Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

Archivio per la categoria “arte”

GLI #‎STUPRATORI‬ SANTI CHE FANNO LA JIHAD

Mio articolo pubblicato oggi sulla versione pdf della Croce, per chi è abbonato. Me la prendo col mito, caro a certi cattolici, secondo cui i radicali islamici sono più “religiosi” e più “virtuosi” degli sporchi occidentali “senza Dio” e quindi “già morti” che pensano ad andare ad ascoltare gli Eagles of Death Metal al venerdì sera invece che pregare in moschea. Me la prendo col mito per cui “in fondo sgozzano perché cercano Dio”. Bel modo di cercare Dio e di perseguire la virtù: la Siria è un gigantesco bordello a cielo aperto in cui circolano pure tonnellate di droga. Ossia, questi “cercatori di Dio” non guardano pornografia come gli sporchi occidentali perché la pornografia se la fanno dal vivo con le bambine (sic). E, quando la pornografia non basta più ad offrire emozioni proibite, grano snuff-movie sadomasochisti in cui sgozzano prigionieri. No grazie: se questa è ricerca di Dio, preferisco la “debauche” dei senza-Dio e delle anime-morte occidentali.

Infine, spiego come l’occidente cristiano ha saputo creare bellezza. Gli artisti occidentali hanno saputo trovare un riflesso del divino anche nelle cose più banali e prosaiche, perché Dio si è fatto carne.

CroceStupratoriSanti

Il Carnevale, ovvero l’elogio della follia cristiana

  • Prima del Romanticismo, è stato il Cattolicesimo a valorizzare la sfera a-razionale, la fantasia… e anche la follia.

Blade Runner è oggi

Correte al cinema a vederlo. Infatti, film così belli ne escono uno ogni cinquant’anni.

http://www.tempi.it/blade-runner-e-oggi#.VUtbpS6I80w

Riprendiamoci Halloween 3 – La festa celtica di Samhain, satanisti e neopagani

Nel secolo XIX le dicerie puritane sulla natura pagana di Halloween spinsero molti studiosi a cercare le origini di questa festa fra le tradizioni celtiche. L’antropologo James Frazer (1854 – 1941) ipotizzò che nel secolo VIII dopo Cristo in Irlanda e Gran Bretagna fosse ancora viva la tradizione del capodanno celtico, che cadeva proprio il 1° novembre, e che Papa Gregorio III (731-741) avesse deciso di spostare Ognissanti dal 13 maggio al 1° novembre proprio per cristianizzare quella festa. Secondo Frazer e altri storici, i celti avrebbero creduto che il dio delle tenebre (Samhain) permettesse ai morti, confinati in un luogo paradisiaco, di ritornare sulla Terra durante la notte del 31 ottobre per divertirsi a fare scherzi e a spaventare i vivi. I festeggiamenti della notte di Samhain avrebbero avuto precisamente lo scopo di tenere alla larga i trapassati o in alternativa ingraziarseli. Questi storici narravano di folle variopinte di grandi e piccini che, indossando maschere mostruose e grottesche, si recavano in processione fuori di centri abitati, si radunavano attorno ad enormi falò di “Fuoco Sacro” e poi, alla fine di lunghi festeggiamenti, riponevano le braci ardenti del falò dentro rape e cipolle intagliate e se le portavano a casa, convinti che avrebbero tenuto alla larga gli spiriti dispettosi.

