Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

Archivio per la categoria “Uncategorized”

Analisi del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 3.900 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 3 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Annunci

IL PECCATO? UN PIACERE BLOCCATO.

Articolo apparso sul numero di Pepe uscito in marzo: 

PECCATO

Una volta il peccato in tutte le sue forme appariva scandaloso (“dare scandalo” significa letteralmente esibire in pubblico determinati peccati, in primo luogo quelli di carattere sessuale). Invece oggi è il concetto stesso di “peccato” a suscitare scandalo. La cultura contemporanea ammette il concetto di reato ma non quello di peccato. La differenza fondamentale fra reato e peccato, è che il primo è allo stesso tempo immorale e contrario alle norme del contratto sociale, mentre il secondo è immorale ma non contrario a tali norme. Nel concreto, uccidere e rubare sono allo stesso tempo peccati e reati, mentre commettere atti di lussuria e abbandonarsi all’iracondia sono solo peccati. Ebbene, per la cultura contemporanea nulla può essere considerato peccato in quanto nulla, a parte i reati, può essere vietato all’uomo. Sembra proprio che oggi si ammetta il termine “peccato” solo come sinonimo di piacere e perfino di bellezza. Ad esempio, nel linguaggio pubblicitario le espressioni “peccati della gola” e “peccati della carne” hanno tutto fuorché una connotazione negativa. Per quanto riguarda l’arte, oggi l’aggettivo “scandalosa” riferito ad un’opera d’arte (cinematografica, letteraria, teatrale eccetera) è quasi sempre sinonimo di “bella”. Evito di fare l’elenco dei film semi-pornografici che hanno entusiasmato critica e pubblico dei festival cinematografici perché sarebbe troppo lungo.

Se la cultura contemporanea associa il concetto di peccato al concetto di piacere, invece una certa cultura cattolica associa il concetto di virtù al concetto di dovere senza piacere ed inoltre separa il concetto di bene dal concetto di bello. Ma siamo seri: chi preferisce il dovere al piacere? E chi preferirebbe una virtù intesa come puro dovere ad un peccato inteso come fonte di piacere?  Quindi, una debole cultura cattolica incentrata su un astratto dovere ha poche possibilità di contrastare efficacemente la diffusione di una cultura edonista, che esalta specialmente i peccati della carne.

La condizione fondamentale per combattere contro la cultura edonista e permissiva è ricomporre la frattura culturale fra etica ed estetica ed anche fra etica ed edonismo. Si tratta infatti di fratture dolorose, che contraddicono la natura profonda dell’essere. A livello spirituale, il bello è l’apparire del bene. Andando più a fondo, Dio è Verità, Bene e Bellezza infiniti. Parallelamente, per quanto possa sembrare scandaloso a certi cattolici, inconsapevolmente impregnati di anti-edonismo puritano, a livello spirituale il bene è intrinsecamente piacevole, dal momento che è orientato al “sommo piacere” (Paradiso XXXIII, 33). In altri termini, la Verità, il Bene e la Bellezza infiniti sono fonte dell’infinito piacere della beatitudine. Scrive a questo proposito Von Balthasar: «La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto». 

Come il bello è l’apparire del bene, così il brutto è l’apparire del male. Contrariamente alle apparenze, nel male non c’è nulla di bello e di piacevole. Peccare non significa semplicemente contraddire una norma astratta ma distruggere qualcosa di bello. E ‘ come appiccare il fuoco un giardino meraviglioso oppure fare a pezzi con l’accetta una grande opera d’arte. Anzi, peccare è come sfregiare il proprio volto, rendersi brutti e ripugnanti. Purtroppo, basta una parola cattiva per rendersi brutti. Per fortuna, basta pentirsi davanti al confessore per tornare belli.

Dunque, a livello spirituale il bene è bello e piacevole mentre il male è brutto e spiacevole. Ma abitiamo nel mondo materiale, non nel cielo dello spirito. Certamente non possiamo accogliere l’idea gnostica e catara che la materia sia intrinsecamente “cattiva” e fonte di ogni male. Per chiarirci, la radice ultima del male è tutt’altro che materiale: il diavolo è puro spirito. Tuttavia, sappiamo che il peccato originale ha prodotto una frattura fra spirito e materia. Pure non essendo intrinsecamente cattiva, la materia in qualche misura offusca, “disturba” – come le interferenze disturbano un segnale radio – la manifestazione del vero, del bene e del bello, che sono realtà spirituali (“universali” nel linguaggio tomista).  Ad esempio, la bellezza di un dipinto antico può essere offuscata dalla sporcizia dei secoli e dal degrado dei materiali. Più prosaicamente, le macchie possono imbruttire irrimediabilmente un bel vestito. Analogamente, anche se conosciamo perfettamente l’unica e immutabile idea di bene, non è mai facile capire che cosa è giusto fare in ogni circostanza materiale, dal momento che ogni circostanza è diversa dall’altra.

