bellezza non significa dunque scegliere alcune forme belle a discapito di altre ma trovare gli elementi che hanno in comune le infinite forme belle. Ma a quanto pare, la bellezza è talmente misteriosa che nessuno è mai riuscito a trovare qualcosa come la formula chimica o matematica della bellezza. Al massimo, si è riusciti a stilare un lungo elenco di caratteristiche della bellezza: le principali sono, secondo tradizione, l’unità d’insieme e la proporzione fra le parti. Ma se è vero che tutte le forme belle sono unitarie e proporzionate, è altrettanto vero che non tutte le forme unitarie e proporzionate sono belle. Evidentemente, nella bellezza c’è una x misteriosa che sfugge al ragionamento. Per andare subito al sodo, quella x misteriosa ha a che fare col mistero stesso in senso teologico. La bellezza non è una cosa fisica, ma una “sostanza” metafisica. Di conseguenza, non può essere formulata in termini scientifici: può essere definita solo in termini metafisici e teologici. La formula definitiva della bellezza ce l’ha data San Tommaso d’Aquino: la bellezza è integrità (integritas) più proporzione (proportio) più “splendore del mistero” (claritas). Di questo “splendore del mistero” o “chiarità di una forma” possiamo dire soltanto, in maniera suggestiva e imprecisa, che è l’irruzione dell’infinito nella forma finita. Sì, la bellezza ha a che fare con Dio. La bellezza nella sua infinita estensione è attributo di Dio: è lo splendore del vero e del bene riuniti. Noi su questa terra vediamo riflessi infinitesimali della bellezza infinita.

Dunque non c’è arte senza bellezza e non c’è bellezza senza Dio. In altri termini, sembra che senza la fede sia impossibile fare arte bella. Gli intellettuali mainstream conducono da anni una jihad fanatica contro quel che resta del concetto di bellezza proprio perché hanno capito che non si può credere nella bellezza senza credere in Dio, e loro non vogliono crederci. Gli illuministi, ancora non avevano ripudiato la fede, almeno non del tutto: si dicevano deisti o agnostici. Perché avevano imprigionato la bellezza nei limiti della soggettività? Perché avevano intuito che la bellezza, lasciata libera, era pericolosa. La bellezza infatti conduce l’uomo fuori da sé stesso, verso il cielo. Essi credevano ancora in Dio, ma volevano crederci “moderatamente”, senza troppo entusiasmo. Insomma, essi hanno allontanato la bellezza da Dio, senza ancora negare Dio. Poi si è pensato che si potesse fare completamente a meno di Dio e tenersi solo la bellezza. Oggi si pensa di fare a meno anche della bellezza per tenersi solo l’arte. Ma l’arte, privata della bellezza, si auto nega. Quindi, ormai è come se fossimo alla resa dei conti: o ritorniamo alla fede o dobbiamo semplicemente rinunciare all’arte e annegare nella pornografia. A voi la scelta.

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6 pensieri su “L’APOCALISSE DELLA BELLEZZA. Riflessioni sulla bancarotta estetica dell’arte contemporanea.

  1. Trovo quest’articolo interessante, ma ci sono alcuni aspetti che non mi convincono. La bellezza è legata alla trascendenza e al mistero, d’accordo, ma che questa trascendenza sia Dio, e per di più il dio cattolico, è una sua interpretazione. Risulta poco convincente anche la connessione tra questa realtà che ci trascende e il “bene”. In realtà la bellezza ci colpisce perché va oltre il bene e il male. Il cristianesimo ha cercato di imbrigliare la bellezza riconducendola a categorie rassicuranti, e questo vale anche per Dio: prima si dice che è un mistero, poi però di Dio si sostiene di saperne tutto o quasi: chi è, cosa vuole da noi, perché ci ha creati ecc. Ora, lei accusa come al solito l’illuminismo di essere il colpevole, ma in realtà la nozione di bellezza oggettiva è venuta meno insieme anche alla nozione di verità oggettiva. Purtroppo si è scoperto che le dimostrazioni dell’esistenza di Dio erano sbagliate. Capisce: non è stata una scelta, una volontà di non credere. All’epoca di San Tommaso si credeva che si potesse dimostrare che Dio esiste, oggi no. Ne prenda atto, è una questione di logica, non c’è un complotto dietro. Io personalmente penso che debba rimanere in vita il senso del mistero, continuare a porsi le grandi domande, ma mi rendo conto che qualcuno possa vederla diversamente e rivolgersi soltanto alle cose terrene. In fondo la pornografia è anche questo: ci si rivolge ad una bellezza terrena, concreta, senza necessariamente disconoscerne l’esistenza, anzi. In ogni caso queste non sono cose che si possano decidere con un atto di volontà. Decido di credere in Dio come nel medioevo, et voilà, abbiamo risolto tutti i problemi. In fondo anche lei, senza rendersene conto, partecipa al soggettivismo moderno. I cattolici di oggi che temono che Dio muoia, prendono sul serio Nietzsche anche se non vogliono ammetterlo. Anche loro non credono veramente che Dio esista oggettivamente, per questo temono che muoia, che venga dimenticato.

