Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

Archivi per il mese di “settembre, 2014”

ZOMBI di George Romero (DAWN OF THE DEAD, Horror, durata 126′ min., USA 1978)

Oggi presento uno dei film più importanti della mia vita, che ha contribuito ad avvicinarmi alla fede quando ne ero ancora lontana. Sembra paradossale, ma a volte sono proprio i film senza speranza ad avvicinarti alla speranza. Quando lo vidi per la prima volta avevo quindici anni. Mi turbò profondamente, come solo i grandi capolavori possono fare. Mi fece sentire fortemente, come si sente la nausea, quanto è brutto il materialismo.

A me personalmente, come a molti, il tema degli zombi appassiona ben poco. Inoltre, non si può negare che la stragrande maggioranza dei film sugli zombi sono men che mediocri, ripetitivi, non di rado perfino ridicoli (per la gioia dei cultori del trash e del “filmbruttismo”). Invece, Zombi – L’alba dei morti viventi di Romero è un film sugli zombi che può appassionare anche chi gli non sopporta né gli zombi né il genere horror. Infatti, è molto più che uno dei migliori film del filone zombi ed è anche molto più che un film di genere horror. Infatti, ha dentro un pensiero moto forte, che lo eleva fin quasi al piano dei capolavori.  L’’apocalisse zombi appare chiaramente come una metafora altamente fantastica di qualcosa di molto reale. Si dice che i film sul tema zombi di Romero, convinto socialista, abbiano innanzitutto un significato “politico”: i suoi zombi rappresenterebbero i “dannati della terra”, gli sfruttati, gli emarginati, le vittime delle ingiustizie sociali. Io personalmente colgo anche un significato filosofico-esistenziale, molto più coinvolgente di quello meramente politico: l’apocalisse zombi è una metafora della condizione umana nel quadro di una visione materialista dell’esistenza.

Nel corso del film non si sente mai parlare né di Dio né di aldilà, se si esclude un laconico accenno all’inferno (“Quando l’inferno è pieno, i morti tornano sulla terra”). Il film inizia “in medias res”: il mondo è invaso da orde di morti viventi affamati di carne umana viva. Non viene mai detto quale può essere la causa di questa catastrofe, e nessuno nel film si preoccupa neppure di cercarla. L’unica cosa di cui ci si preoccupa è di salvare la pelle. Dunque, abbiamo da una parte corpi umani morti in cerca di corpi umani vivi, e dall’altra corpi umani vivi che cercano di fuggire dai corpi morti. Ma la loro fuga dai morti e dalla morte non può durare a lungo. Che sia per il morso di uno zombi o che sia per la vecchiaia, tutti i corpi sono destinati a perire. Quindi, fra i vivi e i morti viventi alla fine sembra non esserci molta differenza. Nel quadro di una visione materialistica, l’essere umano non è altro che un corpo materiale che ha soltanto bisogni materiali che può soddisfare consumando beni materiali (d’altra parte il materialismo dialettico marxista afferma che i bisogni “spirituali” son soltanto “sovrastruttura” ossia rappresentazione dei bisogni materiali). Quindi, l’unica possibile differenza fra i vivi e i morti è che i primi possono consumare merci mentre i secondi no.

L’idea geniale di Romero è di mettere i morti in un centro commerciale: il tempio post-moderno del consumismo. La cosa inquietante è che tutti i centri commerciali del mondo si assomigliano fra loro: quello che si vede nel film è simile in tutto e per tutto anche a quello in cui vai normalmente tu. Quando si vedono sciamare le folle per i corridoi di uno di quei giganteschi non-luoghi, può dunque capitare di pensare alle orde degli zombi. E’ significativo che nel film l’istinto trascini i morti viventi proprio in quel luogo: “Era un posto importante per loro quando erano vivi”. E adesso, tutta quella montagna di merci incustodite, che potrebbero saccheggiare tranquillamente, non serve loro a niente. Quindi nel film c’è anche una critica al consumismo, che riempie l’uomo di soddisfazioni effimere, destinate a dissolversi in fretta, e che non può salvarlo dal suo amaro destino. Quando mostra immagini truculente (ferite sanguinanti, carni lacerate, carni decomposte, teste mozzate e chi più ne ha più ne metta), il regista non sembra che voglia solleticare i bassi istinti (sadici, morbosi) degli spettatori, ma piuttosto sembra volere suscitare e amplificare in loro l’orrore verso il processo di decomposizione e distruzione della carne, inteso appunto come destino finale dell’uomo in un’ottica materialistica. Delle merci consumate e in generale di tutte le soddisfazioni materiali resta nulla dopo la morte. Viene da pensare alla parabola evangelica del tizio che muore all’improvviso dopo avere accumulato montagne di beni.