Halloween non ha mai goduto di buona reputazione nella sua terra d’origine. Gli studi che mettevano in relazione Halloween con la festa di Samhain non hanno contribuito a migliorarla. Dopotutto, non confermavano in pieno i pregiudizi puritani? E se era davvero una festa di natura pagana, perché non arricchirla con qualche eccitante storia di streghe, zucche indemoniate e case maledette? Alla fine dell’Ottocento qualcuno ebbe l’idea di mettere le streghe sulle cartoline d’auguri di Halloween e nel giro di poco tempo la notte della vigilia di Ognissanti fu nota come “la notte delle streghe” (fra parentesi, bisognerebbe informare i protestanti che ancora oggi calunniano il cattolicesimo tacciandolo di stregoneria che l’incendio della “caccia alle streghe” nacque e si sviluppò nei paesi protestanti e si estinse nei paesi cattolici proprio grazie alla Santa Inquisizione, come avrò modo di spiegare in un altro articolo). Analogamente la zucca intagliata e illuminata fu associata impropriamente dai commercianti di gadgets alla leggenda spuria di Jack O’ Lantern, su cui non vale la pena soffermarsi (per quanto riguarda la lotta puritana ad Hallowen e la ricerca di radici pagane vedi Father Steve Grunow, “Halloween and Catholicism”, World on fire).
A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso alcuni gruppi protestanti violentemente anti-cattolici hanno cominciato ad interpretare Halloween come una festa satanica. Secondo la loro propaganda, durante la famosa festa celtica di Samhain i pagani non si sarebbero limitati ad accendere qualche falò e magari ad immolare qualche animale, ma avrebbero compiuto sacrifici umani in onore del dio della morte, che altri non sarebbe che satana sotto mentite spoglie. Per farla breve, circa trenta anni fa questi fanatici anti-cattolici misero in giro la voce che durante la notte di Halloween sette occulte di satanisti offrirebbero sacrifici umani a satana e si darebbero da fare per diffondere nei luoghi in cui si festeggia Halloween dolciumi e bevande stregati, che avrebbero il potere di suscitare nel cuore delle ignare vittime una inspiegabile attrazione per i culti satanici e di spingerle alla tossicodipendenza e alla depressione. Più ancora dei dolcetti e delle bevande stregate, i fanatici anti-Halloween protestanti e cattolici temono la domanda: “Dolcetto o scherzetto?”. Secondo loro questa domanda apparentemente ironica non sarebbe altro che la versione moderna ed edulcorata dell’antica formula rituale usata dai sacerdoti celtici nell’ambito delle empie celebrazioni in onore di Samhain: “Sacrificio o maleficio?” Essi sostengono che la richiesta scherzosa di dolci in cambio di benevolenza sarebbe in realtà una preghiera a satana e pronunciarla ripetutamente significherebbe esporsi al rischio di possessione (per quanto riguarda la recente propaganda terroristica contro Halloween, ved Scott P. Richert, “Should Catholics celebrate Halloween?”, catholicism.about.com).
Paradossalmente, la propaganda anti-Halloween è riuscita a convincere i satanisti e i neopagani dell’associazione Wicca che la festa di Halloween spetti loro di diritto. E così da trenta anni a questa parte ogni 31 ottobre i satanisti celebrano il capodanno satanico mentre i neo-pagani celebrano il capodanno celtico. Ma nel complesso, i gruppi satanisti e pagani sono molto marginali. Tutti i satanisti e tutti i pagani messi insieme rappresentano una percentuale insignificante, prossima allo zero, della popolazione occidentale. Più che del satanismo, bisogna preoccuparsi del nichilismo ateo. Sebbene in Occidente atei e nichilisti siano ancora in minoranza rispetto a credenti ed agnostici, la cultura dominante è senza dubbio atea e nichilista. E infatti, a dispetto delle apparenze, oggi Halloween non è né una festa satanica né una festa pagana: è una festa atea e nichilista. La ricorrenza della vigilia di Ognissanti è diventata un pretesto per organizzare feste mascherate di gusto macabro fini a sé stesse, in cui i richiami alle realtà soprannaturali scompaiono per fare posto a richiami ad un immaginario horror molto degradato, che trasuda di una violenza e un sadismo che sono implicitamente satanici.
In conclusione, le uniche vere vittime della propaganda anti-Halloween, che è una propaganda anti-cattolica, sono i cattolici stessi. Plagiati da questa propaganda, la maggior parte dei cattolici americani ripudiano una festa di cui invece dovrebbero andare fieri. I protestanti anti-cattolici sono riusciti a rubare ai cattolici americani la loro più tipica festa e l’hanno consegnata in pacco dono ai pagani, ai satanisti e ai nichilisti. Non sarebbe male se i cattolici americani cercassero di riprendersela. Ma se vogliono riuscirci, la prima cosa che devono fare è sgombrare il campo una volta per tutte dalle ricostruzioni fantasiose della festa di Samhain fornite dagli storici romantici, che sono più vicine all’immaginario della letteratura fantasy pseudo-celtica (tipo Le Nebbie di Avalon) che alla realtà storica. E’ vero che la Chiesa nel Medioevo usava cristianizzare le feste pagane e, più in generale, valorizzava tutto il buono che c’era nelle culture pagane. Ma la festa di Samhain non era come ce l’hanno descritta certi storici ottocenteschi troppo inclini alle fantasticherie romantiche. Di recente Ronald Hutton, studioso dei fenomeni di neopaganesimo, ha dimostrato che non ci sono prove che Samhain avesse a che fare col culto dei morti. Con ogni evidenza nella notte compresa fra il 31 ottobre e il 1° novembre i celti festeggiavano un capodanno minore, che segnava il passaggio dall’estate all’inverno e quindi la fine del periodo della mietitura. Probabilmente da Samhain derivano certe feste del raccolto che fino a poco tempo fa sopravvivevano nelle campagne europee. Solo più tardi, quando il Cristianesimo si era pienamente affermato, in Irlanda si diffusero leggende sugli spiriti dei morti che tornavano a fare visita ai vivi fra la fine di ottobre e l’inizio di novembre. Alla luce del Cristianesimo, il tema del passaggio dall’estate all’inverno si collegò al tema del passaggio dalla vita alla morte. Secondol’Oxford Dictionary of English folklore: «Certamente Samhain era un tempo per raduni festivi e nei testi medievali irlandesi e quelli più tardi del folclore irlandese, gallese e scozzese gli incontri soprannaturali avvengono in questo giorno, anche se non c’è evidenza che fosse connesso con la morte in epoca precristiana, o che si tenessero cerimonie religiose pagane.» Appare dunque priva di fondamento anche la tesi, sostenuta sempre da Frazer, che il Papa avesse spostato la festa di Ognissanti dal 13 maggio al 1° novembre proprio per sovrapporla alla festa di Samhain. Infatti non ci sono prove che qualcuno avesse informato il Papa dell’esistenza di questa festa pagana, che oltretutto sembra non si celebrasse più da secoli.
(continua)