    • “Purtroppo si è scoperto che le dimostrazioni dell’esistenza di Dio erano sbagliate”

      No, non è che erano sbagliate: è che non si vuole riconoscerle. Rifiutarle è una scelta soggettiva. Tutti gli argomenti contro le prove filosofiche dell’esistenza di Dio io personalmente (se preferisce, soggettivamente) le trovo assolutamente infondate. Io personalmente, soggettivamente, trovo convincenti tutte le prove fornite da San Tommaso, però devo ricordare che lo stesso san Tommaso non le considerava come prove della fede: le considerava come prove preparatorie della fede. In altri termini, le prove non bastano per credere in Dio: servono solo a preparare il terreno all’accettazione della fede. Ma la verità in sé stessa trascende troppo le possibilità della mente umana. Se esamina tutti gli scritti della tradizione cattolica, si accorgerà che nessuno ha mai anche solo osato insinuare di sapere tutto di Dio. Noi conosciamo Gesù Cristo, che è Dio fatto uomo.
      Ripeto: alla fede non si arriva per via di dimostrazioni scientifico-matematiche e logiche. Casomai, ci si arriva tramite il desiderio. Davvero, non esiste altra strada al di fuori di questa. Ben presto ti accorgi che niente su questa terra è in grado di soddisfare definitivamente il tuo desiderio di felicità e ognuno completi la riflessione da solo, se vuole. Anche questa è una scelta. Io posso benissimo scegliere di non fare i conti col mio infinito desiderio di una felicità infinita e decidere di stordirmi con piaceri volgari, col sesso e con la droga. A voi la scelta.

      Tuttavia, su un punto le do ragione: sul “soggettivamente”. Infatti, noi siamo su questa terra per fare una scelta: rifiutare o accettare Dio. Se Dio fosse completamente, assolutamente palese, verrebbe meno la possibilità della libertà: anche quelli che amerebbero essere atei sarebbero costretti ad inchinarsi a Dio. Invece, Dio rimane nella penombra, così quelli come lei hanno la possibilità di dire di no e di scrivere sui libri che la scienza ha dimostrato che Dio no esiste eccetera (e pazienza se la scienza ha radici teologiche e se la stragrande maggioranza degli scienziati che hanno dato contributi fondamentali alla scienza erano credenti sinceri). Ma ripeto, la caratteristica fondamentale dell’uomo, ciò che fa la sua grandezza, è la LIBERTA’: infatti io alla fine dell’articolo ho scritto “a voi la scelta”. Lungi da me l’idea che il mondo moderno debba essere costretto – non si sa da chi e come – a tornare cristiano dall’oggi al domani. Proprio perché esiste la libertà, e proprio perché la libertà è il bene in assoluto più grande, ci sarà sempre chi non vuole credere in Dio.

      Però io mi limitavo a fare una considerazione ovvia talmente ovvia che oggi è abbracciata perfino da critici d’arte atei come Jean Clair (leggersi il brillante “L’inverno della cultura”, 16 euro ben spesi): da quando l’arte si è staccata dalla religione, segnatamente dl cristianesimo, non ha fatto che degenerare (Clair punta il dito sulle stesse “opere d’arte” di cui parlavo io all’inizio dell’articolo). Per questo Jean Clair addirittura termina il suo libro facendo un appello alla Chiesa: nel passato sei stata la più grande mecenate del mondo, alla tua ombra hanno vissuto i più grandi artisti di tutti i tempi, torna a fare la mecenate.