Nel film non c’è né speranza né fede. Ma seppure sei un materialista convinto, dopo avere visto Zombi può capitarti di pensare che sarebbe meglio che la realtà non fosse solo materia, che sarebbe meglio se la morte non fosse la fine di tutto. Insomma, può capitarti di pensare che sarebbe meglio che Dio esistesse. In conclusione, questo film appartiene alla categoria delle opere d’arte che ti avvicinano alla speranza affermando la disperazione, che ti avvicinano alla fede proprio negando la fede.

Per quanto riguarda l’aspetto formale, il film è di altissimo livello. Il regista moltiplica le inquadrature e le sequenze, legandole assieme con un montaggio molto serrato. Inoltre, costruisce con estrema abilità scene d’azione che coinvolgono parecchie decine di comparse, tenendoti col fiato sospeso fino alla fine. Da non dimenticare la colonna sonora dei Goblin, che hanno tirato fuori dal loro delirio lisergico suoni strani, inquietanti, cupi, talora accelerati da ritmi rock incalzanti.

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ANTONIO SOCCI SPACCIA IL SUO ORGOGLIO PER UNA FEDE PIU’ PURA DI QUELLA DEL PAPA

Da un po’ di tempo a questa parte, Antonio Socci spara raffiche di critiche al limite dell’insulto a papa Bergoglio. A detta di Socci, il papa sarebbe addirittura connivente con i terroristi che massacrano i cristiani in Siria e in Iraq. Il nostro tuona ogni giorno: “Caro papa, perché non denunci le stragi? Perché non inviti i governi ad intervenire e i cristiani a pregare?”

Riassunto della situazione: Antonio Socci e i suoi seguaci hanno sostenuto che il papa tacesse colpevolmente sulla triste sorte dei cristiani in Siria. Abbiamo dimostrato loro che non era vero: il papa in piazza san Pietro ha condannato, sia pure in maniera indiretta e diplomatica, le malefatte dell’Isis mentre il portavoce del papa e altre figure a lui legate le hanno condannate in maniera più esplicita, invitando apertamente ii governi ad intervenire a favore dei cristiani.
Allora Socci e i “soccisti”, per salvarsi la faccia, hanno ribattuto: “Ok, il papa ha parlato, ma non ha parlato abbastanza, deve alzare di più la voce”. Allora abbiamo cercato di fare capire loro che, se il papa alzasse di più la voce, rischierebbe di peggiorare ulteriormente la situazione, come ha spiegato Stefano Magni: “”Un’eventuale dichiarazione roboante del Papa, oggi come oggi, sarebbe un suicidio, molto peggiore di quello che avrebbe commesso Pio XII se avesse condannato il nazismo. I cristiani degli anni ’40, almeno, avrebbero potuto godere della protezione degli Alleati, in America e in quel poco di Europa ancora libera. I cristiani di oggi sono sparsi in Medio Oriente e Asia, esposti alla furia delle maggioranze musulmane e nessuno li proteggerebbe. La reazione che ci fu dopo la lezione di Ratisbona nel 2006 fu solo un piccolo assaggio”.
Allora Socci e i soccisti, per salvarsi ancora la faccia, ribattono ulteriormente: “Non è vero, i musulmani già massacrano i cristiani da qualunque parte del modo, quindi una eventuale presa di posizione forte da parte del papa no potrebbe peggiorare ulteriormente la situazione ma anzi forse potrebbe migliorarla, inducendo i governi “cristiani” ad intervenire in difesa dei cristiani”.

A questo punto chiedo io a Socci e ai soccisti: ma ne siete proprio sicuri? Siete sicuri che una eventuale dichiarazione roboante del papa non peggiorerebbe la situazione come siete sicuri che due più due fa quattro? Non sarebbe meglio attenersi perlomeno al sacrosanto principio di precauzione?

Abbiamo capito che Antonio Socci – che fino a prova contraria non è il Vicario di Cristo in terra – si crede più saggio del Vicario di Cristo in terra, tanto è vero che non manca di dire al Vicario di Cristo che cosa deve dire e che cosa deve fare e come lo deve dire e come lo deve fare. (Mi viene in mente un geniale aforisma di un cattolico francese dell’Ottocento: “Lutero, credendosi più saggio di Cristo e più puro della chiesa, credette di riformare la chiesa di Dio”).

