Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

Archivio per il tag “statalismo”

L’internazionale antitrumpista ha un problema: più lo insultano, più lui vince

Marzo 26, 2016 Giovanna Jacob

“The Donald” non solo non è il mostro biblico dipinto dalla propaganda antitrumpista ma ha addirittura alcune idee giuste, sebbene imperfette e perfettibili

Caro direttore, ho l’impressione che dall’inizio di quest’anno abbia iniziato a prendere forma uno dei più grandi partiti politici di tutti i tempi, forse più grande perfino del vecchio partito comunista internazionale. A questo nuovo partito aderiscono tutti i giornalisti e tutti gli intellettuali di tutti gli schieramenti politici e ideologici di tutto il mondo, tutti i dirigenti e tutti gli attivisti del partito democratico degli Usa, tutti i dirigenti e tutti gli attivisti del partito repubblicano degli Usa, tutti i veteromarxisti ortodossi e tutti i neoconservatori, tutti i relativisti-multiculturali-antioccidentali e tutti i liberal-conservatori, tutti gli atei fondamentalisti e tutti i musulmani fondamentalisti, tutti gli ecologisti-animalisti e tutti gli hacker, tutti gli atei devoti e tutti i cristiani devoti e tanti altri. Essi non hanno delle idee in comune, a parte una: Donald Trump è il male fatto uomo. Non hanno obiettivi politici in comune, a parte uno: impedire con tutti i mezzi a Donald Trump di diventare presidente degli Stati Uniti d’America. Insomma, non sono amici fra loro ma hanno un nemico anzi un “nemico da abbattere” in comune.

I membri di questa sorta di partito antitrumpista internazionale inondano il mondo di articoli contro Trump, talk-show contro Trump, documentari contro Trump, spot pubblicitari contro Trump, video di Youtube contro Trump, post e tweet contro Trump, e-mail contro Trump. Esperti di marketing e di comunicazione, pagati a peso d’oro dai vertici dl Gop e da vari gruppi di potere, lavorano h24 per convincere l’elettorato repubblicano che il candidato repubblicano Trump è un socialista sotto mentite spoglie repubblicane e per convincere l’elettorato cristiano che tutte le idee di Trump sono contrarie al Vangelo, soprattutto l’idea di impedire a milioni di messicani di entrare illegalmente negli Usa e impedire ai musulmani di entrare negli Usa per un periodo più o meno lungo.

Continua:

http://www.tempi.it/internazionale-anti-trump-ha-un-problema-piu-lo-insultano-piu-lui-vince#.VvZ0afnhDIU

Annunci

Chi ha paura di Starbucks?

Marzo 6, 2016 Giovanna Jacob

Come McDonald’s non ha portato via clienti alle pizzerie italiane, così Starbucks non porterà via clienti ai bar italiani

 

Caro direttore, se ne parlava da mesi ma adesso è ufficiale: Starbucks, la famosa catena americana di caffetterie,sbarcherà in Italia. I detrattori del libero mercato e della globalizzazione economica non riescono a darsi pace. Convinti che il protezionismo sia la panacea di tutti i mali dell’economia, protestano a gran voce: “Come si può permettere ad una azienda yankee di venire in Italia a rubare clienti alle aziende italiane e a distruggere la tradizione italiana del caffè?”. Essi non hanno chiaro che impedire ad un imprenditore straniero di fare soldi in Italia significa anche impedire a tanti italiani di portare i soldi a casa. Riusciranno gli anti-globalizzazione a convincere i disoccupati italiani che, pure di proteggere le aziende italiane dalla concorrenza straniera, vale la pena impedire agli imprenditori stranieri di creare nuovi posti di lavoro in Italia? Oltretutto, gli anti-globalizzazione non hanno chiaro che, in ogni nazione in cui è stato applicato, il protezionismo ha sempre portato più svantaggi che vantaggi per l’economia nazionale. Se i consumatori possono comprare solo i prodotti delle aziende nazionali, queste ultime non hanno nessun interesse a migliorare costantemente il rapporto qualità prezzo dei loro prodotti e a inventare nuove tecnologie. Quindi, le aziende non corrono mai il rischio di andare fuori mercato ma i consumatori sono costretti a pagare sempre di più per avere prodotti sempre più scadenti (che è esattamente quello che avviene in tutti i paesi socialisti). E il paese stesso arretra irresistibilmente.

Continua qui:

 

http://www.tempi.it/chi-ha-paura-di-starbucks#.Vtw4DJzhDIU

LA PESTE KEYNESIANA

RISPONDO QUI ALLE OBIEZIONI MOSSE DAL KEYNESIANO ALDO&RISIO NELL’AREA COMMENTI DEL MIO ARTICOLO PUBBLICATO ULTIMAMENTE SU TEMPI:

http://www.tempi.it/se-i-giovani-italiani-si-mettono-in-fila-davanti-al-consolato-degli-usa#.VaQqcvntmkp

Obiezione numero 0: le basi americane presenti sul nostro territorio stanno dissanguando i contribuenti italiani.

RISPOSTA 0) Allora, partiamo dai fondamentali di economia: chi riceve un servizio da un altro essere umano deve pagarlo. Dunque gli ufficiali americani ci forniscono un servizio e lo stato italiano li paga: logico, giusto. Bisogna sottolineare che per lo Stato italiano e per l’Europa intera alla fine è più conveniente dal punto di vista contabile (costa  meno) pagare lo stipendio a militari americani piuttosto che pagare un sistema di difesa suo proprio: per questo Obama si è accorto che alla fine della fiera la maggior parte dei costi della difesa dell’Europa ricadono sui contribuenti americani e quindi  ha chiesto a gran voce alla Ue di cominciare a badare militarmente a sé stessa, istituendo un suo esercito e suoi armamenti.

Aggiungo che, allo stato attuale (fra Isis che minaccia l’Italia e Russia che tende le grinfie sui paesi vicini) delle basi americane non possiamo proprio fare a meno. Se cacciassimo tutti gli americani, saremmo vulnerabile perché siamo troppo pacifisti: appena lo stato prova a spendere qualche euro per l’esercito i grillini e gli altri idioti urlano “con quei soldi ci potremmo fare un milione di asili”. Massì, A proteggerci dall’Isis (che minaccia apertamente l’Italia) mandiamoci le maestre d’asilo stipendiate dallo stato!

Obiezione numero 1): Keynes non si definiva un socialdemocratico, il suo scopo era curare l’economia di mercato dai suoi mali.

RISPOSTA 1) Non conta come Keynes definiva sé stesso: contano le sue idee. Lui poteva benissimo essere convinto di essere un difensore dell’economia di mercato, di fatto era un teorico dello statalismo più estremo. Chi dice che lo stato deve correggere-dirigere-stimolare l’economia di mercato è un socialdemocratico di fatto. Oltretutto, la teoria generale di Keynes deve molto alle opere di John Stuart Mill, che appunto è universalmente riconosciuto come uno dei padri fondatori della socialdemocrazia moderna: il concetto di “ridistribuzione delle ricchezze” tramite la leva fiscale su lui a inventarlo.

2) la crisi economica iniziata nel 2007-2008 non è stata causata dal debito pubblico ma dal debito privato.

RISPOSTA 2) Ha ha ha ha ha… No, allora, tanto per cominciare la crisi del debito privato ha riguardato gli Usa (crisi dei mutui subprimes) ma non l’Italia, che anzi si distingue per la forte tendenza al risparmio privato del suo popolo. Quindi spero che almeno siamo d’accordo sul fatto che la crisi che sta massacrando l’Italia dal 2007-2008 non ha niente a che fare col debito privato, che in Italia è bassissimo. Davvero bisogna essere in malafede per negare che è un abnorme debito pubblico a massacrare l’Italia.

Ma concentriamoci sulla crisi del debito privato negli Usa. Ebbene, dire che il debito privato è cresciuto perché il welfare è diminuito è propaganda da quarto d’ora d’odio orwelliano. All’origine dell’esplosione del debito privato con conseguente rigonfiarsi e scoppiare di bolle speculative (a cominciare dalla bolla immobiliare) ci sono ancora una volta le politiche keynesiane. Mentendo e sapendo di mentire, i keynesiani dicono che incentivare il consumo a debito è “liberismo selvaggio”. In realtà, è keynesismo selvaggio.

Come ho accennato, Keynes sosteneva che il risparmio privato, specialmente in tempo di recessione, danneggiasse l’economia e che di conseguenza lo stato dovesse scoraggiare il risparmio e incoraggiare gli investimenti abbassando artificialmente i tassi di interesse bancari. In “Tutti gli errori di Keynes, perché gli Stati continuano a creare inflazione, bolle speculative e crisi finanziarie”, Hunter Lewis dimostra che è stato proprio l’abbassamento eccessivo del costo del denaro in puro stile Keynes a scatenare negli Usa la tempesta di debiti, prestiti bancari non garantiti (subprime) e insolvenze. E quando le insolvenze sono diventate troppe, la bolla immobiliare è scoppiata e le banche sono fallite a catena.

I semi della crisi del 2007-2008 sono stati gettati nel 2001. Allora Alan Greenspan, Segretario del Comitato dei Governatori della banca centrale americana (la Federal Reserve) cominciò ad abbassare artificialmente i tassi di interesse, inflazionando l’offerta di moneta. Dal 2001 al 2003, i tassi passarono dal 6,5% all’1%: si gonfiarono enormi bolle speculative. Ma i tassi non si potevano mantenere bassi in eterno. Nel giugno del 2006 tornarono al 5,25% e nel 2007 scoppiarono le bolle e fu crisi nera. Che cosa era successo?

Perché ad un periodo di tassi artificialmente bassi (che creano un BOOM economico fittizio) segue un periodo di tassi alti (che creano recessione: BUST)? Difficile spiegarlo in poche righe, ma ci proverò. Quando i tassi sono bassissimi, tutti gli imprenditori si fanno prendere dall’euforia: si fanno prestare montagne di soldi dalle banche per mettere in piedi imprese, negozi, cantieri eccetera. Così aumentano i posti di lavoro eccetera. Ma a forza di farsi prestare soldi, le banche si svuotano. Quando sono quasi svuotate, si vedono costrette a stringere i cordoni: non solo devono prestare di mano ma devono, per forza di cose, prestare a tassi maggiori, perché il denaro scarseggia (è fisiologico che quando qualsiasi bene scarseggia il suo prezzo aumenta). A quel punto gli imprenditori, che fino a quel momento avevano lavorato a tassi bassissimi, improvvisamente devono pagare tutto di più e non ce la fanno. La maggior parte di loro chiuderanno bottega e i loro dipendenti finiranno su una strada.

Oltre ad incoraggiare investimenti fittizi, i tassi bassi incoraggiano la gente a comprare case che non si potevano permettere. Lo scorso decennio negli Usa un gran numero di persone a basso reddito sono state convinte dalle banche, rese euforiche dai bassi tassi di interesse, a comprare immobili contraendo mutui subprime. L’improvvisa proliferazione di mutui subprime ha determinato un boom senza precedenti del mercato immobiliare: i prezzi delle case aumentavano perché la domanda di case superava costantemente l’offerta.

