Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

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DALLE CATTEDRALI AI GRATTACIELI. Alla radice del progresso c’è la croce.

Incoronata1

 

La chiesa trecentesca di Santa Maria dell’Incoronata si staglia contro il grattacielo City Life, noto anche come Caesar-Pelli. Si tratta di un contrasto molto interessante, veramente sublime. In effetti, c’è un legame genetico fra la chiesa e il grattacielo: i grattacieli e le astronavi sono la logica conseguenza delle cattedrali. Alla radice del progresso tecno-scientifico c’è la croce. Non solo, ma all’ombra della croce si può realizzare la perfetta parità fra uomo e donna. Fuori dalla chiesa è appesa la seguente iscrizione:

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HANC ECCLESIAM AEDIFICARI FECIT ILLUSTRISSIMA DD BLANCA MARIA, DUCISSA MEDIOLANI, ANGLERIAEQUE COMITISSA AC CREMONAE DOMINA, IN HONOREM S. NICOLAI DE TOLENTINO, CUI IMPETRAVIT A SANCTISS. PAPA PIO SECUNDO PLENARIAM REMISSIONEM IN PRIMO ANNO SUAE DEDICATIONIS, ET SEPTEM ANNORUM ET SEPTEM QUADRAGENARIUM IN FESTO EIUSDEM SACTI IN PERPETUUM ANNO MCDLX DIE X SEPTEMBRIS.

In soldoni. la chiesa è stata edificata per volontà della arciduchessa Bianca Maria, donna medievale potentissima. Se volete sapere qualcosa delle grandi donne del Medioevo, leggete La donna al tempo delle cattedrali di Régine Pernoud, a storica che ha dimostrato che il Medioevo è stato il paradiso per le donne. Le tenebre dell’oscurantismo maschilista sono calate nel Rinascimento, quando l’Europa cominciò a perdere la fede e ad idolatrare la cultura greco-roma,a, fortemente maschilista.
P. S. Ho lungamente rifinito l’immagine col photoshop.

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L’olocausto della grazia

Pubblicato su Tempi, 15 novembre 2007.

Disprezzo misogino e violenza. Sono i frutti del rancore di una civiltà barbara e nichilista che insieme alla ragione ha smarrito l’amore.
Ecco perché c’è bisogno di un altro Stilnovo
Di Jacob Giovanna
in Cultura
15 Nov 2007

Una sera di fine ottobre la signora Giovanna Reggiani camminava per un viottolo che rappresenta l’unica, esile espressione della civiltà in una periferia romana dominata dalla natura selvaggia. All’improvviso dalla boscaglia sbuca un selvaggio che la cattura come una preda, la trascina fra le piante, la deruba, la violenta e la uccide. A monte del suo gesto non c’è un’improvvisa infatuazione sessuale per la malcapitata, ma la volontà pura e semplice di affermare la propria primordiale supremazia virile su una donna. Una donna della civiltà.La natura decaduta a causa del primo peccato mette nel cuore del maschio il desiderio di sopraffare la donna, la civiltà invece – che in senso proprio è solo la civiltà occidentale – insegna all’uomo a reprimere questo desiderio malvagio. La natura decaduta mette la donna al di sotto dell’uomo, la civiltà la mette accanto all’uomo. La civiltà imita la grazia. Dobbiamo aspettarci una progressiva escalation della violenza dei maschi provenienti dall’esterno dei confini della civiltà (fra essi anche i rom, che considerano del tutto normale pestare a sangue le sorelle e le mogli) verso le donne della civiltà? In realtà anche i maschi della civiltà, nel loro cuore, si sentono defraudati. «Bisogna che confessiamo il rancore che noi uomini proviamo verso le donne emancipate», ha detto con lodevole sincerità lo scrittore Antonio Scurati in una puntata delle Invasioni Barbariche. I frutti avvelenati di questo rancore dell’uomo verso la donna sono la violenza, sessuale e non, e il disprezzo misogino.Con gli uomini consacrati le cose non vanno meglio. La castità è un antidoto contro la violenza ma non contro il disprezzo misogino. In teoria la verginità consacrata maschile dovrebbe nutrirsi di venerazione per la donna (come suggerisce don Luigi Giussani), nella realtà si nutre di disprezzo verso donna. Per l’uomo consacrato la verginità non è una forma di possesso più profondo della donna, ma una liberazione dalla donna, intesa allo stesso tempo come un “animale inetto e stolto” (Erasmo da Rotterdam) e come causa di lussuria. Alla trasmissione Exit del 29 ottobre scorso, un monsignore maestro di seminario, con gli occhi illuminati da un sarcasmo tenebroso, ha detto al celebre prete innamorato: «Figliolo, che pena vederti alla tua età fuori di testa come un ragazzino, ma che ti credi, la maggior parte dei matrimoni falliscono, dopo un po’ ci si stufa, e poi noi abbiamo già fatto la nostra scelta». Non solo il monsignore ha parlato di “scelta” e non di “vocazione” (e tra le due cose c’è una differenza abissale), ma ha definito l’innamoramento un “essere fuori di testa”. Ovvero un temporaneo rincoglionimento senza nessun significato trascendente, una “illusione” leopardesca da estinguere al più presto per non farsi fregare da una qualunque Aspasia. Un Solov’ev, col suo testo capitale Il significato dell’amore, vale più di cento monsignori. Questo il succo di tutte le parole del monsignore: tutto passa, le donne passano, il mondo è nulla, solo Dio è. Ebbene questo non è cattolicesimo ma nichilismo musulmano. Dunque, nei seminari si insegna che la verginità non è un modo di amare le donne ma di odiarle.

