Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

“Le leggenda del re pescatore” di Terry Gilliam (“The fisher king”, Usa, 1991)

Pubblicato su Cultura Cattolica il 27 settembre 2014 

Pubblichiamo questo approfondito studio su un attore amato da tanti. Le riflessioni di Giovanna Jacob ci aiutano a comprendere questa figura e a riflettere sul mistero della vita umana

Robin Williams e Parry

Il 12 agosto del 2014 il grande attore Robin Williams si è tolto la vita. C’è qualche cosa di simbolico nel fatto che un personaggio da lui interpretato nel 1991 invece salva una persona dal suicidio. Il personaggio si chiama Parry, il film si intitola La leggenda del re pescatore di Terry Gilliam (The fisher king, Usa, 1991). Per ricordare questo grande attore rivediamo dunque questo film, che può considerarsi il migliore in cui abbia lavorato nella sua lunga carriera.

1 Contrasto razionalità-successo e follia-emarginazione, contrasto visivo fra i grattacieli e i bassifondi urbani
Come la maggior parte dei film di Terry Gilliam, La leggenda del re pescatore si basa sul tema del contrasto fra una razionalità soffocante e una follia gioiosa e dal contrasto parallelo fra potenza economica ed emarginazione sociale. E in effetti il film narra la storia di un folle emarginato (Parry, interpretato da Robin Williams) che aiuta un “sano di mente” ricco e di successo (Jack, interpretato da Jeff Bridges) a ritrovare sé stesso.
Il doppio contrasto tematico fra razionalità-successo e follia-emarginazione si riflette nel contrasto visivo fra le rigide geometrie dei grattacieli e il degrado accentuato dei bassifondi. Il “sano di mente” proviene dai “piani alti” della città mentre il folle percorre i bassifondi urbani, che nel cinema post-moderno alludono quasi sempre alla sfera a-razionale dell’uomo (sentimenti, memoria, inconscio). Se i piani alti sono asciutti e ordinati, invece i bassifondi sono sporchi e quasi sempre bagnati dalla pioggia. L’elemento liquido allude simbolicamente la maternità (il liquido amniotico) e quindi alla capacità femminile di esplorare i sentimenti. Ma Gilliam tende a proiettare anche sui “piani alti” i riflessi del dell’interiorità a-razionale. Lenti deformanti e luci stroboscobiche conferiscono un carattere vagamente onirico, a tratti perfino allucinatorio, alla maggior parte delle inquadrature dei suoi film.
In seguito alla morte della moglie, brutalmente assassinata da un maniaco, un professore di storia perde il senno e la memoria, divenendo il barbone Parry. Cacciato dal suo appartamento di lusso, finisce ad abitare nel locale caldaie del suo palazzo, dove riviste e vecchi libri di storia, che sono tutto quello che resta del suo passato, si mescolano a montagne di carabattole e oggetti rotti, che egli recupera instancabilmente fra i rifiuti. Posto ancora più in basso dei bassifondi, questo sotterraneo allude chiaramente all’inconscio, dove si sovrappongono e mescolano in maniera disordinata, senza una logica, ricordi rimossi, desideri profondi e pensieri indecifrabili, che tutti insieme condizionano la vita cosciente.
Quando si sveglia nel locale caldaie di Parry, Jack prova un profondo disgusto, intensificato dai postumi della sbornia della notte precedente. A differenza del suo folle amico, Jack non è abituato a vivere a contatto con la parte a-razionale, notturna, di sé stesso, ne ha quasi paura.
E in effetti, l’alloggio di Parry, i luoghi che frequenta e più in generale i bassifondi di New York nell’immediato ci appaiono brutti, mentre i “piani alti” e in genere tutti luoghi del lusso e del potere ci appaiono belli. Ma se guardiamo meglio, possiamo scoprire che in quello immediatamente ci sembra brutto c’è più bellezza che in quello che immediatamente ci sembra bellO. Per insegnarci, appunto, a guardare meglio, Parry trasforma il rivestimento metallico di un tappo di champagne recuperato fra i rifiuti in una piccola sedia: «Nella spazzatura si trovano cose bellissime». Più in generale, Terry Gilliam (come prima di lui Martin Scorzese, specialmente in Fuori orario) ci svela la bellezza oscura che si cela nella bruttezza apparente dei luoghi più degradati di New York, la metropoli post-moderna per eccellenza. I guizzi della luce dei lampioni sulle pozzanghere, i marciapiedi invasi dalla spazzatura, i ponti di metallo arrugginito, le ferrovie, le strade sopraelevate, i muri ingombri di manifesti strappati e sfregiati da vernici spray diventano elementi fondamentali di una nuova iconografia urbana, a suo modo “pittoresca”, che attraversa molti film.
Se nella bruttezza apparente dei bassifondi c’è della bellezza, viceversa nella bellezza apparente dei piani alti c’è il vuoto. L’interno dell’attico in cui vive Jack all’inizio del film è freddo e respingente, mentre la casa di Ann è calda e accogliente (nel primo prevalgono azzurri e grigi, nel secondo arancioni ed ocra). L’attico è il luogo della superbia e dell’arroganza, che si portano dietro indifferenza, noia e abulia. Nella scena che si volge nell’attico, Jack si vanta del suo successo contemplando narcisisticamente la sua immagine riflessa sulla vetrata della finestra, mentre la sua giovane fidanzata (che non sta in scena più di un minuto) cerca invano la maniera di placare la noia della serata.

