Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

FINANZIARE LA CULTURA CON I SOLDI DEI (ESTORTI AI) CONTRIBUENTI SIGNIFICA UCCIDERLA

Ieri notte su Twitter (‪#‎laculturanonsimercifica‬) tal Barbara Collevecchio, tenutaria dì un blog legato al Fatto Quotidiano, ha insultato Saba G. Zecchi, Giacomo Zucco e gli altri amici del Tea Party Italia, definendoli “bestie turboliberiste”. Passi per “turboliberiste”, che per me è un complimento… Ma che cosa avevano fatto i turboliberisti per meritarsi l’infame appellativo di bestie? Semplice: avevano detto che è ora di piantarla con i finanziamenti statali alla cultura. I turbostatalisti come la Collevecchio vanno ripetendo che la cultura “non è merce” e quindi deve essere protetta dai capricci del “mercato”.
Adesso non né tempo né voglia di discutere se in linea di principio è morale o immorale puntare la pistola alla tempia dei contribuenti e costringerli a dare la “borsa” alla cultura per avere salva la vita. Adesso mi limiterò ad esaminare i nudi fatti.
Facciamo finta che sia moralmente giusto dare la “borsa” alla cultura. Domanda: ammesso e non concesso che sia giusto finanziare la cultura con i soldi dei contribuenti, i soldi dei contribuenti fanno bene alla cultura? Ebbene, la risposta è NO.
Ecco a voi la prova: dagli anni Quaranta agli anni Sessanta il cinema italiano non ha ricevuto il becco di un quattrino dallo Stato ed era il primo al mondo per qualità. Rossellini, De Sica, Fellini, Visconti, Antonioni e tanti altri erano venerati come sommi maestri di cinema in ogni angolo del pianeta. Negli anni Settanta lo Stato ha cominciato a finanziare il cinema e il cinema italiano ha cominciato a discendere lungo la china di una irreversibile decadenza. Oggi gli autori italiani (tutti registi a carico nostro) non incassano un euro al botteghino e non vincono premi importanti nei festival internazionali. Ieri avevamo l’imbarazzo della scelta fra tanti registi tutti grandissimi, oggi ci dobbiamo accontentare di un manierista di provincia come Paolo Sorrentino.
Dunque, i nudi fatti ci dicono che i soldi dei contribuenti fanno male alla cultura. Domanda: perché fanno male alla cultura? Risposta: perché incoraggiano i mediocri, proteggendoli dal duro responso di critica e pubblico. E quando parliamo di cultura, ebbene critica + pubblico = mercato. E sì, quello che i turbostatalisti alla Collevecchio non capiranno mai è che IL MERCATO FA BENE ALLA CULTURA PUNENDO GLI INCAPACI E PREMIANDO I TALENTUOSI.
I turbo-statalisti potranno controbattere: “Ma le vere grandi opere d’arte non piacciono al grande pubblico, che preferisce i prodotti mediocri e commerciali”. Che il grande pubblico non abbia buon gusto è vero, ma il mercato resta lo stesso il terreno migliore per fare crescere la pianta dell’arte. Per dirne una, Antonioni incassava meno della metà rispetto a Totò, tuttavia aveva il suo pubblico colto affezionato e riusciva così a tenere i conti in ordine. Ma del rapporto fra arte “alta” e arte “di massa” parlerò un’altra volta.
PER CONCLUDERE, VOGLIO SOTTOLINEARE CHE LE BESTIE TURBOLIBERISTE NON SONO LE SOLE A LOTTARE CONTRO I FINANZIAMENTI PUBBLICI ALLA CULTURA. HO CUSTODITO GELOSAMENTE DUE ARTICOLI SULLO SFASCIO DEL CINEMA A CARICO NOSTRO CHE CURZIO MALTESE, UNO DI SINISTRA, HA PUBBLICATO SUL VENERDI’ DI REPUBBLICA, GIORNALE DELLA SINISTRA RADICAL-CHIC, NEL 1998 E NEL 2000.
CurzioMalteseFB

CurzioMaltese2

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Un pensiero su “FINANZIARE LA CULTURA CON I SOLDI DEI (ESTORTI AI) CONTRIBUENTI SIGNIFICA UCCIDERLA

  1. Gli sfigati che cliccano mi piace solo per farsi pubblicità ancora non hanno capito che il loro logo non appare nel mio blog.

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