Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

LA PESTE KEYNESIANA

RISPONDO QUI ALLE OBIEZIONI MOSSE DAL KEYNESIANO ALDO&RISIO NELL’AREA COMMENTI DEL MIO ARTICOLO PUBBLICATO ULTIMAMENTE SU TEMPI:

http://www.tempi.it/se-i-giovani-italiani-si-mettono-in-fila-davanti-al-consolato-degli-usa#.VaQqcvntmkp

Obiezione numero 0: le basi americane presenti sul nostro territorio stanno dissanguando i contribuenti italiani.

RISPOSTA 0) Allora, partiamo dai fondamentali di economia: chi riceve un servizio da un altro essere umano deve pagarlo. Dunque gli ufficiali americani ci forniscono un servizio e lo stato italiano li paga: logico, giusto. Bisogna sottolineare che per lo Stato italiano e per l’Europa intera alla fine è più conveniente dal punto di vista contabile (costa  meno) pagare lo stipendio a militari americani piuttosto che pagare un sistema di difesa suo proprio: per questo Obama si è accorto che alla fine della fiera la maggior parte dei costi della difesa dell’Europa ricadono sui contribuenti americani e quindi  ha chiesto a gran voce alla Ue di cominciare a badare militarmente a sé stessa, istituendo un suo esercito e suoi armamenti.

Aggiungo che, allo stato attuale (fra Isis che minaccia l’Italia e Russia che tende le grinfie sui paesi vicini) delle basi americane non possiamo proprio fare a meno. Se cacciassimo tutti gli americani, saremmo vulnerabile perché siamo troppo pacifisti: appena lo stato prova a spendere qualche euro per l’esercito i grillini e gli altri idioti urlano “con quei soldi ci potremmo fare un milione di asili”. Massì, A proteggerci dall’Isis (che minaccia apertamente l’Italia) mandiamoci le maestre d’asilo stipendiate dallo stato!

Obiezione numero 1): Keynes non si definiva un socialdemocratico, il suo scopo era curare l’economia di mercato dai suoi mali.

RISPOSTA 1) Non conta come Keynes definiva sé stesso: contano le sue idee. Lui poteva benissimo essere convinto di essere un difensore dell’economia di mercato, di fatto era un teorico dello statalismo più estremo. Chi dice che lo stato deve correggere-dirigere-stimolare l’economia di mercato è un socialdemocratico di fatto. Oltretutto, la teoria generale di Keynes deve molto alle opere di John Stuart Mill, che appunto è universalmente riconosciuto come uno dei padri fondatori della socialdemocrazia moderna: il concetto di “ridistribuzione delle ricchezze” tramite la leva fiscale su lui a inventarlo.

2) la crisi economica iniziata nel 2007-2008 non è stata causata dal debito pubblico ma dal debito privato.

RISPOSTA 2) Ha ha ha ha ha… No, allora, tanto per cominciare la crisi del debito privato ha riguardato gli Usa (crisi dei mutui subprimes) ma non l’Italia, che anzi si distingue per la forte tendenza al risparmio privato del suo popolo. Quindi spero che almeno siamo d’accordo sul fatto che la crisi che sta massacrando l’Italia dal 2007-2008 non ha niente a che fare col debito privato, che in Italia è bassissimo. Davvero bisogna essere in malafede per negare che è un abnorme debito pubblico a massacrare l’Italia.

Ma concentriamoci sulla crisi del debito privato negli Usa. Ebbene, dire che il debito privato è cresciuto perché il welfare è diminuito è propaganda da quarto d’ora d’odio orwelliano. All’origine dell’esplosione del debito privato con conseguente rigonfiarsi e scoppiare di bolle speculative (a cominciare dalla bolla immobiliare) ci sono ancora una volta le politiche keynesiane. Mentendo e sapendo di mentire, i keynesiani dicono che incentivare il consumo a debito è “liberismo selvaggio”. In realtà, è keynesismo selvaggio.

Come ho accennato, Keynes sosteneva che il risparmio privato, specialmente in tempo di recessione, danneggiasse l’economia e che di conseguenza lo stato dovesse scoraggiare il risparmio e incoraggiare gli investimenti abbassando artificialmente i tassi di interesse bancari. In “Tutti gli errori di Keynes, perché gli Stati continuano a creare inflazione, bolle speculative e crisi finanziarie”, Hunter Lewis dimostra che è stato proprio l’abbassamento eccessivo del costo del denaro in puro stile Keynes a scatenare negli Usa la tempesta di debiti, prestiti bancari non garantiti (subprime) e insolvenze. E quando le insolvenze sono diventate troppe, la bolla immobiliare è scoppiata e le banche sono fallite a catena.