      P. S. Io al suo posto non esalterei troppo la pornografia, indipendentemente dal credere o non credere. La pornografia infatti non pone meri problemi di morale, ma seri problemi sociali. lo ripetono parecchi studiosi comportamentali, che però rimangono inascoltati.
      Articolo strepitoso di studioso peraltro non cattolico né cristiano:

      http://www.brucialanotizia.it/2012/10/18/pornografia-tutti-drogati-senza-saperlo/

  2. E’ vero, quelle di San Tommaso erano vie, non prove, anche perché il Dio come motore immobile o causa prima è un’altra cosa rispetto al Dio uno e trino che si fa uomo per salvarlo: quelle vie non sono sufficienti, e anche ammesse quelle vie, credere ai dogmi cattolici è un altro paio di maniche. E comunque all’epoca l’esistenza di Dio era data per scontata. Invece con Cartesio dopo l’avvento della scienza moderna si cominciano a perdere le certezze e dunque si vuole una prova assoluta, che però non viene trovata. O meglio, Cartesio credeva di averla trovata. Ma Kant ha dimostrato che la prova ontologica è sbagliata, perché l’esistenza non è una qualità. Cartesio aveva commesso un banale errore logico. Comunque la scienza non ha dimostrato che Dio non esiste: semplicemente Dio appartenendo alla trascendenza non può essere oggetto di ricerca scientifica. Quello che sappiamo oggi è che non possiamo dimostrare né che Dio esista, né che non esista. Per il resto sono d’accordo con lei: se Dio esistesse, posto che ci vuole lasciare liberi, non potrebbe manifestarsi compiutamente. Ma per molti secoli si è dato per scontato che Dio esistesse, è stata considerata una certezza assoluta, tanto che gli atei venivano considerati quasi inumani, o comunque folli, perversi e malvagi. Insomma questa libertà di non credere non c’era. Inoltre la stessa fisica, la stessa cosmologia, ponendo la terra al centro dell’universo, facevano pensare come ovvia la posizione privilegiata della Terra nel Creato e dunque dell’uomo. Insomma all’atto pratico per secoli l’esistenza di Dio non era qualcosa di limitato alla nostra soggettività, alla nostra fede, come è per lei oggi, ma era nei fatti, era evidente, era ovvia. E’ oggi che non è più così. Cioè lei, credente, condivide lo stesso destino storico dei non credenti. Oggi dobbiamo riconoscere che la terra si trova sperduta in un puntino qualunque dell’universo, che ha delle leggi (che oggi sostanzialmente conosciamo, un tempo no) che lo fanno andare avanti senza il bisogno di ricorrere a interventi esterni. Ma allora questa condizione storica, di perdita delle certezze passate, accomuna tutti noi. Preciso che non intendevo esaltare la pornografia, ma tentare una spiegazione del suo successo nel quadro storico che stiamo vivendo. Credo che la pornografia possa dare dipendenza, più o meno come il videopoker o tante altre cose. Ma viviamo nell’epoca della libertà, della libertà vera, rischiosa, che comporta grosse assunzioni di responsabilità, proprio perché non abbiamo più punti di riferimento assoluti. La storia va avanti, e la società si evolve. Per questo non credo alle battaglie di retroguardia. Supponiamo che la Chiesa torni a fare da mecenate: lo faccia pure, ma certamente gli artisti non si sentiranno ispirati da argomenti di tipo cristiano, non gli verrà in mente di costruire cattedrali che salgono verso il cielo o rappresentare Madonne col bambino. O magari lo faranno alla maniera di Francis Bacon. Questo desiderio di cui lei parla oggi non porta più necessariamente a Dio, perché non si sa neanche se c’è, non perché ci si rifiuti di crederci.

