Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

LA GRANDE MEDIOCRITA’. Recensione di “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino.

Venerdì ho visto all’Odeon di Milano “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. L’unica cosa veramente bella che ho visto è l’Odeon stesso: un teatro sontuoso d’inizio Novecento, il cui foyer e la cui scalinata sono scenografie pronte per un film in costume. Speriamo che almeno questo teatro non cada in rovina come tanti altri teatri storici di Milano, fra i quali spicca quello di via Manzoni, ornato da superbi mosaici con soggetti in stile De Chirico.

Guarda il trailer 

Il film di Sorrentino è semplicemente un’altra prova dell’avvenuto decesso del cinema italiano. (Causa principale del decesso: i finanziamenti pubblici al cinema, che hanno foraggiato i parassiti e incoraggiato la mediocrità. Stop). Intendiamoci, il film non è privo di pregi, probabilmente è perfino il migliore film italiano degli ultimi anni. Appunto, se questo è il meglio del cinema italiano, c’è da recitare il De profundis. Anzi, c’è da vergognarsi. Perfino la piccola Danimarca batte l’Italia dieci a zero sul piano cinematografico. Sorrentino, il presunto miglior regista d’Italia, non è degno di baciare i piedi a Lars Von Trier. Paragonare La grande bellezza a Melancholia è come paragonare una natura morta di un allievo del Cavalier d’Arpino a una pala d’altare del Caravaggio.
La grande bellezza non è privo – si perdoni il gioco di parole – di bellezza, e tuttavia non è compiutamente bello. E’ al massimo piacevole. E’ come un quadro che ha dei dettagli pregevoli ma che nel suo insieme appare così così. Vediamo prima i dettagli pregevoli. Nel film di Sorrentino Roma appare cupa, decadente e sepolcrale al punto giusto: tutta la luce del mezzogiorno mediterraneo non basta a disperderne le umide tenebre. Le riprese notturne all’interno dei musei capitolini sono belle, se non altro perché i musei capitolini sono belli in sé, e quasi poetiche. Alcuni personaggi sono delineati bene e ben recitati. Bravo Servillo, brava (per una volta) la Ferilli.

Ma adesso basta, andiamo subito al dunque: a mio parere, per quanto può contare il mio parere, Sorrentino è  un vuoto manierista che maschera la debolezza della sua ispirazione con una vuota esibizione barocca (barocca nel senso di Giovan Battista Marino, non di Gian Lorenzo Bernini) di retorica registica. E’ come se Sorrentino si sforzasse di fare il film che farebbe se fosse un vero grande artista posseduto dal demone platonico. Ma Sorrentino non è posseduto da nessun demone. E’ come se si forzasse di fare un film d’autore degno di ricevere uno di quei premi cinematografici che il cinema italiano non è più in grado di prendere da tempo immemorabile. Ma Sorrentino non è un autore di livello internazionale. E’ un discreto manierista che di fronte ai manieristi minimi che infestano l’italica provincia può sembrare addirittura un grande artista.

Ai provinciali il florilegio di rallenti su corpi in movimento e di zoomate su volti inutilmente attoniti  (come se di questi rallenti e di queste zoomate non ne avessimo già visti troppi nei blockbusters  di Peter Jackson), paiono grande stile, mentre l’overdose di monologhi sciatti degni di Harmony su vite inevitabilmente fallite e gli scontatissimi, telefonati flashback sul primo amore al mare con “la paura e la voglia di essere nudi” (da Questo piccolo grande amore di Baglioni, che ci stava bene come commento musicale) paiono la Recherce di Proust. I provinciali non si accorgono neppure quanto meccanico, intrinsecamente impoetico, sia il contrasto fra la musicaccia da discoteca che inquina le feste sulle terrazze e il canto rinascimentale in inglese tipo Dowland che dovrebbe richiamare alla mente come un leitmotiv wagneriano il concetto di bellezza, e che invece fa solo pensare ad un regista che si sforza di piacere al pubblico anglosassone dei festival. Ai provinciali la giraffa che si staglia contro le volte delle terme di Caracalla pare un contrasto surreale, mentre è solo una trovata cerebrale,  mentre le caricature stereotipate, viste e riviste, di attricette botulinizzate, scrittorucoli falliti, pseudo-intellettuali cafoni da terrazza nonché le caricature raffazzonate – copiate male dai dipinti di Scipione – di cardinali ridicoli e tenebrosi e sante incartapecorite e rincoglionite paiono maschere degne di un film di Fellini. Fellini? Ma stiamo scherzando? Chi si è permesso di dire che questa roba è la nuova Dolce vita? Io a questo film non gli do un brutto voto solo perché  il  Jep Gambardella di Toni Servillo e la Ramona di Sabrina Ferilli mi ispirano una sincera, umana simpatia. Peccato che la vecchia spogliarellista malata, meretrice casta, simboleggi in maniera troppo scoperta, e quindi cerebrale, impoetica, la città di Roma.

