Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

Risposta alle critiche contro la mia critica di LA GRANDE BELLEZZA di Paolo Sorrentino.

La maggior parte degli italiani, specialmente i napoletani, son fieri della vittoria di Paolo Sorrentino ad Hollywood. “Un grande riconoscimento non solo per Sorrentino, ma per tutto il cinema italiano, che torna nel mondo!”  Invece a me personalmente  la vittoria di Paolo Sorrentino ad Hollywood mi ha offeso profondamente come italiana. Infatti, ai miei occhi l’Academy non  ha premiato il genio italiano ma l’assenza di genio che devasta l’Italia a causa dello statalismo e del nepotismo (cfr. http://informatitalia.blogspot.it/2014/03/ecco-come-e-perche-la-grande-bellezza.html ). Non ha premiato una grande opera d’arte italiana ma una pseudo opera d’arte che fa la caricatura dell’Italia.  Ma come ho detto, la maggior parte degli italiani non condividono il mio giudizio. Da quando quella statuetta dorata è finita nelle mani di Sorrentino, c’è stato  un leggero incremento del numero dei contatti sul mio blog. Alcuni mi hanno girato delle critiche di questo tenore:

La sua critica è davvero superficiale, lei non ha colto per nulla il senso del film. La grande bellezza non parla dell’Italia e della Chiesa: parla la ricerca della grande bellezza che è al di sopra della mondanità. Al centro del film c’è una persona che ha perduto sé stessa in una palude di divertimento, e di  chiacchiericcio mondano, ed è proprio la santa alla fine del film a stimolare in lui la voglia di allontanarsi da quell’ambiente mondano e corrotto (di cui fanno parte anche dei religiosi, come il vescovo cuoco) per ritrovare le emozioni vere, i valori veri, e ricominciare a scrivere. In effetti, vi è una forte contrapposizione fra la santa e il vescovo cuoco: se il secondo è troppo mondano per indicare  a Jep il senso della vita (quando Jep gli fa delle domande, lui non risponde), invece la prima va a cercare Jep a casa per aiutarlo a porre quelle domande sul senso che non è più in grado di fare e per indicare la strada verso la risposta. 

MIA RISPOSTA

Tanto per cominciare, faccio notare che importanti siti cattolici (la Bussola Quotidiana e Il Timone) hanno rilanciato il mio articolo contro Sorrentino. 

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-una-ricettina-anticlericale-per-avere-successo-8184.htm

http://www.iltimone.org/24,News.html

Altri cattolici (Rino Cammilleri sulla Bussola Quotidiana, Piero Nicola su Riscossa cristiana e Gianfranco Lauretano sul Sussidiario) condividono in pieno il mio punto di vista: Sorrentino fa la caricatura della Chiesa e dell’Italia:

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-oscar-siamo-fieri-di-parlar-male-di-noi-stessi-8585.htm

http://www.riscossacristiana.it/la-grande-bellezza-mancata-priori-di-piero-nicola/

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/1/16/SORRENTINO-La-brutta-grande-bellezza-che-piace-ai-salotti-che-contano/459326/

Il film non è piaciuto nemmeno all’Osservatore Romano:

http://www.lastampa.it/2011/10/19/blogs/oltretevere/osservatore-stronca-sorrentino-l3aboYqMypAmqlNlHSVBgN/pagina.html

Infine, che Sorrentino faccia la caricatura grottesca e offensiva degli italiani lo pensa anche  Gramellini:

http://www.lastampa.it/2014/03/04/cultura/opinioni/buongiorno/ci-disegnano-cos-TWvGEL8Ezw86vgyMgBE2SI/pagina.html

Ci dunque giudica “superficiale” la mia critica, dovrebbe giudicare “superficiali” anche i commenti di gente che scrive su importanti siti cattolici e perfino su Osservatore Romano.  Vi pare davvero  che non sol io ma anche tutte queste persone non siano state capaci di cogliere il vero senso del film? O non è forse più probabile che quel film non ha senso?