I semi della crisi del 2007-2008 sono stati gettati nel 2001. Allora Alan Greenspan, Segretario del Comitato dei Governatori della banca centrale americana (la Federal Reserve) cominciò ad abbassare artificialmente i tassi di interesse, inflazionando l’offerta di moneta. Dal 2001 al 2003, i tassi passarono dal 6,5% all’1%: si gonfiarono enormi bolle speculative. Ma i tassi non si potevano mantenere bassi in eterno. Nel giugno del 2006 tornarono al 5,25% e nel 2007 scoppiarono le bolle e fu crisi nera. Che cosa era successo?

Perché ad un periodo di tassi artificialmente bassi (che creano un BOOM economico fittizio) segue un periodo di tassi alti (che creano recessione: BUST)? Difficile spiegarlo in poche righe, ma ci proverò. Quando i tassi sono bassissimi, tutti gli imprenditori si fanno prendere dall’euforia: si fanno prestare montagne di soldi dalle banche per mettere in piedi imprese, negozi, cantieri eccetera. Così aumentano i posti di lavoro eccetera. Ma a forza di farsi prestare soldi, le banche si svuotano. Quando sono quasi svuotate, si vedono costrette a stringere i cordoni: non solo devono prestare di mano ma devono, per forza di cose, prestare a tassi maggiori, perché il denaro scarseggia (è fisiologico che quando qualsiasi bene scarseggia il suo prezzo aumenta). A quel punto gli imprenditori, che fino a quel momento avevano lavorato a tassi bassissimi, improvvisamente devono pagare tutto di più e non ce la fanno. La maggior parte di loro chiuderanno bottega e i loro dipendenti finiranno su una strada.

Oltre ad incoraggiare investimenti fittizi, i tassi bassi incoraggiano la gente a comprare case che non si potevano permettere. Lo scorso decennio negli Usa un gran numero di persone a basso reddito sono state convinte dalle banche, rese euforiche dai bassi tassi di interesse, a comprare immobili contraendo mutui subprime. L’improvvisa proliferazione di mutui subprime ha determinato un boom senza precedenti del mercato immobiliare: i prezzi delle case aumentavano perché la domanda di case superava costantemente l’offerta.

Col mutuo subprime, la banca ci guadagna sia se il cliente paga sia se non paga. Se paga bene, se non paga meglio: la banca si tiene le rate già pagate e in più si prende la casa e la vende. Finché gli insolventi sono pochi, tutto va per il meglio. Ma quando gli insolventi cominciano a diventare troppi, le cose si mettono male. Nel 2007 gli insolventi diventano un milione e settecentomila. Il mercato non ce la fa ad assorbire un milione e settecentomila case pignorate e messe in vendita tutte insieme dalle banche. Queste ultime di conseguenza perdono montagne di soldi. «La banca locale non può più pagare l’interesse alla banca d’affari che ha rilevato il suo credito, e questa non può più pagare gli investitori che hanno comprato lo stesso credito attraverso gli strumenti creativi inventati dai premi Nobel. Così le banche d’affari – cioè quelle banche che, a differenza delle banche commerciali, non raccolgono depositi agli sportelli ma offrono servizi di consulenza e vendono e acquistano azioni e altri prodotti finanziari -, esposte per miliardi di dollari, nel 2008 cominciano a rischiare di fallire. I governi – negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e altrove – ne salvano alcune, ma il 15 settembre 2008 l’amministrazione del presidente George W. Bush lascia fallire una delle più grandi banche d’affari del mondo, la Lehman Brothers, probabilmente commettendo un errore. Una dopo l’altra, le banche d’affari di Wall Street spariscono o cambiano mestiere» (Massimo Introvigne). Il virus delle insolvenze passa dalle banche d’affari alle banche commerciali. Queste ultime sono costrette a limitare i prestiti alle imprese, che di conseguenza vanno in crisi e tagliano posti di lavoro. Una spirale perversa si estende rapidamente dagli Usa a tutto il mondo: aumenta la disoccupazione, le famiglie si impoveriscono, i consumi calano, le aziende guadagnano di meno e quindi aumenta ulteriormente la disoccupazione eccetera.