Col mutuo subprime, la banca ci guadagna sia se il cliente paga sia se non paga. Se paga bene, se non paga meglio: la banca si tiene le rate già pagate e in più si prende la casa e la vende. Finché gli insolventi sono pochi, tutto va per il meglio. Ma quando gli insolventi cominciano a diventare troppi, le cose si mettono male. Nel 2007 gli insolventi diventano un milione e settecentomila. Il mercato non ce la fa ad assorbire un milione e settecentomila case pignorate e messe in vendita tutte insieme dalle banche. Queste ultime di conseguenza perdono montagne di soldi. «La banca locale non può più pagare l’interesse alla banca d’affari che ha rilevato il suo credito, e questa non può più pagare gli investitori che hanno comprato lo stesso credito attraverso gli strumenti creativi inventati dai premi Nobel. Così le banche d’affari – cioè quelle banche che, a differenza delle banche commerciali, non raccolgono depositi agli sportelli ma offrono servizi di consulenza e vendono e acquistano azioni e altri prodotti finanziari -, esposte per miliardi di dollari, nel 2008 cominciano a rischiare di fallire. I governi – negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e altrove – ne salvano alcune, ma il 15 settembre 2008 l’amministrazione del presidente George W. Bush lascia fallire una delle più grandi banche d’affari del mondo, la Lehman Brothers, probabilmente commettendo un errore. Una dopo l’altra, le banche d’affari di Wall Street spariscono o cambiano mestiere» (Massimo Introvigne). Il virus delle insolvenze passa dalle banche d’affari alle banche commerciali. Queste ultime sono costrette a limitare i prestiti alle imprese, che di conseguenza vanno in crisi e tagliano posti di lavoro. Una spirale perversa si estende rapidamente dagli Usa a tutto il mondo: aumenta la disoccupazione, le famiglie si impoveriscono, i consumi calano, le aziende guadagnano di meno e quindi aumenta ulteriormente la disoccupazione eccetera.

Obiezione numero 3) Keynes voleva stimolare l’economia tramite spesa pubblica di investimento, quella per realizzare opere e lavori pubblici o per le forniture pubbliche, non tramite spesa pubblica corrente, ossia spesa per sostenere la pubblica amministrazione. Oltretutto se oggi si licenziassero i massa dipendenti pubblici, sarebbe una catastrofe: diminuirebbero i consumi e le aziende fallirebbero.

RISPOSTA 3) Certo, sappiamo bene che Keynes pensava ad enormi investimenti per infrastrutture che avrebbero dovuto beneficiare gli imprenditori. Ma il problema è che, distinguendo fra spesa di investimento e spesa corrente, Keynes non era coerente con le sue stesse premesse (e infatti altri dopo di lui hanno tratto le conseguenze coerenti dalle sue premesse). Premesse: bisogna fare in modo che la gente riceva uno stipendio e corra a spenderlo per fare ripartire i consumi e stimolare gli investimenti produttivi. Se dunque lui mette nelle premesse che il fine della spesa pubblica è fare ripartire i consumi, poi di fatto rispetto a questo fine cade la distinzione fra investimenti in infrastrutture e spesa corrente. Alla fine della fiera, non conta che il lavoratore abbia costruito una utilissima opera idrica (come quella di Roosevelt) o che abbia scavato una buca per ricoprirla: conta che corra a spendere i soldi dello stipendio. Quindi di fatto la teoria generale di Keynes ha spinto tutti i politici occidentali a moltiplicare i posti di lavoro pubblici con lo scopo di “fare ripartire i consumi” (mentre il vero scopo è comprarsi i voti, come ha fatto Renzi con le sue mega assunzioni).

Anyway, la spesa pubblica di investimento & corrente non è mai servita a fare ripartire nessuna economia. I Keynesiani ripetono ancora che fu il new deal prima e le spese belliche poi a generare il clamoroso boom economico post bellico degli Usa.  In realtà, il ministro dell’economia Usa nel 1939 testimonia che il new deal fu un gigantesco fiasco: «We have tried spending money. We are spending more than we have ever spent before and it does not work. And I have just one interest, and if I am wrong…somebody else can have my job. I want to see this country prosperous. I want to see people get a job. I want to see people get enough to eat. We have never made good on our promises… I say after eight years of this administration we have just as much unemployment as when we started… And an enormous debt to boot!» (Secretary of the Treasury, Henry Morgenthau, 1939).

L’enorme spesa bellica, invece, ebbene solo vantaggi indiretti: stimolò l’invenzione di nuove tecniche di produzione (analogamente, l’enorme spesa bellica anti-Urss degli anni 80 portò enormi innovazioni tecniche, anche in campo informatico). Ma alla fine della seconda guerra mondiale lo stato americano dichiarò ufficialmente bancarotta: dal 1946 al 1948 il rapporto fra spesa e Pil passò dal 42 al 9 per cento. Inoltre furono tagliate le tasse, aboliti i razionamenti e rimosso il controllo dei prezzi e dei salari. Inevitabili i licenziamenti di massa nel settore pubblico. Tutti quelli che durante la guerra avevano lavorato o per l’esercito o per l’industria bellica si ritrovarono su una strada. A quel punto i keynesiani dissero: ci sarà il disastro, caleranno i consumi e gli investimenti, bisogna assolutamente tornare ad assumere gente a debito… Poiché le casse erano vuote e i debiti già enormi, lo stato non seguì i consigli dei keynesiani e… inaspettatamente nel 1946 l’economia americana cominciò a volare. La gente che era stata licenziata dallo stato trovò lavoro nel privato, dove i posti di lavoro si moltiplicavano esponenzialmente. Evidentemente la cessazione degli investimenti pubblici e la contrazione della pressione fiscale avevano fatto bene all’economia.

Qualcosa di simile accadde in Europa, specialmente in Germania. La ripresa dell’economia europea nel dopoguerra fu dovuta solo in minima parte al piano Marshall, che prevedeva lo stanziamento di circa un 120 miliardi di dollari. Se è vero che il piano Marshall ha giovato a certi settori dell’industria, è altrettanto vero che le economie dei paesi che hanno ricevuto più fondi sono cresciute meno rispetto alle economie dei paesi che ne hanno ricevuti di meno. Oltretutto la ripresa produttiva era iniziata nel 1946: due anni prima dell’avvio ufficiale del piano Marshall. Subito dopo la fine della guerra, l’economia tedesca cominciò a correre più velocemente di quella americana. A farla ripartire non furono i soldi americani ma piuttosto una serie di politiche di stampo liberale – a cominciare dalla liberalizzazione dei prezzi voluta da Erhard contro la volontà delle truppe di occupazione angloamericane – che spazzarono via gli ultimi avanzi dello statalismo economico di stampo nazional-socialista. Tali politiche si ispiravano alla dottrina degli ordo-liberali tedeschi, fra i quali spiccava Wilhelm Röpke.

L’esperienza post-bellica dimostra che “licenziamenti di massa” nel pubblico non sono “macelleria sociale” (come dice la sinistra durante il quarto d’ora d’odio) ma portano vantaggi per gli stessi licenziati. D’altra parte ovunque nel mondo si sono licenziati in massa dipendenti pubblici non c’è stata catastrofe ma ripresa economica: mandare i parassiti a lavorare fa sempre bene all’economia. Dopo un brevissimo periodo si sofferenza per i licenziati, le cose si mettono a posto. Quindi anche in Italia prima licenziamo in massa e meglio è per tutti.

Salto le obiezioni 4) e 5), che mi sembrano troppo tecniche e poco pertinenti col nostro discorso. Comunque almeno su una cosa siamo d’accordo: per Keynes il RISPARMIO era il male. Ora, come ho scritto in un precedente articolo, l’odio di Keynes verso il risparmio (che porta all’edonismo consumista) è un chiarissimo sintomo del suo spirito anticristiano:

http://www.tempi.it/errori-nuova-destra-ideologia-gender#.VaQUd_ntmkp

Obiezione numero 6) quando dipendevano dagli Stati, le banche centrali cancellavano il debito pubblico ripagando i creditori con denaro creato dal nulla, senza generare inflazione. Infatti l’inflazione ha altre cause: aumento del prezzo delle materia prime e da perturbazioni di politica internazionale.

RISPOSTA all’obiezione 6) Lei cerca di intimidire i lettori sfoggiando tanti tecnicismi da manuale di economia keynesiano. In realtà, lei non sta descrivendo la realtà: sta descrivendo l’interpretazione (bacata) della realtà che ne danno i maestrini keynesiani (che poi sono tutti post-marxisti) e personaggi naif e involontariamente comici come Paolo Bernard. Ammazzandomi dalle risate, faccio il riassunto del vostro punto di vista: per eliminare il debito lo Stato deve soltanto costringere le banche centrali a stampare denaro dal nulla per pagare i creditori privati perché tanto l’inflazione non è determinata dal denaro creato dal nulla ma dallo choc petrolifero del 1973, dalla guerra arabo-israeliana e qualunque altra cosa vi venga in mente, basta aprire i giornali e citare a caso fatti di cronaca internazionale. Ma che bella favola! Che stupidi noi a non averlo capito prima, che basta stampare denaro per avere ricchezza! Bene, siccome ho un sacco di problemi economici, io domani mattina vado in cantina e stampo denaro per coprire tutte le spese. Ah no? Dite che sto facendo la falsaria? Ma pensa, sono una falsaria. Ah, ho capito: lo stato può fare il falsario ed io no. M scusate, se mi dite che aumentare la quantità di denaro in circolazione non crea inflazione, che male faccio se metto in circolazione i soldi che stampo in cantina?  Se dite che mettere in circolazione denaro creato dal nulla non significa rubare, perché mi trattate come una ladra se i stampo i miei soldi? E poi, scusate, tutti a scervellarsi per risolvere il problema della fame nel mondo quando invece è facilissimo: basta gettare sulla testa degli africani montagne di denaro creato dal nulla. Scherzi a parte, meglio rileggersi “Lo stato falsario” di Murray Rothbard. P. S. buona quella del “quarantennio neoliberista”. Infatti di liberismo in Occidente neanche l’ombra: come ho spiegato sopra, anche la finanziarizzazione dell’economia e il gonfiarsi-sgonfiarsi di bolle non sono “liberismo selvaggio” ma “keynesismo selvaggio”.

Obiezione numero 7): tutte le statistiche ed i dati dimostrano che il debito pubblico, prima sotto controllo, è esploso a seguito dell’autonomia delle banche centrali ossia quando i governi sono stati costretti a ricorrere solo ai mercati che praticano interessi alti.

RISPOSTA all’obiezione 7) Ma come, se bastava stampare denaro dal nulla per comprarsi il paradiso in terra, perché gli Stati hanno smesso di farlo? Solo per favorire qualche finanziere amico, magari nell’ambito del mega-complottone mondiale dei banchieri e dei finanziari che controllano la Casa Bianca e Wall street? La verità evidentemente è un’altra: gli Stati hanno riversato il debito nei mercati finanziari perché non potevano fare altrimenti, perché il vecchio trucco della “stampante magica” non funzionava più: le tempeste ricorrenti di inflazione stagflazione avevano stancato tutti. E i mercati praticano tassi di interesse alti per una ragione semplicissima: che gli investitori non vogliono farsi fregare dallo Stato.