Quel prete che le amava davvero

Però esistono ancora moltissimi uomini in tonaca capaci di amare le donne in maniera vera. I santi camminano ancora in mezzo a noi. Uno di loro ci ha appena lasciato: don Oreste Benzi. Egli non diceva che le donne sono diaboliche, che sono puttane. E le puttane lui le amava come sorelle che ci precederanno nel regno dei cieli. Tutte le notti scendeva nei marciapiedi a cercarle e a parlare con loro. Non faceva loro discorsi morali, non cercava di riportarle sulla retta via. Si limitava a manifestare loro il suo amore più che paterno e più che materno, vero riflesso dell’amore di Dio. E questo amore le attirava, traendole fuori dal fango, verso il cielo.Nel Fedro Platone spiega che ogni anima si divide in tre parti, una in forma di auriga e due in forma di cavalli. Di questi uno è bello e «si lascia guidare semplicemente dal richiamo e dalla ragione», il secondo è deforme e «amico di sfrenatezze ed impostura». Quest’ultimo «dando ogni travaglio al compagno e all’auriga, li sforza ad andare verso l’amato e a fargli parola del piacere di Venere. (.) Alla sua vista, la memoria dell’auriga è ricondotta all’essenza del bello e di nuovo la scorge accanto alla saggezza, su incontaminato piedistallo; e quando l’ha veduta, presa da spavento e da vergogna, cade riversa e insieme è costretta, nel cadere all’indietro, a tirare le briglie così forte, che ambedue i cavalli si piegano sulle cosce, di buona voglia quello che non è restio, e il prepotente , invece, di mala voglia». Colui che non è puro di cuore davanti ad un bel volto «non sente venerazione, ma cedendo al piacere, a guisa di quadrupede si lancia a montare e a seminare figli, e presa a compagna la sfrenatezza non ha timore né vergogna di andare alla ricerca di un piacere contro natura». Invece colui che è puro di cuore, «se scorge un volto di fattura divina che imiti bene il bello, oppure una ideale immagine di corpo. seguitando a guardare, sente venerazione come per un dio, e se non temesse d’esser preso per un pazzo, offrirebbe sacrifizi al fanciullo come al simulacro di un dio». Pazienza se Platone pensava che un uomo potesse innamorarsi solo di un altro uomo o di un fanciullo (quanto a misoginia, gli antichi greci non erano secondi a nessuno). La cosa importante è che egli ha intuito il significato della verginità, seppure in maniera imperfetta. Ha capito che l’innamoramento trova il suo compimento non in un mero possesso fisico che scade inevitabilmente nella lussuria, ma in una venerazione quasi timorosa, in un distacco ammirato che rende vero anche il momento del possesso fisico. Soprattutto, egli ha capito che l’innamoramento, vissuto fino in fondo, introduce al divino. Dante porterà a compimento questa intuizione platonica, facendo della donna amata la sua guida fra i cieli del paradiso (e a lungo si potrebbe soffermarsi sulle differenze sostanziali fra la visione platonica, che denigra la carne, e la visione cristiana, che invece esalta la carne). Così si palesa la necessità di una nuova cultura dell’amore. Solo una nuova letteratura cortese, un nuovo stilnovismo, potranno fare risorgere la civiltà cristiana dalle sue ceneri. Solo così si potranno sconfiggere i mostri contrapposti, oggi vittoriosi, della pornografia e della castità misogina. Solo alla brezza di una nuova primavera cortese potranno nascere storie d’amore veramente “eterne”, inattaccabili dall’acido del divorzio, e vere vocazioni alla verginità, resistenti alle tentazioni della carne. Solo quando sorgerà un nuovo Dante capace di esaltare una nuova Beatrice, cesserà l’inverno della crisi delle vocazioni nella Chiesa. Ma potrebbe essere già troppo tardi. Il nichilismo, ateo e musulmano, incombe.