Obiezione numero 3) Keynes voleva stimolare l’economia tramite spesa pubblica di investimento, quella per realizzare opere e lavori pubblici o per le forniture pubbliche, non tramite spesa pubblica corrente, ossia spesa per sostenere la pubblica amministrazione. Oltretutto se oggi si licenziassero i massa dipendenti pubblici, sarebbe una catastrofe: diminuirebbero i consumi e le aziende fallirebbero.

RISPOSTA 3) Certo, sappiamo bene che Keynes pensava ad enormi investimenti per infrastrutture che avrebbero dovuto beneficiare gli imprenditori. Ma il problema è che, distinguendo fra spesa di investimento e spesa corrente, Keynes non era coerente con le sue stesse premesse (e infatti altri dopo di lui hanno tratto le conseguenze coerenti dalle sue premesse). Premesse: bisogna fare in modo che la gente riceva uno stipendio e corra a spenderlo per fare ripartire i consumi e stimolare gli investimenti produttivi. Se dunque lui mette nelle premesse che il fine della spesa pubblica è fare ripartire i consumi, poi di fatto rispetto a questo fine cade la distinzione fra investimenti in infrastrutture e spesa corrente. Alla fine della fiera, non conta che il lavoratore abbia costruito una utilissima opera idrica (come quella di Roosevelt) o che abbia scavato una buca per ricoprirla: conta che corra a spendere i soldi dello stipendio. Quindi di fatto la teoria generale di Keynes ha spinto tutti i politici occidentali a moltiplicare i posti di lavoro pubblici con lo scopo di “fare ripartire i consumi” (mentre il vero scopo è comprarsi i voti, come ha fatto Renzi con le sue mega assunzioni).

Anyway, la spesa pubblica di investimento & corrente non è mai servita a fare ripartire nessuna economia. I Keynesiani ripetono ancora che fu il new deal prima e le spese belliche poi a generare il clamoroso boom economico post bellico degli Usa.  In realtà, il ministro dell’economia Usa nel 1939 testimonia che il new deal fu un gigantesco fiasco: «We have tried spending money. We are spending more than we have ever spent before and it does not work. And I have just one interest, and if I am wrong…somebody else can have my job. I want to see this country prosperous. I want to see people get a job. I want to see people get enough to eat. We have never made good on our promises… I say after eight years of this administration we have just as much unemployment as when we started… And an enormous debt to boot!» (Secretary of the Treasury, Henry Morgenthau, 1939).

L’enorme spesa bellica, invece, ebbene solo vantaggi indiretti: stimolò l’invenzione di nuove tecniche di produzione (analogamente, l’enorme spesa bellica anti-Urss degli anni 80 portò enormi innovazioni tecniche, anche in campo informatico). Ma alla fine della seconda guerra mondiale lo stato americano dichiarò ufficialmente bancarotta: dal 1946 al 1948 il rapporto fra spesa e Pil passò dal 42 al 9 per cento. Inoltre furono tagliate le tasse, aboliti i razionamenti e rimosso il controllo dei prezzi e dei salari. Inevitabili i licenziamenti di massa nel settore pubblico. Tutti quelli che durante la guerra avevano lavorato o per l’esercito o per l’industria bellica si ritrovarono su una strada. A quel punto i keynesiani dissero: ci sarà il disastro, caleranno i consumi e gli investimenti, bisogna assolutamente tornare ad assumere gente a debito… Poiché le casse erano vuote e i debiti già enormi, lo stato non seguì i consigli dei keynesiani e… inaspettatamente nel 1946 l’economia americana cominciò a volare. La gente che era stata licenziata dallo stato trovò lavoro nel privato, dove i posti di lavoro si moltiplicavano esponenzialmente. Evidentemente la cessazione degli investimenti pubblici e la contrazione della pressione fiscale avevano fatto bene all’economia.