E veniamo a quel mostro chiamato spread. Lo stato ha un problema: deve convincere gli investitori a investire in titoli del debito pubblico. Ma gli investitori non sono fessi: sanno bene che, se il debito cresce più dell’economia, lo stato non sarà mai in grado di pagare i creditori. Sanno bene che comprare i titoli del debito pubblico è come comprare carta straccia. Per convincerli, lo stato è costretto a promettere loro un alto rendimento: “comprate i titoli, domani vi frutteranno molto più di quanto li avete pagati oggi”. Ma a furia di promesse, i tassi d’interesse (lo spread) aumentano, la spesa d’interessi aumenta e quindi aumenta anche in maniera esponenziale il divario fra tasso di crescita economica e tasso d’interesse sul debito. Non c’è mai fine al peggio.

Ecco il peggio. Normalmente, voi siete disposti a prestare del denaro a qualcuno solo se siete certi che qual qualcuno è in grado di farli fruttare o almeno di non distruggerli: “Io ti do dieci solo se tu mi garantisci che me ne restituirai undici o, male che vada, di nuovo dieci”. Ebbene, i governi non sanno fare fruttare il denaro, perché tutte le industrie e le aziende di stato sono poco efficienti nella miglior delle ipotesi. Quindi, quando un creditore presta denaro allo stato, è sicuro che quel denaro non sarà utilizzato bene.  Per non farlo scappare a gambe levate, il governo deve promettere al creditore tassi interessanti. Ma adesso il governo prende in prestito denaro non più per finanziare industrie e aziende poco efficienti, ma solo ed esclusivamente per coprire un deficit di bilancio. In parole povere, sta distruggendo capitale senza investirlo. E poiché il capitale viene distrutto, per pagare gli interessi ai creditori lo stato deve contrarre ulteriori debiti. E’ peggio della bomba atomica. Infatti, a forza di pagare i debiti con altri debiti lo stato distrugge i risparmi di una nazione e impoverisce tutti. Mentendo e sapendo di mentire, lo stato dice ai risparmiatori: non preoccupatevi per i vostri risparmi, domani, quando ci sarà la ripresa economica, ve li restituirò. Bugiardo. Infatti, distruggere i risparmi significa impedire nuovi investimenti e di conseguenza impedire la ripresa.

I keynesiani chiedono alla Bce di emettere eurobond: titoli indifferenziati validi per tutti I paesi dell’eurozona. Gli eurobond sono uno strumento mediante il quale le cicale derubano le formiche. Fuor di metafora, sono solo una maniera molto raffinata di derubare I tedeschi senza sentirsi ladri.

«Proviamo a sforzarci di avere un po’ di empatia e chiediamoci se l’Italia nei panni della Germania accetterebbe gli eurobond. Spesso per capire i grandi problemi bisogna rapportarli a proporzioni individuali. Supponiamo che Tizio e Caio richiedano un finanziamento alla banca. Tizio è in grado di dare ampie garanzie di solvibilità, Caio, invece, presenta un profilo meno affidabile. Poniamo che la banca sia disponibile ad erogare credito a entrambi, a Tizio a un tasso del 3% e a Caio del 6%, che riflette il maggiore rischio. La banca ad un certo punto dice a entrambi: signori c’è una nuova legge che dice che il merito del credito non conta più e ci impone di applicarvi un tasso uniforme, pertanto possiamo erogarvi i finanziamenti allo stesso tasso del 4.5 calcolato come media dei tassi che riflettevano il vostro grado di affidabilità. Ci dispiace, ma tu caro Tizio devi accollarti 1,5 % in più, per garantire Caio. Accetterebbero i politici italiani condizioni simili? Pensiamo di no. Perché rappresenterebbe un sopruso ai danni dei propri contribuenti. Oppure, accettereste di essere obbligati ad avere una carta di credito in comune con degli spendaccioni? Certo che no perché si tratterebbe di un altro sopruso». (Gerardo Coco)

Quanto alla “povera” Grecia, ha semplicemente mangiato sbafo montagne di miliardi degli altri cittadini europei. Non si contano più gli aiuti e i piani di salvataggio.  E con tutti quei (nostri) soldi i greci non ci hanno costruito infrastrutture e imprese: ci hanno pagato stipendi di lavoratori pubblici che avrebbero dovuto essere licenziati da tempo e pensioni baby. I titolo greci hanno un tasso di interesse altissimo perché sono rischiosissimi: chi li compra non sa se rivedrà i suoi soldi. Lei li comprerebbe? In Grecia bisognerebbe mandarci Caprotti dell’Esselunga, non a caso odiatissimo dai compagnucci:

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/caprotti-sulla-grecia-crisi-perch-lavorano-poco-1149467.html

Le dò una informazione di logica elementare e legge naturale: per produrre ricchezza bisogna lavorare. Ed in effetti la filosofia di Keynes è proprio questa: la favola che per produrre ricchezza non sia necessario lavorare e faticare, ma basti stampare denaro dal nulla. Chi non riesce a vedere l’influsso del Maligno in questo sovvertimento della legge naturale che sta al cuore della filosofia di Keynes?

Obiezione numero 8) Oggi lo Stato tartassa la gente solo per ripagare i creditori esosi, i quali praticano bassi tassi solo agli Stati “bravi” che tagliano la spesa sociale e ritirano la loro presenza dal mercato (leggasi privatizzazioni) ed abbattono il Welfare.

RISPOSTA alla obiezione 8): Fra i “creditori esosi” ci sono tanti privati cittadino, fra cui piccoli risparmiatori. Gente che, se non vede tornare indietro i suoi soldi, va in rovina. Tagliare spesa “sociale” (ossia spesa socialista sovietica che mantiene parassiti nullafacenti tipo falsi invalidi e baby pensionati) e privatizzare le inefficientissime e corrottissime aziende pubbliche (che o creano ricchezza ma la bruciano soltanto, maltrattando i cittadini, come la Atac e le altre aziende di trasporto) fa bene a tutti, specialmente ai più poveri.

Obiezione numero 9) se è vero che le banche e le borse sono nate nel Medioevo, tuttavia la chiesa le avversava nel nome del fatto che non si può servire allo stesso tempo Dio e Mammona…

RISPOSTA alla obiezione 10) Il discorso è troppo lungo, basti sapere adesso che la condanna ecclesiastica del prestito ad interesse venne meno rapidamente (perché i teologi capirono in fretta che c’è differenza fra tassi onesti e tassi usurai). E basti sapere che il Vangelo è pieno di riferimenti alla piccola impresa, che la parabola dei talenti di fatto descrive il capitalismo… No c’è troppo da dire: leggetevi Stark e Woods e leggetevi un manuale di storia medievale. Guardate almeno le città italiane: scrigni di giganteschi tesori d’arte finanziati con i soldi dei mercati e dei banchieri medievali. Vi siete chiesti una volta da dove venivano i soldi che servirono a finanziare Santa Maria del Fiore o la torre di Giotto e tutto il resto? E il vero capitalista è anche molto caritatevole: nei registri contabili delle aziende dei comuni si trovava spesso il nome di un socio molto speciale: “Messer Domineddio”. I proventi di questo messere andavano alle opere di carità, molto numerose nei comuni.

Lei dice: “La finanza è per sua natura autoreferenziale e cerca il profitto immediato (perché mai finanziare la costruzione di un pozoz d’acqua in Africa per rivedere il proprio investimento fruttare in interessi tra dieci anni se è possibile speculare in borsa, certo con forti rischi ma chi conosce il mestiere sa come ridurli, ed ottenere in due settimane il raddoppiamento del proprio denaro?!) è necessario che l’Autorità Politica intervenga per costringerla ad operare secondo norme e schemi di utilità sociale, pur riconoscendo ad essa un equo ma limitato compenso.”

Ora, il capitalismo e la finanza non sono fini ma MEZZI MATERIALI che, come tutti i mezzi, possono essere usati o bene o male. Quindi è ovvio che anche finanzieri e capitalisti devono seguire una morale. Il capitalismo è come una automobile: la puoi usare per spostarti efficacemente da un posto all’altro oppure per uccidere i passanti e provocare incidenti stradali per soddisfare il tuo gusto sadico (vedi pirati della strada). In passato (diciamo durante la prima industrializzazione) i capitalisti, avendo perso la fede a causa dell’illuminismo, usavano male il mezzo-capitalismo: affamavano gli operai eccetera. Per risolvere il problema dello sfruttamento del proletariato Marx propose di abolire il capitalismo. Ma abolire il capitalismo per abolire lo sfruttamento del proletariato è come sopprimere l’industria automobilistica per eliminare gli incidenti stradali. Per eliminare gli incidenti stradali non bisogna sopprimere le macchine ma costringere gli automobilisti a seguire le regole stradali; analogamente per avere una economia di mercato sana bisogna costringere i capitalisti a seguire precise regole del gioco, che si basano su precise regole morali. Ebbene all’inizio (nel Medioevo) il capitalismo si basava sulle regole derivate dalla morale cristiana. Ciò detto, lo stato deve limitarsi a fare rispettare le regole del gioco (come si impegna a fare rispettare le leggi ai cittadini) ma non può dirigere l’economia di mercato senza danneggiarla irrimediabilmente.

Obiezione numero 10) Mussolini per superare la crisi degli anni ’30, innescata dalla finanza, pubblicizzò, con la riforma bancaria del 1936, il sistema bancario italiano, ossia rese pubblica la banca centrale e sottopose le banche a rigidi e severi controlli. Il sistema così ideato fu uno dei volani dello sviluppo, guidato dalla spesa pubblica, dell’Italia del secondo dopoguerra. Poi arrivano Reagan e la Thatcher ed il mondo scivolò verso il baratro attuale. Comunque, visto che la Jacob, esalta l’America forse sarebbe il caso di ricordarle che Obama ha fatto uscire gli Stati Uniti dalla crisi, anche se non è riuscito a ridurre i divari sociali ma almeno ha aumentato l’occupazione, esattamente a forza di spesa pubblica per stimolare il mercato in recessione. Insomma cara Jacob che le piaccia o no Keynes ha funzionato ancora un volta. Anche in Giappone si è fatta la stessa cosa.

RISPOSTA alla obiezione 10) Tralascio l’esaltazione della politica monetaria del fascismo perché si commenta da sola.

Oggi il Giappone ha un debito pubblico altissimo (200%), la banca centrale giapponese stampa denaro a manetta e in Giappone non c’è inflazione, anzi giapponesi sono molto benestanti. Certo, ma non è l’enorme debito pubblico ma la laboriosità dei suoi abitanti che rende prospero il Giappone. E la banca centrale giapponese può permettersi il lusso di abbassare i tassi sul debito pubblico solo perché il Pil del Giappone, nonostante tutto, ancora non cala. Non cresce più ma si mantiene alto per merito dei giapponesi stessi, che lavorano tantissimo e risparmiano tantissimo. L’altissima propensione al risparmio dei giapponesi spiega perché nel paese non c’è inflazione anzi addirittura un po’ di deflazione nonostante venga stampato denaro dal nulla: i giapponesi infatti preferiscono parcheggiare il denaro in banca, dove non fa danni, piuttosto che spenderlo tutto subito. Se fosse la spesa pubblica a creare prosperità, la Grecia dovrebbe essere avanzata almeno quanto il Giappone. Qualcuno ha il coraggio di dire che la lunga stagnazione giapponese non avrebbe nessuna relazione con l’altissimo debito pubblico? Anche se lì i tassi sui titoli sono bassi, il debito pesa lo stesso come un macigno.

