Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

Archivio per la categoria “amore”

Dal divorzio all’aborto fino alla #Cirinnà

giovedì 11 febbraio 2016

 

Il testo sulle cosiddette “unioni civili” (Ddl Cirinnà), di cui il 26 gennaio è cominciato l’iter al Senato, appare come figlio legittimo della legge sul divorzio (introdotta in Italia nel 1970) e della legge sull’aborto (introdotta in Italia nel 1978). Da quando il matrimonio ha cessato di essere indissolubile, la maggior parte delle persone ha cominciato a pensare che l’uomo e la donna abbiano ragione di stare insieme solo fin quando “si amano” nel senso più sentimentale del termine (come vedremo meglio in seguito). Perché, dunque, due persone dello stesso sesso che “si amano” non potrebbero contrarre il matrimonio o qualcosa che gli somiglia (l’unione civile)? E infatti il Ddl Cirinnà equipara le unioni omosessuali alle unioni eterosessuali. Da quando è lecito abortire, la maggior parte delle persone guarda ai bambini in formazione (embrioni e feti) non più come a persone sacre e inviolabili ma come a cose che possono essere tolte di mezzo. Ma se è lecito toglierli di mezzo, perché non dovrebbe essere lecito anche “produrli” con ogni mezzo, anche il più innaturale, come la fecondazione assistita e l’utero in affitto? E infatti, il Ddl Cirinnà potrebbe spianare la strada prima alla legalizzazione della cosiddetta adozione gay e poi anche alla legalizzazione dell’utero in affitto.

 

Continua:

http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&id_n=38364

Caro Langone, la colpa del crollo demografico è più di voi uomini che di noi donne

Febbraio 4, 2016 Giovanna Jacob

I dati indicano che le donne desiderano sposarsi e fare figli anche da giovani. Università o meno. Sono i maschi che rimandano, preferendo la “singletudine”

http://www.tempi.it/langone-colpa-crollo-demografico-uomini-donne#.Vryjc1jhDIV

Il femminismo cattolico è l’unico vero antidoto al maschilismo

ottobre 2, 2015 Giovanna Jacob

C’è un femminismo ateo e materialista e un femminismo cattolico. Se il primo ha fatto male a tutti, il secondo ha fatto bene sia alle donne sia agli uomini.

http://www.tempi.it/femminismo-cattolico-e-lunico-vero-antidoto-al-maschilismo#.VhJ_NisztiA

Morte dov’è la tua vittoria? Perché i cristiani, anche se si sentono sconfitti, non lo sono

Mio articolo apparso stamattina su Tempi:

http://www.tempi.it/morte-dove-tua-vittoria-cristiani-sconfitti#.VWw7HM_tmko

Madonna e l’eterna giovinezza

Finalmente è apparso il nuovo sito di Pepe. Ne approfitto per linkare il mio artcolo su Madonna la cantante e la morte. Ci credereste che la chirirgia estetica, di cui la nostra amata cantante abusa sistematicamente, è una prova indiretta dell’immortalità dell’anima?

Se la morte è la cosa più naturale, da dove viene il desiderio di non morire? Come l’orrore della morte dice l’anima immortale, così l’orrore della vecchiaia parla della resurrezione.

http://www.pepeonline.it/index.php/component/k2/item/134-madonna-e-l-eterna-giovinezza

EROS: o anticipo dell’infinito o idolo che uccide

Il mese scorso è uscito il nuovo numero di Pepe, che pubblico qui in pdf:

Pepe_26_Eros

Il mio articolo, che pubblico di seguito, si intitola “L’unica soluzione è il centuplo”. E’ la continuazione ideale di questo articolo

Nel film Harry a pezzi, Woody Allen in veste di Harry dice più o meno al figlio di sei anni: «La donna è Dio. Non ho detto che Dio è una femmina. Mettiamola in questo modo: le donne esistono. Non sappiamo se ci sia Dio ma le donne ci sono, e non in un paradiso immaginario, ma qui sulla terra. E alcune di loro vanno a servirsi da “Intimo notte”». In un altro film (Anything else) dice: «Camus ha detto che le donne sono quanto di più vicino esista al paradiso in terra». La seconda citazione chiarisce la prima: Allen non divinizza la donna bensì l’amore sessuale. Agli occhi dell’uomo la donna è “divina” solo in quanto e nella misura in cui provoca questo beatificante sentimento. Se al posto di donna mettiamo uomo, il senso della prima citazione non muta. Se infatti la donna è “paradiso in terra” per l’uomo, simmetricamente l’uomo lo è per la donna. Bisogna aggiungere che la donna lo è anche per la lesbica e l’uomo per lo è anche per il gay.