 

LETTERA A TEMPI del 22 novembre 2007

Che succede? Forse la mia ottusità mi ha impedito di capire come il suo giornaletto si sia trasformato da pamphlet di nicchia aggregato, stonato, ad un quotidiano mediocre, in qualcosa d’altro? L’articolo di Baget Bozzo del n. 43 (“La solitudine che grava nel mondo è data anche dalla tristezza dei cattolici”) e quello di Giovanna Jacob del n. 44 (“L’olocausto della grazia”) valgono una collana editoriale.Marco Sala Milano

Non ho capito l’aggregato, lo stonato e il quotidiano. Però grazie per non essersela presa con la nostra Kidman.

No Medioevo, no femminismo – I frutti amari del femminismo laicista

Pubblicato su Pepe 22, novembre 2007.

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Pubblicato anche su Storia libera

Giovanna JACOB
No Medio Evo? No femminismo
tratto da: PepeOnLine.it.
Dai tempi di Voltaire, gli storici dipingono il Medioevo come un’epoca oscurantista, arretrata, sottosviluppata, superstiziosa e soprattutto misogina. Nella ricostruzioni letterarie sul Medioevo si narrano storie cupe di donne “senz’anima” costrette a concedersi la prima notte di nozze, prima che al legittimo sposo, al signore feudale (il famigerato “ius primae noctis”). Ebbene il 12 settembre 2007 su Repubblica è apparso un titolo-choc: “Medioevo, prove di femminismo. Così cominciò il potere rosa”. Nell’articolo si parla di uno studio di Sue Niebrzydowski, docente di storia alla Bangor University del Galles, sulla condizione della donna nei secoli compresi fra il dodicesimo e il quindicesimo. Dopo avere esaminato una gran mole di documenti, questa storica è giunta alla conclusione che il Medioevo è stato “un’epoca d’oro” per le donne. Gli storici “fedeli alla linea” illuminista sono immediatamente insorti, accusando Sue Niebrzydowski di fare del “revisionismo” finalizzato ad un “uso politico della storia” (quale uso, poi, non è dato sapere). Se oggi cerchi di dire la verita’ sul Medioevo, vieni immediatamente paragonato a quegli storici filo-nazisti che negano la realta’ storica dello sterminio degli ebrei. Analogamente, se osi dire ad alta voce quello che tutti i paleontologi sanno e non dicono, e cioè che non ci sono prove a sostegno della teoria darwiniana, vieni accusato di essere un integralista cristiano che vuole mettere le favole della Bibbia al posto della scienza. La leggenda del Medioevo-oscurantista e la teoria darwiniana sono i due dogmi di fede del laicismo moderno.
La favola dello “ius primae noctis”
Nel corso di un convegno tenuto di recente nel Regno Unito, l’eretica storica inglese ha citato numerosi esempi di donne che, in pieno Medioevo, vivevano in una condizione di assoluta parità con gli uomini. Secondo il celebre medievalista “fedele alla linea” Jacques Le Goff le donne portate ad esempio da questa sua collega “molto presuntuosa e soprattutto molto ignorante” (Repubblica, 12.9.2007) sarebbero soltanto delle sparute eccezioni fra milioni di donne umiliate ed oppresse nei “secoli bui”. Solo eccezioni? Secondo Régine Pernoud no. Circa trenta anni fa questa storica francese, oggi scomparsa, ha sostenuto le stesse tesi che oggi sostiene Sue Niebrzydowski nei libri Medioevo un secolare pregiudizio (edito in Italia da Bompiani nel 1983) e La donna al tempo delle cattedrali, (edito in Italia da Rizzoli nel 1982). Andiamo a rileggerli.
In primo luogo, la Pernoud si chiede come possa esserci ancora qualcuno che crede alla favola dello “ius primae noctis”, invenzione di qualche romanziere d’appendice. Quanto all’idea che le donne nel Medioevo fossero considerate creature senz’anima, la Pernoud taglia corto: “Strano che i primi martiri che sono stati onorati come santi, siano delle donne e non degli uomini: sant’Agnese, santa Cecilia, sant’Agata e tante altre. Triste davvero che santa Blandina o santa Genoveffa fossero prive di un’anima immortale! Sorprendente che una delle più antiche pitture delle catacombe (nel cimitero di Priscilla) raffigurasse precisamente la Vergine con Bambino, ben designata dalla stella a dal profeta Isaia” (Medioevo un secolare pregiudizio).