Dunque, l’economia giapponese (ma anche quella americana e quella tedesca, entrambe gravate da un enorme debito) prosperano non grazie ma nonostante l’enorme spesa pubblica e l’enorme deficit. Se non avessero spesa e deficit, sarebbero ancora più prospere. Immaginiamo un carro pesante attaccato dietro un cavallo. Può darsi che un purosangue col carro riesca a correre più velocemente di un cavallo vecchio e malato senza il carro: ma non è il carro a fare correre più veloce il purosangue, al contrario. Se il carro non ci fosse, correrebbe ancora più veloce. Ebbene, la spesa pubblica è per gli Usa e il Giappone quello che il carro dell’esempio è per il purosangue.

Se i giovani italiani si mettono in fila davanti al consolato Usa

Mio articolo apparso ieri su Tempi:

http://www.tempi.it/se-i-giovani-italiani-si-mettono-in-fila-davanti-al-consolato-degli-usa#.VaFR5Pntmkp

LE ZUCCHE VUOTE HANNO PAURA DELLE ZUCCHE DI HALLOWEEN MA NON DELLE TEORIE ECONOMICHE SATANICHE

L’altra sera discutevo di John Maynard Keynes con alcuni amici. Io facevo notare che la ricetta keynesiana (più spesa pubblica + più tasse + più debito) non ha mai funzionato da nessuna parte al mondo: invece di “stimolare” l’economia la affossa. La prova provata di quello che dico si chiama GRANDE DEPRESSIONE. Per porre rimedio alla terribile crisi scoppiata nel 1929, John Delano Roosevelt seguì precisamente la ricetta di Keynes (in realtà Keynes non aveva ancora pubblicato suo testo di economia satanica, ma comunque Roosevelt già ragionava come lui): aumentò a dismisura la spesa pubblica indebitando lo Stato. Con i soldi pubblici, ossia i soldi degli altri, Roosevelt finanziò generosamente sia posti di lavoro relativamente “utili”sia posti di lavoro completamente inutili (impiegati statali scalda-sedie): assunse sia decine di migliaia di operai incaricandoli di costruire  infrastrutture relativamente utili sia decine di migliaia di impiegati, timbratori di carte inutili. Infatti, nell’ottica keynesiana non importa che i dipendenti pubblici facciano lavori utili: l’importante è che spendano i soldi dello stipendio al fine di “aumentare la domanda aggregata”. Ah, quant’è bella la vita! Per aumentare le ricchezze di un paese non devo lavorare, ma devo soltanto consumare le ricchezze… degli altri.

Chi non capisce immediatamente da chi era consigliato Keynes, è una zucca vuota. E invece di prendersela con questo economista luciferino, le zucche vuote se la prendono con le zucche di Halloween, in cui essi vedono come piccoli cavalli di Troia di demoni infernali. Mah. Comunque, lo Stato americano dilapidò per anni ed anni enormi quantità di soldi. Le zucche vuote ribattono: “Ma comunque erano soldi ben spesi, che fecero cessare la crisi”. Che cosa? Ha ha ha ha ha ha!!!!!!!!!!!!!!!!

Leggete che cosa scrisse il ministro del tesoro nel 1939, ossia dopo 11 lunghi anni di spese pazze:

«We have tried spending money. We are spending more than we have ever spent before and it does not work. And I have just one interest, and if I am wrong…somebody else can have my job. I want to see this country prosperous. I want to see people get a job. I want to see people get enough to eat. We have never made good on our promises… I say after eight years of this administration we have just as much unemployment as when we started… And an enormous debt to boot!» (Secretary of the Treasury, Henry Morgenthau, 1939).

Più chiaro di così si muore. La crisi cessò solo all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Il “New Deal” di Roosevelt ebbe il solo effetto di prolungare per 15 anni una crisi che, se lasciata decantare, sarebbe finita in due o tre anni.
Domanda: perché subito dopo la fine della guerra l’economia riprese a crescere? Risposta: perché, per fortuna degli americani, lo stato Usa dichiarò bancarotta e per qualche anno smise di spendere e quindi anche di tassare. Le zucche vuote ribattono: “Ma ci fu il piano Marshall…” Si, ma il piano Marshall fu applicato in Europa, non negli Usa, la cui economia cominciò a crescere a ritmo prodigioso. Anche l’economia tedesca cominciò a crescere a ritmo prodigioso. Ma cominciò a crescere molto prima che fosse applicato l’inutile e dannoso piano Marshall, che creò soltanto sacche di parassitismo.
Le zucche vuote ribattono ancora: “Dopo la guerra l’economia cresceva solo perché la gente, provata dalla guerra, era diventata più forte e aveva più voglia di lavorare…”. Oh no!!! Le zucche vuote cattoliche adesso ragionano come i darwinisti!!! Infatti, dire che la gente dopo la guerra è più forte e più produttiva equivale ad esaltare la guerra, abbracciando l’idea fascista secondo cui la guerra sarebbe “l’unica igiene del mondo”. Dobbiamo fare fuori una buona volta la favola nazista secondo cui la guerra rafforzerebbe il popolo liquidando i deboli e gli inetti, facendo sopravvivere solo i migliori. No. L’unica ragione per cui gli Usa, la Germania e pure l’Italia dopo la Seconda Guerra mondiale decollarono era che lo Stato americano, lo Stato tedesco e pure quello italiano non avevano smesso momentaneamente si succhiare il sangue ai cittadini. Il resto sono favole naziste-darwiniane e favole luciferine-keynesiane.

Altroché “dolcetto o scherzetto”. lo scherzetto ve lo hanno fatto i vecchi democristiani come Maurizio Lupi, che hanno aumentato la spesa pubblica in periodo di grave crisi, condannando l’Italia ad una irreversibile agonia.

LO STATO E’ UN PADRINO MAFIOSO, i cittadini sono picciotti che vogliono mettere le mani sui soldi del bottino

La rivolta dei forconi ha rafforzato i mio pessimismo. I rivoltosi hanno poche idee e tutte confuse. Certo se la prendono con le tasse, ma non se la prendono con lo Stato-leviatano, al contrario. Essi chiedono certamente meno tasse ma chiedono anche PIU’ STATO: più protezionismo, più sussidi, più dazi alle frontiere eccetera.

La verità è che in tutti i paesi occidentali, non solo in Italia, i tax-payers non chiedono meno tasse per tutti, ma chiedono meno tasse per sé stessi e più tasse per gli altri. In sostanza, la massima aspirazione dei tax payers è diventare tax consumers ossia mettere le mani sui soldi degli altri.
I DERUBATI NON CHIEDONO DI NON ESSERE PIU’ DERUBATI, MA DI RUBARE ANCHE LORO
Anche i più ricchi fra i ricchi vogliono mettere le mani sui soldi degli altri: le banche e le industrie fallite chiedono di essere salvate con i soldi dei contribeni e lo Stato-padrino li accontenta prontamente.

Quindi, oggi sia poveri che ricchi amano il Leviatano come i picciotti amano il padrino mafioso, che distribuisce i soldi del bottino.

Ed io finalmente ho capito: il Leviatano-padrino mafioso non smetterà di distruggere le ricchezze dei cittadini fin quando i cittadini non cambieranno mentalità, fin quando non accetteranno il comandamento: “Non rubare”.

Ma i cittadini quel comandamento lo hanno dimenticato perché hanno dimenticato Dio.

Anche Voltaire, ateo incazzato, lo aveva capito che senza fede in Dio non c’è una sola ragione per non rubare: “Sono assolutamente certo che Dio non esista ma non ditelo alla mia domestica, sennò mi ruba l’argenteria”.

Quindi, o l’Occidente tornerà cristiano o moriremo di tasse. La nostra società farà la fine anzi sta già iniziando a fare la stessa fine dell’impero romano, distrutto internamente da tasse incontrollabili e massacrato esternamente dai barbari. Noi i barbari ormai e li abbiamo in casa. Alcuni di loro non sono da meno rispetto a Goti e Longobardi.

Ma l’Occidente ce la farà a tornare cristiano prima che sia troppo tardi? Vorrei non essere tanto pessimista.

LA CRISI ECONOMICA? E’ SPIRITUALE. Come l’ingiustizia spirituale produce catastrofi materiali spaventose.

Articolo pubblicato su Pepe 27, numero dedicato alla giustizia, uscito in dicembre 2013.

Pepe_27_Giustizia

LA CRISI ECONOMICA? E’ SPIRITUALE

Dal momento che è composto di corpo e spirito, un essere umano può subire sia ingiustizie di carattere fisico sia ingiustizie di carattere spirituale. L’omicidio e il furto, per fare due soli esempi, costituiscono ingiustizie fisiche, mentre la calunnia, la diffamazione e la menzogna costituiscono ingiustizie spirituali. Il corpo è un “mezzo” molto nobile, ma pur sempre un mezzo dello spirito: è il pensiero a muovere il corpo e non il corpo a muovere il pensiero. Dal momento che dunque lo spirito è in qualche maniera superiore al corpo, le ingiustizie spirituali sono molto più lesive delle ingiustizie fisiche. Nessuna massima è dunque più vera di questa: “Ne uccide più la penna che la spada”. Infatti la spada può infliggere solo delle lesioni fisiche, mente la penna può infliggere lesioni spirituali. Se ad esempio un giornalista diffama una persona, attribuendole colpe che non ha, quella persona molto probabilmente perderà tutte le amicizie, soffrendone molto. Una lesione “spirituale” ha quasi sempre anche conseguenze materiali: una persona diffamata a mezzo stampa rischia di perdere il lavoro e di ritrovarsi su una strada, nei casi più gravi può diventare bersaglio di vendette e rappresaglie da parte di quanti si considerano sue vittime.