Scipione

E poi ci sono personaggi semplicemente imbarazzanti, disegnati male, svogliatamente. Il più imbarazzante è il figlio spostato della nobildonna interpretata da Pamela Villoresi, che parla solo di Proust e della morte. E il bello è che quel personaggio dovrebbe avere connotati tragici. Ma più che un personaggio tragico, sembra fino alla fine uno di quei tamarri che parlano di Proust e di morte per fare colpo sulle ragazzine. (Come disse Woody Allen: solo con le prostitute non è necessario parlare di cinema e di Proust). E per rendere il tutto più indigesto, Sorrentino gioca a mescolare comico e drammatico. Dopotutto non lo aveva fatto anche Fellini? Già, solo che a Fellini il gioco riesce, a Sorrentino no. Quelli sono giochi che riescono solo ai veri geni. Nel film di Sorrentino il comico non si fonde col drammatico, ma rimane come un elemento estraneo, fastidioso. Oltretutto, le battute e le situazioni comiche non fanno nemmeno ridere, anche se in una sala cinematografica almeno due che ridono si trovano sempre.

La stangona antipatica inutilmente corteggiata dal personaggio interpretato da Verdone annuncia l’intenzione di abbandonare la recitazione per dedicarsi ad un romanzo “tipo Proust”. Appunto, Sorrentino vuole fare un film “tipo Proust” su temi immensi: la vita, l’amore, la morte, la giovinezza, la vecchiaia. Solo che non ce la fa, non è all’altezza. Non è Proust, non è Fellini. E’ questo il problema.
Per rifarmi gli occhi dopo le sofferenze dell’altro ieri, mi vado subito a rivedere un film in cui il tragico e il comico, il grottesco e l’horror si fondono perfettamente insieme. Un film che parla di amore e morte, peccato e redenzione sullo sfondo di una Roma grottesca, decadente e allucinatoria… Insomma, il film che Sorrentino non si sogna neppure di eguagliare:
TOBY DAMMIT di FEDERICO FELLINI

Navigazione ad articolo singolo

10 pensieri su “LA GRANDE MEDIOCRITA’. Recensione di “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino.

  1. i dont speak italian, but i translated your text, and i totally agree with you chapeau!

    • Mi dispiace dirtelo, ma tu vuoi talmente poco bene all’Italia e al cinema italiano che ti spelli le mani di fronte ad un centone mal cucito di citazioni felliniane girato da un mezzo regista che maschera la desolante povertà della sua ispirazione sotto un manto barocco di retorica registica. Per piacere al pubblico internazionale, il mezzo regista confezionale una cartolina illustrata dell’Italia piena di quei luoghi comuni folkloristici sugli italiani e sulla Chiesa che piacciono tanto agli americani. Ma poi c’è ancora qualche vero amante del cinema che non sa che i Golden Globe e gli Oscar si danno solo alle schifezze commerciali? Il sommo Stanley Kubrick ha forse mai stretto la statuetta d’oro fra le mani?
      Io voglio talmente bene all’Italia e l cinema italiano che mi straccio le vesti di fronte ai film italiani mediocri che ridicolizzano l’Italia. Forse sarebbe bene che prima di incensare il sommo non capolavoro del mezzo regista la gente si guardi e si studi i film di Fellini, Antonioni, Pasolini e di tutti gli altri geni del cinema che hanno fatto grande l’Italia. Voi li avete visti bene quei film? E dopo averli visti avete ancora il coraggio di dire che Sorrentino onora l’Italia? Io combatto contro i mezzi registi come Sorrentino proprio perché non voglio smettere di sperare che dal suolo patrio possano sorgere un altro Fellini e un altro Antonioni.