Dunque, la materia non ostacola ma comunque offusca in qualche misura l’apparire degli “universali”. Ma consideriamo soltanto l’universale bene. Oltre a non manifestarsi sempre chiaramente in ogni materiale circostanza, il bene non appare sempre come bellezza. Cristo, Dio fatto uomo, non può che essere “il più bello dei figli dell’uomo”. Ma il profeta Isaia ci avverte: «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere» (53,2). Cristo è bellissimo ma la sua bellezza non appare mai in tutto il suo splendore. Durante la Passione, appare addirittura sfigurata. Il corpo di Cristo appare devastato dalle ferite e dai segni delle percosse, le espressioni di sofferenza tolgono grazia al suo viso. La Passione e la Morte di Cristo insegnano che la sofferenza è la condizione misteriosa dell’amore. Non può esserci amore senza sacrificio e non può esserci sacrificio senza dolore. Non ama veramente chi non è pronto a compiere qualche sacrificio per il bene della persona amata. In generale, fare il bene costa sempre una certa quantità di fatica e sacrificio, ora piccola o piccolissima e ora grande. Come dunque il più bello dei figli dell’uomo diventa “simile a verme” durante la Passione (Cfr. Samo 21 22: «Ma io sono un verme e non un uomo, \ rifiuto degli uomini, disprezzato dalla gente. \ Si fanno beffe di me quelli che mi vedono, \ storcono le labbra, scuotono il capo.»), analogamente i comportamenti virtuosi e le opere buone possono apparire poco piacevoli se non del tutto spiacevoli, quando non gravose. Senza dubbio, usare un po’ del proprio tempo libero per soccorrere i bisognosi non è entusiasmante come andare al cinema o allo stadio.

La fatica e il sacrificio sempre inevitabilmente connessi allo sforzo di fare il bene sono condizione non soltanto dell’amore ma anche della libertà. Se il bene apparisse sempre bello, se in altri termini fare le opere buone fosse sempre piacevole, tutti aderirebbero sempre irresistibilmente al bene e quindi nessuno ne avrebbe il merito. Invece, un atto buono è un atto meritevole proprio perché è difficile.

Dunque il bene può apparire poco attraente, in certi casi addirittura brutto. Simmetricamente, il male può apparire addirittura bello. Ad esempio, la fedeltà coniugale appare meno attraente del libertinaggio, la generosità appare meno seducente dell’avidità. Nel monte del Purgatorio il peccato si presenta a Dante pellegrino nella forma simbolica di una bellissima, seducente sirena. Ma in realtà la sirena è una pura apparenza, quasi una illusione ottica che nasconde una «femmina balba, \ ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, \ con le man monche, e di colore scialba» (Purgatorio, XIX, vv. 7-9).

Peccare significa propriamente cedere alle lusinghe di una “sirena” ossia ad una apparenza di piacere e di bellezza. Il male può rivestirsi di una apparenza di bellezza, ma la bellezza non appartiene al male, è addirittura incompatibile col male. Il diavolo è “scimmia di Dio”: non può produrre un solo briciolo di bene e bello ma soltanto copie ingannevoli e distorte di essi. Per fare un solo esempio, il numero esorbitante di morti causato dal comunismo prova in maniera chiara e incontrovertibile che il concetto marxista di “giustizia sociale” è una imitazione menzognera, distorta, diabolica del vero concetto di giustizia. Per quanto possa apparire scandaloso ai non pochi cattolici divenuti inconsapevolmente puritani, neppure il piacere appartiene al male in quanto tale. Il tentatore può usare il piacere naturale come esca, ma non può produrlo. Il piacere del peccato è un uso distorto e un abuso del piacere naturale in quanto tale. Ad esempio, la lussuria è un abuso del piacere sessuale, che ultimamente è un dono di Dio all’uomo. Per quanto riguarda la lussuria, il tentatore usa come esca non soltanto il piacere ma anche la bellezza dei corpi, che è opera di Dio. Sant’Agostino sottolinea che spesso dietro la lussuria c’è l’amore per la bellezza dei corpi, che come è noto sono ad immagine e somiglianza di Dio. Egli descrive la lussuria come una maniera sbagliata e fallimentare di godere della bellezza dei corpi, che ultimamente allude alla Bellezza assoluta, infinita. Dal momento che dunque quel vizio deplorevole contiene due giusti amori (l’amore per il piacere sessuale e l’amore per la bellezza dei corpi) sant’Agostino si spinge addirittura a tessere un paradossale elogio della lussuria. Senza concedere la benché minima giustificazione al peccato, il santo elogia l’amore che i lussuriosi hanno per la bellezza dei corpi, invitandoli a liberare questo amore dal vizio carnale che lo imprigiona e a dirigerlo al suo vero oggetto, che è la bellezza di Dio. Analogamente, egli tesse un elogio paradossale della superbia, invitando i superbi a liberare il giusto amore di sé stessi dalla prigione della sopravvalutazione di sé stessi.