    • “O meglio, Cartesio credeva di averla trovata. Ma Kant ha dimostrato che la prova ontologica è sbagliata, perché l’esistenza non è una qualità. Cartesio aveva commesso un banale errore logico. ”

      Comunque, anche san Tommaso aveva rifiutato come errata la prova ontologica di Sant’Anselmo d’Aosta, il quale diceva più o meno (vado a memoria): se pensate ad un essere perfettissimo, che più perfetto non si può, dovete ammettere l’esistenza come parte della sua perfezione, altrimenti non sarebbe perfettissimo. Al che San Tommaso: se l’esistenza fosse un attributo necessario della perfezione, allora dovrebbero esistere tutte le cose perfettissime che ci vengono in mente, ad esempio le isole perfettissime. Quindi, noi non possiamo dire che Dio esiste necessariamente perché è perfettissimo, possiamo dire soltanto che Dio, se esiste, è necessariamente perfettissimo. Con questo voglio dire che per quanto riguarda il ragionamento logico il Dottore medievale era molto più avanti del povero Cartesio, il cui “discorso sul metodo” a me personalmente pare assolutamente nefasto sul piano delle conseguenze ultime.

      “Comunque la scienza non ha dimostrato che Dio non esiste: semplicemente Dio appartenendo alla trascendenza non può essere oggetto di ricerca scientifica”.

      Sono contenta che lei lo ammetta. Anzi, devo dire che è la prima persona che incontro che ammette questa verità semplicissima: che la scienza non può dire nulla su Dio. Invece tutti ma proprio tutti gli atei che incontro attaccano il disco rotto vetero-positivista secondo cui la scienza avrebbe dimostrato l’inesistenza di Dio.

      “Ma per molti secoli si è dato per scontato che Dio esistesse, è stata considerata una certezza assoluta, tanto che gli atei venivano considerati quasi inumani, o comunque folli, perversi e malvagi.”

      In realtà, san Tommaso spesso presenta i suoi ragionamenti come strumenti “per convincere gli increduli”: evidentemente lui stesso, magari all’università di Parigi, si trovava spesso a discutere con degli increduli. Il che suggerisce che nel tredicesimo secolo gli increduli c’erano, sebbene pochi, e con loro si discuteva, non li si mandava sul rogo (anche la storia dell’inquisizione andrebbe raccontata bene: finora abbiamo sentito solo leggende nere storicamente infondate). Comunque, è vero che a partire dall’editto di Costantino, la fede fu considerata non un fatto privato ma un fatto sociale. Infatti, tutte le leggi umane si basavano sulla legge di Dio, e quindi per garantire la convivenza civile e la coesione sociale era necessario che la gente accettasse la legge di Dio. Da un certo punto di vista era vero che la fede era quasi scontata, perché la succhiavi col latte materno. Tuttavia, ripeto, una analisi del pensiero basso medievale e rinascimentale dimostra che, sebbene la fede cattolica fosse scontata, la fede stessa lasciava ampi margini di libertà di pensiero e di incredulità, come dimostra l’incredibile varietà di punti di vista e come dimostra il fatto che in seno alla cultura cristiana si è potuta sviluppare gradualmente, a partire dall’Umanesimo, un filone di cultura che si è staccata progressivamente dal cristianesimo stesso fino ad arrivare, nel secolo dei Lumi, al deismo, all’agnosticismo e all’ateismo tout court. Ora, lo sviluppo dell’ateismo in Occidente è un unicum a livello mondiale: in nessuna altra civiltà religiosa si è mai sviluppato qualcosa di lontanamente paragonabile all’ateismo. Per la semplice ragione che le altre civiltà non riconoscono il valore della libertà e non lasciano margini alla libertà di pensiero. L’ateismo, il materialismo e il positivismo sono talmente legati al cristianesimo, che qualcuno ha proposto addirittura di considerarli come estreme eresie cristiane.

      “Oggi dobbiamo riconoscere che la terra si trova sperduta in un puntino qualunque dell’universo, che ha delle leggi (che oggi sostanzialmente conosciamo, un tempo no) che lo fanno andare avanti senza il bisogno di ricorrere a interventi esterni.”