Qualcosa di simile accadde in Europa, specialmente in Germania. La ripresa dell’economia europea nel dopoguerra fu dovuta solo in minima parte al piano Marshall, che prevedeva lo stanziamento di circa un 120 miliardi di dollari. Se è vero che il piano Marshall ha giovato a certi settori dell’industria, è altrettanto vero che le economie dei paesi che hanno ricevuto più fondi sono cresciute meno rispetto alle economie dei paesi che ne hanno ricevuti di meno. Oltretutto la ripresa produttiva era iniziata nel 1946: due anni prima dell’avvio ufficiale del piano Marshall. Subito dopo la fine della guerra, l’economia tedesca cominciò a correre più velocemente di quella americana. A farla ripartire non furono i soldi americani ma piuttosto una serie di politiche di stampo liberale – a cominciare dalla liberalizzazione dei prezzi voluta da Erhard contro la volontà delle truppe di occupazione angloamericane – che spazzarono via gli ultimi avanzi dello statalismo economico di stampo nazional-socialista. Tali politiche si ispiravano alla dottrina degli ordo-liberali tedeschi, fra i quali spiccava Wilhelm Röpke.

L’esperienza post-bellica dimostra che “licenziamenti di massa” nel pubblico non sono “macelleria sociale” (come dice la sinistra durante il quarto d’ora d’odio) ma portano vantaggi per gli stessi licenziati. D’altra parte ovunque nel mondo si sono licenziati in massa dipendenti pubblici non c’è stata catastrofe ma ripresa economica: mandare i parassiti a lavorare fa sempre bene all’economia. Dopo un brevissimo periodo si sofferenza per i licenziati, le cose si mettono a posto. Quindi anche in Italia prima licenziamo in massa e meglio è per tutti.

Salto le obiezioni 4) e 5), che mi sembrano troppo tecniche e poco pertinenti col nostro discorso. Comunque almeno su una cosa siamo d’accordo: per Keynes il RISPARMIO era il male. Ora, come ho scritto in un precedente articolo, l’odio di Keynes verso il risparmio (che porta all’edonismo consumista) è un chiarissimo sintomo del suo spirito anticristiano:

http://www.tempi.it/errori-nuova-destra-ideologia-gender#.VaQUd_ntmkp

Obiezione numero 6) quando dipendevano dagli Stati, le banche centrali cancellavano il debito pubblico ripagando i creditori con denaro creato dal nulla, senza generare inflazione. Infatti l’inflazione ha altre cause: aumento del prezzo delle materia prime e da perturbazioni di politica internazionale.

RISPOSTA all’obiezione 6) Lei cerca di intimidire i lettori sfoggiando tanti tecnicismi da manuale di economia keynesiano. In realtà, lei non sta descrivendo la realtà: sta descrivendo l’interpretazione (bacata) della realtà che ne danno i maestrini keynesiani (che poi sono tutti post-marxisti) e personaggi naif e involontariamente comici come Paolo Bernard. Ammazzandomi dalle risate, faccio il riassunto del vostro punto di vista: per eliminare il debito lo Stato deve soltanto costringere le banche centrali a stampare denaro dal nulla per pagare i creditori privati perché tanto l’inflazione non è determinata dal denaro creato dal nulla ma dallo choc petrolifero del 1973, dalla guerra arabo-israeliana e qualunque altra cosa vi venga in mente, basta aprire i giornali e citare a caso fatti di cronaca internazionale. Ma che bella favola! Che stupidi noi a non averlo capito prima, che basta stampare denaro per avere ricchezza! Bene, siccome ho un sacco di problemi economici, io domani mattina vado in cantina e stampo denaro per coprire tutte le spese. Ah no? Dite che sto facendo la falsaria? Ma pensa, sono una falsaria. Ah, ho capito: lo stato può fare il falsario ed io no. M scusate, se mi dite che aumentare la quantità di denaro in circolazione non crea inflazione, che male faccio se metto in circolazione i soldi che stampo in cantina?  Se dite che mettere in circolazione denaro creato dal nulla non significa rubare, perché mi trattate come una ladra se i stampo i miei soldi? E poi, scusate, tutti a scervellarsi per risolvere il problema della fame nel mondo quando invece è facilissimo: basta gettare sulla testa degli africani montagne di denaro creato dal nulla. Scherzi a parte, meglio rileggersi “Lo stato falsario” di Murray Rothbard. P. S. buona quella del “quarantennio neoliberista”. Infatti di liberismo in Occidente neanche l’ombra: come ho spiegato sopra, anche la finanziarizzazione dell’economia e il gonfiarsi-sgonfiarsi di bolle non sono “liberismo selvaggio” ma “keynesismo selvaggio”.

Obiezione numero 7): tutte le statistiche ed i dati dimostrano che il debito pubblico, prima sotto controllo, è esploso a seguito dell’autonomia delle banche centrali ossia quando i governi sono stati costretti a ricorrere solo ai mercati che praticano interessi alti.