I sette vizi capitali sono distorsioni ed esasperazioni di giuste inclinazioni e giusti “amori” per le cose. In effetti, alla radice dei vizi c’è l’idolatria. Idolatrare significa aspettarsi la soddisfazione del desiderio di felicità da qualcosa che non è Dio: dal sesso (lussuria) dal denaro (avidità), dai beni materiali e spirituali altrui (invidia), dall’ammirazione altrui (vanità), dai propri successi mondani (superbia) eccetera. Ma appunto, l’idolatria è sbagliata per la semplice ragione che nessun bene o circostanza terrena potrà soddisfare il desiderio di felicità, perché tutti i beni terreni sono finiti, mentre il desiderio dell’uomo è infinito. Il nostro cuore non desidera soltanto questo o quel piacere, ma soprattutto il “sommo piacere” del paradiso. Consapevoli del fatto che i beni terreni sono finiti, non dobbiamo disprezzarli ma piuttosto usarli in funzione dell’infinito. Il sesso, il denaro, il cibo, i successi professionali e tutto il resto sono cose importanti, che dobbiamo gustare come piccole anticipazioni dell’infinito e utilizzare come strumenti di un bene più grande, che è il regno di Dio.

Abbiamo visto che su questa terra, paradossalmente, il bene può apparire brutto e il male può apparire bello. In altri termini, fare il male è nell’immediato (solo nell’immediato) più piacevole che fare il bene. C’è una certa analogia fra il peccare e il drogarsi. La straordinaria eccitazione e le favolose allucinazioni donate dalla droga sono immediate ma effimere: si disperdono in fretta, lasciandoti più infelice e depresso di prima, per tacere delle devastanti conseguenze sulla salute. I piaceri peccaminosi non sono meno effimeri dei piaceri stupefacenti, considerando che gli stessi piaceri stupefacenti sono peccaminosi. Prendiamo ad esempio un uomo stanco della moglie. Una bella amante può donargli nell’immediato tutte le emozioni e i piaceri che la moglie non può più donargli, ma si tratta di emozioni e piaceri che sono necessariamente effimeri. Le amanti “durano” poco: bisogna cambiarle spesso (date un’occhiata alla vicenda del presidente francese Hollande, che ha “tradito” l’amante dopo avere tradito la moglie). Inoltre, i piaceri e le emozioni dell’adulterio non lo rendono più felice, mentre paradossalmente lo sforzo della fedeltà alla lunga può riservare molte piccole gioie, che sono tanti piccoli anticipi dell’infinito. Più precisamente, il peccato di adulterio, per quanto piacevole, lo porta più lontano dal destino ultimo, che è “sommo piacere”, mentre la fedeltà coniugale, anche se sembra del tutto priva di piacere, lo fa avvicinare sempre di più al “sommo piacere”. In sostanza, la strada che porta all’infinita felicità, passa proprio attraverso la “porta stretta” della fedeltà coniugale e, più in generale, della pratica del bene.

Dunque per resistere alla seduzione del male occorre la capacità di riconoscere sempre immediatamente che, al di sotto delle sue seducenti apparenze, il male è brutto, spiacevole, ripugnante. Ma c’è qualcuno che è capace di provare una istintiva ripugnanza del male? Neppure il più integerrimo e fedele uomo sposato riuscirebbe a non sentirsi, suo malgrado, attratto dal peccato di adulterio. E quanto a lungo potrebbe resistere, se fosse tentato ogni giorno, ogni ora, da una donna di eccezionale bellezza? Non solo l’adulterio e la lussuria, ma ogni “vizio capitale” è seducente. Noi possiamo avere mille ottime ragioni per detestare ognuno dei sette vizi capitali, possiamo addirittura scrivere interi trattati contro il peccato, ma non per questo smetteremmo di provare una certa istintiva inclinazione verso uno o più vizi capitali. Questa nostra scarsa capacità di resistere alla seduzione del male ha una causa precisa: il peccato originale. Dal momento che ogni uomo ha dentro la ferita del peccato originale, nessun uomo è capace di non commettere mai peccato. Per quanto sia faticoso da ammettere, noi siamo inevitabilmente peccatori. Ma non dobbiamo disperare: Dio ci offre il suo perdono e ci dona la sua grazia, che ci rende sempre meno incapaci di resistere alla seduzione del peccato.

Come si dice, errare è umano, perseverare è diabolico. In altri termini, cedere di tanto in tanto alla seduzione del peccato è inevitabile e quindi scusabile, cedervi sempre e consapevolmente, per partito preso, è inescusabile. Inoltre, la perseveranza nel peccato genera il vizio, che è una forma di dipendenza dal peccato. C’è una certa analogia fra il vizio e la tossicodipendenza: come il tossicodipendente è alla continua ricerca di “dosi”, così il vizioso cerca sempre affannosamente di rinnovare i piaceri effimeri del peccato. Come la droga crea una dipendenza quasi sempre mortale, così “chi commette peccato è schiavo del peccato”. (Segnalo che nel memorabile film The addiction, diretto da Abel Ferrara, una paradossale tossico-dipendenza vampiresca da sangue, che si trasmette come un virus da persona a persona, diventa metafora del peccato.) Non a caso, Jacques Maritain diceva che la droga è “sacramento di Satana”.