Woody Allen: ‹‹Le donne esistono, Dio non si sa…››

Insomma, Allen è riuscito a riassumere in poche, geniali parole una idea che oggi è largamente anzi universalmente condivisa: il fine principale se non unico della vita umana è l’amore sessuale. Attenzione: amore sessuale sta per sesso con amore e non per sesso senza amore. Per quanto riguarda la cosiddetta rivoluzione sessuale, che appunto ha “sdoganato” quello che si dice sesso senza amore, Augusto Del Noce ha detto tutto quello che c’è da dire nel fondamentale scritto dal titolo L’erotismo alla conquista della società (disponibile in rete all’indirizzo: http://www.culturacattolica.it/detail.asp?c=1&p=0&id=3796 ). In sintesi, Del Noce individua un nesso di causa effetto fra lo scientismo positivista e la rivoluzione sessuale: da quando la scienza ottocentesca ha negato l’anima e ridotto l’uomo a corpo, l’unico fine della vita dell’uomo è il piacere fisico, che verrà ricercato soprattutto attraverso la droga e il sesso. Individuando la causa della nevrosi nella morale sessuale tradizionale, la psicanalisi freudiana, dottrina eminentemente scientista, invita a distruggerla. Non posso che sottoscrivere la lucida analisi di del Noce. Tuttavia, a mio parere, a monte della rivoluzione sessuale non ci sono solo la psicanalisi freudiana e più in generale lo scientismo, ma anche il culto dell’amore romantico. A dispetto delle apparenze, oggi questo culto è ancora ben vivo. Più ancora del sesso in sé, inteso come mera attività corporea, la cultura di massa celebra infatti il sesso con amore. Se esaminate bene solo la produzione cinematografica e musicale di massa dal dopoguerra ad oggi vi accorgerete che il tema dell’amore sessuale è assolutamente preponderante. Ma era inevitabile che il culto dell’amore sessuale spianasse la strada al culto del sesso e basta. Provo a spiegarlo.

Quel misterioso fenomeno denominato innamoramento coinvolge in maniera totalizzante sia il corpo che l’anima. Se il corpo vive di bisogni ed istinti, l’anima vive di desideri. Noi desideriamo tante cose diverse, alcune di meno e altre di più. Più intensamente desideriamo una cosa, più grande la soddisfazione che ci aspettiamo da essa. Ma ditemi, quale oggetto del desiderio, una volta ottenuto, è riuscito a soddisfarvi in maniera totale e definitiva? In altri termini, quale oggetto vi ha reso definitivamente felici? Nessuno, vero? Se ponete attenzione a questa vostra fatale incontentabilità, potrete prendere coscienza del fatto che tutti i vostri desideri, uniti insieme, formano un unico desiderio infinito. Prenderete coscienza che noi non desideriamo questa o quella cosa, ma l’infinito stesso. Il problema è che nulla in questa terra è infinito, anzi nulla nell’universo e neppure l’universo stesso è infinito. L’infinito è da un’altra parte.

Ho detto che noi desideriamo alcune cose più e altre meno. Ebbene, sembra che in cima alla classifica delle cose che desideriamo di più ci sia la persona di cui, una volta o l’altra, ci innamoriamo. Quel fenomeno misterioso denominato innamoramento ci fa sperimentare l’ampiezza del nostro desiderio. Infatti, quando siamo in preda a quell’inesplicabile sentimento, ci sembra che l’oggetto del nostro amore possa davvero soddisfarci infinitamente. Quando finalmente lo otteniamo, ci accorgiamo che l’agognata felicità si è spostata più avanti, come un cielo che tanto più si allontana quanto più è avvicinato. Ma di questa fatale delusione parlerò poi, adesso esaminiamo l’illusione che la precede. Più importante del fatto che la persona amata non possa soddisfare il desiderio di felicità, è il fatto che all’inizio, quando siamo innamorati, noi siamo fermamente convinti che invece lui\lei in qualche misura possa davvero renderci definitivamente felici. Cosa più importante ancora, nell’esperienza dell’innamoramento il desiderio infinito dell’anima passa attraverso e quasi si fonde col desiderio sessuale, che in sé stesso è cosa buona. Cattivo non è il piacere sessuale in sé stesso, ma l’abuso del piacere sessuale. Analogamente, cattivo non è il consumo di alcol, ma l’ubriachezza. L’abuso di piacere sessuale si chiama lussuria, che è l’alcolismo del sesso. Se vissuta fino in fondo, l’esperienza dell’innamoramento allontana dall’abisso della lussuria e avvicina al cielo, che è sempre più lontano quanto più è avvicinato. Ma se è vissuta in maniera superficiale, ti fa precipitare in quell’abisso.

Dante-Beatrice oppure Paolo-Francesca?