Adesso vorrei soffermarmi su un tipo particolare di ingiustizia spirituale che oggi è molto diffusa: l’ingiustizia informativa, che consiste nel deformare e occultare la verità dell’informazione storica, economica, filosofica eccetera. Nessuna ingiustizia ha conseguenza più profonde, estese e devastanti delle ingiustizie informative, che sono le più grandi delle ingiustizie spirituali e quindi le più grandi ingiustizie in assoluto. Mi viene in mente un geniale aforisma di Hernest Hello, polemista cattolico del XIX secolo: «Sono i principi che guidano il mondo, senza che il mondo sappia da chi è condotto. La più lieve negazione religiosa si trasforma in catastrofi materiali spaventevoli. Tu neghi il dogma: ti credi nel regno delle teorie senza conseguenze: il sangue scorre. Sarai spaventato dagli effetti; non vedrai le cause». Negando l’immortalità dell’anima, mettendo l’uomo sullo stesso piano degli animali, la cultura atea e positivista ha aperto le porte dei lager e dei gulag

Venendo alla cronaca di questi giorni, la più piccola negazione filosofica ed economica si traduce in catastrofi storiche ed economiche spaventevoli. Il 16 ottobre 2013 sul Imola oggi Roberto Orsi della London School of Economics ha scritto: «dell’Italia non rimarrà nulla, in 10 anni si dissolverà. Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampate terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale. Lo scenario di un serio crollo delle finanze dello Stato italiano sta crescendo, con i ricavi dalla tassazione diretta diminuiti del 7% in luglio, un rapporto deficit/Pil maggiore del 3% e un debito pubblico ben al di sopra del 130%. Peggiorerà.  (…) L’Italia ha attualmente il livello di tassazione sulle imprese più alto dell’UE e uno dei più alti al mondo. Questo insieme a un mix fatale di terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d’Europa, sta spingendo tutti gli imprenditori fuori dal Paese. (…) La scomparsa dell’Italia in quanto nazione industriale si riflette anche nel livello senza precedenti di fuga di cervelli con decine di migliaia di giovani ricercatori, scienziati, tecnici che emigrano in Germania, Francia, Gran Bretagna, Scandinavia, così come in Nord America e Asia orientale. (…) L’attuale leadership non ha la capacità, e forse neppure l’intenzione, di salvare il Paese dalla rovina. Sarebbe facile sostenere che Monti ha aggravato la già grave recessione. Letta sta seguendo esattamente lo stesso percorso: tutto deve essere sacrificato in nome della stabilità. (…) A meno di un miracolo, possono volerci secoli per ricostruire l’Italia.»

La dissoluzione prossima ventura dell’Italia è la logica conseguenza di una campagna di ingiustizia informativa portata avanti per più di cinquant’anni dalle élite intellettuali italiane, tutte rigorosamente di sinistra. Impadronitesi di tutte le centrali dell’informazione e dell’istruzione (giornali, televisioni, scuole, università eccetera), queste élite hanno potuto inoculare nella mente della stragrande maggioranza degli italiani le menzogne marxiste e keynesiane. Accecati da queste menzogne, gli italiani hanno sempre votato per i partiti che promuovevano l’aumento incontrollato della spesa pubblica e delle tasse e il saccheggio sistematico delle ricchezze prodotte. Sotto un altro punto di vista, gli italiani hanno sempre votato per i partiti statalisti perché in Italia tutti i partiti sono statalisti. In Italia l’unica scelta possibile è fra partiti molto statalisti e partiti un po’ meno statalisti, che si spacciano per “liberali”. Infatti in Italia, per dirsi “liberali”, ai politici basta promettere a vuoto di abbassare le tasse. Anche se non lo fanno, gli elettori non se ne accorgono e li votano di nuovo. Di recente i sedicenti “liberali” insediati nel “governo delle larghe intese”, autoproclamatisi comicamente “sentinelle anti-tasse”, hanno promesso di abbassare le tasse. Tuttavia, non solo non si sono impegnati a tagliare un  solo euro di spesa pubblica ma l’hanno aumentata a nostra insaputa. Ora, la matematica elementare vieta di tenere insieme l’aumento della spesa pubblica con la diminuzione delle tasse. E’ come se io volessi comprare il doppio di quello che compravo prima spendendo la metà di quello che spendevo prima. E infatti le tasse stanno aumentando a nostra insaputa.

Ecco tutta la storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi in forma di sillogismo: le élite intellettuali hanno indotto gli italiani a votare per i partiti statalisti, i partiti statalisti hanno aumentato la spesa e le tasse, la spesa e le tasse stanno uccidendo l’Italia. La mente degli italiani è talmente obnubilata dalle menzogne, che non riescono neppure a vedere la realtà. Lo Stato li sta uccidendo e loro chiedono più Stato. L’Italia sta per dissolversi bel buco nero del debito e gli italiani chiedono allo Stato di aumentare il debito creando migliaia di posti di lavoro e stampando denaro. Vengono in mente i medici antichi, che non sapevano fare atro che salassi. Ebbene, il popolo italiano è simile ad un malato stremato da infiniti salassi che supplica lo Stato-medico di fargli ancora un altro salasso, ma più forte. E quando sarà in coma irreversibile, nell’ultimo barlume di coscienza prima della morte, stordito dalla morfina, il popolo si sentirà felice e dirà: “La ripresa sta arrivando”.

Come ho detto, questa follia suicida collettiva è stata scatenata dalla visione menzognera della realtà che le élite intellettuali italiane, tutte rigorosamente di sinistra, hanno inoculato nella mente degli italiani. Secondo questa visione, che è un po’ marxista e un po’ keynesiana, ogni crisi economica (con tutti i corollari: disoccupazione, inflazione, stagflazione, crisi del debito sovrano eccetera) sarebbe causata dall’accumulazione della ricchezza da parte dei “ricchi”, in altri termini i “ricchi” (borghesi, capitalisti) si arricchirebbero rubando ai “poveri” (proletari, operai, lavoratori dipendenti, disoccupati eccetera). I giornalisti di sinistra ripetono ogni giorno come un mantra: “Oggi i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri diventano sempre più i poveri”.

Una volta convinto il popolo che i ricchi rubano ai poveri, lo si può convincere ad adorare lo Stato come una divinità. Gli intellettuali di sinistra ripetono come un mantra: “Lo Stato ha il compito di ridistribuire le ricchezze tramite il fisco”. Nel concreto, lo Stato socialdemocratico usa i soldi delle tasse per creare milioni di posti di lavoro pubblici (nella pubblica amministrazione e nelle aziende pubbliche), per finanziare welfare e per donare ai “poveri” ogni sorta di “ammortizzatori sociali”.

Una volta convinto il popolo che il compito dello Stato è di punire i “ricchi” e favorire i “poveri”, lo si può convincere che lo Stato fa bene a sequestrare più del cinquanta per cento del reddito a quanti hanno la sfortuna di non essere del tutto “poveri” e ad incrementare costantemente il debito pubblico. Infatti, oggi tutti i politici di destra e di sinistra, anche le “sentinelle anti-tasse”, credono ad un famoso truffatore di nome John Maynard Keynes, il quale sosteneva impunemente che per fare crescere l’economia lo Stato deve sperperare i soldi dei contribuenti, indebitare i contribuenti non ancora nati e stampare denaro dal nulla.

Quando il debito pubblico è scoppiato come un ordigno nucleare, gli intellettuali si sono trovati in seria difficoltà. Come potevano continuare a fare credere al popolo che lo Stato fa bene a sperperare il denaro dei cittadini di oggi e di domani? Ma è semplice: facendo leva sull’invidia sociale, hanno puntato il dito contro la finanza, le banche, le agenzie di rating, la Germania della Merkel e il “liberismo selvaggio”. Nello specifico, sono riusciti a fare credere al popolo che la crisi del debito sarebbe stata deliberatamente provocata dai finanzieri e dai banchieri, che vengono dipinti come massoni che complottano per spartirsi i resti dell’Italia. Inoltre, sono riusciti a fare credere al popolo che l’Europa sarebbe in mano alla Germania, che si divertirebbe sadicamente a distruggere l’Italia imponendo la “austerità” e impedendo alla Bce di stampare altro denaro. Infine, sono riusciti a fare credere al popolo che la causa prima ed unica della sua infelicità terrena sarebbe un fantomatico eccesso di liberalismo economico, ribattezzato “liberismo selvaggio”. Inoltre, soo riusciti  a fare credere al popolo che “liberismo selvaggio” sarebbe sinonimo di  “darwinismo sociale”. Come all’interno di una specie gli individui più “adatti” liquiderebbero fisicamente gli individui “inadatti”, così nel mercato “liberista” i “ricchi” sfrutterebbero, opprimerebbero e deprederebbero i “poveri”.

A propalare menzogne, ossia a commettere atti di ingiustizia contro la verità, ci si sono messi anche i cattocomunisti e i tradizionalisti cattolici. Dando man forte agli intellettuali di sinistra, questi cattolici sostengono impunemente che il “liberalismo” sarebbe una ideologia anti-cristiana, sorella del comunismo e del nazismo. Per loro Ronald Reagan e Margaret Thatcher sarebbero poco meno criminali di Hitler e Stalin. Sempre attentando alla giustizia dell’informazione, traggono abusivamente dal Vangelo una ideologia pauperista e manichea secondo cui ogni povero sarebbe buono a prescindere mentre ogni ricco sarebbe cattivo a prescindere. Naturalmente, l’ideologia pauperista non può che portare alla socialdemocrazia keynesiana. Chi pensa che i ricchi siano tutti cattivi per definizione, finirà inevitabilmente per chiedere allo Stato di punire i ricchi spogliandoli di tutte le loro ricchezze e simmetricamente di premiare i poveri consegnando loro le ricchezze sottratte ai ricchi (in effetti la vecchia Dc era un partito socialdemocratico che mirava alla “ridistribuzione delle ricchezze”).

Fin quando propaleranno queste menzogne, questi cattolici non faranno che aggravare le vere ingiustizie sociali, che oggi sono quasi tutte causate da uno Stato ateo che diventa ogni giorno più avido e rapace. Non è certo il “liberismo selvaggio” che costringe le aziende a fuggire all’estero o a chiudere. Non è certamente il “liberismo selvaggio” che spinge gli imprenditori al suicidio. Sono le tasse.

L’unica maniera per combattere queste terribili ingiustizie sociali, è ristabilire la verità

Non è vero che i “ricchi” rubano ai “poveri”, almeno non più. Nei secoli passati il popolo, che non era ricco, era obbligato a mantenere la classe nobiliare, che era ricca. Ma la classe nobiliare ha perso da tempo immemorabile i suoi privilegi, e ai discendenti dei conti e di marchesi tocca andare a lavorare.  I ricchi di oggi non sono nobili parassiti del popolo bensì professionisti e imprenditori di successo, quasi tutti partiti dal nulla. In altri termini, nella società contemporanea, che è almeno in parte liberal-capitalista, la ricchezza è quasi sempre direttamente proporzionale al merito: più sei bravo e più guadagni.  Inoltre, per definizione il merito del singolo poco o tanto va a vantaggio di tutti. Il bravo imprenditore fa prosperare la sua azienda, facendo aumentare il reddito di suoi dipendenti e creando sempre nuovi posti di lavoro. Quindi nella società liberal-capitalista basata sulla meritocratica il ricco non ruba al povero ma casomai arricchisce sia se stesso che il povero.

Nella società di ieri, dominata dall’aristocrazia, c’erano pochi ricchi e molti poveri. Nella società di oggi, basata sulla meritocrazia, i poveri sono sempre meno. C’è qualcuno che ha il coraggio di dire che per le strade delle nostre città c’è più miseria che nell’Inghilterra di Dickens? Per quanto possa sembrare scandaloso, per quanto possa urtare la sensibilità (invidiosa) di molti, oggi i poveri sono meno poveri proprio per merito degli odiati “ricchi”. Infatti, sono i professionisti di successo e gli imprenditori di successo a creare posti di lavoro per i poveri e a introdurre quelle innovazioni tecnologiche che migliorano la vita di tutti.  Oggi le invenzioni di Steve Jobs e Bill Gates – per dirne solo due – entrano anche nelle case più umili, che hanno a disposizione confort e tecnologie che i nobili di ieri neppure si sognavano.