RISPOSTA all’obiezione 7) Ma come, se bastava stampare denaro dal nulla per comprarsi il paradiso in terra, perché gli Stati hanno smesso di farlo? Solo per favorire qualche finanziere amico, magari nell’ambito del mega-complottone mondiale dei banchieri e dei finanziari che controllano la Casa Bianca e Wall street? La verità evidentemente è un’altra: gli Stati hanno riversato il debito nei mercati finanziari perché non potevano fare altrimenti, perché il vecchio trucco della “stampante magica” non funzionava più: le tempeste ricorrenti di inflazione stagflazione avevano stancato tutti. E i mercati praticano tassi di interesse alti per una ragione semplicissima: che gli investitori non vogliono farsi fregare dallo Stato.

E veniamo a quel mostro chiamato spread. Lo stato ha un problema: deve convincere gli investitori a investire in titoli del debito pubblico. Ma gli investitori non sono fessi: sanno bene che, se il debito cresce più dell’economia, lo stato non sarà mai in grado di pagare i creditori. Sanno bene che comprare i titoli del debito pubblico è come comprare carta straccia. Per convincerli, lo stato è costretto a promettere loro un alto rendimento: “comprate i titoli, domani vi frutteranno molto più di quanto li avete pagati oggi”. Ma a furia di promesse, i tassi d’interesse (lo spread) aumentano, la spesa d’interessi aumenta e quindi aumenta anche in maniera esponenziale il divario fra tasso di crescita economica e tasso d’interesse sul debito. Non c’è mai fine al peggio.

Ecco il peggio. Normalmente, voi siete disposti a prestare del denaro a qualcuno solo se siete certi che qual qualcuno è in grado di farli fruttare o almeno di non distruggerli: “Io ti do dieci solo se tu mi garantisci che me ne restituirai undici o, male che vada, di nuovo dieci”. Ebbene, i governi non sanno fare fruttare il denaro, perché tutte le industrie e le aziende di stato sono poco efficienti nella miglior delle ipotesi. Quindi, quando un creditore presta denaro allo stato, è sicuro che quel denaro non sarà utilizzato bene.  Per non farlo scappare a gambe levate, il governo deve promettere al creditore tassi interessanti. Ma adesso il governo prende in prestito denaro non più per finanziare industrie e aziende poco efficienti, ma solo ed esclusivamente per coprire un deficit di bilancio. In parole povere, sta distruggendo capitale senza investirlo. E poiché il capitale viene distrutto, per pagare gli interessi ai creditori lo stato deve contrarre ulteriori debiti. E’ peggio della bomba atomica. Infatti, a forza di pagare i debiti con altri debiti lo stato distrugge i risparmi di una nazione e impoverisce tutti. Mentendo e sapendo di mentire, lo stato dice ai risparmiatori: non preoccupatevi per i vostri risparmi, domani, quando ci sarà la ripresa economica, ve li restituirò. Bugiardo. Infatti, distruggere i risparmi significa impedire nuovi investimenti e di conseguenza impedire la ripresa.

I keynesiani chiedono alla Bce di emettere eurobond: titoli indifferenziati validi per tutti I paesi dell’eurozona. Gli eurobond sono uno strumento mediante il quale le cicale derubano le formiche. Fuor di metafora, sono solo una maniera molto raffinata di derubare I tedeschi senza sentirsi ladri.

«Proviamo a sforzarci di avere un po’ di empatia e chiediamoci se l’Italia nei panni della Germania accetterebbe gli eurobond. Spesso per capire i grandi problemi bisogna rapportarli a proporzioni individuali. Supponiamo che Tizio e Caio richiedano un finanziamento alla banca. Tizio è in grado di dare ampie garanzie di solvibilità, Caio, invece, presenta un profilo meno affidabile. Poniamo che la banca sia disponibile ad erogare credito a entrambi, a Tizio a un tasso del 3% e a Caio del 6%, che riflette il maggiore rischio. La banca ad un certo punto dice a entrambi: signori c’è una nuova legge che dice che il merito del credito non conta più e ci impone di applicarvi un tasso uniforme, pertanto possiamo erogarvi i finanziamenti allo stesso tasso del 4.5 calcolato come media dei tassi che riflettevano il vostro grado di affidabilità. Ci dispiace, ma tu caro Tizio devi accollarti 1,5 % in più, per garantire Caio. Accetterebbero i politici italiani condizioni simili? Pensiamo di no. Perché rappresenterebbe un sopruso ai danni dei propri contribuenti. Oppure, accettereste di essere obbligati ad avere una carta di credito in comune con degli spendaccioni? Certo che no perché si tratterebbe di un altro sopruso». (Gerardo Coco)