Nel concreto, che cosa significa vivere bene l’amore? Di fronte alla persona amata si prova allo stesso tempo desiderio e stupore. L’innamorato da una parte desidera ardentemente, anche fisicamente, la persona amata e dall’altra prova ammirazione e stupore per tutto quello che essa è. Come un giardino per crescere bene deve essere potato e ripulito dalle erbacce, e come una massa d’acqua per non inondare i campi deve essere incanalata fra robusti argini, così il desiderio sessuale (che nell’innamoramento, come ho detto, si salda col desiderio infinito dell’anima), per svilupparsi armoniosamente, deve essere educato, frenato, mortificato. Ebbene, si potrebbe dire che lo stupore sia un freno naturale del desiderio. Se prevale sullo stupore, il desiderio sessuale si pervertirà in una volontà di possesso che è un piano inclinato verso la lussuria. Se invece lo stupore riesce a prevalere costantemente sul desiderio, il desiderio stesso sarà fortificato e approfondito (Roger Scruton ha notato che se c’è una cosa che ci insegnano i romanzi di Jane Austen, è che l’attesa e la pazienza giovano alla passione). Come un pungolo, lo stupore spinge l’anima amante a migliorare sé stessa, a conformarsi ad una grandezza umana ideale. Chi ama vuole essere degno del suo oggetto d’amore e quindi cerca di superare sé stesso. Dante ha amato talmente tanto Beatrice che, per diventare degno dei lei, ha attraversato l’inferno e il purgatorio. In conclusione, l’esperienza amorosa è vissuta male se alimenta esclusivamente la brama di possedere e godere la persona amata, mentre è vissuta bene se alimenta il desiderio di diventare degni della persona amata e soprattutto degni di Dio.

Dante e Beatrice stanno contro Paolo e Francesca: l’amore per Beatrice trascina Dante fino al cielo, mentre l’amore fra i due cognati li trascina entrambi all’inferno. Infatti, Dante fa prevalere lo stupore sul desiderio, mentre i due cognati fanno prevalere il desiderio sullo stupore, senza seguire la strada verso l’ideale – tutta in salita – indicata dall’esperienza amorosa stessa. Al di là delle apparenze, andare a fondo all’esperienza amorosa non significa rinunciare alla soddisfazione del desiderio sessuale (non tutti infatti sono chiamati ad essere “eunuchi per il regno dei cieli”) ma, casomai, rinunciare alla lussuria e tendere all’ideale. Poi va da sé che nessuno ce la fa da solo a non cadere mai nel peccato, ma l’importante è avere almeno il proposito, il desiderio di non cadervi.

Il sentimento che Dante prova per Beatrice non è sostanzialmente diverso da quello che i due celebri cognati provano l’una per l’altra: di innamoramento si tratta, e chi riesce a descrivere questo sentimento è un genio. E al di là delle apparenze, anche l’amore di Dante per Beatrice ha sfumature sessuali, sebbene sublimate. E pure Dante ha conosciuto la seduzione del peccato: quando rivede Beatrice nel paradiso terrestre, arrossisce per la vergogna e Beatrice gli fa una bella ramanzina. Quindi l’importante non è non cadere mai nel peccato, ma rialzarsi sempre dopo ogni caduta e rimettersi in cammino verso l’ideale.

Qui sta il punto: anche l’amore può essere un idolo

L’importante non è non peccare mai, ma non fare sacrifici agli idoli. Parafrasando un celebre modo di dire, si potrebbe dire che peccare è umano mentre idolatrare è diabolico. Paolo e Francesca (s’intende quelli letterari, non quelli reali, di cui non sappiamo nulla) stanno all’inferno perché si sono inchinati ad un idolo, che ha ordinato loro di commettere peccato. Un idolo di nome amore: “Amor che al cor gentil ratto s’apprende” e “Amor che a nullo amato amar perdona”. E siamo al punto.

Da quanto ho detto finora, si capisce che l’amore sessuale ha carattere di segno. Ogni segno allude ad un significato più grande del segno stesso. Per fare un esempio banale, il segno grafico che somiglia ad un otto steso in orizzontale allude al concetto di infinito matematico. Ma questo segno grafico, come ogni segno grafico, in sé stesso è vuoto: indica un significato senza contenerlo. Invece, l’amore è un segno che ha in sé stesso anche un anticipo del significato cui allude. Amare non significa soltanto aspettare l’infinito ma, in un certo senso, goderne un piccolo anticipo. Una vasta tradizione letteraria conferma che, quando è corrisposto e coronato dal possesso, quella mescolanza inesplicabile di emozioni spirituali e desiderio sessuale chiamato amore dona la più grande gioia che sia possibile sperimentare in questa valle di lacrime. Ed eccoci al punto dolente. Sebbene grande, enorme, questa gioia non è infinita e quindi è incapace di soddisfare completamente il desiderio infinito. E’ un mero anticipo, possiamo dire una caparra molto piccola di una inimmaginabile, soprannaturale gioia. Per quanto riguarda i soldi, nessuno si accontenta di una caparra: aspetta di avere la cifra intera pattuita. Per quanto riguarda la felicità, che è molto più importante del conto in banca, perché accontentarsi di una piccola caparra? Se è intelligente (di quella intelligenza che solo la fede può donare) l’anima amante gusta quella piccola caparra di gioia senza tuttavia accontentarsi, spingendo il desiderio oltre l’oggetto d’amore, verso Dio. Dante non si “ferma” a Beatrice: sale oltre, fino ad intravedere “Amor, che move il sole e l’altre stelle”.