  2. Video geniale. Il ragionier Fantozzi è il mio portavoce ufficiale:

  3. http://www.lanuovabq.it/it/articoli-oscar-siamo-fieri-di-parlar-male-di-noi-stessi-8585.htm

    Oscar. Siamo fieri di parlar male di noi stessi!
    di Rino Cammilleri
    04-03-2014 AA+A++
    Toni Servillo ne La Grande Bellezza
    Share on twitterShare on facebook
    Stampa Invia ad un amico Scarica il PDF RSS
    A me, come a tutti i cittadini italiani medi, il fatto che il regista Sorrentino abbia preso l’Oscar non porta in tasca nulla. Non aumenta il mio benessere nemmeno se vince la nazionale di calcio, o uno sciatore italiano d’anagrafe, ma dal nome invariabilmente tedesco, strappa un trofeo. Noi italiani siamo bravissimi a emigrare (e solo all’estero un italiano capace può emergere) o a eccellere in cose che l’italiano medio può vedere solo col binocolo: l’alta moda e la Ferrari. Gli stereotipi italici nella mente degli stranieri – rassegniamoci – sono questi: pizza & mafia. E ve lo dice uno che ha pubblicato un Doveroso elogio degli italiani (Rizzoli, 2001), libro di cui più invecchia e più si pente.

    E veniamo agli Oscar. Mentre facciamo notte per le strade esibendo bandiere dalle auto e strombazzando come matti ubriachi non solo di gioia per il premio vinto, vediamo di ricordarci che l’Oscar è un premio tutto americano che va a film americani. Là l’industria cinematografica non campa di sovvenzioni. Là ogni milione di dollari (privati) speso per un film ne porta dieci dall’estero. Gli americani, staccatisi dall’Inghilterra nel 1776 per questioni di soldi, sono maestri universali nel farli, i soldi, e non per niente gli Usa sono stati definiti «una società per azioni armata». Anche la parola «Oscar» reca accanto il simbolino «c». Sta per «copyright» e significa che se la usi impropriamente finisci in tribunale e paghi. Dunque, Festa del Cinema, sì, ma americano.

    Ora, poiché a qualcuno non è parso giusto che la vastissima periferia dell’impero stia solo a guardare gli scintillii di Los Angeles, ecco una briciola: un (1) film «straniero» può aggiudicarsi un cascame della Notte delle Stelle. Qualche decennio fa alla Rai venne in mente il solito musicarello tipo «Canzonissima», che agli italiani piaceva tanto, ed escogitò la gara di canzonette «Napoli contro tutti», nella quale vinceva sempre Napoli. Ebbene, l’Oscar è «Hollywood contro tutti» e ai film americani vanno premi alla regia, alla sceneggiatura, al plot, al miglior attore, al migliore non protagonista, alla migliore musica, agli effetti speciali, alla canzone, ai costumi, alle scenografie… ho dimenticato qualcosa? Al resto del mondo una sola statuetta, e basta. Corretto: ognuno a casa sua fa quel che gli pare, la giuria è americana, no?

    Ma agli americani interessa solo vedere al cinema quanto sono superiori loro e quanto inferiori gli altri. Così, per esempio, l’Oscar di miglior film straniero è andato a un film indiano che mostrava quanto fa schifo l’India o a un film tedesco che mostrava quanto faceva schifo la Ddr. A mostrare quanto faceva pena l’Italia pensavano Fellini o De Sica, rispettivamente con La dolce vita e La ciociara. In tempi più vicini a noi i registi italiani si sono fatti furbi e hanno capito che, per essere presi in considerazione dagli americani, dovevano mettersi nella loro testa. Nella quale c’è l’Italietta neorealista (Nuovo Cinema Paradiso), l’Italietta di militari imbelli e buoni solo se antifascisti (Mediterraneo), la sempreverde Shoà (La vita è bella). Dopo quest’ultimo, Benigni si chiese cos’altro potesse piacere agli americani, visto che alla mafia pensavano già Scorsese e Coppola e sulla pizza c’era poco da scervellarsi. L’opera lirica? Non è roba da film. I classici, allora. Ma l’unico classico italiano noto agli americani era Pinocchio, tant’è che ci avevano già messo mano Walt Disney e, con ben altri mezzi e inventiva, Spielberg (A.I. Intelligenza Artificiale). Infatti, il Pinocchio di Benigni fu un flop, pure trattato con sufficienza dalla stampa americana (cito: «…pensavamo che Pinocchio fosse un bambino, non un quarantenne stempiato…»). Benigni, com’è noto, si dirottò su Dante, del quale, però, gli americani nulla sanno e, anche a volerci fare un film, i mezzi adeguati li hanno solo loro.