IL SUICIDIO DI ROBIN WILLIAMS E L’ESISTENZA DI DIO

Annoto due pensieri fugaci sulla morte di ROBIN WILLIAMS. Pensiero numero uno: il fatto che le persone più ricche del mondo (ricche non solo di beni materiali ma anche di beni immateriali, come fama, successo, stima altrui, amore eccetera) siano particolarmente inclini alla tossicodipendenza, alla depressione e al suicidio può essere considerato una delle tante prove filosofiche indirette dell’esistenza di Dio (quelle dirette le ha messe in bella forma san Tommaso). Quando finiscono male, queste persone fortunate ci testimoniano che tutti i beni materiali e immateriali di questo mondo – beni di cui loro potevano disporre in abbondanza – non bastano a riempire il cuore dell’uomo. E se il cuore dell’uomo ha fame di “altro”, questo “altro” deve esistere. Analogamente, la fame esiste perché il cibo esiste.
Pensiero numero due: la tragica fine di Robin Wiliams mi appare come il punto di arrivo dei principi affermati da uno dei suoi personaggi più noti. In L’attimo fuggente, il professore-Williams diceva ai suoi studenti: “Cogliete l’attimo, non preoccupatevi del futuro, noi siamo cibo per vermi”. Ma gli attimi finiscono troppo in fretta e  non restano che i vermi. In fondo alla strada del nichilismo allegro ed edonistico insegnato da quel professore, come da tutta la cultura contemporanea, c’è l’abisso della disperazione.

Certamente no dobbiamo confondere l’attore col personaggio. Ma c’è comunque qualcosa di casualmente simbolico nel fatto che verso il 1990 il futuro suicida abbia sostenuto proprio quella parte. Mi viene da pensare che egli abbia davvero assorbito qualcosa dal (per me malefico) personaggio del professore epicureo. Sarebbe stato meglio che Robin prendesse qualcosa da Parry, il personaggio che Williams interpretò nel film La leggenda del re pescatore (Terry Gilliam, 1991): un folle puro di cuore che cerca il Santo Graal, come un moderno e surreale Parsifal (e non a caso di Parsifal si dice “puro folle” ). Con la sua gioia, il suo stupore per ogni cosa, riesce a sollevare Jack (interpretato da Jeff Bridges) dal suo smarrimento esistenziale. Quando Jack sta per buttarsi nel fiume, arriva il puro folle a salvarlo. Purtroppo, non c’era un Parry a salvare Robin Williams dal suo gesto disperato.