La malattia che ci divora: la “monogamia seriale”

Ma l’anima amante può anche ingannarsi, credersi completamente appagata da siffatta caparra e dimenticarsi di risalire dal segno al significato. In altri termini, per quanto possa sembrare paradossale, ci si può inchinare al segno come ad un idolo. E al cristiano Dante succede l’umanista Petrarca, che idolatra il suo stesso amore per Laura. Da questo punto di vista, poco importa che né Dante né Petrarca, da quanto dicono loro stessi, abbiano potuto possedere fisicamente le loro rispettive amate: quello che importa è che in un caso l’amore è segno, nell’altro un idolo intrinsecamente orientato alla lussuria. Se ti fai idolo di una cosa, qualunque cosa, non fai un passo verso l’ideale: miri soltanto a possedere quella cosa. Poi ti accorgi che, quando ce l’hai fra le mani, diventa cenere.

L’idolo di nome amore è molto popolare da un paio di secoli. Lo trovi nella maggior parte dei romanzi, dei film, delle canzoni. Te lo riducono ad un sentimentalismo zuccheroso dalle proprietà afrodisiache e te lo vendono come il paradiso in terra: «Dio non c’è ma le donne ci sono per gli uomini e gli uomini ci sono per le donne». Il problema è che non dura a lungo. Che sia segno o idolo, in ogni caso l’innamoramento è una esperienza effimera. Solo che, se lo vivi come segno, puoi continuare ad amare: all’ardore effimero dell’eros succede l’eroismo dell’agape. Se invece lo vivi come idolo, non puoi amare. Quando la persona amata non suscita più quella mescolanza inesplicabile di emozioni spirituali e desiderio sessuale, non trovi più nessuna ragione per stare con lei. La donna è il paradiso in terra, ma un paradiso a termine: bisogna cambiarla spesso. Oggi nel nome dell’amore si commette il peggiore dei crimini contro l’Amore, quello vero: il divorzio. Quante famiglie ha sfasciato, quanti bambini ha fatto soffrire quell’idolo? D’altra parte, la cultura del divorzio (le cui tragiche conseguenza sociali sono sistematicamente taciute dai media) ha partorito il mostro della “monogamia seriale”. Oggi più di uno psichiatra alla moda afferma impunemente che la coppia sarebbe ormai un concetto del passato, che per vivere bene sarebbe necessario abituarsi a cambiare spesso partner. D’altra parte, i giornali di gossip, ormai i più letti in assoluto, alimentano instancabilmente la nuova mitologia della “monogamia seriale” salutando ogni giorno i divorzi, gli adulteri e i flirt dei vip come lieti eventi.

Ma la medicina non sono i valori morali

Come abbiamo visto, secondo la cultura contemporanea l’amore sessuale è l’unica cosa per cui valga la pena vivere. Ma poiché ogni amore dura poco, allora per rendere la vita sopportabile bisogna passare da un amore all’altro. L’unico problema è che l’innamoramento, che sia segno o idolo, non basta volerlo per ottenerlo. Non potendone proprio fare a meno, perché senza di esso la vita non varrebbe la pena di essere vissuta, ci si abitua a scambiare per amore ogni più lieve infatuazione. E se neppure l’infatuazione arriva, rimane il caro vecchio sesso e basta. Insomma, dietro l’idolo dell’amore romantico si cela la pornografia.

La diagnosi è chiara: oggi la religione è sostituita dall’idolatria dell’amore sessuale, che porta delle terribili conseguenze sociali. Va bene, direte voi, questa è la diagnosi. Ma la cura? Per guarire l’uomo contemporaneo da questa terribile idolatria potrebbe forse bastare una rigorosa educazione morale? Certamente no. Alla gente, giustamente, non interessa sapere che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, ma che cosa rende felici e che cosa no. Allora è forse sufficiente smascherare gli idoli in pubblico, fare capire alla gente che gli idoli non danno la felicità bensì soltanto effimere illusioni di felicità? Neppure. In fondo, le persone si prostrerebbero agli idoli anche se fossero certe che gli idoli mentono. Lo stesso Woody Allen ne è certo. Infatti ripete spesso che l’amore sessuale, così come lo vive lui, è solo una bellissima illusione alla quale tuttavia lui non rinuncerebbe per nessuna ragione al mondo. Provo a fare un riassunto dei suoi discorsi: «D’accordo, l’amore può donarmi solo fragili illusioni di felicità. Ma se mi togli queste illusioni, che cosa mi rimane? Lasciami illudere, e pazienza se dura poco. Appena una illusione amorosa finisce, ne faccio iniziare subito un’altra». D’altra parte, anche Giacomo Leopardi per qualche tempo si illuse – e qui il gioco di parole è appropriato – che le “illusioni”, non solo quelle amorose, potessero bastare a dare senso alla vita. Insomma, tagliamo corto: se l’alternativa è fra le illusioni e il nulla, meglio le illusioni. L’ateo, per non disperare, è costretto a idolatrare qualunque cosa possa essere idolatrata, dall’amore-sesso alla carriera e chi più ne ha più ne metta.