Immaginiamo dunque l’assurdo. Immaginiamo che il papa si metta a seguire i consigli di quell’immenso genio del giornalismo cattolico: “Caro Socci, mi ero sbagliato, mea culpa, farò come dici tu”. Quindi si affaccia dal balcone di piazza San Pietro e pronuncia parole di fuoco contro gli “infedeli”.
Ebbene, immaginiamo che il giorno dopo gli “infedeli”, irritati dallE parole del papa, comincino a massacrare cristiani anche al di fuori della Siria, dall’Indonesia al Marocco fino alle periferie violente d’Europa.
A quel punto Socci direbbe: “”Ooops, mi sono sbagliato…. avevo fatto male i miei calcoli … la dichiarazione violenta del papa ha davvero peggiorato la situazione… che gaffe”.
Si caro, ma la gaffe l’hai fatta sulla pelle degli altri!!!!
Caro Socci, se vuoi affidarti ciecamente alle tue sconfinate capacità di analista della politica internazionale, fallo pure, ma rischiando in proprio! Cerca di capire che le vite degli altri (nello specifico le vite di decine di migliaia di cristiani residenti nei paesi arabi) valgono più del tuo orgoglio di grande giornalista cattolico.

SE SONO MOSTRI INFELICI, PERCHE’ DOVREBBE TURBARTI IL PENSIERO DI AVERNE FATTO FUORI UNO?

Secondo Sigmund Freud, attraverso i cosiddetti “lapsus” e le cosiddette “gaffe” il soggetto esprime, senza esserne consapevole, un pensiero rimosso che sopravvive a livello inconscio oppure semplicemente un segreto che non vuole rivelare. Ebbene, le motivazioni addotte dai suddetti responsabili del settore audiovisivo francese hanno i caratteri di un perfetto “lapsus” freudiano: «Abbiamo criticato lo spot in difesa dei bambini Down perché poteva causare problemi alle coscienze di chi ha fatto scelte di vita differenti». Il pensiero rimosso che questo lapsus comunica è il seguente: “Chi ha fatto scelte di vita differenti può rimanere turbato da questo spot in quanto dentro di sé sa benissimo di avere compiuto un omicidio”.
I “laicisti” ci ripetono dalla mattina alla sera con una insistenza rabbiosa che l’aborto non è un omicidio, che l’embrione e il feto non sono esseri umani, che abortire il “feto malformato” è un gesto d’amore e bla bla bla. Benissimo. Ma allora, se uccidere il feto del bambino down non è un omicidio, se è addirittura un nobile gesto di altruismo, perché le persone che hanno compiuto questo nobile gesto dovrebbero sentirsi turbate da quello spot? Quello spot non dovrebbe anzi confermare la sostanziale bontà del loro gesto? “Ma guarda questi piccoli mostriciattoli, guarda come sono infelici, ho fatto bene io a risparmiare loro coraggiosamente una vita di sofferenze…”. Se invece è probabile che si sentano turbati – come confermano i suddetti garanti – significa che tutta la martellante propaganda laicista non è riuscita a mettere a tacere del tutto quella vocina fastidiosa che ha nome di coscienza.

DEDICATO AI PROVINCIALI MORTI D’AMORE PER LA PATRIA DEI VECCHI E DEI NUOVI BEATLES. CORAGGIO, USCIRE DAL TUNNEL DELLA TOSSICO-ANGLO-DIPENDENZA E’ POSSIBILE…

Ieri la Gran Bretagna esportava nel mondo la musica dei Beatles, oggi esporta il terrorismo dei nuovi Beatles. Al di là delle apparenze, il quartetto di virtuosi dello sgozzamento è figlio naturale della Gran Bretagna: una nazione corrotta come nessuna altra da un nichilismo edonista auto-distruttivo a base di sesso-droga-rock’n roll che non può opporre nessun ostacolo alla diffusione del nichilismo omicida portato dagli immigrati delle ex colonie britanniche.