LE MASCHERE DI “EYES WIDE SHUT”

DOCUMENTARIO SULLE MASCHERE DI “EYES WIDE SHUT” di Filippo Biagianti e Massimiliano Studer

Nell’ultimo capolavoro di Stanley Kubrick, che usciva al cinema quindici anni fa, le maschere veneziane hanno un ruolo centrale. Dal momento che in certe scene gli attori recitano con il volto coperto, si potrebbe dire che le maschere abbiano quasi un ruolo da protagoniste. Di recente, Massimiliano Studer di Forma Cinema ha decido di indagare su queste maschere. Chi le aveva prodotte? Dopo pazienti ricerche, è riuscito a trovare la bottega veneziana da cui sono uscite: Kartaruga. Con l’aiuto di Filippo Biagianti, ha prodotto un  documentario su questa piccola, oscura bottega aperta a Venezia negli anni Ottanta che nel decennio successivo attira l’attenzione del più grande regista del mondo. Il padrone della bottega e autore delle maschere acquistate da Kubrick svela che la sua idea non era di riprodurre fedelmente le classiche maschere veneziane (quelle che si vedono nei quadri di Longhi e in qualche affresco di  Tiepolo, per intenderci) ma rielaborarle in senso moderno anzi post-moderno, contaminandole con elementi tratti dalle culture figurative esotiche (orientale, precolombiana eccetera) e arricchendole con qualche sfumatura di gusto “pop”. Ma questo documentario può essere anche letto come un elogio della piccola impresa individuale. Negli anni Ottanta un artigiano decide di mettere a frutto i suoi talenti artistici, assumendosi i “rischi d’impresa” legati alla gestione di una bottega. Col tempo la sua attività di ingrandisce al punto che può permettersi di  aprire una succursale a Londra, dove un giorno entrerà per caso un collaboratore di Stanley Kubrick. La “morale” della favola delle maschere è che quando gli italiani, invece di attaccarsi alle tette dello stato-ladro, decidono di mettere a frutto i loro talenti estetici rischiando in proprio, possono andare molto lontano. In tutti gli Usa, non c’è una sola bottega da cui escano maschere lontanamente paragonabili a queste . Kubrick è dovuto venire in Italia per trovarle.

Questo documentario ha fatto strada: è passato su Rai Tre ed è stato segnalato da un famoso blogger americano e da un importante sito americano di cinema, consultato da registi famosi.

Il documentario è andato in onda su Fuori Oraio, Rai tre, sabato 8 marzo 2014

WELCOME TO SOMERTONE Kubrick connections and the mystery of Eyes Wide Shut

CINEPHILIA AND BEYOND SU VIMEO

CINEPHILIA AND BEYOND 

IL CINEMA ITALIANO E’ MORTO. I premi a “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino sono la corona funebre sulla bara del cinema italiano.

Oggi è un giorno di lutto per l’arte cinematografica. Infatti ieri  agli agli European Film Award hanno coperto di premi “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. A questo punto, non vedo perché quel sommo ANTI-CAPOLAVORO non debba vincere anche l’Oscar. 

Infatti, ha tutti i requisiti per vincere l’Oscar in generale: è rivestito di una bellezza superficiale che sfiora il kitsch, non ha la profondità (sgradita alle masse) della vera arte, è pieno di messaggi banali (graditi alle masse) presentati in forma pseudo-letteraria. Da esperto paraculo, Sorrentino gioca a fare un Marcel Proust “pop”: parla di amore, morte, bellezza e tutti i più alti temi ma ne parla in maniera superficiale, senza avere la capacità di andare al fondo, senza intravedere il mistero. Ma Sorrentino sa che è meglio non intravedere il mistero, che è meglio rimanere sulla superficie: sennò il pubblico si annoia e ti dice che è “La corazzata Potiomkin”.