Ma allora, l’unico rimedio all’idolatria è la fede? Certamente sì, ma solo se la fede è integra. Una fede che rimane al livello di convinzione intellettuale è largamente insufficiente. La convinzione che Dio esiste e che solo Lui possa soddisfare il desiderio infinito non basta a dare senso alla dura quotidianità e quindi a guarire l’anima dall’idolatria. Un credente, paradossalmente, potrebbe dire: «Se il mio desiderio infinito potrà essere soddisfatto solo post mortem, non è meglio morire subito? Se non posso morire subito, lasciatemi i miei idoli almeno fin quando non muoio: le illusioni donate dagli idoli mi rendono la vita sopportabile». Ma allora, non c’è rimedio all’idolatria? In realtà, un rimedio c’è, uno solo: si chiama centuplo. «Chi mi segue avrà il centuplo quaggiù e in futuro la vita eterna». Se lo segui, Lui può aiutarti a capire tutti gli aspetti dell’amore e a vivere l’amore sessuale come segno. E viverlo come segno significa goderlo cento volte tanto. E goderlo cento volte tanto significa capire che in fondo al volto della persona amata c’è proprio Lui.

 

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Il significato dell’amore spiegato da Dante e da Benedetto XVI

 Roberto Benigni commenta la Divina Commedia: il si della Madonna

“Dio ha aspettato, fremendo come un innamorato, che la Madonna gli dicesse sì… e noi tutti adesso siamo qui per il sì di una donna”. Queste cose non le dice più nessuno, nemmeno i preti. Siamo dunque grati a Roberto Benigni di averle dette ad alta voce, davanti a milioni di persone, alcuni anni fa su Rai uno. Dopo avere parlato della Madonna, della dignità infinita di ogni essere umano, della sua unicità e della sua libertà di dire di no a Dio, Benigni ha tenuto una piccola lezione di “educazione sentimentale” diretta specialmente ai giovani. Questi ultimi, secondo Benigni, “devono imparare a vivere le loro emozioni, non devono fuggirle, anestetizzarle con la droga”. Ma nella sua piccola “lezione” c’era qualcosa che non andava o, meglio, qualcosa che mancava. In sostanza, Benigni ha contrapposto l’amore alla legge morale, presentando i personaggi danteschi di Paolo e Francesca quasi come eroi dell’amore in lotta contro la legge morale. Dopo avere ascoltato le parole di Francesca, Dante cade come “corpo morto cade” (Inf, V, v. 142). Dice Benigni: “Dante sviene perché sente che non capisce, sente che questa è la legge, e Dante dice che si deve reggere alle passioni umane, però è come se dicesse: gettatevi nel vuoto e allargate le ali mentre state precipitando. Sant’Agostino stesso ha lasciato scritto: Signore dammi castità e continenza; ma non subito”. Questo mancava nella lezione di Benigni: la comprensione della natura della legge morale. Che non è una legge senza amore che si erge contro l’amore, ma è la legge dell’amore perfetto che si erge contro l’amore parziale.