Da un certo punto di vista, possiamo paragonare il peccato all’illusione, dal momento che il piacere del peccato è illusorio. Amare il peccato in quanto tale, sapendolo peccato, è come amare l’illusione sapendola illusione. In una scena significativa del film Matrix (fratelli Wachowski, fantascienza, Usa, 1999) il “traditore” Cypher dice all’agente Smith: «Io so che questa bistecca non esiste, so che quando la infilerò in bocca, Matrix suggerirà al mio cervello che è succosa e deliziosa. Dopo nove anni, sa che cosa ho capito? Che l’ignoranza è un bene». Subito dopo, Cypher (il cui nome allude evidentemente a Lucypher: Lucifero) vende il “messia” Neo (la cui figura allude chiaramente a Cristo) agli agenti di Matrix in cambio della illusione di una vita dorata. Riferimenti evangelici a parte, questa scena pone un quesito interessante: se si tratta di scegliere fra una illusione bella e una realtà brutta, perché non bisognerebbe scegliere l’illusione? Se la nostra vita è grigia, perché non dovremmo drogarci o in alternativa chiuderci per tutta la vita dentro un apparecchio che crea una stupenda realtà virtuale? Su un altro piano, se la pratica del bene è difficile a faticosa, perché non dovremmo preferire il piacere immediato fornito dal peccato? Non è meglio arricchirsi spropositatamente e disonestamente derubando i risparmiatori a Wall Street (in riferimento al film di Martin Scorzese The wolf of Wall Street) piuttosto che vivere onestamente con 2000 euro al mese?

In effetti, a giudicare dallo incremento esponenziale del consumo mondiale del “sacramento di Satana”, al giorno d’oggi molti scelgono l’illusione. Ma l’illusione ha le gambe corte. Per quanto belli e appaganti, i piaceri illusori generati dalla droga o dalla vita dissoluta non ti fanno avvicinare di un centimetro alla vera felicità. Per quanto possa essere dura e spiacevole, è nella realtà che si gioca la partita della felicità. Per “vincerla”, bisogna fare il bene. Ma il Bene, il Vero e il Bello assoluti non sono rimasti in cielo. Dio si è incarnato in Cristo, che entra nella realtà per aiutarci a giocare questa partita.

Come si è detto, paradossalmente in questa terra il bene appare spesso meno seducente del male e la bellezza stessa di Cristo non appare subito in tutto il suo splendore. Ma appunto, si tratta solo di apparenze. A lungo andare, se lo si segue portando la propria croce, la presenza di Cristo, che si manifesta attraverso le persone che compongono la sua Chiesa, appare più attraente di qualunque altra cosa o persona al mondo. Capisci che tutto il mondo anzi tutto l’universo è nulla in confronto a lui e allo stesso tempo ti accorgi che la sua presenza illumina ogni cosa che è nell’universo. In sua compagnia, ogni cosa diventa più interessante. Anche un boccone di carne “succosa e deliziosa”, se lo mangi in sua compagnia è più buono.  

Paolo Sorrentino vince il Golden Globe facendo la caricatura della Chiesa e dell’Italia

Articolo apparso sulla Bussola Quotidiana il 14 gennaio scorso.

UNA RICETTINA  ANTICLERICALE PER AVERE SUCCESSO

E’ ufficiale: La grande bellezza di Paolo Sorrentino è un film che piace molto sia al pubblico che alla critica internazionale. Infatti, domenica 12 gennaio, Paolo Sorrentino ha ricevuto un Golden Globe durante la 71ª edizione della cerimonia di premiazione dei Golden Globe, che ha avuto luogo al Beverly Hilton Hotel di Beverly Hills. Sebbene il mio parere non conti nulla, a mio avviso Sorrentino si merita in pieno non soltanto il Golden Globe ma anche l’Oscar per il migliore film straniero, ed è sempre più probabile che lo riceva. Se lo merita perché La grande bellezza non è affatto un capolavoro. I veri amanti del cinema sanno bene che è difficilissimo che un vero capolavoro degno di entrare nella storia del cinema possa vincere un Golden Globe o un Oscar. Per sincerarsene, basta dare una scorsa ai titoli insigniti dei suddetti premi negli ultimi cinquant’anni. Quanti di questi titoli hanno resistito alla prova del tempo? Quanti meritano l’appellativo di capolavori assoluti? Non molti. E quanti geni riconosciuti del cinema hanno potuto stringere una statuetta d’oro fra le mani? Per fare un solo esempio, il sommo Stanley Kubrick è stato candidato per 13 volte al Premio Oscar, vincendolo solo nel 1969 per gli effetti speciali di 2001: Odissea nello spazio. Oh tempora o mores.