Inoltre, ha pure i requisiti per vincere l’Oscar nella categoria “miglior film straniero”: è pieno di riferimenti al cinema di esportazione di Federico Fellini (di cui guarda caso ricorreva quest’anno il ventennale della morte) e accarezza tutti i pregiudizi imbecilli degli anglosassoni sull’Italia e sul cattolicesimo. Da esperto paraculo, Sorrentino dipinge per il pubblico internazionale un affresco kitsch dell’Italia così come la vede il pubblico internazionale: una nazione marcia, corrotta, sonnolenta a causa della Chiesa, vista come una istituzione che diffonde oscurantismo e frena le sorti magnifiche e progressive (vedi la “santa” incartapecorita e rincoglionita). Ecco a voi l’Italia secondo gli stranieri: bung bunga + vendita delle indulgenze. Ma vaff…

Insomma, Sorrentino ci insegna la ricetta magica e infallibile per fare un film d’arte gradito al pubblico: evitare in tutti i modi di fare vera arte.

P. S. Chi è abbastanza intelligente, può leggere la mia solenne stroncatura dell’ultimo film di Sorrentino:

LA GRANDE (ASSENZA DI) BELLEZZA. IL MANIERISMO VUOTO DI PAOLO SORRENTINO

L’APOCALISSE DELLA BELLEZZA. Riflessioni sulla bancarotta estetica dell’arte contemporanea.

Pubblicato su Pepeonline in due parti:

http://pepeonline.it/?p=449

Alcuni mesi fa su Repubblica Marco Lodoli ha denunciato che la cultura umanistica è in fin di vita. Ebbene, l’arte è la componente fondamentale della cultura umanistica. Se muore l’umanesimo muore la civiltà e se muore la civiltà muore l’uomo. Innanzitutto, dobbiamo chiederci: l’arte a che serve? A questa domanda san Tommaso d’Aquino ha dato una risposta definitiva: “L’uomo non può vivere senza diletti. Per questo, se sarà privato di diletti spirituali, passerà a quelli carnali”. Per tradizione, l’aggettivo “spirituale” si riferisce a tutto quello che concerne la dimensione non materiale dell’uomo, innanzitutto la dimensione della mente, che comprende non soltanto la ragione ma anche il sentimento, il desiderio, la volontà, la percezione, la memoria, la coscienza e infine anche l’inconscio. Ebbene, lo scopo dell’arte è proprio quello di dilettare la mente. Siccome solo l’uomo, fra tutte le creature, ha una mente, solo l’uomo fa arte. Quindi, la capacità di produrre e godere arte è ciò che distingue l’uomo dall’animale.

Quindi, togliendo l’arte, l’uomo ritorna animale. Ed è proprio quello che sta succedendo, almeno a giudicare ai termini più digitati sui motori di ricerca. Per farla breve, in quest’era che si suole denominare “post-moderna” è successo proprio quello di cui san Tommaso metteva in guardia: privati troppo a lungo di diletti spirituali, gli uomini si sono volti in massa ai diletti carnali. Mi riferisco al fatto che oggi il settore economico più fiorente a livello mondiale è quello della prostituzione e dei prodotti pornografici. Se fino a ieri i politici, per paura di apparire “bigotti”, hanno fatto finta di niente, oggi cominciano, sia pure timidamente, ad ammettere che forse sarebbe opportuno cominciare ad erigere qualche barriera per contenere, almeno contenere, lo tsunami colossale di liquami pornografici che sta inondando l’intero orbe terracqueo. Il governo islandese ha annunciato due mesi fa che metterà qualche blando divieto alla diffusione di pornografia via internet, e subito è stato accusato di bigotteria e oscurantismo. Onore al governo islandese. Tuttavia, i divieti e le sanzioni non bastano: per fermare lo tsunami pornografico occorre una vasta operazione culturale, incentrata sulla educazione estetica.