Donne al comando
Dopo avere fatto piazza pulita di queste fandonie, la Pernoud si sofferma sulle grandi regine francesi del Basso Medioevo: “Non è sorprendente che ai tempi feudali la regina fosse incoronata come il re, a Reims generalmente (a Sens nel caso di Margherita di Provenza), ma sempre dalle mani dell’arcivescovo di Reims? In altre parole, si attribuiva all’incoronazione della regina altrettanto valore che a quello del re. (…) Eleonora d’Aquitania e Bianca di Castiglia dominano realmente il loro secolo, esercitano un potere incontestato nel caso in cui il re sia assente, malato o morto, hanno la loro cancelleria personale, il loro campo di attività personale” (op. cit.). Non bisogna dimenticare che fu una regina, Isabella di Castiglia, a patrocinare l’impresa che segna simbolicamente l’inizio dell’epoca moderna: la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo.
Oltre a queste grandi regine, la Pernoud cita un numero impressionante di nobildonne e signore feudali vissute fra il quinto e il quindicesimo secolo dopo Cristo. Di esse qui ricordiamo soltanto la celebre Matilda di Canossa, che nel 1115 osò ribellarsi all’imperatore tedesco Federico Barbarossa, nemico giurato dei comuni italiani, donando i suoi feudi toscani ed emiliani al papa. Le donne avevano posizioni di potere anche all’interno della Chiesa: “Alcune badesse agivano come autentici signori feudali il cui potere era rispettato al pari di quello di tutti gli altri signori, alcune donne indossavano la croce al pari dei vescovi; sovente amministravano vasti territori che includevano villaggi, parrocchie…” (op. cit.). Le Goff ribatte: è vero, certe badesse erano potenti “ma non dobbiamo dimenticare che i conventi femminili erano sempre sottoposti a quelli maschili” (Repubblica, 12.9.2007). Ciò non è vero. Non solo non tutti i conventi femminili erano sottoposti a quelli maschili, ma successe anche il contrario: “ci si domandi che cosa ne direbbe il nostro XX secolo di conventi maschili posti sotto la direzione di una donna. (…) E tuttavia è proprio ciò che si verificò, con pieno successo e senza causare nella Chiesa il sia pure minimo scandalo, ad opera di Roberto di Abrissel, a Fontevrault, nei primi anni del XII secolo” (op. cit.). Egli pose, infatti, i monaci del suo ordine sotto la direzione della badessa dell’attiguo convento femminile.
Se alcune badesse avevano più potere degli abati, invece le donne sposate di qualunque categoria sociale erano indipendenti dai mariti anche relativamente al diritto di proprietà: “Negli atti stipulati è molto frequente il caso di una donna sposata che agisce per conto suo, per esempio avviando un negozio o un commercio, senza essere tenuta a produrre un’autorizzazione maritale” (op. cit.). Anche nelle campagne, fra i cosiddetti “servi della gleba”, c’erano donne che compravano o vendevano piccole proprietà: in un atto dell’XI secolo si parla di “due serve, di nome Auberede e Romelde, che alla fine dell’XI secolo (tra il 1089 e il 1095) acquistavano il proprio affrancamento in cambio di una casa che possedevano a Beauvais, sulla piazza del mercato” (op. cit.).
Donne che lavorano e donne che votano
Le prime femministe, apparse fra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo, si battevano per il riconoscimento di tre diritti fondamentali alle donne: il diritto all’istruzione superiore, il diritto di accedere a tutte le professioni e infine il diritto di voto. Ebbene le donne del Medioevo non avevano avuto bisogno di fare delle battaglie femministe per accedere al mondo del lavoro: “le iscrizioni della taglia (oggi diremmo le imposte di registro), ovunque ci siano state conservate, come nel caso della Parigi di fine XIII secolo, ci mostrano una folla di donne esercitanti i più vari mestieri: maestra di scuola, medico, farmacista, gessaiuola, tingitrice, copista, miniaturista, rilegatrice di libri e così via” (op. cit.). Notare: c’erano anche delle miniaturiste, ovvero delle artiste (un libro di miniature porta ad esempio questa iscrizione: “Omnis pictura et floratura istius libri depicta ac florata est per me Margaretam Scheiffartz” – “Ogni immagine e decorazione di questo libro è stata dipinta e disegnata da me, Margherita Scheiffartz”).