    Perciò non rimaneva che tornare ai vecchi santi e mostrare agli americani la solita Italietta che fa la solita pena, anche se aggiornata. Così, La grande bellezza è quella di Roma, o meglio del suo passato monumentale, popolata purtroppo da italiani che stanno ai greci di oggi come questi stanno all’Atene di Pericle. Vabbe’, direte voi, un Oscar è sempre meglio di niente. Concordiamo e nulla intendiamo togliere al film di Sorrentino che, oltretutto, ha fatto incetta di altri premi internazionali. Ma non ci si parli, per cortesia, di orgoglio nazionale. Gli americani, per esempio, hanno, come romanzi «nazionali», Via col vento e Moby Dick : con l’uno hanno pacificato la loro guerra civile, rendendo il doveroso omaggio ai vinti e ricordando ai posteri che erano americani anche loro; con l’altro, hanno espresso un tema realmente cosmico, la lotta del Bene contro il Male. Il nostro romanzo «nazionale» è, invece, I promessi sposi, storia di poveracci che riescono a cavarsela solo grazie alla Provvidenza, ed è tutto dire. E il romanzo sulla nostra, di guerra civile, è Il gattopardo, rassegnato omaggio al trasformismo, Franza o Spagna purché se magna. La nostra seconda guerra civile (perché questo sventurato Paese ne ha avute ben due) non si può nemmeno romanzare, sennò finisce a scontri di piazza.

    Il film di Sorrentino in effetti dovrebbe essere mostrato non tanto agli americani, i quali sono già informati dai turisti, bensì nelle scuole italiane e con questo sottotitolo: «Grande passato, penoso presente, nessun futuro. Guaglio’, jatevènne». Dalla Roma di Augusto a quella di Ignazio Marino. Già: basta spostarsi nella confinante Svizzera per trovare un popolo che sa almeno scegliersi gli amministratori. Noi non sappiamo fare nemmeno quello e, a ogni tornata elettorale, ci ritroviamo invariabilmente peggio di prima. L’ultimo politico italiano con gli attributi è stato Togliatti. Ed è tutto dire.

  4. Ci disegnano così (Massimo Gramellini).
    04/03/2014 di triskel182
    Ma ti pare possibile, sospirava al telefono un amico dopo l’Oscar a «La Grande Bellezza», che per gli altri noi siamo sempre e soltanto la nostalgia del passato, la decadenza infinita, i monumenti che cadono, i mosaici che si scrostano, l’antica Roma e la Roma dei papi, entrambe manipolate nel ricordo e inscatolate dagli stranieri dentro una sequela di luoghi comuni? Ti pare possibile che di un’Italia senza gladiatori, pizzaioli, pittori, mandolinisti, tenori, sarti, ruffiani, avvelenatori rinascimentali e playboy della mutua non interessi niente a nessuno? Ti rassicura questo rinchiuderci in un eterno cliché per compiacere i pregiudizi degli altri nei nostri confronti?

    A tutte e tre le domande di quell’italiano riluttante ho risposto con un semplice monosillabo. Sì. L’autorevolezza in certi ruoli non si improvvisa. Noi per gli altri siamo ciò che venticinque secoli di storia hanno stabilito che fossimo: depositari distratti della grande bellezza e custodi approssimativi della memoria universale. Quando ci riusciamo, anche costruttori di benessere. Anni fa, alla delegazione tricolore che durante la visita a un importante organismo internazionale si lamentava perché nella struttura lavoravano dirigenti di ogni nazionalità tranne che della nostra, il direttore generale replicò sorpreso: «Vi sbagliate. Agli italiani abbiamo affidato un settore assolutamente cruciale: il catering».

    Da La Stampa del 04/03/2014.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...