A dire il vero la pornografia è entrata da tempo come un virus, anche nell’arte stessa o, meglio, in ciò che gli somiglia. Per averne un’idea, pensate a un film che hanno visto tutti: Arancia meccanica di Stanley Kubrik. In una celebre scena, il teppista Alex (Malcolm McDowell) si introduce nella casa di una vecchia signora. Quando tocca un curioso oggetto poggiato sopra un mobile, la vecchia signora protesta: “Fermo non toccare: è una importante opera d’arte!” E il teppista esclama “vecchia porcona!”, che la dice tutta. Stanley Kubrick è stato davvero profetico: infatti oggi, a quaranta anni dall’uscita del film, nelle grosse esposizioni internazionali d’arte (arte?) ne potete trovare all’ingrosso di “importanti opere d’arte” in tutto simili a quella. Di tutti gli infiniti aspetti della vita umana, sembra che agli “artisti” più quotati a livello internazionale interessino solo il sesso, la morte e poco altro. Il problema è che non si sforzano neppure andare al fondo, di scandagliare il mistero, di cercare il senso recondito di questi aspetti fondamentali della vita umana. Anzi, si direbbe proprio che si sforzino di svuotarli di ogni senso, di volgarizzarli, di dissacrarli (è stato Roger Scruton a parlare di “dissacrazione” come carattere fondamentale dell’arte contemporanea). Guardano al sesso e alla morte non con sguardo di poeti ma con sguardo di depravati, sadici e perfino necrofili. Alcuni esempi: calchi in gesso di seni, falli e vagine umane (opere di Jamie McCartney), scheletri umani intenti a pratiche sodomitiche (opere di Jean-Marc Laroche), un busto umano composto di falli umani di plastica (opera di Tracey Emin), una mucca fatta a fette e uno squalo imbalsamato (opere di Damin Hirst), veri cadaveri umani scuoiati e plastificati (opere di Gunther Von Hagens). Gli psichiatri sanno bene che la pornografia confina con la scatologia. Non a caso, a volte gli artisti diventano addirittura simili a bambini che giocano con i loro escrementi (molto esplicite a questo proposito alcune performance di Paul McCarthy).

Ho detto che agli artisti mainstream interessa solo il sesso e la morte. Dimenticavo che sono morbosamente interessati anche ad un’altra cosa: i soldi. In effetti, le loro opere fruttano parecchio al “botteghino” dei musei e sono oggetto di colossali speculazioni finanziarie. Ebbene, il sesso e la morte c’entrano molto anche con i soldi. I produttori cinematografici sanno che, per vendere bene un film, bisogna riempirlo di sesso, violenza e cadaveri. Ebbene, gli artisti hanno imparato la lezione impartita dai produttori cinematografici e la applicano alla loro arte. Dal momento che va a punzecchiare direttamente la sfera degli istinti, scavalcando ogni barriera razionale, la rappresentazione del sesso e della violenza è una potente spezia psicologica. Più di recente, gli “artisti” hanno cominciato a fare largo uso di un’altra spezia: la provocazione. Per attirare l’attenzione del pubblico non c’è nulla di meglio che provocare scandalo, disgusto shock, ribrezzo o addirittura conati di vomito? Come si dice, che se ne parli male purché se ne parli. Oggi dire che un film “ha fatto scandalo” equivale ad elogiarlo e fargli una pubblicità gratuita. La provocazione si tinge spesso e volentieri di blasfemia. Pochi esempi: un crocifisso immerso nell’urina (opera di Gilbert e& George) una scultura che rappresenta Hitler in preghiera (opera di Maurizio Cattelan), una rana crocifissa (opera di Martin Kippenberger).

Quella che intasa le grosse esposizioni internazionali d’arte, sempre più simili a latrine, chiamatela come volete, ma non chiamatela arte. Infatti, fa tutto fuorché procurare diletti spirituali. E se non provoca diletti spirituali, non è arte. Oggi sembra realizzarsi la profezia di Hegel sulla “morte dell’arte”. Perché è morta? Quali le cause del decesso? Queste cause sono molteplici, ma tutte queste cause hanno a loro volta una unica causa, che è l’apostasia. Impossibile esaminare in questa sede tutte queste cause: lo farò in un saggio che sto scrivendo. Adesso esaminerò in maniera sintetica solo la causa principale: la negazione del valore oggettivo della bellezza.