E adesso tenetevi forte: nel Medioevo non solo esistevano delle forme di democrazia diretta a livello locale, ma votavano sia gli uomini che le donne. Dall’insieme delle raccolte consuetudinarie, degli statuti delle città, ma anche dall’enorme massa degli atti notarili, dei documenti giudiziari, o ancora dalle inchieste ordinate da san Luigi “balza fuori un quadro che per noi presenta più d’un tratto sorprendente, dato che, per esempio, vediamo le donne votare alla pari degli uomini nelle assemblee cittadine o in quelle dei comuni rurali” (op. cit.). Non sorprende affatto che nel Medioevo esistessero alcune forme di democrazia diretta. Si attribuisce a Carlo Magno, imperatore cattolico, il motto: “Vox populi, vox Dei”. In una delle numerose lettere che inviava ai papi e ai re nel periodo drammatico della cattivita’ avignonese, santa Caterina da Siena scrisse: “Il potere non è assoluto, è prestato da Dio. O dal popolo”. Questa donna del popolo era ascoltata dai più grandi potenti del suo tempo. Sarebbe possibile una cosa simile oggi? Un secolo dopo, durante la guerra dei cent’anni, una semplice ragazza di umili origini riusc? a convincere i regnanti di Francia a metterla a capo di un esercito di uomini. Si chiamava Giovanna d’Arco.
Donne che studiano
Jacques Le Goff afferma bellamente che “la prima letterata donna della storia” sarebbe apparsa solo nel quindicesimo secolo nella persona di Cristina di Pisano, “poetessa e filosofa, molto critica con la misoginia dei suoi tempi” (Repubblica, 12.9.2007). Anche questo è inesatto: le donne letterate pullulavano da molto prima del quindicesimo secolo. Tre soli esempi: Dhuoda (autrice fra il 841 e il 843 del primo trattato di educazione pubblicato in Francia), la badessa Rosvita (autrice di un manoscritto del X secolo contenente sei commedie, in prosa rimata, che influirono grandemente sullo sviluppo letterario dei paesi germanici) e la badessa Herrada di Landsberg (autrice del celebre Hortus Deliciarum, l’enciclopedia più nota del XII secolo).
I poeti del XII secolo hanno ripetutamente vantato le qualità intellettuali delle donne del loro ambiente; Baudri de Bourgueil, scrivendo l’epitaffio di una certa Costanza, dice che era sapiente come una sibilla e fa anche l’elogio di una certa Muriel, che ha fama di recitare versi con voce dolce e melodiosa” (La donna al tempo delle cattedrali).
I poeti medievali lodavano le qualità intellettuali e spirituali delle loro donne, oggi invece la televisione e il cinema celebrano il culto della donna oggetto. A parte questo, gia’ nel 1883 lo studioso Karl Bartsch era giunto alla conclusione che “nel Medioevo le donne leggevano più degli uomini”. Forse non più degli uomini, ma certamente leggevano quanto loro. E quanto loro scrivevano: molti manoscritti portano la firma di copiste donne. In effetti “all’epoca feudale e nel Medioevo, le scuole monastiche istruiscono un po’ dovunque ragazzini e ragazzine…” (op. cit.). Nei conventi femminili, da sempre luoghi di studio oltreché di preghiera, le donne avevano la possibilità di ricevere un’istruzione di livello universitario: ad esempio la religiosa Gertrude di Hefta “ci racconta, nel XIII secolo, come fosse felice di passare dal grado di ‘grammatica’ a quello di ‘teologa’, vale a dire che, dopo avere percorso il ciclo di studi preparatori, si apprestava a passare ad un ciclo superiore come si faceva all’università. (…) D’altra parte, constatiamo che le religiose di quel tempo… sono per lo più donne di grande cultura, donne che avrebbero potuto gareggiare per dottrina con i monaci più eruditi del tempo. La stessa Eloisa [la celebre donna amata da Abelardo – N.d.R.] sapeva, e insegnava alle sue monache, il greco e l’ebraico” (Medioevo un secolare pregiudizio).