Quanto alla “povera” Grecia, ha semplicemente mangiato sbafo montagne di miliardi degli altri cittadini europei. Non si contano più gli aiuti e i piani di salvataggio.  E con tutti quei (nostri) soldi i greci non ci hanno costruito infrastrutture e imprese: ci hanno pagato stipendi di lavoratori pubblici che avrebbero dovuto essere licenziati da tempo e pensioni baby. I titolo greci hanno un tasso di interesse altissimo perché sono rischiosissimi: chi li compra non sa se rivedrà i suoi soldi. Lei li comprerebbe? In Grecia bisognerebbe mandarci Caprotti dell’Esselunga, non a caso odiatissimo dai compagnucci:

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/caprotti-sulla-grecia-crisi-perch-lavorano-poco-1149467.html

Le dò una informazione di logica elementare e legge naturale: per produrre ricchezza bisogna lavorare. Ed in effetti la filosofia di Keynes è proprio questa: la favola che per produrre ricchezza non sia necessario lavorare e faticare, ma basti stampare denaro dal nulla. Chi non riesce a vedere l’influsso del Maligno in questo sovvertimento della legge naturale che sta al cuore della filosofia di Keynes?

Obiezione numero 8) Oggi lo Stato tartassa la gente solo per ripagare i creditori esosi, i quali praticano bassi tassi solo agli Stati “bravi” che tagliano la spesa sociale e ritirano la loro presenza dal mercato (leggasi privatizzazioni) ed abbattono il Welfare.

RISPOSTA alla obiezione 8): Fra i “creditori esosi” ci sono tanti privati cittadino, fra cui piccoli risparmiatori. Gente che, se non vede tornare indietro i suoi soldi, va in rovina. Tagliare spesa “sociale” (ossia spesa socialista sovietica che mantiene parassiti nullafacenti tipo falsi invalidi e baby pensionati) e privatizzare le inefficientissime e corrottissime aziende pubbliche (che o creano ricchezza ma la bruciano soltanto, maltrattando i cittadini, come la Atac e le altre aziende di trasporto) fa bene a tutti, specialmente ai più poveri.

Obiezione numero 9) se è vero che le banche e le borse sono nate nel Medioevo, tuttavia la chiesa le avversava nel nome del fatto che non si può servire allo stesso tempo Dio e Mammona…

RISPOSTA alla obiezione 10) Il discorso è troppo lungo, basti sapere adesso che la condanna ecclesiastica del prestito ad interesse venne meno rapidamente (perché i teologi capirono in fretta che c’è differenza fra tassi onesti e tassi usurai). E basti sapere che il Vangelo è pieno di riferimenti alla piccola impresa, che la parabola dei talenti di fatto descrive il capitalismo… No c’è troppo da dire: leggetevi Stark e Woods e leggetevi un manuale di storia medievale. Guardate almeno le città italiane: scrigni di giganteschi tesori d’arte finanziati con i soldi dei mercati e dei banchieri medievali. Vi siete chiesti una volta da dove venivano i soldi che servirono a finanziare Santa Maria del Fiore o la torre di Giotto e tutto il resto? E il vero capitalista è anche molto caritatevole: nei registri contabili delle aziende dei comuni si trovava spesso il nome di un socio molto speciale: “Messer Domineddio”. I proventi di questo messere andavano alle opere di carità, molto numerose nei comuni.

Lei dice: “La finanza è per sua natura autoreferenziale e cerca il profitto immediato (perché mai finanziare la costruzione di un pozoz d’acqua in Africa per rivedere il proprio investimento fruttare in interessi tra dieci anni se è possibile speculare in borsa, certo con forti rischi ma chi conosce il mestiere sa come ridurli, ed ottenere in due settimane il raddoppiamento del proprio denaro?!) è necessario che l’Autorità Politica intervenga per costringerla ad operare secondo norme e schemi di utilità sociale, pur riconoscendo ad essa un equo ma limitato compenso.”