      Effettivamente molti studiosi hanno sottolineato che la “perdita del centro” rivelata dalla scienza moderna a partire da Galileo provocò un trauma psicologico enorme nelle persone. Tuttavia, chi sa guardare le stelle con occhi più maturi capisce che l’uomo rimane al centro: non in un centro fisico, ma in un centro morale. L’universo, nella sua smisurata estensione, non ha coscienza di sé stesso, perché è materia inerte. Ora, questo atomo insignificante che sono io invece può guardare l’universo, conoscerlo e pensarlo, ossia “chiuderlo” addirittura nella mente. Quindi, ciascun io umano è superiore all’universo stesso.
      Per quanto riguarda e leggi, io non direi che l’esistenza di leggi depongano contro l’esistenza di Dio. Io direi piuttosto che l’esistenza di leggi allude all’esistenza di un Legislatore. Per usare un’altra immagine: se l’universo è un orologio che funziona in virtù di rapporti interni fra i suoi meccanismi, chi è l’orologiaio che l’ha fabbricato e caricato?
      E poi c’è il Big Bang. Lei saprà che nel Medioevo, ai tempi di Tommaso, i primi barlumi di un pensiero ateistico all’università di Parigi si basavano sulla tesi dell’eternità della materia formulata dal Averroè. Gli averroisti di Parigi cominciarono ad insinuare: se la materia è eterna, abbiamo ancora bisogno di pensare ad un Dio che la crea? E sostanzialmente, l’ateismo si è basato fin quasi al Novecento sulla tesi dell’eternità della materia. Ma poi si sono scoperte due cose che riabilitano l’immagine biblica della creazione e della fine del mondo: il Big Bang e l’entropia, che condanna l’universo ad una lentissima estinzione. Ripeto, neppure il Big Bang e l’entropia sono prove della fede: ognuno è libero infatti di interpretarli come vuole. Diciamo però che si accordano con la fede.
      E poi c’è un altro fatto importante: io posso conoscere l’universo e le leggi che lo regolano perché tali leggi sono razionali: esiste quindi una corrispondenza sorprendente fra le strutture della ragione umana e le strutture dell’universo. E lei saprà che per cominciare a studiare la fisica occorre un atto di fede: io ho fede nel fatto che la mia mente possa studiare l’universo perché la mia mente è razionale e l’universo è razionale. Senza questa fede, non inizi neppure a fare scienza, al massimo ti dai alla magia e allo sciamanesimo. E infatti, guarda caso questa fede nelle possibilità della ragione a livello mondiale si è sviluppata solo in Occidente. Al di fuori dell’Occidente non si è potuta sviluppare nulla di lontanamente simile alla scienza: al massimo buona ingegneria. (Ormai la leggenda secondo cui la scienza sarebbe nata nei paesi islamici nel Medioevo non regge più ad una analisi storica approfondita: gli arabi diedero solo qualche contributo trascurabile). Domanda: da dove deriva la fede nelle possibilità della ragione? Risposta: dalla teologia cattolica. Ormai si moltiplicano gli studioso, specialmente americani, che sostengono la tesi delle radici teologiche della scienza moderna: Stark, Woods e tanti altri, dopo magari faccio un elenco bibliografico ragionato. Per il momento, ci si può rivedere questo fantastico servizio di Thoma Woods pubblicato su You tube, di cui questa è la prima puntata:

      “Questo desiderio di cui lei parla oggi non porta più necessariamente a Dio, perché non si sa neanche se c’è, non perché ci si rifiuti di crederci.”

      Lo so bene, infatti oggi il desiderio infinito porta di preferenza ai paradisi artificiali. Alla fine di Paura e delirio a La Vegas, film che amo molto, Johnny Depp dice più o meno che la generazione degli anni Sessanta si è bruciata il cervello con la droga perché aveva la disperata speranza che attraverso la droga potesse accedere al paradiso, che anzi “ci fosse una luce ad aspettarci in fondo al tunnel”. Ma evidentemente la luce di felicità che aspettiamo non sta in fondo al tunnel dello sballo.

      • >Sono contenta che lei lo ammetta. Anzi, devo dire che è la prima persona che incontro che ammette questa verità semplicissima: che la scienza non può dire nulla su Dio. Invece tutti ma proprio tutti gli atei che incontro attaccano il disco rotto vetero-positivista secondo cui la scienza avrebbe dimostrato l’inesistenza di Dio.

        A ma per invece una posizione abbastanza comune. Ad esempio Margherita Hack: “È quello che dico sempre, anche essere atei, come essere credenti, è una fede perché io non posso dimostrare né che Dio c’è, né che non c’è. Io non credo perché non mi soddisfa l’idea di Dio, non posso pretendere di dimostrare che Dio non c’è. A me sembra assurda l’idea di Dio perché mi sembra infantile, ma questa è un’opinione personale.”