Non è vero che oggi i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri: è vero piuttosto che aumenta la “forbice” fra ricchi e poveri. A livello matematico, se un povero e un ricco raddoppiano i loro rispettivi stipendi, a livello matematico il divario fra i due stipendi aumenta. La distanza che c’è ad esempio fra 500 euro e 5000 euro è minore rispetto alla distanza c’è fra 1000 euro e 10.000 euro. A questo punto si può obiettare che, se lo Stato socialdemocratico toglie 5000 euro a chi ne guadagna 10.000, in primo luogo il ricco non morirà di fame e in secondo luogo lo Stato potrà investire produttivamente quei soldi, creando posti di lavoro da dare ai “poveri. In realtà, in ogni angolo del mondo i posti di lavoro pubblici sono tutti nel migliore dei casi poco produttivi e nel peggiore del tutto inutili. Già Frédéric Bastiat (1801 – 1850) nel secolo XIX si era accorto che i burocrati non solo non producono nulla ma rallentano ed ostacolano la produzione delle ricchezze opprimendo i cittadini produttivi con scartoffie. E oggi di impiegati-burocrati nelle pubbliche amministrazioni ce ne sono dieci volte tanto rispetto a quanti ce ne erano in Francia ai tempi di Bastiat. E poi c’è anche di peggio dei burocrati. Servono forse a qualcosa dieci forestali per ogni albero della Sicilia? Per quanto riguarda i “servizi” ai cittadini forniti dai comuni e dalle regioni, ciascuno ha avuto modo di verificare che sono vergognosamente inefficienti. Al sud di sanità pubblica di può morire.

Dobbiamo avere il coraggio di dire che l’insieme dei posti di lavoro pubblici non creano le ricchezze ma le bruciano soltanto. Dobbiamo avere il coraggio di dire, con Bastiat, che ogni lavoratore pubblico è un parassita mantenuto dai contribuenti. Dobbiamo avere il coraggio di dire che i soldi dei contribuenti, oltreché ai parassiti che vegetano nei posti di lavoro pubblici, sono intascati da ladri di ogni genere e grado. Nei loro libri-inchiesta, Rizzo e Stella descrivono in maniera dettagliata tutte le innumerevoli, fantasiose maniere con cui la gente che gestisce il flusso denaro pubblico se ne mangia una parte senza dare nell’occhio.

Quindi, non è vero che lo Stato socialdemocratico toglie ai ricchi per dare ai poveri: è vero piuttosto che toglie ai produttori di ricchezza per dare ai parassiti e ai ladri.  Se lo Stato lasciasse i soldi ai legittimi proprietari, che quei soldi se li sono guadagnati col merito e il duro lavoro, questi potrebbero impiegare quei soldi per creare posti di lavoro produttivi. Infatti, in ogni angolo del pianeta i posti di lavoro privati sono per definizione infinitamente più produttivi dei posti di lavoro pubblici. Ai “poveri” converrebbe molto di più avere a disposizione posti di lavoro produttivi piuttosto che farsi mantenere dai contribuenti. Invece di permettere loro di creare ricchezza e posti di lavoro, lo Stato impone ai “ricchi” produttivi tasse talmente esorbitanti che questi sono costretti a chiudere bottega, e, se possono, a fuggire all’estero. Alcuni si suicidano.

Quando ha finito di sperperare i soldi dei contribuenti viventi e non può ulteriormente indebitare quelli futuri, il governo socialdemocratico, su consiglio di John Maynard Keynes, fa quello che un privato cittadino non può fare senza finire in galera come “falsario”: stampa denaro dal nulla. A memoria d’uomo, quando il governo “falsifica” montagne di miliardi, si verifica quel fenomeno che si chiama inflazione, e che altro non è se non una tassa occulta anzi un furto occulto. Togliere valore al denaro faticosamente accumulato dai cittadini col duro lavoro non può chiamarsi altrimenti che furto.

Sfidando il buon senso e la logica elementare, Keynes diceva che i posti di lavoro improduttivi nel settore pubblico farebbero crescere l’economia. Se fosse vivo oggi, incoraggerebbe la regione Sicilia ad assumere ancora più forestali di quanti non ne abbia già assunti. D’altra parte, lui consigliava di assumere la gente per scavare le buche e per ricoprirle… D’accordo, è inutile spiegare nei minimi dettagli tutti i passaggi logici anzi illogici di un simile delirio. Dico soltanto che negli ultimi cinquant’anni tutti i governi occidentali hanno tartassato i cittadini produttivi, hanno indebitato i cittadini non ancora nati (“deficit spending”) e hanno falsificato montagne di miliardi (“quantitative easing”) proprio l fine di creare il maggior numero possibile di posti di lavoro pubblici, che è come dire pagare la gente per scavare le buche e per ricoprirle.  A memoria d’uomo, queste politiche non hanno mai avuto effetti positivi. Tanto per chiarirci, le politiche keynesiane adottate da Roosevelt all’indomani della crisi del 1929 (il “New Deal”) non hanno posto termine alla crisi ma l’hanno trasformata in una Grande Depressione della durata di quindici anni. Subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale il governo Usa dovette dichiarare la bancarotta e tagliò tutte le spese, rimandando a casa molti dipendenti.  L’economia statunitense forse tracollò? No: cominciò a crescere ad un ritmo prodigioso. Il boom economico che ha coinvolto gli Usa e, per riflesso, l’Europa dal 1945 al 1965 circa non ha eguali nella storia dell’umanità. Poi il governo degli Usa tornò a sperperare i soldi dei cittadini e a stampare denaro dal nulla. E negli anni Settanta il mondo occidentale conobbe un nuovo mostro: la stagflazione, che la compresenza mortale di inflazione e disoccupazione.

La storia di oggi dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio che ridistribuire le ricchezze significa distruggerle, che falsificare denaro significa rubare e che non si può indebitarsi all’infinito senza mai pagare i creditori. Sia chiaro a tutti che i colossali debiti che stanno inghiottendo, come buchi neri, le nazioni occidentali sono stati causati da cinquant’anni di “deficit spending” keynesiano. E sia chiaro che non solo per la piccola insignificante Italia ma per ogni nazione europea, per gli Usa e per il Giappone non c’è scampo se non si comincia immediatamente a tagliare all’osso la spesa pubblica. Come possono sopravvivere delle nazioni in cui c’è un parassita improduttivo ogni dieci cittadini produttivi? Insomma, oggi non sono i “ricchi” a rubare ai “poveri”: è lo stato a rubare sia ai ricchi che ai poveri per dare ai parassiti e ai ladri.

Invece di denunciare il problema del debito, i politici e gli intellettuali di sinistra se la prendono con i tedeschi, con gli speculatori e i banchieri, invitando il popolo a linciarli: “I tedeschi ci impongono l’austerità e ci impediscono di stampare denaro, mentre banchieri e speculatori hanno svenduto i titoli sovrani italiani per alzare gli interessi sul debito e guadagnarci!”. Ora, come ho detto, stampare denaro significa rubare e quindi dobbiamo ingraziare la Merkel, che fa di tutto perché non venga stampato. Quanto alla fantomatica “austerità”, quello che l’Europa aveva chiesto all’Italia era di tagliare la spesa pubblica, non di alzare le tasse. Ma i politici hanno preferito alzare le tasse pure di non tagliare un solo euro e non scontentare così i parassiti, che valgono oggi parecchi milioni di voti. Per non perdere pochi milioni di voti, condannano alla morte economica cinquanta milioni di cittadini. Sia chiaro a tutti che nessuna nazione nella storia umana è mai sopravvissuta con una tassazione così alta. E veniamo alla svendita dei titoli di Stato italiani. Semplificando al massimo, un titolo di stato è un pezzo di carta che rappresenta un brandello del debito pubblico italiano, poniamo 1000 euro. Se un risparmiatore decide di compralo, lo Stato italiano si impegna personalmente a restituirgli in futuro 1000 euro più un piccolo interesse, poniamo 50 euro. Ma ormai i risparmiatori non vogliono comprare i titoli italiani, perché sanno bene che difficilmente lo Stato italiano riuscirà a ripagarli. Infatti il debito è ormai fuori controllo, e non basterebbe tutto il Pil italiano per ripagarlo. Voi che imprecate contro le banche e le agenzie di rating demo-pluto-giudaico-massoniche, rispondete sinceramente: se foste voi a possedere montagne di titoli sovrani che molto probabilmente non verranno ripagati, rischiando così di finire su una strada a chiedere l’elemosina, non cerchereste forse di liberarvene? Per invogliare le banche e i risparmiatori a comprare gli svalutati titoli italiani, lo Stato italiano alza gli interessi sul debito. Se un risparmiatore compra 1000 euro di debito, lo stato si impegna a restituirgli in futuro 1000 euro più 100. E quando 100 non bastano ad attirare risparmiatori, lo stato ne promette 200, poi 300, poi 400… finché gli interessi sul debito diventano insostenibili. Insomma, pure di non tagliare la causa prima del debito, che è la spesa pubblica, lo Stato ci condanna a pagare oltre all’insostenibile debito anche gli interessi sul debito. Che è come dire che ci condanna a morte.

Come accennato, gli intellettuali della sinistra radical-chic fanno credere agli italiani che la “crisi” sarebbe causata dal fantomatico “liberismo selvaggio”. Ma come abbiamo visto, in realtà la causa prima e unica della crisi è la spesa pubblica. La spesa pubblica sta al mercato liberale come la polmonite sta ai polmoni. Infatti, le esorbitanti tasse sul lavoro e sul consumo necessarie a sostenere una spesa pubblica ormai fuori controllo, cui si aggiungono una selva bizantina di regolamenti inutili, fanno agonizzare il mercato. Quindi, fra tasse insostenibili e inquinamento burocratico, di “liberismo selvaggio” non c’è mai stata traccia né in Italia né negli altri paesi occidentali. Quello che i mentitori chiamano “liberismo selvaggio” in realtà si chiama liberalismo, ed è l’esaltazione di una cosa meravigliosa che si chiama libertà economica.

La storia dice che questo mondo non è perfetto e che quindi non esiste la soluzione perfetta per tutti i problemi del mondo. Tuttavia esistono soluzioni migliori delle altre. Ebbene, solo chi non conosce la storia recente può negare che, laddove è stato applicato, il liberalismo ha sempre portato maggiore prosperità economica e maggiore benessere per tutti, non solo per i “ricchi”, di quanto non ne abbia mai portati la socialdemocrazia. Nessuno può negare che negli anni Ottanta, per merito delle riforme liberali di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher, le economie degli Usa e della Gran Bretagna crebbero aritmi vertiginosi, trainando la crescita economica di tutte le altre nazioni occidentali, Italia compresa. Poi negli anni Novanta sia gli Usa che la Gran Bretagna liquidarono tutte le riforme liberali, e iniziò quel lento declino economico che nel 2008 è diventato tracollo. Quindi a monte della crisi non c’è il “liberismo selvaggio” ma proprio l’abbandono del “liberismo selvaggio”.