2 Jack e Parry
Al principio del film facciamo la conoscenza di Jack, un conduttore radiofonico di successo egocentrico e arrogante. Pronunciando parole avventate nel corso di una trasmissione radiofonica, Jack induce inconsapevolmente uno squilibrato a compiere una strage in un locale. La notizia della strage rovina la carriera di Jack e lo rende emotivamente instabile, facendolo “precipitare” rapidamente dai piani alti della città ai bassifondi urbani, dove diventa commesso di una videoteca. Egli cerca invano di annegare nell’alcol i terribili sensi di colpa che lo torturano notte e giorno. Ma al di là delle apparenze, egli è ancora l’uomo narcisista, arrogante e incapace di amare che era prima della tragedia. In primo luogo, egli non riesce e non vuole neppure amare Ann (interpretata da Mercedes Ruehl), da cui tuttavia si lascia amare e accudire; in secondo luogo, egli è dispiaciuto non tanto del male compiuto quanto del fatto di essere caduto in disgrazia. Egli ha bisogno del successo come un drogato in crisi di astinenza ha bisogno della droga. Sentendosi sconfitto dalla vita, cerca la morte. Quando è sul punto di gettarsi nel fiume Hudson, viene aggredito da due teppisti violenti. A quel punto entra in scena Parry, che mette in fuga i teppisti e convince l’aspirante suicida a rinunciare al suo proposito. In sostanza, un folle a salva Jack dalla sua stessa follia suicida.
Sebbene Parry gli abbia salvato la vita, all’inizio Jack prova fastidio verso questo strano barbone. Quando però scopre che Parry era sposato ad una delle vittime della strage del locale, Jack decide di aiutarlo in qualche maniera. Egli non desidera veramente fare il bene di Parry: desidera soltanto liberare la coscienza dagli invadenti sensi di colpa e ritornare il più velocemente possibile ai piani alti: «Vorrei che ci fosse la maniera di pagare il conto e andare avanti». Ma come aiutarlo? All’inizio, pensa che basti dare al fastidioso barbone qualche dollaro per mettersi a posto la coscienza, ma poi non riesce a non farsi trascinare in un mondo surreale, abitato da gnomi, fatine e un misterioso cavaliere rosso. A quel punto Jack scopre che, osservato attraverso le lenti della follia, il mondo appare più interessante.

3 L’impotenza della ragione moderna
Con la parola “follia” normalmente intendiamo il contrario della ragione. Ma che cosa è esattamente la regione? L’illuminismo ha lasciato in eredità alla modernità il razionalismo, che fa coincidere la ragione con la ragione scientifico-matematica. Quest’ultima appare onnipotente, in realtà è menomata. Infatti può esercitare un dominio pressoché illimitato sul mondo materiale ma non può guardare oltre di esso, in altri termini può dire come sono fatte materialmente le cose ma non perché esistono. E’ una ragione prigioniera delle apparenze sensibili. Per essere completa, la ragione deve poter almeno intuire che cosa c’è oltre il muro delle apparenze: in altri termini, la ragione non deve essere solo scientifica ma anche poetica, metafisica e infine soprattutto religiosa. Nel momento in cui abbraccia la fede, compie pienamente sé stessa, raggiungendo la sua massima estensione.
Resta inteso che la scienza non è sbagliata, al contrario. Per guardare “oltre”, la ragione non deve affatto cessare di guardare “dentro”. Quello che è sbagliato è il razionalismo, che appunto l’idea che oltre le apparenza materiali non ci sia nulla e che di conseguenza la scienza sia l’unico possibile criterio di verità.