Quello che gli appassionati sanno ma non dicono è che “Golden Globe” e “Oscar” sono sinonimi di cinema commerciale che sembra cinema d’arte. Ebbene, La grande bellezza è esattamente un film commerciale che sembra un film d’arte. È un film progettato a tavolino per mietere premi al di fuori dell’Italia, specialmente dalle parti di Hollywood. In quel film c’è infatti tutto quello che serve per piacere al pubblico e alla critica internazionale, specialmente alla critica “liberal” statunitense: uno stile manieristico ed eclettico che assorbe spunti da Federico Fellini e da Terrence Malick, la caricatura pittoresca e grottesca dell’Italia e degli italiani e infine un anticlericalismo, anzi anticattolicesimo, becero soffuso di anti-italianismo.

A mio parere, per quanto possa contare il mio parere, Sorrentino è un manierista che nasconde la debolezza della sua ispirazione sotto un manto barocco (nel senso di Giovan Battista Marino, non di Gian Lorenzo Bernini) di retorica registica. Subito dopo i titoli di testa appare una scritta: «Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario: ecco la sua forza, va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose: è tutto inventato. Celine». Ostentando questa solenne citazione letteraria, il regista confessa di volersi misurare con i più grandi abitatori del Parnaso letterario e cinematografico. E in effetti, in questo film Sorrentino affronta i temi più elevati: la bellezza, l’amore, la morte, la giovinezza, la vecchiaia, la vanità mondana, l’ambizione… Ma più che affrontarli, Sorrentino li enuncia. Di bellezza, amore, morte e tutto il resto grondano infatti i monologhi declamati da Servillo, troppo lunghi per essere cinematografici e troppo sciatti per essere letterari. Nel complesso il film appare congestionato da troppe parole, che insieme formano un chiacchiericcio pseudo-letterario sotto cui si sedimentano le immagini non troppo belle di un film fallito.

Sorrentino è troppo sgamato per non sapere che, per piacere all’estero, un regista italiano deve fare riferimento a Federico Fellini, di cui oltretutto nel 2013 cadeva il ventennale della morte. Dice ad esempio Richard Heuze, corrispondente di “Le Figaro” in Italia da più di trenta anni: «Se vuoi essere apprezzato devi fare pensare a Fellini e ad altri grandi. Per questo sono sicuro che La grande bellezza di Sorrentino avrà un grande successo nel mio paese» (F. L. Zanardi, Cosa aspettate a fare un film su Berlusconi?, “Il venerdì”, 5 luglio 2013). In sostanza, i critici stranieri ritengono che gli italiani di oggi siano incapaci di creare qualcosa di nuovo.

E nel film di Sorrentino di riferimenti a Fellini ce ne sono fin troppi. Potrebbe essere addirittura letto come una enciclopedia di citazioni felliniane. Inutile dire Jep Gambardella è, in maniera fin troppo esplicita, una sorta di reincarnazione cinematografica dei personaggi interpretati da Marcello Mastroianni in La dolce vitaOtto e mezzo e pure in La città delle donne.

E veniamo all’anti-clericalismo becero di Sorrentino. Sorrentino da una parte cerca di fare il regista internazionale e dall’altra cerca di dare al pubblico internazionale quello che il pubblico internazionale vuole dai registi italiani di oggi: cartoline folkloristiche dell’Italia dipinte in stile Fellini. Ma soprattutto, Sorrentino non si dimentica mai di mettere nei suoi film i luoghi comuni folkloristici sull’Italia che tanto piacciono al pubblico cui cerca disperatamente di piacere. Nel Divo (Ita/Fra, Colore, 110’, 2008) Sorrentino rappresenta l’Italia così come se la immaginano gli stranieri, specialmente dopo lo scandalo del bunga bunga: marcia, corrotta, mafiosa e governata da mafiosi. Mancava solo la pizza e il mandolino. E l’anticlericalismo vuoto di La grande bellezza è esattamente un luogo comune sull’Italia, che per gli anglosassoni è una nazione marcia, corrotta e mafiosa a causa del cattolicesimo.