 La cultura medievale vedeva nell’eros (l’amore sessuale) una forza capace di elevare l’animo fino al divino; la cultura moderna invece divinizza l’eros, lo idolatra. Quel vasto movimento culturale che va sotto il nome di Romanticismo ha opposto al razionalismo esasperato dell’Illuminismo l’esasperazione dei sentimenti. Dal punto di vista cristiano il sentimento deve essere immaginato “come una lente: l’oggetto da questa lente viene convogliato più vicino all’energia conoscitiva dell’uomo; la ragione lo può conoscere più facilmente e più sicuramente” (Luigi Giussani, Il senso religioso). Invece l’Illuminismo e il Romanticismo, che poi sono due facce della stessa medaglia, intendono i sentimenti come bende davanti agli occhi della ragione. Accecato dalle passioni, l’uomo romantico non vuole sentire ragioni di nessun tipo, specialmente ragioni morali. La Modernità post-illuminista e post-romantica calunnia la legge morale col nome di “convenzione sociale” e la rimpiazza con un unico comandamento: “Al cuor non si comanda”. Oggi la gente non prende davvero ordini da nessuno tranne che dal “cuore”, questo “muscoletto elastico” (Woody Allen) le cui elastiche e volubili ragioni la ragione non intende. E così per ordine del “cuore” si sfasciano le famiglie, si divorzia, ci si risposa, si divorzia di nuovo per fare i ragazzini ai primi turbamenti amorosi fino a cinquanta, a sessanta, a settanta anni. Ragazzini con la faccia tumefatta dal botulino e dal bisturi. E mentre le coppie si fanno e si disfano al vento dei sentimenti, i figli se ne stanno in un angolo a soffrire. “Ma se soffrono lasciali soffrire” – dicono i sapienti di questo mondo – “tanto prima o poi capiranno che è meglio per tutti se la mamma e il papà divorziano, impareranno ad amare il nuovo fidanzato di mamma e la nuova fidanzata di papà, scopriranno che le famiglie allargate sono più divertenti delle famiglie tradizionali” Come ha scritto una volta Filippo Facci nella sua rubrica di Grazia: “L’importante non è amare la stessa persona per tutta la vita, ma amare per tutta la vita”. E così “tutti dicono I love you” come nell’omonimo film di Woody Allen, manifesto cinematografico di questo relativismo amoroso ossia nichilismo sentimentale. Nichilismo è disprezzare la persona cui fino al giorno prima si era detto “ti amo” e buttarla via, come un oggetto usato, nella pattumiera del divorzio.

 L’effetto principale di questa cultura sentimentale-nichilista di massa è il consumo esponenziale di massa della pornografia. L’idolatria dell’amore si porta dietro l’idolatria del sesso. Se al cuor non si comanda, tanto meno si può comandare qualcosa agli ormoni. Messo al centro della vita come un dio, l’amore perde tutto quello che aveva di veramente divino e diviene mera passione sessuale. Poi va via pure la passione e rimane solo il sesso. Nella vita come nell’arte, il sesso diventa un vizio che impoverisce il cuore. Nota il professore George Steiner, dell’università di Cambridge: “Non c’è sentimento dell’animo umano che autori come Dante, Shakespeare e Goethe non abbiano provato a cogliere, o almeno ad annusare. Invece gli scrittori odierni paiono ossessionati dall’erotismo. Sintomo non di libertà, ma di costrizione. Le due massime industrie dell’Occidente, in termini di circolazione di denaro, sono la pornografia e la droga. Non credo che si possa andare avanti così” (Repubblica 29\95). Nel libro dal titolo Pornified. How pornography is transforming Our Lives, Our Relationship and Our families, l’americana Pamela Paul mostra come la pornografia, divenuta ormai bene di largo consumo, tia modificando sensibilmente in peggio la relazione fra uomini e donne nella società contemporanea. Nel libro Ho dodici anni, faccio la cubista, mi chiamo principessa, Marida Lombardo parla di dodicenni, a volte undicenni, che trovano del tutto naturale regalare la loro verginità ad un moroso di parecchi anni più grande “per amore”. E lui come “prova d’amore” chiede e ottiene quasi sempre dalla ragazzina il permesso di filmare i loro momenti di intimità sessuale. Naturalmente, i filmati finiscono tutti in rete, con grave danno delle ragazzine. Insomma, oggi l’amore rimane solo come condimento emozionale e giustificazione morale del sesso. Che per naturale decorso, diventa sempre più sporcaccione. E se lo chiami sporcaccione ti danno dell’antiquato. Se invece osi nominare le parole “peccato” e “lussuria”, tutti a ridere.

 Ai tempi di Dante le parole peccato e lussuria non facevano ridere nessuno. Se i romantici presentano Paolo e Francesca quasi cme degli eroi dell’amore, invece Dante li presenta molto semplicemente come dei peccatori che stanno all’inferno. Dice Francesca: “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, \ prese costui de la bella persona \ che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende” (Inf, V, vv. 100-102). Questi versi parlano di un amore che si arresta in maniera offensiva (“e ‘l modo ancor m’offende”) su un bel corpo (“bella persona”) che, come tutti i corpi mortali, è solo una apparenza effimera, destinata ad essere tolta di mezzo (“mi fu tolta”) dalla morte, sia essa violenta (come nel caso di Francesca) o naturale. “Amor, ch’a nullo amato amar perdona mi prese del costui piacer si forte, \ che, come vedi, ancor non m’abbandona. \ Amor condusse noi ad una morte” (vv. 103-106). Questi versi parlano di una passione violenta (“forte”) per un la bellezza terrena di lui (“costui piacer”) che, assorbendo tutto il desiderio, distogliendolo dall’eterno, non può che proseguire (“ancor non m’abbandona”) in una morte eterna (“Amor condusse noi ad una morte”) che prende la forma di una tempesta infernale.