4 L’odio romantico verso la ragione illuminista porta ad esaltare l’anti-ragione
Non si è mai sottolineato abbastanza che l’irrazionalismo non è altro che un sottoprodotto del razionalismo, il suo contrario uguale nell’errore. Dopo la fine dell’Illuminismo, cominciò a diffondersi un clima di ostilità al razionalismo, che sembrava avere svuotato la vita di ogni gusto. Non trovando la strada della fede, che avrebbe potuto guarire la ragione dal razionalismo, molti spiriti inquieti cominciarono a fuggire da essa. «Molti dei nostri contemporanei – dice a questo proposito Jacques Maritain – cercheranno nell’anti-ragione e al di sotto della ragione un nutrimento per la loro anima che non dovrebbe essere cercato che al di sopra della ragione. Ed è ancora una delle malefatte del razionalismo quello di avere condotto molti animali razionali ad odiare la ragione» (J. Maritain, Le songe de Descartes, Buchet-Chastel, Paris 1932, pp. 168-169). Nauseati dalla scienza, molti romantici si misero ad esaltare la follia, il sogno, la passione, il delirio e ogni altro fenomeno che sfugge al controllo della ragione. Da questo punto di vista, il regista Terry Gilliam è un vero romantico, sebbene contemporaneo.

5 La follia del malato mentale e del genio
Certamente non possiamo dare ragione a quei romantici che denigrano la ragione ed esaltano la follia. Tuttavia, la follia ha diversi aspetti, non tutti negativi. Il concetto di “follia” riguarda innanzitutto la malattia mentale, che è tutto fuorché una condizione desiderabile. Le persone che ne sono affette tendono a dire cose senza senso e si abbandonano spesso a comportamenti imbarazzanti. Ed effettivamente, Parry appare innanzitutto come un malato mentale: urla cose sconvenienti per strada, si spoglia nudo nel parco, fa avances esplicite e grottesche ad Anne. Inoltre, nella sua follia si convince che una volgare coppa di latta, custodita nella casa di un miliardario, sia il Santo Graal.
Ma secondo una lunga tradizione, nella pazzia c’è anche una scintilla di bene. Non a caso, le parole “folle”, “follia”, “pazzo” e “pazzia” non sono usate soltanto in relazione alla malattia mentale ma anche in relazione all’amore e al genio artistico. Per una lunga tradizione, che affonda le sue radici nel pensiero platonico, l’ispirazione artistica è una forma di “follia”, e d’altra parte ancora oggi si usano espressioni come “pazzo d’amore” o “genio pazzo”, dove “pazzo” è un complimento. Dunque, il malato di mente ha qualcosa in comune col genio artistico e l’innamorato, che secondo una lunga tradizione sono “folli”, almeno da un certo punto di vista. Ma innanzitutto, che cosa hanno in comune gli ultimi due? Essi riescono a cogliere qualche riflesso, qualche confusa eco di ciò che sta “oltre” il muro delle apparenze. In altri termini, il genio e l’innamorato sono, da un certo punto di vista, “anti-moderni” anche quando appartengono pienamente alla modernità.
Se lo scienziato mostra come sono fatte materialmente le cose, l’artista è in grado di svelare, sebbene confusamente, anche perché esistono. Se lo scienziato spiega ad esempio il funzionamento biologico dei fiori, invece il poeta ne esalta la bellezza, che allude ad una bellezza ancora più grande. Si potrebbe pensare che il vero grande artista crede in Dio anche se non ci crede, o meglio crede di non crederci. Jacques Maritain diceva che la grande arte delle epoche e dei paesi non toccati dal Cristianesimo è sempre “cristiana in speranza”. Analogamente l’innamorato, in virtù della sua momentanea follia, coglie nell’altra persona un riflesso divino.