I personaggi del cardinal Bellucci (interpretato da Roberto Herlitzka), della “santa” (interpretata da Giusi Merli) e l’assistente della santa (interpretato da Dario Cantarelli) sono peggio che imbarazzanti. Il cardinale Bellucci sembra meno interessato a Dio e al diavolo che all’alta cucina. Egli si interessa in particolare alla cottura delle carni, che è una allusione facile, alla portata degli spettatori meno avveduti, ai “piaceri della carne”. E a proposito di piaceri della carne, la scena in cui una suora di clausura, nel corso di un incontro con la santa, lancia un sorriso smagliante ad un bel giovane di colore, membro della delegazione di una tribù africana, ha la stessa intensità satirica di una barzelletta che non fa ridere. Il messaggio è chiaro e gradito al pubblico internazionale ex protestante, specialmente anglosassone, cui Sorrentino cerca disperatamente di piacere: i religiosi sono dei repressi nevrotici. Quando Gambardella domanda al cardinale: «Eminenza, è vero che lei da giovane faceva l’esorcista?», il volto del cardinale sprofonda in un chiaroscuro tenebroso. Il messaggio è chiaro e gradito al pubblico di cui sopra: vero diavolo è chi fa credere al popolo che il diavolo esiste. Fanno pendant al vescovo-cuoco le tante figure di religiosi, e specialmente religiose, che vedi aggirarsi per la Roma di Sorrentino con sguardi derisori e infidi. Il messaggio è chiaro e gradito eccetera: la religione organizzata è un inganno.

Quando appare la “santa”, una sorta di caricatura di madre Teresa di Calcutta, il film sprofonda nella farsa. Il suo volto è devastato da una infinità di rughe, la sua bocca si apre solo per mostrare gengive quasi completamente nude, dai suoi occhi trasuda una demenza senile ad uno stadio molto avanzato. D’altra parte, la giovane suora che guarda alla santa con mistico e sofferto entusiasmo, sgranando occhi cerchiati per troppe veglie di preghiera, non appare tanto più lucida. Il messaggio è chiaro e gradito eccetera: per avere fede, speranza e carità bisogna essere irrazionali.

Fa da contraltare alla sepolcrale santa e alla giovane suora esaltata la ragazzina vestita da suora per la prima comunione che sorride malinconicamente a Gambardella tenendo le mani sulle sbarre del cancello di un istituto di suore, quasi fossero sbarre di una prigione. Insieme agli altri ragazzini, ride alla vista di un cagnolino che tenta di liberarsi da un guinzaglio elastico. E qui i simbolismi telefonati si sprecano: la ragazzina simboleggia l’innocenza e il candore del bambino e dell’uomo primigenio (il “buon selvaggio” di Rousseau), l’istituto in cui sembra prigioniera simboleggia la civiltà, il cagnolino simboleggia la natura da cui l’uomo civile si separa, corrompendosi1. La civiltà comprende sia la religione organizzata, che nell’ottica di Rousseau reprimerebbe i desideri e gli istinti, sia la cultura e l’economia, che nell’ottica di Rousseau creerebbero falsi bisogni e nutrirebbero vane ambizioni.

Ma torniamo alla santa. Sebbene faccia fatica a reggersi in piedi, la santa cura i malati con energica sollecitudine nella sua missione in Africa ed inoltre vuole salire in ginocchio la Scala Santa, mentre Gambardella, che in piedi ci sta benissimo, non vuole salirla perché non vuole rovinarsi le ginocchia. Il messaggio è chiaro e gradito al pubblico internazionale ex protestante, specialmente anglosassone eccetera: la fede chiede sacrifici inutili e controproducenti, è più saggio divertirsi. Infine la santa, che in Africa vive in povertà, è costretta ad alloggiare in un hotel di super lusso a Trinità dei Monti.  Il messaggio è chiaro, gradito al pubblico di cui sopra e pure ai luterani del Sedicesimo secolo: la Chiesa predica bene la povertà ma poi razzola male nelle ricchezze estorte ai poveri.

Insomma, Sorrentino è tutto fuorché un “maestro” del cinema. Non ha nulla da insegnare a nessuno, a parte questo: che a sparare contro la Chiesa e contro l’Italia – nazione che ha il torto di essere ancora troppo cattolica – qualche premio te lo porti a casa.

  1. Il bersaglio polemico di Jean-Jacques Rousseau è il dogma del peccato originale. La sua celebre tesi è che l’uomo nascerebbe buono e sarebbe reso cattivo dalla società. Scrive ad esempio in una lettera a Malesherbes: «[…] l’homme est bon naturellement et… c’est par ces institutions seules que les hommes deviennent méchants» (Roussea à Malesherbes, 12 janvier 1762, C. G., n° 1249, t. VII, p. 51).

SI SCRIVE GIUSTIZIA SOCIALE E SI LEGGE INVIDIA SOCIALE, I. Il socialismo si basa sull’egoismo irrazionale.

LeviatanoVizi181212WT1

Non mi stupisco affatto che la maggioranza degli americani abbia riconfermato il peggiore presidente della storia degli Usa. E’ certamente vero che la democrazia è largamente preferibile a qualsiasi altra forma di governo, ma è altrettanto vero che non sempre in democrazia vincono i migliori. Anzi, si direbbe che i migliori vincano più raramente dei peggiori. Hitler, ad esempio, era stato votato da una percentuale consistente degli elettori tedeschi. Per il resto, vincono quasi sempre i mediocri. La maggioranza degli elettori tende a scartare i migliori per due ragioni. La prima è che la maggioranza non ha sufficiente preparazione per distinguere  il meglio dal peggio, il bene dal male, il vero dal falso. Troppo pochi sono quelli che hanno sufficiente preparazione politica e culturale per capire che il socialismo è il peggio mentre il liberalismo è il meglio. Tutti gli altri si fanno convincere dai demagoghi di sinistra che la crisi sarebbe effetto del “liberismo selvaggio”. La seconda ragione per cui la maggioranza degli elettori tende a scartare i migliori è che il peggio è più seducente del meglio.