 Dice Dante a Francesca: “Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, \ a che e come concedette amore \ che conosceste i dubbiosi disiri?”. Secondo l’interpretazione corrente, i desideri in questione sarebbero “dubbiosi” in quanto non ancora ben chiari alla coscienza, oppure perché ancora incerti di essere corrisposti. Con estrema presunzione, io azzardo una diversa interpretazione. I “dolci sospiri” rappresentano l’aspetto più spirituale, non spiritualista, mentre i “dubbiosi disiri” rappresentano l’aspetto sensuale dell’innamoramento. Questi turbamenti sensuali sarebbero “dubbiosi” in senso morale, ambigui, esposti al rischio del peccato. Il peccato, tutte le sue forme, è un uso distorto delle cose finalizzato al proprio piacere immediato. Il peccato di lussuria è appunto un uso edonistico dell’altra persona, un abbandono all’immediatezza del desiderio al di fuori di un perfetto contesto d’amore, che innanzitutto è il contesto del matrimonio.

   Alla domanda di Dante, Francesca risponde così: “Noi leggiavamo un giorno per diletto \ di Lancialotto come amor lo strinse (…) Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: \ quel giorno più non vi leggemmo avante” (vv. 127 – 138). Un romanzo del ciclo arturiano spinge, come “galeotto”, i due amanti a cedere alla tentazione. Sono invece una chiara allusione alla letteratura stilnovistica i due celebri versi “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende” (che si insinua subito nel cuore nobile) e “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” (che costringe l’amato a corrispondere all’amore). Insomma, sembrerebbe che Dante stia facendo un processo alla letteratura amorosa. Alla fine del canto sviene forse perché si sente responsabile in prima persona, come cantore stilnovista, del peccato dei due amanti. Sviene perché è consapevole della minima distanza che c’è fra l’amore inteso come introduzione al Divino e l’amore divinizzato che porta al sesso divinizzato, cioè all’idolatria. Quell’ “Amor” ripetuto tre volte al principio del versi 100, 103 e 106 può diventare un idolo che oscura “L’amor che move il sole e l’altre stelle” (Par, XXXIII, v. 145).

 “Oh lasso, \ quanti dolci pensier, quanto disio \ menò costoro al doloroso passo” (vv. 112-114). Il desiderio amoroso eleva l’animo molto in alto, talmente in alto che basta una distrazione per perdere l’equilibrio e precipitare nella sensualità chiusa in se stessa. Quanto più elevato il punto da cui si precipita, tanto più “doloroso” il tonfo della caduta. L’amore eros è una scala ripida fra l’istinto animale senza amore e l’amore divino, fra l’inferno e il cielo. Facile scendere un po’ alla volta, e poi sempre più speditamente, verso il basso Faticoso è invece cercare di salire un gradino alla volta verso l’alto, verso Colui la cui bellezza infinita ci appare per qualche istante attraverso la bellezza finita dei volti amati. Qualcuno ha detto che le scale dell’inferno si possono solo scendere e mai salire. Ma adesso, nel tempo della vita, si può cadere in basso, e sempre più in basso, fin dentro l’inferno degli istinti più bestiali, e sperare ogni momento di tornare a salire: basta che chiediamo la sua grazia. “Figlia mia, non cessare di annunziare la mia misericordia, facendo questo darai refrigerio al mio cuore consumato da fiamme di compassione per i peccatori. Quanto dolorosamente mi ferisce la mancanza di fiducia nella mia bontà!” (Parole di Gesù a suor Faustina Kowalska).