La causa principale morte dell’arte è la morte della bellezza. Infatti la bellezza non è un accessorio, ma è l’elemento essenziale dell’arte, tanto è vero che una volta le arti si chiamavano “belle arti”.  Anche noi istintivamente di una pittura o di un film diciamo “bello” oppure “brutto”. Per noi come per i più autorevoli critici, un’opera può dirsi “opera d’arte” solo se è bella. E per un meraviglioso paradosso, può essere bella anche se ha a tema il dolore e la morte (si pensi a certi dipinti che rappresentano la passione di Cristo). Solo di recente la filosofia ha decretato apertamente la morte della bellezza. Ma la lunga agonia del concetto di bellezza è iniziata almeno due secoli fa, al tempo dei Lumi. Paradossalmente, fu proprio allora che nacque una filosofia incaricata di definire questo concetto: la filosofia estetica. I contributi più importanti alla filosofia estetica li hanno dati David Hume, Edmund Burke, Alexander Baumgarten ed Emmanuel Kant. Per tutti loro, la bellezza non esisterebbe negli oggetti che percepiamo, ma solo nella nostra mente. In altri termini, la bellezza non sarebbe una qualità degli oggetti belli, ma un sentimento suscitato in noi da questi oggetti. Per gli empiristi David Hume ed Edmund Burke la bellezza coinciderebbe precisamente con un “sentimento di piacere” causato in noi da certe forme, non con le forme stesse che lo causano. Burke ritiene che questo sentimento sia universale, mentre Hume ritiene che sia individuale. In sostanza, per Burke a tutti gli uomini, in ragione della comune struttura fisiologica, piacerebbero le medesime forme, mentre secondo Hume le medesime forme non piacerebbero a tutti gli uomini, ognuno dei quali avrebbe suoi personali e incomunicabili gusti. Hume tuttavia cerca di evitare il relativismo estetico assoluto, sostenendo che certe persone avrebbero più “buon gusto” delle altre. Se una cosa piace ad una persona di buon gusto, suggerisce Hume, puoi stare certo che è veramente bella. A questo punto, Hume cade nel ragionamento circolare: è bello ciò che piace alle persone di buon gusto, hanno buon gusto le persone a cui piace ciò che è bello. Emmanuel Kant ha il merito di avere superato l’edonismo superficiale dei due empiristi inglesi. Egli riprende da loro l’idea che la bellezza coincida col “sentimento di piacere”, ma questo sentimento lo distingue dal “piacevole”: bello non è “ciò che piace ai sensi nella sensazione” (che è appunto il piacevole) ma ciò che diletta la mente provocando “il libero gioco” di immaginazione e intelletto.

Ma in ogni caso Kant rende definitivo il soggettivismo estetico. Dopo Kant i principali teorici di estetica si sono preoccupati quasi esclusivamente di definire la natura e lo scopo dell’arte, tralasciando di definire la bellezza. Senza dubbio, accettano la definizione di bellezza fornita da Kant. Ma il fatto che gli stili e i gusti varino in continuazione da un luogo all’altro e da un’epoca all’altra sembra indicare che non tutti gli uomini condividono la medesima idea\sentimento di bellezza (in realtà non è così, come vedremo). Era dunque inevitabile che, un passo dopo l’altro, si arrivasse a negare anche l’esistenza di un’unica idea\sentimento di bellezza e che si affermasse il relativismo assoluto dei gusti. Partita da Hume, la filosofia estetica torna a Hume e anzi lo radicalizza. Se Hume ammetteva ancora, seppure incoerentemente, l’esistenza un “buon gusto”, adesso non si ammette neppure quello: “De gustibus non est disputandum”. Se i gusti sono tanti e nessuno è più vero dell’altro, al massimo si potrà fare una statistica dei gusti, e si potrà stabilire che l’opera che piace a più persone vale di più di quella che piace a meno persone. Se dunque alla gente piace vedere tutte le opere macabro-pornografiche di cui sopra, allora dal punto di vista relativista quelle opere sono arte, e chi lo nega è un bigotto oscurantista.

Ma adesso vediamo dove gli illuministi hanno sbagliato. Come abbiamo visto, la filosofia estetica settecentesca concepisce la bellezza come un sentimento o un’idea che non esiste al di fuori dell’uomo. Invece, prima dell’illuminismo nessuno aveva difficoltà a riconoscere che la bellezza esiste nelle cose come qualità oggettiva. Gli illuministi non sbagliavano affatto quando dicevano che noi tutti abbiamo la medesima idea\sentimento di bellezza. Ma il fatto che noi abbiamo questa idea\sentimento non significa affatto che la bellezza esista solo in questa idea\sentimento. Pensiamo alla matematica e alla geometria: esse sono vere sia nel nostro pensiero che nella realtà. Due più due fa quattro e l’ipotenusa è uguale alla radice quadrata della somma dei due cateti sia nel pensiero che nella realtà. Perché invece la bellezza dovrebbe esistere solo nel nostro pensiero?