6 Follia amorosa
Nel film, il folle Parry è “follemente” innamorato di una ragazza insicura, imbranata e non propriamente bella (Lydia, interpretata da Amanda Plummer), che spia di nascosto ogni giorno. La follia amorosa gli consente di capire quello che, per la cultura moderna, votata al culto del piacere, è appunto una follia: che l’amore vero esige la rinuncia al possesso immediato, il sacrificio anche solo momentaneo dell’impulso istintivo. Ma il sacrificio dell’istinto non consiste nella rinuncia alla felicità, al contrario consiste nella rinuncia ad un piacere più piccolo, anche se più seducente, in cambio di un piacere più grande, ossia della felicità. Viceversa, l’abbandono al piacere immediato è un piano inclinato verso un consumismo sentimentale e sessuale che lascia solo macerie nella vita delle persone. Significative a questo proposito le parole che Lydia dice a Parry durante il primo appuntamento: «Tu mi accompagni a casa, magari vorrai salire a prendere un caffè. E forse berremo qualcosa, parleremo, arriveremo a conoscerci un po’ meglio, ci metteremo comodi e poi tu… passerai la notte con me. E domattina ti sveglierai, e sarai distaccato, e non vorrai nemmeno restare per la colazione. Forse soltanto per un caffè. E poi ci scambieremo i numeri di telefono, e tu te ne andrai, e non telefonerai più. Io andrò al lavoro e mi sentirò molto bene, per la prima ora, e poi lentamente comincerò a sentirmi diventare una cacca…»
Ma il folle Parry sa bene che abbandonarsi all’immediato significherebbe abusare di colei che ama:«Io non voglio dormire a casa tua, non ne ho mai avuto intenzione. Il mio desiderio è così grande, che sembra la Florida. Ma non voglio una cosa di una notte. Io ho una confessione da farti. Io mi sono innamorato di te… e non solo da questa sera. Io ti conosco da un sacco di tempo. (…) E so che odi il tuo lavoro, e che non hai molti amici, e a volte ti senti un po’ scombinata, e non ti senti euforica come tutti gli altri, perché ti senti sola, emarginata dal mondo e… io ti amo. Io ti amo. (…) E non sarò mai, e poi mai distaccato. E tornerò da te domani mattina, e ti telefonerò, se tu me lo permetterai». In quale altro film si sono udite parole d’amore così belle, così vere, così piene di verginità?

7 Il lato luminoso della follia: santità
Per tradizione, il concetto di follia si applica anche all’eroismo e alla santità. Poiché giudicano “sterco” tutto quello che le persone normali considerano prezioso e poiché spesso agiscono contro i loro interessi, i santi possono apparire folli alle persone normali. Nei romanzi cavallereschi medievali Parsifal, il cavaliere che ritrova il santo Graal, viene definito “puro folle”. E in effetti, il barbone Parry ha molto di Parsifal: è folle, puro di cuore (anche solo per come tratta Lydia) e vive per ritrovare il Santo Graal. In una scena del film, Parry racconta a Jack la leggenda del re pescatore, che ha appreso nella sua vita precedente di professore: «La conosci la storia del Re Pescatore? Comincia col re da ragazzo, che doveva passare la notte nella foresta per dimostrare il suo coraggio e diventare re, e mentre passa la notte da solo è visitato da una visione sacra: nel fuoco del bivacco gli appare il Santo Graal, simbolo della grazia divina, e una voce dice al ragazzo: “Tu custodirai il Graal onde possa guarire il cuore degli uomini!”. Ma il ragazzo accecato dalla visione di una vita piena di potere, di gloria, di bellezza, in uno stato di completo stupore, si sentì per un attimo non un ragazzo, ma onnipotente come Dio, allungò la mano per prendere il Graal e il Graal svanì, lasciandogli la mano tremendamente ustionata dal fuoco. E mentre il ragazzo cresceva, la ferita si approfondiva, finché un giorno la vita per lui non ebbe più scopo, non aveva più fede in nessuno, neanche in sé stesso, non poteva amare ne sentirsi amato, era ammalato di troppa esperienza, e cominciò a morire. Un giorno un giullare entrò al castello e trovò il re da solo, ed essendo un semplice di spirito egli non vide il re, vide soltanto un uomo solo e sofferente, e chiese al re: “Che ti addolora amico?” e il re gli rispose: “Ho sete e vorrei un po’ d’acqua per rinfrescarmi la gola”. Allora il giullare prese una tazza che era accanto al letto, la riempì d’acqua e la porse al re, ed il re cominciando a bere si rese conto che la piaga si era rimarginata. Si guardò le mani e vide che c’era il Santo Graal, quello che aveva cercato per tutta la vita. Si volse al giullare e chiese stupito: “Come hai potuto trovare tu quello che i miei valorosi cavalieri mai hanno trovato?” e il giullare rispose: “Io non lo so, sapevo solo che avevi sete”».
Passando dalla leggenda al film, Parry ha le caratteristiche del giullare della leggenda, mentre Jack ha le caratteristiche del re malato. Infatti, l’ex dj radiofonico è malato di egocentrismo, che lo rende incapace di amare altri che sé stesso. Egli non aspira ad altro che alla gloria, come il futuro re nella leggenda. Ma in seguito, Jack si trova a dovere scegliere: voltare le spalle a Parry, rimanendo l’uomo egoista che è, oppure intraprendere la missione che gli è stata affidata dallo stesso Parry all’inizio del film: recuperare il Santo Graal. Ma per compiere questa missione, egli deve smettere di essere l’uomo egoista che è sempre stato e diventare “puro folle”, come Parry (non svelo altri dettagli per non rovinare la visione del film a chi non l’avesse già visto). Solo il presunto Graal potrà salvare sia Jack che Parry dalle loro malattie interiori. Quindi, non importa davvero che quello sia solo un volgare pezzo di latta di nessun valore: se i due “puri folli” in esso ci vedono il Graal, quello da un certo punto di vista diventa veramente il Graal, nel senso che nella loro vita produce gli stessi effetti che produrrebbe l’autentica coppa in cui è stato versato il sangue di Cristo (d’altra parte, nella leggenda la tazza che era accanto al letto del re si rivela essere il Graal). E in fondo, anche la più insignificante carabattola può essere lo strumento con cui il Mistero che fa tutte le cose si avvicina a te.