P. S. 

Appena ti provi a muovere una lieve critica all’Inghilterra, subito orde di italiani tossico-anglo-dipendenti insorgono e ti bersagliano di critiche melodrammatiche da innamorati feriti.
Critica numero uno: “Tu odi l’Inghilterra perché sei fascista”.
E no, cari, criticare una nazione non significa odiarla ed inoltre sapete bene tutti che io sono più liberale della Thatcher. Dandomi della fascista, si comportano esattamente come i comunisti, secondo i quali erano nostalgici del Duce tutti coloro (compresa la Fallaci e Guareschi) che non volevano Stalin in casa.  
Critica numero due: “Tu critichi l’Inghilterra perché non la conosci bene, io invece la conosco bene e ti assicuro che non c’è tutta la violenza che credi tu: ho fatto avanti e indietro per Trafalgar Square e nessuno mi ha tagliato la gola”. I
n realtà, molto più di superficiali impressioni di turisti contano articoli e reportage giornalistici, che attraverso internet sono reperibili in quantità industriale.
Critica numero tre: “Un italiano che si permette di criticare l’Inghilterra è come il bue che dà del cornuto all’asino”.
Ho detto scritto e ripetuto più volte che l’Italia è il paese più “cornuto” del mondo sotto molti aspetti (in primo luogo è oppressa da uno statalismo patologico) ma le nostre “corna” non rendono l’asino-Inghilterra meno asino. Nello specifico, l’asino inglese non è liberale, non lo è mai stato. Non riuscirò mai a capire come sia nata e si sia diffusa la leggenda secondo cui una nazione famosa per essere stata presa a calci dalle sue colonie americane proprio a causa di tasse e dazi iniqui possa essere ancora guardata come un faro di civiltà liberale.
Critica numero quattro: “Ma certo che l’Inghilterra è un paradiso liberale: è al quinto posto nella classifica dell’indice delle libertà economiche, mentre l’Italia è al milionesimo posto dopo il Biafra, ragione per cui centinaia di italiani lasciano l’Italia per andare in Inghilterra”.
Anche un paziente in fin di vita ha “più vita” rispetto ad un cadavere. Io non ho dubbi: il sistema Italia è un cadavere e il default arriverà senza se e senza ma. Dunque, rispetto al cadavere Italia, qualunque posto è migliore: perfino la Spagna (il cui debito è inferiore a quello italiano, ma è comunque altissimo). Ho visto servizi televisivi su ragazzi italiani che credono di avere trovato nella Spagna socialistica post-zapatera un Eden di opportunità. E se la Spagna va bene, l’Inghilterra non può che andare meglio. Ma stare meglio di un cadavere non significa stare bene. Da quello che ho letto io in quell’indice, l’Inghilterra è quinta in Europa, non nel mondo. Nel mondo la quattordicesima, surclassata dalla piccola Irlanda e dagli Usa di Obama, che non è certamente un liberale. Inoltre, la “libertà economica” è solo una componente di un sistema liberale. In sostanza, in Inghilterra puoi vendere e mettere su impresa come, dove e quando vuoi, mentre in Italia, prima di aprire un buco, devi chiedere centinaia di permessi, pagare centinaia di carte bollate e infine cedere qualche mazzetta per non morire (Caprotti ha aspettato trenta anni permessi per aprire una sola Esselunga in Toscana). Tutto bene. Ma poi vengo a sapere che, se in Inghilterra puoi fare tutto quello che vuoi, in compenso tutta questa bella libertà la paghi con tasse indirette (non dirette come in Italia) salate per permettere alle ragazze che si fanno mettere incinte nei cessi delle discoteche e ai membri delle gang multietniche e multiculturali dei sobborghi di campare di rendita.
Ma facciamo un po’ di storia del pensiero liberale in formato Twitter. Dunque, a fondamento del mito dell’Inghilterra liberale ci sono gli scritti di John Locke, su cui non i dilungo. Ora, è stato proprio un ultra-liberale estremista (Murray Rothbard) ad informarmi che Locke, in sostanza, scopiazzò le idee già espresse dai tomisti della scuola di Salamanca e dallo stesso san Tommaso, nonché idee di altri pensatori cattolici. Proprio Rothbard sottolinea che, a parte Locke, poi il pensiero inglese prese una strada ambigua che di fatto, per eterogenesi dei fini, preparò la strada a Marx ed Engels (non sfugga che quest’ultimo era inglese). Marx studiò a lungo Smith e Ricardo. Invece, dal Libro libro grigio del sindacato (Bianco, Piombini, Stagnaro) ho appreso che nell’Inghilterra di Dickens i liberali denunciavano il fatto che le tasse e i dazi imposti dalla Corona per finanziare la casse parassitaria di lord e ladies aveva trascinato nella miseria nera vasti strati di popolazione britannica. Dunque, l’Inghilterra ottocentesca non era propriamente liberale. Invece dalla Vittoria della ragione di Rodney Stark ho appreso che nel diciannovesimo secolo i capitalisti inglesi erano esattamente come li descrivevano Marx ed Engels: degli squali avidi che, per fare profitto, preferivano abbassare i salari al di sotto della soglia di povertà piuttosto che rinnovare i macchinari. E quando disse che la religione è “l’oppio dei popoli”, Marx pensava all’Inghilterra, dove gli operai, abbrutiti dalla fatica, si intossicavano di oppio. Invece i capitalisti americani, essendo animati da principi cristiani e dovendo attirare manodopera dall’Europa, cercavano in tutti i modi di migliorare costantemente le tecniche di produzione e le condizioni di vita dei lavoratori. Infine, anche Ayn Rand parla del cupo clima socialista che vigeva in Inghilterra dopo la seconda guerra mondiale.
L’Inghilterra on è la patria del liberalismo ma casomai la patria del socialismo ridistributivo: i principali pensatori economici inglesi dopo Smith sono stati John Stuart Mills (inventore del concetto di “ridistribuzione delle ricchezze”) e il mefistofelico John Maynard Keynes. Non si dimentichi la scuola dei socialisti inglesi, denominati “fabiani”, fautori del passaggio graduale, senza rivoluzione d’ottobre, al sistema socialista. Vi siete mai chiesti perché si usa la parola inglese “welfare” per indicare l’assistenzialismo statale? Semplice: perché le prime forme di assistenzialismo statale furono introdotte nell’Inghilterra vittoriana. A Bismark parve una buona maniera per comprarsi i voti dei lavoratori e la introdusse in Germania. Oggi l’Inghilterra è piagata dal più vasto, ramificato ed efficiente sistema di welfare d’Europa, che ha abbrutito la popolazione di sobborghi, come denunciano i conservatori americani:
http://www.city-journal.org/2011/eon0810td.html