Una volta ammesso che la bellezza esiste anche al di fuori della nostra mente, non ci resta che descriverla. Proviamo a paragonarla ad un colore, ad esempio al rosso. Non esistono soltanto le cose rosse ma anche il rosso, che è una certa gradazione delle onde luminose. E questa gradazione luminosa possiamo in qualche maniera isolarla dalle cose. Invece, la bellezza non è un fenomeno fisico e quindi non può essere isolata in provetta. Inoltre, è molto difficile da descrivere. Per noi è facile descrivere le singole cose belle, mentre è difficilissimo descrivere la bellezza stessa, intesa come qualità che accomuna tutte le cose belle. La varietà dei gusti e degli stili non dimostra che la bellezza è relativa, casomai dimostra che è sconfinata: la bellezza può manifestarsi in talmente tante forme che non si è mai finito di trovarle tutte. Descrivere la bellezza non significa dunque scegliere alcune forme belle a discapito di altre ma trovare gli elementi che hanno in comune le infinite forme belle. Ma a quanto pare, la bellezza è talmente misteriosa che nessuno è mai riuscito a trovare qualcosa come la formula chimica o matematica della bellezza. Al massimo, si è riusciti a stilare un lungo elenco di caratteristiche della bellezza: le principali sono, secondo tradizione, l’unità d’insieme e la proporzione fra le parti. Ma se è vero che tutte le forme belle sono unitarie e proporzionate, è altrettanto vero che non tutte le forme unitarie e proporzionate sono belle. Evidentemente, nella bellezza c’è una x misteriosa che sfugge al ragionamento. Per andare subito al sodo, quella x misteriosa ha a che fare col mistero stesso in senso teologico. La bellezza non è una cosa fisica, ma una “sostanza” metafisica. Di conseguenza, non può essere formulata in termini scientifici: può essere definita solo in termini metafisici e teologici. La formula definitiva della bellezza ce l’ha data San Tommaso d’Aquino: la bellezza è integrità (integritas) più proporzione (proportio) più “splendore del mistero” (claritas). Di questo “splendore del mistero” o “chiarità di una forma” possiamo dire soltanto, in maniera suggestiva e imprecisa, che è l’irruzione dell’infinito nella forma finita. Sì, la bellezza ha a che fare con Dio. La bellezza nella sua infinita estensione è attributo di Dio: è lo splendore del vero e del bene riuniti. Noi su questa terra vediamo riflessi infinitesimali della bellezza infinita.

Dunque non c’è arte senza bellezza e non c’è bellezza senza Dio. In altri termini, sembra che senza la fede sia impossibile fare arte bella. Gli intellettuali mainstream conducono da anni una jihad fanatica contro quel che resta del concetto di bellezza proprio perché hanno capito che non si può credere nella bellezza senza credere in Dio, e loro non vogliono crederci. Gli illuministi, ancora non avevano ripudiato la fede, almeno non del tutto: si dicevano deisti o agnostici. Perché avevano imprigionato la bellezza nei limiti della soggettività? Perché avevano intuito che la bellezza, lasciata libera, era pericolosa. La bellezza infatti conduce l’uomo fuori da sé stesso, verso il cielo. Essi credevano ancora in Dio, ma volevano crederci “moderatamente”, senza troppo entusiasmo. Insomma, essi hanno allontanato la bellezza da Dio, senza ancora negare Dio. Poi si è pensato che si potesse fare completamente a meno di Dio e tenersi solo la bellezza. Oggi si pensa di fare a meno anche della bellezza per tenersi solo l’arte. Ma l’arte, privata della bellezza, si auto nega. Quindi, ormai è come se fossimo alla resa dei conti: o ritorniamo alla fede o dobbiamo semplicemente rinunciare all’arte e annegare nella pornografia. A voi la scelta.

Navigazione articolo