8 Il suicidio di Robin Williams e l’esistenza di Dio
In una delle prime scene del film, Parry distoglie Jack da un tentativo di suicidio. Ironia della sorte, Robin Williams si è dimostrato essere più simile a Jack che a Parry. Aveva i soldi, aveva il successo, ma non era felice. La depressione lo aveva perseguitato per anni, portandolo infine al suicidio (si è tolto la vita il 12 agosto del 2014 nella sua casa, in California). Purtroppo, non c’è stato un Parry a salvare Robin Williams dal suo gesto disperato.
Se non aveva preso nulla da Parry, Robin Williams sembrava avere preso qualcosa da un altro dei personaggi che aveva interpretato: il professor Keating de L’attimo fuggente di Peter Weir (Titolo originale Dead Poets Society, USA 1989). Il professore Keting-Williams diceva più o meno ai suoi studenti: «Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi. Perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza, un giorno smetterà di respirare, diventerà freddo e morirà (…) Perché vedete [indicando una foto antica nella bacheca dei trofei della scuola], questi ragazzi ora, sono concime per i fiori. Ma se ascoltate con attenzione, li sentirete bisbigliare il loro monito. Coraggio, accostatevi. Ascoltateli. Sentite? Carpe… Sentito? Carpe… Carpe diem… Cogliete l’attimo, ragazzi… rendete straordinaria la vostra vita». Ma in fondo alla strada del nichilismo edonistico insegnato da quel professore, come da tutta la cultura contemporanea, c’è l’abisso della disperazione. Infatti, di tutti gli attimi fuggenti che ci scorrono fra le dita, come granelli di sabbia, alla fine non rimane nulla. Anche di tutte le ricchezze del mondo, e di tutto il mondo, e di tutto l’universo, non rimarrà nulla. Rimarrà solo il grande Nulla della morte.
Il fatto che le persone più fortunate del mondo si dimostrino più inclini delle altre alla tossicodipendenza, alla depressione e al suicidio può essere considerato una delle tante prove filosofiche indirette dell’esistenza di Dio (quelle dirette le ha messe in bella forma san Tommaso). Proprio loro che possono disporre in abbondanza di tutti i beni del mondo (non solo beni materiali ma anche beni immateriali, come fama, successo, stima altrui, amore eccetera) è come se ad un certo punto si accorgessero che questi beni non bastano a soddisfare il desiderio di felicità. Anche se potessero bastare, in ogni caso finiscono (non a caso, pare che Robin Williams si lamentasse perché, col passare degli anni, aveva sempre meno successo come attore).
Quando finiscono male, queste persone fortunate ci testimoniano dunque che tutti i beni del mondo, ma anche il mondo intero, anzi l’universo intero, non bastano a riempire il cuore dell’uomo. E se il cuore dell’uomo ha fame di “altro”, questo “altro” deve esistere. Analogamente, la fame esiste perché il cibo esiste. Ebbene, Robin Williams in un certo senso è morto di “fame”. Aveva fame di Dio, ma non lo sapeva.

Navigazione ad articolo singolo

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...