Tutti gli economisti modernisti, ossia tutti gli economisti dei secoli ventesimo e ventunesimo tranne Friedrick von Hayek e qualcun altro, concepiscono l’economia come una sorta di macchina. Questa macchina non sarebbe mossa dagli attori economici, che ne sarebbero piuttosto semplici ingranaggi senza autonomia, ma piuttosto da un insieme di implacabili leggi fisiche. Dal momento che crede di conoscere queste fantomatiche leggi, l’economista modernista crede anche di conoscere la maniera di “rimettere in moto” l’economia in tempi di crisi. In realtà, più egli la “rimette in moto” e più l’economia rallenta, fino a fermarsi, anche se egli non lo ammette. Non si può “rimettere in moto” o “aggiustare” l’economia senza finire di romperla per la semplice ragione che l’economia non è una macchina e gli attori economici non sono ingranaggi. Sono persone che agiscono in base alla loro cultura, ai loro valori e ai loro desideri. Sono le persone, non presunte leggi fisiche a muovere l’economia. E noi cristiani sappiamo che, non si possono capire i comportamenti umani se non si considera anche un fattore occulto le cui conseguenze sono tuttavia evidenti, tangibili: il peccato originale. In realtà, non c’è neppure bisogno di credere nel dogma del peccato originale per rendersi conto che nessun essere umano è immune alla seduzione del male. Gli uomini spesso non fanno il bene che vogliono ma il male che non vogliono. Credo che anche un bravo psichiatra ateo sia pronto a confermarlo.

Comunque, per andare subito al punto, l’economia ha meno a che fare con la matematica che con la morale. Non a caso, i tomisti la consideravano una branca della filosofia morale. Per chi non lo sapesse i tomisti e lo stesso san Tommaso sono stati i primi teorici del liberalismo. Molti faticano ad ammettere che la dottrina liberale sia figlia del cattolicesimo. Per fortuna, Murray Rothbard aveva l’onestà intellettuale e il coraggio di ammetterlo (Catholicism, Protestantism, and Capitalism). Quindi, bye bye a Weber, secondo cui il capitalismo liberale sarebbe figlio del protestantesimo. E bye bye anche ad Ayn Rand, secondo cui il socialismo sarebbe figlio del Cristianesimo. In realtà, è fin troppo facile dimostrare che i totalitarismi politici di destra e di sinistra sono figli dell’illuminismo ateo. Il socialismo è precisamente l’elemento fondamentale di ogni totalitarismo, non solo di sinistra ma anche di destra. Mussolini non si era forse formato nel partito socialista? E nazismo sta forse per nazional – socialismo? Affermando che il socialismo si fonderebbe su un generico “altruismo” di matrice cristiana, la Rand dimostra di essere vittima della propaganda dei socialisti stessi. Sono loro che vogliono fare credere che il socialismo si basi sulla carità cristiana, che si anzi la forma più perfetta di carità, la carità elevata a sistema politico. E purtroppo, molti cristiani ci credono.

In realtà, il socialismo non ha nulla a che fare con con un generico altruismo: ha a che fare piuttosto, come argomenterò, con la superbia, l’avidità, la pigrizia e soprattutto con l’invidia. Si scrive “giustizia sociale” e si legge “invidia sociale”. Al presunto altruismo socialista, la Rand oppone un “egoismo razionale”, che lei considera non a torto il principio fondamentale del liberalismo. Senza dubbio esiste un egoismo sano, giusto e razionale, che non è se non il retto amore di sé. Come si può amare il prossimo come sé stessi se non si ama sé stessi? Ma esiste anche un egoismo cattivo, che è la volontà di procurarsi dei vantaggi a spese degli altri. Ebbene, la Rand non si era resa conto che il socialismo si basa sulla forma peggiore di egoismo. Il socialista dice che vuole togliere ai ricchi per dare ai poveri: in realtà vuole dare solo a sé stesso. Oltretutto, quelli che il socialista chiama “ricchi” non sono aristocratici fannulloni che campano di rendita (anche perché l’aristocrazia di sangue è quasi del tutto estinta, Deo gratias) bensì cittadini onesti che producono ricchezza col duro lavoro. Quando dice che vuole togliere ai ricchi per dare ai poveri, il socialista in realtà intende che vuole togliere a quelli che lavorano duramente per dare a quelli che lavorano di meno o oziano, fra i quali che lui stesso. Insomma, il socialismo è il sogno egoista di vivere a spese degli altri. Infine, il socialismo non si basa sull’amore: si basa sull’odio. Il socialista non ama i poveri: odia i ricchi ossia i cittadini produttivi. Li odia perché li invidia. In definitiva, non vuole aiutare i poveri: vuole rendere poveri anche i ricchi.