Hildegarda: scienziata, musicista, filosofa
Fra i più grandi geni di tutto il Medioevo, accanto a santi dottori come Bernardo e Tommaso, troviamo Hildegarda di Bingen. Nata nel 1098 presso Magonza e morta nel 1179, questa sposa di Cristo non fu solo una grande intellettuale ma anche una grande musicista (i cd con le esecuzioni degli inni e delle sinfonie che ella scriveva per le sue monache ultimamente vanno a ruba nei negozi specializzati, come ha verificato chi scrive).
Come più tardi santa Caterina, Hildegarda trovava ascolto presso papi, re, imperatori: “O re”, scrisse a Federico Barbarossa riferendogli le parole che Dio le aveva rivelato in una visione, “se ti preme di vivere, ascoltami, o la mia spada ti trafiggerà”. Nelle sue tre opere principali ella descrive le visioni soprannaturali che aveva fin dall’età di tre anni: il Libro dei meriti della vita, il Libro delle opere divine (tradotto di recente per Mondadori Meridiani Classici dello Spirito) e infine lo Scivias (in italiano: “conosci”). Quest’ultima è un’opera monumentale in cui Hildegarda attraversa con uno sguardo unitario tutti gli ambiti del sapere del XII secolo, dalla teologia alla poesia fino alla musica e alla pittura (nelle miniature che accompagnano il testo ella illustra le sue visioni). “L’analisi della sua opera ha rivelato che aveva avuto prescienza della legge d’attrazione e dell’azione magnetica dei corpi, mentre le sue profezie indicanti astri immobili alla fine dei tempi sono sembrate ad alcuni scienziati l’annuncio della legge della degradazione dell’energia; nelle sue opere si è potuto discernere anche ciò che sarebbe stato oggetto di scoperte scientifiche cinquecento anni dopo la sua morte: il sole al centro del ‘firmamento’, la circolazione del sangue ecc.” (La donna al tempo delle cattedrali).
L’emarginazione della donna inizia con l’Umanesimo
Insomma, sembra proprio che questa Cristina di Pisano “molto critica con la misoginia dei suoi tempi” non sia stata affatto la prima donna letterata del Medioevo, come pretende Le Goff. Pure la “misoginia” è un tratto caratteristico non della cultura medievale bensì della cultura che stava emergendo proprio nel secolo di Cristina: l’Umanesimo. Qualunque studente del liceo classico sa che nella società greca e romana le donne avevano un ruolo del tutto marginale. La cultura classica non ha mai prodotto una grande letteratura d’amore (con l’eccezione della poesia di Saffo e delle riflessioni di Platone sull’eros, entrambi a sfondo omosessuale). Nella letteratura cortese si parla di cavalieri che venerano la donna amata come “suzeraine”, ovvero “regina” in lingua d’Oil. Ebbene gli autori classici insegnavano agli umanisti a non venerare più la donna ma lo Stato. In Francia anche le regine vere e proprie iniziano a contare sempre meno, fin quando “a partire dal XVII secolo, la regina scompare letteralmente di scena a vantaggio della favorita [l’amante del re – N.d.R.]. (…) E quando l’ultima regina di Francia, volle riprendere una particella di potere, ebbe di che pentirsene, infatti si chiamava Maria Antonietta (è solo giusto aggiungere che l’ultima favorita, la Du Barry, raggiungerà sul patibolo l’ultima regina)” (Medioevo un secolare pregiudizio).
