Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

THE WOLF OF WALL STREET di Martin Scorzese

Fantastico! Mi ha fatto ridere di gusto dal principio alla fine. Secondo me non è un capolavoro ma piuttosto un prodotto di alto livello confezionato a regola d’arte da un vecchio regista che conosce tutti i trucchi del mestiere. I personaggi secondari (i soci di Jordan Belfort – Leonardo di Caprio) sono un po’ troppo caricaturali, quindi senza spessore. Ma non importa, il loro compito è solo quello di fare ridere. Nel film Wall street che diventa circo pieno di pagliacci in giacca e cravatta che si fanno di qualsiasi sostanza sia possibile farsi dalla mattina alla sera e che non hanno nessuna capacità di contenimento degli impulsi sessuali (memorabile la scena in cui il socio di Belfort comincia a masturbarsi davanti a tutti in un party affollato). Per lavorare bene nel circo dei soldi facili, non puoi permetterti il lusso di seguire una morale qualsiasi: la tua unica morale deve essere l’immoralità assoluta. Non puoi fare bene il tuo lavoro di brocker se non coltivi i peggiori vizi – innanzitutto tossicodipendenza e la sesso-dipendenza – con lo stesso zelo e la stessa abnegazione con cui un santo coltiva le virtù eroiche (battuta chiave: “Per lavorare bene con tutti questi numeri che vanno su e giù, devi farti almeno due seghe al giorno, una appena entri in ufficio e una dopopranzo”). Il brocker-pagliaccio non può nemmeno concepire di passare una giornata intera senza drogarsi (battuta chiave in aereo: “Oh no, non abbiamo le pillole di quolet” – “Tranquillo, ce le ho su per il culo”). E alla fine, per il brocker-pagliaccio l’atto di accumulare i soldi diventa più importante dei soldi stessi, che alla fine appaiono come degli ingombranti mucchi di carta che non si sa bene dove stipare. 
Martin Scorzese rinuncia ai facili moralismi, anche se verso la fine è costretto a riabilitare moralmente, almeno in parte, il suo personaggio. Ma è proprio l’assenza di facili moralismi a dare molta forza morale al film: ti va venire la nausea verso quello stile di vita semplicemente mostrandotelo, senza giudicarlo. Dopo dieci minuti, non ne puoi più di vedere gente che sniffa e che fa sesso compulsivo, a volte entrambe le cose insieme. Figurati dopo due ore. 
Io ho visto delle analogie fra il film di Scorzese e quello che per me è un grande capolavoro: “Paura e delirio a Las Vegas” di Terry Gilliam. Anche lì la droga non è giudicata: è solo mostrata fino alla nausea. Il regista riesce a coinvolgere lo spettatore in un “trip negativo” fatto di immagini distorte, oniriche, mostruose, da cui poi lo spettatore cercherà di evadere. Quindi, paradossalmente, se la droga è strumento di “evasione dalla realtà”, quel film ti fa percepire la realtà come una riposante “fuga dalla droga”.

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