http://humanevents.com/2011/08/10/the-sun-never-sets-on-the-british-welfare-system/

 

I morti d’amore per l’Inghilterra sono convinti che l’Inghilterra sia ancora all’avanguardia in ogni campo. In realtà, l’Inghilterra ha dato moltissimo alla letteratura fino alla seconda Guerra Mondiale, dopo di che ha dato solo la musica pop (meglio di niente). Invece, nel campo della filosofia e della scienza l’Inghilterra ha partorito solo mostri: il nominalismo estremo, l’empirismo, lo scetticismo, la pseudo-scienza malthusiana, la pseudo-scienza darwiniana, l’eugenetica e il razzismo.
L’Italia da sola ha dato molto di più solo alla scienza e alla tecnica. Alcuni nomi recenti: Marconi, Fermi, Perotti (sconosciuto inventore del primo modello di pc).
L’Italia ha dato al mondo il cinema più grande del mondo per qualità: Rossellini, De Sica, Fellini, Antonioni, Pasolini…. Poi è finito tutto per colpa dei finanziamenti statali, e ci teniamo Sorrentino.
Infine, l’Italia ha avuto una industria automobilistica all’avanguardia e una industria della moda all’avanguardia.


Insomma, anche nell’ultimo secolo l’Italia ha dato molto al mondo. Ma il mondo deride gli italiani, trattandoli come mafiosi o pagliacci buoni solo a fare la pizza. E noi ci lasciamo insultare. Cosa c’è dietro questi insulti? Ma è semplice: la cultura razzista. E dove è nato questo razzismo? Proprio in Inghilterra.
Gli inglesi inventano le peggio schifezze filosofiche, i francesi le divulgano in maniera piacevole e brillante, i tedeschi perfezionano le schifezze elevandole a sistema. Gli inglesi (Locke, Hume, Berkley) hanno inventato l’empirismo nominalistico, i tedeschi (Kant, Hegel, Marx) ci hanno costruito sopra poderose cattedrali di pensiero che hanno portato al totalitarismo politico. Gli inglesi hanno inventato il razzismo e l’eugenetica “scientifiche” (Darwin, Galton), i tedeschi le hanno messe in pratica con teutone efficienza ossia hanno usato le tecniche di smaltimento industriale dei rifiuti per smaltire efficientemente gli scarti umani geneticamente imperfetti (ebrei, disabili eccetera) in stabilimenti all’avanguardia di nome Auschwitz, Birkenau, Dakau eccetera. Insomma, furono i mastrini inglesi a spingere quell’artista fallito di Monaco, che adorava Darwin come il suo dio, sulla strada di una brillante carriera politica.
Riassunto della teoria evoluzionista-razzista eugenetica di Charles Darwin e suo cugino Galton (i due porci si tenevano in contatto scambiandosi idee): all’interno della razza umana ci sono umani “inadatti” e umani “adatti”, i primi sono spazzati via dalla “selezione naturale” mentre i secondi sopravvivono e si riproducono (“survival of the fittest”); purtroppo la civiltà ha allontanato l’uomo dalla “selezione naturale” e così umani “inadatti” sopravvivono e si riproducono; “adatti” sono gli uomini forti e sani biondi e con gli occhi azzurri, “inadatti” sono gli umani affetti da qualunque tara ereditaria e tutti quelli che non sono biondi e con gli occhi azzurri; fra i non biondi, i più “inadatti” ossia più vicini alle scimmie sono i “negri”, mentre asiatici, sudamericani, semiti e mediterranei (italiani, greci e spagnoli) sono a metà strada fra i “negri” e i nordici ossia sono un quarto scimmie.