Non si è mai notato a sufficienza come, nell’età moderna, l’affermazione dello Stato assoluto e l’esclusione della donna dalla vita intellettuale e politica abbiano viaggiato su binari paralleli. La Pernoud individua la causa efficiente di entrambi questi fenomeni nella riscoperta umanistica del diritto romano, che è “il diritto di coloro che vogliono affermare un’autorità statale centrale” e “il diritto del pater familias”. Conformandosi al diritto romano, le legislazioni dei paesi europei tenderanno a “confinare la donna in quello che è stato, in tutti i tempi, il suo campo privilegiato: la cura della casa e l’educazione dei figli, finché le sarà tolto anche questo, a norma di legge. Infatti, si noti bene, è con il codice napoleonico che la donna non è più padrona neppure dei propri beni e svolge in casa propria solo un ruolo subalterno” (op. cit.).
Al declino femminile diede un contributo fondamentale anche la Riforma protestante. Martin Lutero vietava alle donne di operare al di fuori dell’ambito delimitato dalle tre “K”: Kirche, Kinder, Küche (chiesa, bambini, cucina). Quelle che provavano ad infrangere questo divieto, finivano braccate come “streghe” (Lutero gettava benzina sul fuoco della superstizione anti-stregonesca). Nello stesso periodo il raffinato umanista Erasmo da Rotterdam, nel celeberrimo Elogio della pazzia, definiva la donna “un animale inetto e stolto”. Le prove di questa nuova temperie culturale misogina, durata fino alla fine del diciannovesimo secolo, sono troppo numerose per citarle in questa sede. Per fare un solo esempio, Giacomo Leopardi non si è vergognato di scrivere che la donna “dell’uomo al tutto da natura è minor” e che nelle sue “anguste fronti” la donna non può contenere gli stessi alti pensieri dell’uomo. “Che se più molli \ e più tenui le membra, essa la mente \ men capace e men forte anco riceve” (dal canto Aspasia). Mentre il poeta dell’era positivista per le donne non aveva che parole di disprezzo, invece il poeta dell’era cristiana per le donne non aveva che parole di ammirazione: “Tanto gentile e tanto onesta pare \ la donna mia quand’ella altrui saluta, \ ch’ogne lingua deven tremando muta \ e li occhi no l’ardiscon di guardare (…) e par che sia cosa venuta \ da cielo in terra a miracol mostrare” (Dante nella Vita Nova). Che abisso separa Aspasia da Beatrice! Negli occhi di Aspasia Leopardi aveva visto il riflesso dell’infinito, una promessa di felicità eterna. Ma quando si era avvicinato alla donna, il riflesso era scomparso: allora si convinse che l’infinito era un inganno, che l’amore era una illusione, che la donna era solo fonte di delusione. Molti secoli prima Dante vide la stessa promessa negli occhi di Beatrice. Ma Beatrice non lo deluse affatto. Nell’ultima cantica della Divina Commedia è Beatrice a condurre Dante fino al cospetto di Dio. Dante ci insegna che non si può adorare la donna senza adorare Dio. L’odio di Leopardi per la donna nasce proprio dalla sua mancanza di fede in quel Dio che solo può compiere la promessa contenuta negli occhi della donna.
Insomma, anche Leopardi ci insegna qualcosa di importante: che il declino della fede cristiana è causa del declino femminile e della misoginia affermatasi dopo la fine del Medioevo. Quando tutti gli uomini credevano in Dio, e nella Madre di Dio, rispettavano le donne. Da quando Dio è stato dato per morto, è morta pure la dignità della donna. Ridotta oggi ad essere carne da pornografia.
I frutti (amari) del femminismo laicista
Non bisognerebbe mai parlare di “femminismo” al singolare. Il femminismo cattolico di Edith Stein (vedi Pepe-documenti) è molto diverso dal femminismo laico o addirittura laicista degli ultimi quaranta anni. Sia il femminismo laico che quello cattolico rivendicano alle donne il diritto di avere un ruolo nel mondo, al di fuori delle mura domestiche. La differenza irriducibile fra il femminismo cattolico e quello laico, è che il secondo mira alla completa cancellazione di ogni distinzione fra un ruolo maschile e un ruolo femminile. Sessant’anni fa Simone de Beauvoir chiedeva che alle donne fosse impedito con la forza di dedicare più tempo alla cura dei figli che alla carriera. Molte femministe portano avanti ancora oggi questa crociata.