Ora, il capitalismo e la finanza non sono fini ma MEZZI MATERIALI che, come tutti i mezzi, possono essere usati o bene o male. Quindi è ovvio che anche finanzieri e capitalisti devono seguire una morale. Il capitalismo è come una automobile: la puoi usare per spostarti efficacemente da un posto all’altro oppure per uccidere i passanti e provocare incidenti stradali per soddisfare il tuo gusto sadico (vedi pirati della strada). In passato (diciamo durante la prima industrializzazione) i capitalisti, avendo perso la fede a causa dell’illuminismo, usavano male il mezzo-capitalismo: affamavano gli operai eccetera. Per risolvere il problema dello sfruttamento del proletariato Marx propose di abolire il capitalismo. Ma abolire il capitalismo per abolire lo sfruttamento del proletariato è come sopprimere l’industria automobilistica per eliminare gli incidenti stradali. Per eliminare gli incidenti stradali non bisogna sopprimere le macchine ma costringere gli automobilisti a seguire le regole stradali; analogamente per avere una economia di mercato sana bisogna costringere i capitalisti a seguire precise regole del gioco, che si basano su precise regole morali. Ebbene all’inizio (nel Medioevo) il capitalismo si basava sulle regole derivate dalla morale cristiana. Ciò detto, lo stato deve limitarsi a fare rispettare le regole del gioco (come si impegna a fare rispettare le leggi ai cittadini) ma non può dirigere l’economia di mercato senza danneggiarla irrimediabilmente.

Obiezione numero 10) Mussolini per superare la crisi degli anni ’30, innescata dalla finanza, pubblicizzò, con la riforma bancaria del 1936, il sistema bancario italiano, ossia rese pubblica la banca centrale e sottopose le banche a rigidi e severi controlli. Il sistema così ideato fu uno dei volani dello sviluppo, guidato dalla spesa pubblica, dell’Italia del secondo dopoguerra. Poi arrivano Reagan e la Thatcher ed il mondo scivolò verso il baratro attuale. Comunque, visto che la Jacob, esalta l’America forse sarebbe il caso di ricordarle che Obama ha fatto uscire gli Stati Uniti dalla crisi, anche se non è riuscito a ridurre i divari sociali ma almeno ha aumentato l’occupazione, esattamente a forza di spesa pubblica per stimolare il mercato in recessione. Insomma cara Jacob che le piaccia o no Keynes ha funzionato ancora un volta. Anche in Giappone si è fatta la stessa cosa.

RISPOSTA alla obiezione 10) Tralascio l’esaltazione della politica monetaria del fascismo perché si commenta da sola.

Oggi il Giappone ha un debito pubblico altissimo (200%), la banca centrale giapponese stampa denaro a manetta e in Giappone non c’è inflazione, anzi giapponesi sono molto benestanti. Certo, ma non è l’enorme debito pubblico ma la laboriosità dei suoi abitanti che rende prospero il Giappone. E la banca centrale giapponese può permettersi il lusso di abbassare i tassi sul debito pubblico solo perché il Pil del Giappone, nonostante tutto, ancora non cala. Non cresce più ma si mantiene alto per merito dei giapponesi stessi, che lavorano tantissimo e risparmiano tantissimo. L’altissima propensione al risparmio dei giapponesi spiega perché nel paese non c’è inflazione anzi addirittura un po’ di deflazione nonostante venga stampato denaro dal nulla: i giapponesi infatti preferiscono parcheggiare il denaro in banca, dove non fa danni, piuttosto che spenderlo tutto subito. Se fosse la spesa pubblica a creare prosperità, la Grecia dovrebbe essere avanzata almeno quanto il Giappone. Qualcuno ha il coraggio di dire che la lunga stagnazione giapponese non avrebbe nessuna relazione con l’altissimo debito pubblico? Anche se lì i tassi sui titoli sono bassi, il debito pesa lo stesso come un macigno.

Dunque, l’economia giapponese (ma anche quella americana e quella tedesca, entrambe gravate da un enorme debito) prosperano non grazie ma nonostante l’enorme spesa pubblica e l’enorme deficit. Se non avessero spesa e deficit, sarebbero ancora più prospere. Immaginiamo un carro pesante attaccato dietro un cavallo. Può darsi che un purosangue col carro riesca a correre più velocemente di un cavallo vecchio e malato senza il carro: ma non è il carro a fare correre più veloce il purosangue, al contrario. Se il carro non ci fosse, correrebbe ancora più veloce. Ebbene, la spesa pubblica è per gli Usa e il Giappone quello che il carro dell’esempio è per il purosangue.

Navigazione ad articolo singolo

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...