        >Per la semplice ragione che le altre civiltà non riconoscono il valore della libertà e non lasciano margini alla libertà di pensiero. L’ateismo, il materialismo e il positivismo sono talmente legati al cristianesimo, che qualcuno ha proposto addirittura di considerarli come estreme eresie cristiane.

        E’ vero che l’Occidente ha posto il valore della libertà come uno dei valori supremi, e questo ha un’origine cristiana, ma la libertà è stata posta come valore in sé (dall’illuminismo e il liberalismo) proprio quando si è separata dalla sua origine religiosa. E infatti in questa forma è stata fieramente avversata dalla Chiesa, che ha combattuto l’avvento della democrazia e del liberalismo (ricordiamo la condanna del Papa nei confronti delle “cosiddette libertà moderne”), uscendone però sconfitta.

        >Io direi piuttosto che l’esistenza di leggi allude all’esistenza di un Legislatore. Per usare un’altra immagine: se l’universo è un orologio che funziona in virtù di rapporti interni fra i suoi meccanismi, chi è l’orologiaio che l’ha fabbricato e caricato?

        Il problema è che l’orologio e l’orologiaio fanno entrambi parte di questo mondo, ed entrambi possono essere osservati, mentre Dio è un orologiaio un po’ particolare perché sta fuori dal mondo e non si fa vedere. Quindi è lecito considerare questa niente più che un’analogia.

        >esiste quindi una corrispondenza sorprendente fra le strutture della ragione umana e le strutture dell’universo. E lei saprà che per cominciare a studiare la fisica occorre un atto di fede: io ho fede nel fatto che la mia mente possa studiare l’universo perché la mia mente è razionale e l’universo è razionale.

        Non so, mi sembra che l’atto di fede non sia necessario dal momento che osserviamo delle regolarità nella natura e scopriamo che gli esperimenti sono ripetibili, con risultati mai identici ma comunque simili. Sul dire che l’universo è razionale oggi avrei dei dubbi: un tempo si pensava di poter conoscere tutto, oggi si scopre che ogni aspetto si può approfondire forse all’infinito, e non è affatto detto che riusciremo a capire tutto. La nostra capacità di capire in parte il mondo potrebbe essere il risultato dell’evoluzione, e il nostro cervello potrebbe essere inadeguato a cogliere certi aspetti del reale. La nostra fiducia che il mondo sia razionale potrebbe essere un errore di prospettiva.

        >Domanda: da dove deriva la fede nelle possibilità della ragione? Risposta: dalla teologia cattolica.

        Mah, io direi che le radici del pensiero occidentale derivano dalla filosofia greca. La stessa teologia cristiana deriva da essa, l’impianto razionale che è stato aggiunto ad una religione monoteista nata in Palestina è stato dato dalla filosofia greca. San Paolo era un uomo di cultura greca. Poi, è vero che la scienza moderna inizialmente nasce con l’idea di completare la conoscenza che Dio ci ha dato con le sacre scritture, portando avanti la nostra volontà di potenza (se come è scritto nella Genesi Dio ci ha reso signori su questa terra e ha voluto che la dominassimo, allora portiamo avanti l’opera). Ma, come è successo con la libertà, a un certo punto anche la scienza ha dovuto separarsi dalla teologia, se voleva diventare adulta e cominciare a manipolare veramente il mondo. Altrimenti non potevi guardare nel cannocchiale, che l’inquisitore ti faceva il processo e ti costringeva ad abiurare.

        >Lo so bene, infatti oggi il desiderio infinito porta di preferenza ai paradisi artificiali. Alla fine di Paura e delirio a La Vegas, film che amo molto, Johnny Depp dice più o meno che la generazione degli anni Sessanta si è bruciata il cervello con la droga perché aveva la disperata speranza che attraverso la droga potesse accedere al paradiso, che anzi “ci fosse una luce ad aspettarci in fondo al tunnel”. Ma evidentemente la luce di felicità che aspettiamo non sta in fondo al tunnel dello sballo.

        Può darsi, ma quello che per le masse è semplicemente lo sballo, per qualcuno è stato veramente un percorso di ricerca. Poi a posteriori possiamo dire che è stato un errore, ma per capire che era un errore, bisognava provarci.

      • Finalmente ho trovato il tempo di rispondere. Siccome la riposta era molto lunga, ho preferito farne un post: LA FEDE FA BENE ALLA RAGIONE. Buona lettura.

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