Qualcuno dovrebbe informare quei cristiani poco avveduti che credono all’equazione socialismo = altruismo, ossia i catto-comunisti, che il loro amato socialismo democratico – terribile ossimoro – fu inventato da uno che perseguitava la Chiesa. Si chiamava Bismark. La kulturkampf anti-cattolica di Bismark preparò il terreno all’affermazione del nazismo. Repetita iuvant: nazismo significa nazional-socialismo.

Dunque, esaminiamo il socialismo e il liberalismo dal punto di vista morale. Domanda: perché la stragrande maggioranza degli occidentali colti preferiscono il socialismo al liberalismo? Risposta: perché il vizio è più seducente della virtù. La mia tesi, che in seguito tenterò di argomentare, è che il socialismo ha più successo del liberalismo perché il socialismo fa leva sui vizi capitali degli elettori mentre il liberalismo esalta le virtù.

Il socialismo è una sirena molto seducente, che assume forme diverse. C’è il socialismo moderato della socialdemocrazia e c’è il socialismo estremo del comunismo. Fra socialdemocrazia e comunismo ci sono numerose forme intermedie. Tutte si basano su un dogma che rimane stabile nel tempo: il mercato è cattivo e lo Stato è buono. La sinistra socialdemocratica si accontenta di più Stato e meno mercato, quella comunista invece vuole solo Stato e niente mercato. La sinistra moderata si accontenta di “ridistribuire le ricchezze”, la sinistra estrema invece vuole che l’economia sia interamente gestita dallo Stato. La sinistra moderata si accontenta di tassare molto i ricchi, la sinistra estrema invece vuole renderli poveri come tutti gli altri. Dunque, fra le due sinistre non ci sono differenze sostanziali. Se quella comunista odia a morte il mercato, quella socialdemocratica lo odia soltanto un po’ meno.

Il mercato non è qualcosa di sovrapposto alla società: è il cuore, il sistema nervoso della società. In esso i cittadini si scambiano incessantemente beni, servizi, forza lavoro ed idee tramite il denaro. Il mercato è lo spazio in cui l’individuo esercita la sua libertà economica mettendo a frutto i suoi talenti. Quindi, odiare il mercato significa odiare la meritocrazia e la libertà (e pure la virtù della responsabilità, che è condizione della libertà). Se dunque la sinistra comunista odia a morte il merito e la libertà, quella socialdemocratica non è che li ama: semplicemente, li odia un po’ meno oppure, se va bene, li ama un pochino. Matteo Renzi è uno di quelli che un pochino riesce ad amarli, il che è già tanto nei tempi socialisti che corrono.

Dopo avere visto il socialismo, vediamo il liberalismo. In estrema sintesi, il liberalismo chiede una sola cosa: che lo Stato non opprima il mercato ossia la società. Secondo la dottrina liberale, lo Stato dovrebbe gestire pochi settori (politico, militare, giudiziario e poco altro), lasciando tutti i servizi di pubblica utilità (da quello sanitario a quello scolastico) ai privati che agiscono sul mercato. Ebbene, lo Stato moderno non si accontenta di rimanere nel suo spazio: tende ad ingrandirsi sempre di più, togliendo sempre più spazio al mercato. Non soltanto gonfia a dismisura il suo apparato burocratico ma pretende di assistere i cittadini dalla culla alla tomba e di erogare servizi essenziali al posto dei privati. (Se qualcuno ha l’impudicizia di sostenere che i servizi forniti dallo Stato sono migliori e più economici di quelli forniti dai privati, a lui l’onere della prova). E quanto più crescono le dimensioni dello Stato, tanto più cresce il potere e la ricchezza dei suoi massimi rappresentati: politici, ministri, dirigenti pubblici, grandi burocrati eccetera.

Insomma, lo Stato moderno si è incamminato da lungo tempo sulla strada del socialismo. Dal XIX secolo ad oggi, l’aliquota fiscale media è cresciuta da meno del 10% a poco meno del 50% in quasi tutti i paesi occidentali. L’aumento prodigioso del carico fiscale, che coincide con l’aumento prodigioso del socialismo, è causato dal peccato. Nello specifico, il socialismo solletica la superbia e l’avidità dei rappresentati dello Stato nonché la pigrizia, l’accidia e l’invidia dei cittadini. Più Stato significa da una parte più potere e più soldi per i rappresentati dello Stato, dall’altra meno responsabilità e più pappa pronta per i cittadini.

(Continua)

P. S.: cliccare qui  per saperne di più sull’illustrazione in alto.

Navigazione articolo