  Scrive Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est: “Sì, l’eros vuole sollevarci ‘in estasi’ verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni” (p. 16). Purificare l’eros significa completarlo con l’agape. Dove l’eros è l’amore che tende al possesso dell’altro, l’agape è l’amore che si realizza come sacrificio per il bene dell’altro. “Anche se l’eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente – fascinazione per la grande promessa di felicità – nell’avvicinarsi poi all’altro si porrà sempre meno domande su di sé, cercherà sempre di più la felicità dell’altro, si preoccuperà sempre più di lui, si donerà e desidererà ‘esserci per’ l’altro. Così il momento dell’agape si inserisce in esso; altrimenti l’eros decade e perde anche la sua stessa natura. D’altra parte, l’uomo non può neanche vivere esclusivamente nell’amore oblativo, discendente. Non può sempre e soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono”. Per diventare sorgente di acqua viva, deve bere continuamente “a quella prima, originaria, sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l’amore di Dio” (Deus caritas est, pp. 20-21). Purificare l’eros, completarlo con l’agape, non significa affatto togliere all’amore ogni aspetto carnale: “L’uomo diventa veramente se stesso, quando corpo e anima si ritrovano in intima unità; la sfida dell’eros può dirsi veramente superata, quando questa unificazione è riuscita” (pp. 14 – 15). A Dio sta talmente a cuore la carne dell’uomo, che ha rivestito di carne anche suo figlio. L’amore stesso di Dio per la sua creatura è non soltanto perfetta agape ma anche totalmente eros: un amore che i profeti dell’Antico Testamento paragonano talvolta a quello di un amante geloso. “Da ciò possiamo comprendere che la ricezione del Cantico dei Cantici nel canone della Sacra Scrittura sia stata spiegata ben presto nel senso che quei canti d’amore descrivono, in fondo, il rapporto di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio” (pp. 26-27). Non c’è nulla di gratuito nella maniera in cui Bernini rappresenta l’estasi di santa Teresa d’Avila. Che cosa è infatti quell’ebbrezza amorosa che lega l’uomo alla donna, se non il riflesso infinitesimo dell’ebbrezza infinita che lega i beati del cielo a Dio? E tutte le bellezze che contiene il cielo e la terra, che cosa sono se non segni del Creatore? Scrive sant’Agostino: “Che cosa amo quando amo Te? Non la bellezza corporea né la leggiadria dell’età, non il fulgore della luce, così caro a questi occhi, non dolci melodie di canti svariati, non la fragranza dei fiori, dei profumi, degli aromi; non manne, non mieli, non membra care agli amplessi della carne: non sono queste le cose che amo quando amo il mio Dio. Eppure amo in certo senso la luce, il suono, il profumo, il cibo, l’amplesso quando amo il mio Dio, luce, profumo, cibo, amplesso del mio uomo interiore; dove rifulge all’anima mia una luce che non ha limiti di spazio, un suono che non svanisce nel tempo, un profumo che il vento non disperde, un gusto che la voracità non nausea, un amplesso che la sazietà non scioglie. Tutto questo amo quando amo il mio Dio” (Santo Agostino, Confessioni, X, 6, 8).

 L’eros ha bisogno della legge morale. Scrive Dante: “Esce di mano a Lui, che la vagheggia \ Prima che sia, a guisa di fanciulla \ Che piangendo e ridendo pargoleggia, \ L’anima semplicetta che sa nulla, \ Salvo che, mossa da lieto Fattore, \ Volentier torna a ciò che la trastulla. \ Di picciol bene in pria sente sapore; \ Quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, \ se guida o fren non torce suo amore. \ Onde convenne legge per fren porre” (Purgatorio, XVI, vv. 85 – 94). I beni creati, che non possono soddisfarla, attraggono l’anima, portandola fuori dalla traiettoria che la riporta al “lieto Fattore”. Il “freno” della legge serve appunto a farla restare dentro questa traiettoria. I beni creati sono buoni, cattivo può essere l’uso che se ne fa. E’ bene trattarli come anticipazioni del sommo Bene, è male trattarli come beni ultimi ossia idolatrarli. La caratteristica degli idoli è che non danno mai quello che promettono. Trasgredire la legge morale per godere in maniera immediata di un bene creato è, prima che un peccato, una fregatura, perché nessun bene creato può soddisfare pienamente il desiderio. La legge morale non è una “convenzione sociale” ma è la legge dell’amore stabilita da Colui che è Amore. Nessun amore umano, per quanto sublime, può giustificare la trasgressione della legge dell’Amore. L’adulterio non è mai giusto, neppure in un caso come quello di Francesca, presa in moglie con l’inganno dal fratello di Paolo. Ella non avrebbe dovuto sopprimere il desiderio che provava per Paolo ma, al contrario, andare al fondo di esso.  Perché al fondo di quello, come di ogni desiderio finito, c’è il desiderio dell’infinito. E allora avrebbe potuto accettare la sua condizione come una strada per quell’infinito intravisto. Analogamente, la monaca di Monza non aveva il diritto di venire meno ai suoi voti anche se i voti li aveva presi senza convinzione, solo per vigliaccheria, per l’incapacità di ribellarsi alla volontà del padre. Scrive Manzoni nei Promessi Sposi: la religione cristiana “insegna a continuare con sapienza ciò che è stato intrapreso per leggerezza; piega l’animo ad abbracciar con propensione ciò che è stato imposto dalla prepotenza, e dà a una scelta che fu temeraria, ma che è irrevocabile, tutta la santità, tutta la saviezza, diciamolo pure francamente, tutte le gioie della vocazione. E’ una strada così fatta che, da qualunque laberinto, da qualunque precipizio, l’uomo capiti ad essa, e vi faccia un passo, può d’allora in poi camminare con sicurezza e di buona voglia, e arrivare lietamente a un lieto fine. Con questo mezzo, Gertrude avrebbe potuto essere una monaca santa e contenta, comunque lo fosse diventa. Ma l’infelice si dibatteva invece sotto il giogo, e così ne sentiva più forte il peso e le scosse”.

Giovanna Jacob

Questo articolo è stato pubblicato sull’ultimo numero di Pepe:

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