Per quanto riguarda gli italiani, la pubblicistica razzista-eugenetica affermava che fossero molto portati al crimine per ragioni genetiche. E così negli anni venti nacque il mito italiani = mafiosi. E il bello è che i primi a credere a questa equazione razzista e storicamente infondata sono proprio gli italiani, in particolar mondo gli italioti provinciali tossico-anglo-dipendenti, gli stessi che dispero di poter curare dalla loro triste addiction.
Ma italiani = mafiosi è una menzogna storicamente infondata: infatti OGNI GRUPPO ETNICO – anche quello anglosassone – HA AL SUO INTERNO FENOMENI DI ASSOCIAZIONE A DELINQUERE. Credete davvero che Al Capone fosse il gangster più potete d’America negli anni venti? Manco per le palle: il più grande era un anglosassone di discendenza inglese. Inoltre, non si dice che la mafia più potente di Chicago era di origine irlandese. Al Capone era solo il più famoso. Perché? Perché i giornali ne parlavano di più, come fosse un capro espiatorio: “Cari americani, noi siamo puri di cuore, questi stranieri di razza inferiore stanno rovinando l’eden senza peccato costruito dai padri pellegrini”. Si voleva fare credere alla gente che la superiore razza celto-germanica-anglosassone fosse immune al crimine per meriti genetici. Poi Hollywood ha consolidato, divulgato ed eternizzato questa menzogna: nei film di Hollywood gli italiani di Little Italy son tutti dei simpaticoni legati a famiglie mafiose, mentre più in generale il poliziotto o il politico corrotto hanno sempre cognomi italiani (vedi anche il recente “American Hustle”).
Per vostra informazione, oggi la mafia-camorra-sacra corona unita messe insieme a livello globale (ossia al di fuori dell’Italia) contavano poco ieri e non contano nulla oggi. Le mafie più potenti a livello globale sono i cartelli del sud America, la mafia russa, le triadi dell’estremo Oriente e soprattutto la mafia giapponese: la temibilissima Yakuza. Nota bene: chi è molto addentro nelle cose giapponesi, sa che a Tokio non si muove foglia che Yakuza non voglia. Eppure, nessuno si sognerebbe di dire giapponesi = mafiosi. Anzi dei giapponesi è obbligatorio avere tutti una altissima opinione. Invece tutti a dire italiani = mafiosi pizza-mandolino. Ma quando vi accorgerete che è razzismo?
Al razzismo anti-italiano ho dedicato una serie di post che, secondo il sistema di rilevazione di WordPress, attirano costantemente una montagna di contatti da varie parti del mondo, specialmente da Germania e Inghilterra. Di fatto sono i post più ricercati. Evidentemente, i motori di ricerca portano al mio blog i poveri italiani all’estero, ricevere di subire sputi e insulti dai membri delle razze superiori dalla mattina alla sera. Come spiego nei iei articoli, il razzismo anti-italiano di recente si è espresso tramite la campagna anti-Berlusconi che ha infiammato i media stranieri:
https://reginadigiove.wordpress.com/2013/08/30/le-irragionevoli-ragioni-del-razzismo-anti-italiano-perche-gli-italiani-si-lasciano-insultare-senza-reagire/

 


P. S. una italiana residente in Inghilterra da parecchi decenni la pensa esattamente come me: Gaia Servadio, autrice del libro C’è del marcio in Inghilterra.  
Qui la recensione in pdf del suo libro, nelle immagini una selezione delle parti più interessanti fatta da me.

 

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