Oltretutto, i cattolici che considerano abusivamente il liberalismo una ideologia anti-cristiana, sorella del comunismo e del nazismo, sappiamo che nella enciclica Centesimus annus Giovanni Paolo II, seguendo il liberale cattolico Michael Novak, dava sostanzialmente ragione ai liberali. Sappiano inoltre che sia Ronald Reagan che Margaret Thatcher erano cristiani convinti (pare che Reagan sia diventato addirittura “papista” in fin di vita). E la loro fede cristiana non era per nulla indipendente dalle loro convinzioni liberali. Infatti, il liberalismo non è una ideologia modernista, sorella del comunismo e del nazismo, ma è una corrente di pensiero che affonda le sue radici nella Summa san Tommaso d’Aquino e, prima ancora, nel Vangelo. Il pensiero liberale del divino dottore fu poi perfezionato e approfondito dai tomisti dei secoli successivi, in particolar modo da quelli della scuola di Salamanca. John Locke non disse nulla che non fosse già stato detto un secolo prima da quei dotti monaci spagnoli. Prima ancora che nella Summa, il pensiero liberale affonda le radici nel Vangelo. Nella parabola dei talenti Gesù paragona il buon cristiano ad un servo che sa fare fruttare un piccolo capitale iniziale di pochi talenti.  In numerose parabole si parla di piccoli imprenditori agricoli che danno lavoro a parecchi “servi” ossia dipendenti. Poiché si fondava sul Vangelo, la società europea era estremamente “liberale” in campo economico già nell’alto Medioevo. Il capitalismo è nato nei conventi cistercensi, che erano anche ferventi centri di scambio, e le banche sono nate nei comuni italiani. Lungo le vie commerciali che univano l’Italia settentrionale alla Baviera alla Borgogna alle Fiandre si muovevano ininterrottamente uomini, merci, idee e pure arte. La pittura italiana e la pittura fiamminga si sono nutrite di reciproche influenze. La Firenze di Dante era ricchissima.

In effetti, nell’epoca più cristiana della storia, le persone non si vergognavano di creare e accumulare ricchezza per sé stesse e specialmente per il prossimo.  Come fai a fare la carità ai poveri se non produci abbastanza neppure per te stesso? Insomma, la gente di fede nel Medioevo sapeva trattare con distacco i beni terreni e, all’occorrenza, spogliarsene (sull’esempio di san Francesco), ma non era pauperista. Infatti il pauperismo è una ideologia satanica che deriva dall’eresia catara e manichea, che denigra la carne e la creazione di Dio. Cristo non era cataro. Nelle sue parabole, non condanna la ricchezza ma condanna piuttosto il cattivo uso della ricchezza. Il ricco Epulone va all’inferno non perché è ricco, ma perché passa le sue giornate a gozzovigliare senza curarsi dei poveri come Lazzaro, che raccoglie le briciole che cadono dalla sua mensa. In altre parabole il personaggio “buono” è proprio un padrone mentre il “cattivo” è un suo servo. Quale è dunque la differenza fra il ricco cattivo e il ricco buono? Che il primo non aiuta i poveri e pensa solo a godere le sue ricchezze, mentre il secondo aiuta i poveri e investe proficuamente le sue ricchezze in una vera e propria azienda.

Accecati dal pauperismo anti-cristiano, i catto-comunisti idolatrano lo Stato che “ridistribuisce le ricchezze2 ossia che pretende di togliere ai ricchi per dare ai poveri. Infatti, nella loro visione manichea il ricco è cattivo a prescindere e il povero è buono a prescindere, e di conseguenza pensano che lo Stato abbia il dovere di “punire” il ricco.  Essi non si rendono conto che lo Stato socialdemocratico redistribuzionista è intrinsecamente anti-evangelico, in primo luogo perché ostacola la produzione dei beni, in secondo luogo perché vorrebbe rendere superflua la carità o, in altri termini, imporre quella che Rosmini chiamava “carità coatta”. Infatti, togliere al ricco tramite il fisco per dare al povero significa, in un certo senso, forzare il ricco a fare la carità. Ma se è imposta, se non è libera, la carità cessa di essere una virtù. I ricchi hanno certamente l’obbligo morale di aiutare i poveri: ma devono farlo liberamente, per amore dei poveri e di Dio, non per paura di Equitalia.  Quindi, la socialdemocrazia è intrinsecamente anti-cristiana. Aggiungo che proprio John Maynard Keynes, uno dei massimi rappresentanti della corrente socialdemocratica, era un aristocratico massone che disprezzava profondamente il popolo e soprattutto i valori cristiani del popolo. Nella sua visione, il popolo doveva essere guidato da una piccola minoranza di Illuminati come lui. Egli operò una sorta di ribaltamento di tutti i valori cristiani in economia. Se il Cristianesimo insegna le virtù della parsimonia e della prudenza, che generano la tendenza economica al risparmio e alla previdenza, invece Keynes consiglia la prodigalità assoluta. Se il Cristianesimo induce il popolo a comportarsi come una formica, invece Keynes spinge il popolo si comporti come una cicala.

Ecco, la verità è questa. Ma il popolo la ignora. C’è qualche speranza di farla conoscere al popolo prima che sia troppo tardi?

P. S.

Da quanto detto, si capisce che il “liberalismo” non ha nulla a che fare col “darwinismo sociale”, inteso come teoria della supremazia del forte sul debole. Nella società liberale sia il ricco che il povero si arricchiscono, sebbene in proporzioni diverse. Oltretutto, la stessa teoria di Darwin ha ben poco a che fare con la libertà economica. In Le balle di Darwin, Johnathan Wells spiega che negli Usa le scuole e le università che vivono di finanziamenti pubblici sostengono la teoria di Darwin, mentre le scuole e le università private, che stanno sul mercato, sostengono teorie alternative a quella di Darwin. In sostanza, la teoria di Darwin non riesce a stare sul “mercato” delle idee scientifiche. In effetti, non convince più né gran parte degli specialisti né il vasto pubblico. Le prove contro di essa sono talmente numerose che è impossibile citarle tutte adesso: magari ne riparlerò. Per il momento rimando al libro di Wells. Nella virtuale lotta per la sopravvivenza scientifica la teoria di Darwin è destinata a non sopravvivere

CARI IMPIEGATI STATALI, GUARDATE STEVE JOBS E VERGOGNATEVI.

JOBS

Ecco a voi la nuova LOTTA DI CLASSE:
i CAPITALISTI (proprietari di impresa, liberi professionisti, commercianti e tutte le altre categorie di persone che producono ricchezza) sono sfruttati e derubati da una classe di PARASSITI STATALI (gente cui lo STATO-LADRO regala i soldi rubati ai capitalisti tramite il fisco).
La LOTTA DI CLASSE ha anche una connotazione geografica:
la maggior parte dei CAPITALISTI si concentrano nelle regioni del NORD
la maggior parte dei PARASSITI-STATALI si concentrano nelle regioni del CENTRO-SUD.
E poi vi stupite si i veneti, massacrati dal fisco, vogliono staccarsi da una capitale cialtrona e ladrona? I produttori di ricchezza del nord sono dissanguati, la maggior parte dei meridionali vivono succhiando sangue ai primi (in Sicilia c’è un forestale per ogni albero).
L’idea che l’Italia si debba dividere mi fa molto soffrire, ma non vedo alternativa.
Se unità d’Italia significa che alcuni pagano e altri incassano, allora è meglio dividersi.
Subito.

Cari PARASSITI-STATALI, vergognatevi.

Siete voi che distruggete quell’unità nazionale che i nostri antenati pagarono con il sangue sui campi di battaglia. Siete voi i becchini dell’Italia.

Per vergognarvi di voi stessi, per capire quanto fare schifo, vi condannerei a vedere ininterrottamente “Jobs”, nuovo film sulla vita di Steve Jobs. Voi schifosi parassiti senza dignità da una parte sputate sul capitalismo, insultate il mercato e votate per i politici che vi trovano il posto sicuro di fannulloni nel settore pubblico, dall’altra smanettate dalla mattina alla sera sui pc, sui Mchintosh, sugli i-pad, sugli smatphone eccetera. Ma chi ve li ha inventati e costruiti questi splendidi giocattoli? Lo Stato-ladro? No: ve li hanno regalati alcuni eroi che più di 40 anni fa, invece di cercare come voi un posto fisso di fannullone stipendiato dai contribuenti nel settore pubblico, hanno scelto di realizzare le loro idee in un GARAGE correndo dei rischi CON I LORO SOLDI. E dai loro garage hanno costruito le fondamenta di un impero economico che nutre migliaia di persone e aumenta le ricchezze complessive delle nazioni occidentali. Infatti i loro strumenti hanno aumentato la produttività di tutte le aziende. Ma voi, parassiti invidiosi, chiedete al vostro padrino, lo Stato-ladro, di spogliare tutti i nuovi Steve Jobs delle loro ricchezze tramite le tasse. Bravi, continuate a spogliare i nuovi Steve Jobs. Così quando moriranno tutti i nuovi Jobs, morirete pure voi. Quando muore il corpo che nutre i parassiti, muoiono pure i parassiti. E’ meglio se morite prima di vergogna.

LETTERA APERTA A MAURIZIO LUPI: non è più tempo di moderatismo, occorrono scelte estreme

Buongiorno,
vi giro il commento che ho scritto in margine ad un articolo di Maurizio Lupi apparso su Tempi.

Lupi: «No alla scissione nel Pdl. Governo avanti fino al 2015. Alfano sfiderà Renzi»

In breve, Lupi propone di istituire un grande centro dei “moderati”, collegato al partito popolare europeo, che sostenga il governo Letta fino al 2015. Io gli ho scritto indignata:
Dopo avere letto questo articolo, il sospetto che avevo è diventato una certezza: l’Italia non si salverà. Lo ha scritto pochi giorni fa la London School of economics: “entro dieci anni dell’Italia non rimarrà più nulla”.
(http://www.imolaoggi.it/2013/10/16/london-school-of-economics-dellitalia-non-rimarra-nulla-in-10-anni-si-dissolvera/)

«Dell’Italia non rimarrà nulla, in 10 anni si dissolverà. (…) L’attuale leadership non ha la capacità, e forse neppure l’intenzione, di salvare il Paese dalla rovina. Sarebbe facile sostenere che Monti ha aggravato la già grave recessione. Letta sta seguendo esattamente lo stesso percorso: tutto deve essere sacrificato in nome della stabilità. (…) A meno di un miracolo, possono volerci secoli per ricostruire l’Italia.»