Per andare subito al sodo, bisogna distinguere fra il piano delle IDEE e il piano dell’ARTE. L’artista non deve semplicemente “enunciare” delle idee: le deve esprimere, manifestare in forma poetica-estetica. Ora, Sorrentino mette insieme delle ottime idee: il contrasto fra la mondanità di Jep e la spiritualità della santa, il contrasto fra il clericalismo del vescovo cuoco e la povertà evangelica ed ascetica della santa, la ricerca della bellezza eterna al di sotto del chiacchiericcio mondano eccetera. Il problema è che queste idee non sono espresse in forma poetica convincente. Per compiacere il pubblico americano, ha annegato queste buone idee sotto una spessa coltre di luoghi comuni grotteschi ed offensivi sull’Italia e sulla Chiesa. Nel suo film, l’Italia e la Chiesa appaiono marce, corrotte, decadenti, anacronistiche e retrograde. La figura del vescovo-cuoco non ha la dignità di un vero personaggio: è una macchietta, è l’immagine, l’idea platonica del “papista”  che sta nella mente dei luterani di oggi ma soprattutto di ieri. La figura della santa è ancora più caricaturale: sulla carta dovrebbe esprimere la tensione ascetica alla perfezione evangelica, di fatto è solo la maschera grottesca di una vecchia demente con lo sguardo vuoto che non ha più un briciolo di raziocinio. Il “messaggio” lanciato dalla ignobile santa sorrentiniana è che per avere fede bisogna essere un po’ idioti. Ma i cattolici dovrebbero sapere che la fede non nega la ragione: la rafforza e la supera. Il misticismo cristiano, a differenza dello pseudo-misticismo buddista, non esige la cancellazione della ragione ma anzi il suo rafforzamento: per gettarsi in ciò che la supera (la visione mistica, che in ogni caso è riservata a pochi) la mente deve prendere la spinta sul trampolino di una ragione quanto più solida ed elevata.

Dunque Sorrentino no  si preoccupa di fare una vera opera d’arte. Si preoccupa di fare un film commerciale che piaccia agli americani e soprattutto ai giurati della Academy.  Egli sa che il pubblico e la critica americana vogliono questo da un film italiano: una visione turistica  e caricaturale dell’Italia e tanti riferimenti a Fellini, perché negli Usa “Dolce vita” è sinonimo di Italia. Uno sceneggiatore di cu non faccio il nome ha raccontato che  una sceneggiatrice americana rifiutò un suo soggetto in quanto le sembrava “poco italiano”, ossia non rispecchiava tutti i peggiori stereotipi sugli italiani: ridicoli, mammoni, libidinosi…  Quando lo sceneggiatore le fece notare che tutti questi stereotipi non rispecchiano minimamente l’Italia reale, lei ribatté che al botteghino la realtà non conta  nulla: conta soltanto quello che pensa il pubblico americano.

E siccome gli americani venerano Fellini, Sorrentino ha infarcito il film di citazioni da film felliniani. Ma si tratta di citazioni vuote, puramente decorative. Chi ama e conosce alla perfezione il cinema di Fellini, sa che Fellini ha saputo esprimere molto meglio di Sorrentino il contrasto fra mondanità e spiritualità . Invito tutti a recuperare e vedere, se non l’ha già fatto, “La dolce vita”, “Otto e mezzo” e “Toby Dammitt” (terzo episodio di “Tre assi nel delirio”).

Per avere  una idea di quanto alto volava Fellini, di quanto intenso e drammatico fosse il suo rapporto con la Chiesa, suggerisco la visione della memorabile scena da Otto e mezzo che linkerò nel primo commento.

In conclusione, io mi sono fatta questa idea: chi guarda all’ARTE, non può che detestare il film, chi invece si ferma alle IDEE, lo ama. Anche Alessandro d’Avenia (autore di “Bianca come il latte, rossa come il sangue”) secondo me si è fermato alle idee:

La grande bellezza è ogni 24 ore. 

Al limite, anch’io posso apprezzare le nude idee che animano la sceneggiatura del film di Sorrentino. Credo anzi che un vero genio del cinema sarebbe capace di costruire un capolavoro usando la stessa identica sceneggiatura.  Sorrentino invece non c’è riuscito. Punto.

Infine, ripropongo la mia analisi molto lunga e molto dettagliata su La grande bellezza:

http://www.formacinema.it/obraz-on-line/installation/247-la-grande-assenza-di-bellezza-il-manierismo-vuoto-di-paolo-sorrentino

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