Nel libro La strada degli errori. Il pensiero femminista al bivio (Feltrinelli 2004) la femminista storica Elisabeth Badinter torna a negare l’esistenza di un “istinto materno” e se la prende con quelle donne “retrograde” che oggi tornano ad allattare i loro neonati al seno, rinunciando cos? ai vantaggi dell’allattamento artificiale. Questo ultimo, molto in voga negli anni Settanta e Ottanta, consente alla donne di passare più tempo fuori casa. Nel libro No kid. Quaranta ragioni per non avere figli (di prossima uscita per Bompiani) Corinne Maier, madre di due bambini, sostiene che i figli impediscono alla donna di vivere una vita piena ed appagante. Comunque non tutte le femministe la pensano come la Meier. La maggior parte delle femministe “storiche” non consigliano alle donne di non fare figli ma casomai di farne pochi per avere più tempo da dedicare alla carriera. Si dice che un albero si giudica dai suoi frutti.
Ebbene, oggi in Occidente cominciamo a cogliere i frutti amari di cinquant’anni di femminismo laicista. Oggi le donne occidentali fanno sempre meno figli (con conseguenze devastanti, che tutti conosciamo, per la civiltà occidentale) e passano sempre meno tempo con loro. In uno studio recente dal titolo The epidemic, lo psichiatra infantile Robert Shaw dimostra che i figli delle donne che passano la maggior parte del tempo fuori casa crescono male: sono viziati e consumisti, rendono poco negli studi, sono più esposti alla seduzione degli stupefacenti e più inclini ai comportamenti criminali (le baby gang proliferano in tutti i paesi occidentali).
Negli Usa il sito TheEpidemic.com raccoglie migliaia di testimonianze di genitori americani che confermano la giustezza delle osservazioni di Shaw. E se i bambini stanno male, le donne non stanno bene: soffrono come mai prima nella storia di nevrosi e depressione.
Oggi, in pieno regime di correttezza politica, ogni tentativo di critica al femminismo laicista viene stroncato sul nascere. Nonostante questo, le voci di critica a questo femminismo si levano sempre più numerose. Sfidando i rigori dell’inquisizione politically correct, alcuni scienziati dimostrano con argomenti scientifici che fra uomini e donne non ci sono soltanto delle differenze meramente fisiche. Di recente il neurologo cognitivista di Cambridge Simon Baron-Cohen, autore de “The essential difference” (tradotto da Mondadori nel 2003) ha dimostrato che il cervello dei maschi è programmato per operazioni di tipo sistematico, mentre il cervello delle femmine è più empatico. Nei suoi esperimenti ha rilevato che i neonati maschi sono più attratti dalle figure geometriche mentre le neonate sono più attente ai volti delle persone. Lo scorso anno la neuropsichiatra americana Louann Brizendine ha pubblicato uno studio, che ha fatto molto scalpore, in cui dimostra che esistono addirittura delle differenze morfologiche fra il cervello maschile e quello femminile. In sintesi, alcune zone del cervello sono più sviluppate nelle donne che negli uomini: la corteccia prefrontale (preposta al controllo degli impulsi aggressivi e all’autocontrollo), l’insula (legata alla capacità di intuizione e di empatia), la corteccia anteriore (legata alla facoltà di prendere le decisioni), l’ippocampo (il deposito della memoria). L’ipotalamo (il regolatore degli ormoni legato all’insorgere della pubertà) si sviluppa prima nelle ragazze che nei ragazzi, mentre la ghiandola pituataria è più attiva nelle donne, regolando le fasi della gravidanza e dell’allattamento (Repubblica, 24\76).
Finalmente oggi la scienza dimostra quello che sarebbe necessario dimostrare, e cioè che le donne sono diverse dagli uomini. Tutte le caratteristiche non solo fisiche ma anche mentali della donna sono orientate ad uno scopo: essere instancabilmente per l’uomo e per il suo bene.

Sorella Samira

Pubblicato su Tempi, aprile 2004.

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Pubblicato su Tempi, 13 agosto 2003

 

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