L’Italia non si salverà perché il cattolico Lupi sostiene il governo Letta, che sta trascinando l’Italia sempre più giù nel baratro con una politica di aumento (occulto) della spesa pubblica (anche per salvare aziende fallite come Alitalia) e mancato taglio delle tasse. Vi leggo un po’ di dati che certificano che il paese è ormai nell’agonia finale della morte:

– Debito aggregato di Stato, famiglie, imprese e banche: 400% del Pil, circa 6mila miliardi;
– Debito pubblico: a giugno 2013 nuovo record a 2.075,71 miliardi di euro, dai 2.074,7 miliardi di maggio; oltre il 130% del Pil. Secondo le previsioni salirà al 130,8% del Pil nel primo trimestre 2014, rispetto al 123,8% del primo trimestre 2012.
– Deficit/Pil: 2,9% nel 2013. Peggioramento ciclo economico Imu, Iva, Tares, Cassa integrazione in deroga lo portano ben oltre la soglia del 3%;
– Disoccupazione: a giugno 2013 si attesta al 12,1%, dato peggiore dal 1977;
– Disoccupazione giovanile: il tasso nel segmento 15-24anni a giugno 2013 e’ salito al 39,1%, in crescita di 0,8 punti percentuali su maggio e di 4,6 punti su base annua;
– Entrate tributarie: a maggio -0,7 miliardi rispetto allo stesso mese di un anno fa (a 30,1 miliardi, -2,2%). Nei primi 5 mesi del 2013 il calo è dello 0,4% rispetto ai primi 5 mesi del 2012;
– Gettito Iva: -6,8% nei primi 5 mesi del 2013, un vero disastro;
– Insolvenze bancarie: quelle in capo alle imprese italiane hanno sfiorato a maggio 2012 gli 84 miliardi di euro (precisamente 83,691 miliardi).

L’Italia non si salverà perché Lupi “sogna” di legarsi al partito popolare europeo: un partito di centro che non è liberale ma è solo un po’ meno socialista della sinistra. Infatti “moderatismo” significa sostanzialmente socialismo moderato ossia un po’ meno (giusto un poco) spesa e un po meno (giusto un poco) tasse rispetto alla spesa e alle tasse di sinistra.
L’Italia non si salverà, perché, per salvarsi, ha bisogno di politiche “estreme”, non “moderate”. Ha bisogno del taglio “estremo” della spesa pubblica parassitaria, di “estrema” ed immediata riduzione fiscale e di “estreme” liberalizzazioni economiche.

Invece di incoraggiare queste cure estreme,le uniche efficaci, i “cattolici” Lupi e Mauro scelgono quel “moderatismo” democristianista-socialdemocratico che è all’origine dello sfascio economico che sta distruggendo l’Italia.

L’Italia non si salverà perché Lupi ignora colpevolmente la lezione politica-economica di san Tommaso d’Aquino e pure quella di Antonio Rosmini. Ignora pure colpevolmente la lezione e di Von Hayek, maestro della Thatcher, la quale aveva fatto rifiorire la Gran Bretagna negli anni Ottanta. Alla lezione dei santi, Lupi preferisce la lezione dell’ateo massone John Maynard Keynes e del “neoclassico” Mario Monti, cui aveva addirittura chiesto di diventare capo dei “moderati”. Difficilmente potrò perdonare Mauro di avere sostenuto il diabolico Monti, che ha trascinato il paese nel “fiscal drag”:

«Il 13 ottobre 2012 a Tokyo alla riunione del Fondo Monetario Internazionale molti economisti hanno detto che i paesi che hanno tagliato la spesa pubblica non hanno avuto aumento di disoccupazione e non hanno perduto crescita mentre i paesi che hanno ridotto il deficit nella stessa misura però aumentando tasse hanno strangolato le loro economie, le hanno buttate giù. Buttandole giù, le entrate fiscali diminuiscono e le spese del welfare aumentano. Questo si chiama fiscal drag e la cosa che io non capisco è che il professor Monti ha insegnato queste cose per trenta anni. La spesa pubblica comporta meno occupazione per ogni lira spesa rispetto alla spesa privata. Il funzionario pubblico è mediamente più costoso in tutto il mondo” (Edward N. Luttwak).

Lupi è keynesiano, tanto è vero che si illude che promuovendo un po’ di opere pubbliche (con quali soldi?) e salvando (con i nostri sudati soldi) le aziende fallite come Alitalia si fa “ripartire” l’economia.
Sappia Lupi che il New Deal non funzionò: trasformò la crisi del ’29 in una lunga, Grande Depressione.
Lupi è socialdemocratico ridistribuzionista, tanto è vero che non parla di tagliare la spesa e le tasse ma solo di sforbiciare qui e lì qualche “spreco”, “ridistribuire il carico fiscale” e fare piovere sussidi a questo o quello.
Insomma, c’è poco da fare, questa potrebbe essere davvero la fine. Ma la speranza è l’ultima a morire. Anche Lupi potrebbe rinsavire.

Morte al governo tassassino del democristiano Enrico Letta

Mps

Non ho mai fatti mistero di militare nell’ala italiana del movimento ultra-liberale dei Tea Party, nato negli Usa. La mia posizione è sempre stata chiara: basta spesa pubblica, basta tasse, a casa tutti i parassiti (impiegati statali fannulloni, forestali in Sicilia, falsi invalidi, vecchi con pensioni d’oro eccetera). Dal momento che l’Italia langue sotto il peso di un debito di proporzioni apocalittiche, il governicchio di Letta (soprannominato barzell-Letta) avrebbe avuto un solo compito ossia un’unica ragione di vita: estinguere il debito abbattendo la spesa pubblica. Invece Letta non solo non ha tagliato un euro di spesa pubblica e di tasse, ma ha alzato entrambe. Infatti ha programmato migliaia di nuove assunzioni in inutili posti di lavoro pubblici e in più ha reintrodotto l’Imu (ribattezzandola “service tax” nella speranza di ingannare gli italiani) e ha alzato l’Iva. In questa maniera finisce di uccidere letteralmente uccidere l’economia. Le famiglie non hanno più soldi da spendere, i negozianti non vendono e le fabbriche chiudono. E molti si suicidano.

Non tutti hanno chiaro che il governi Monti, degno precursore del governo Letta, ha perpetrato un vero e proprio crimine contro l’umanità. Il gettito dell’Imu vale circa (miliardo più miliardo meno) 4 miliardi. Ebbene, la banca assassina del PD denominataMONTE DEI PASCHI DI SIENA ha bruciato 3 miliardi. Ripeto: 3 miliardi, che erano tre miliardi di fatiche e dolore di risparmiatori italiani. Allora che ha fatto il governo ladro? Ha forse abbandonato al suo destino la banca assassina risarcendo i risparmiatori? Niente affatto: le ha regalato subito 3 miliardi dei nostri soldi. Dove li ha presi quei 3 miliardi? Semplice: da gettito dell’Imu. Se ci fate caso, si è rinunciato a cancellare l’Imu proprio quando è caduta la Mps. Quindi noi paghiamo l’imu per salvare il culo ai ladri benestanti benpensanti radical-chic terrazzari della sinistra multiculturale che ci riempie le città di rom ladri e di reclutatori di terroristi. Roba da fare le barricate per strada.
A questo punto, io mi sarei aspettata che i “ciellini” Mario Mauro e Maurizio Lupi  facessero quello che è in loro potere per evitare questo crimine. Invece i “ciellini” hanno taciuto e acconsentito. Gli unici che hanno protestato contro Imu e Iva sono stati Berlusconi (proprio lui) e i suoi fedelissimi: “Avevamo detto che se il governo Letta non toglieva l’Imu e non abbassava l’Iva, avremmo tolto la fiducia al governo”. Quindi volevano togliere la fiducia al governo già molto prima che fosse emessa la sentenza (degna del tribunale stalinista) contro Berlusconi. Questa sentenza è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. E Lupi e Mauro, che fanno? Protestano contro le tasse e contro le sentenze sovietiche? Niente affatto: si uniscono ad una fronda di traditori capeggiati da Alfano che vogliono sostenere questo governo tassassino. In altri termini, Lupi e Mauro vogliono più tasse. Per questo non li perdonerò mai. Mauro avrebbe dovuto ritirarsi dalla politica, vergognandosi, già un anno fa, quando sostenne il partito di Monti. Inoltre, quei due “ciellini” hanno clamorosamente fallito anche per quanto riguarda i “temi etici”: si sono mossi male e così adesso ci ritroviamo con una legge liberticida. Tanto per chiarirci, adesso noi di Pepe non potremo più parlare di omosessualità come abbiamo fatto ultimamente.
Alla luce di quanto ho detto, l’ultimo editoriale di Tempi, che invita a salvare il governo barzel-Letta non mi ha convinto. Ecco i commenti che ho lasciato su Tempi:

“Mario Mauro e Maurizio Lupi hanno avuto modo di dimostrare tutta la loro inadeguatezza. A Lupi concedo ancora una sola possibilità, a Mauro no: ha appoggiato il progetto politico del terrorista fiscale Monti. Formigoni, che è più sveglio, proprio su Tempi ha detto che non si può sedere al tavolo con chi ti vuole uccidere. Che senso ha stare a sproloquiare sul “dopo” se non si tiene in conto il tragico “adesso”? La sinistra vuole uccidere la destra, il governo delle larghe intese vuole uccidere l’Italia, e ci sta riuscendo. Ostinarsi a non tagliare un euro di spesa pubblica, alzare l”iva e non ritirare subito, senza condizioni, l’imu e la service tax significa dare il colpo d grazia all’economia, spingendo la gente al suicidio. Quindi che senso ha preoccuparsi del “dopo”? Qualsiasi “Dopo” sarà meno peggio di questo “ora”. Uccidiamo questo governo prima che questo governo uccida noi, poi si vedrà. Anzi, teniamolo in vita giusto il tempo di cambiare la legge elettorale, poi mandiamolo nel posto che le sue malvagie azioni gli hanno meritato: il patibolo.”
La mia ragione mi dice che niente può essere peggio di questo governo zombi che, per nutrire le mandrie dei suoi clienti, uccide letteralmente uccide il popolo di tasse. Ma potrei sbagliarmi, potrei avere tralasciato qualche fattore della realtà, quindi sono pronta a ricredermi se qualcuno mi spiega perché bisogna continuare sostenere questo governo zombi. Le spiegazioni fornite da questo editoriale sono troppo deboli e facilmente confutabili. In sostanza, mi viene detto: meglio tenersi il governo perché, se si votasse, non si riuscirebbe comunque a fare un governo e Napolitano farebbe un altro governo debole di larghe intese. Può darsi. Ma un altro governo debole di larghe intese in ogni caso non potrebbe essere peggiore di questo. E non si può escludere che nuove elezioni possano garantire un maggioranza decente a gente meno tassassina di questa. Infatti tutti gli altri argomenti scompaiono e rimane un solo tema: le TASSE. La questione è semplice: l’unico governo moralmente legittimato sopravvivere è un governo che taglia la spesa e toglie tasse. Ebbene, questo governo non lo ha fatto quindi non ha ragione di sopravvivere. Punto.
Anche la vicenda del Berlusca ha il suo peso. In questo editoriale si vuole fare credere che il Pdl vorrebbe rovinare l’Italia per salvare un solo uomo. Balle. La verità è che, se oggi lasciamo i cani rabbiosi appendere Berlusca a piazzale Loreto, domani appenderanno tutti quelli che prenderanno il suo posto. E vincerà in eterno la sinistra ignorante, invidiosa e tassassina. Poi anche io ho molte riserve su Berlusconi. Prometteva meno tasse, è invece si è scoperto che sotto il suo governo al spesa pubblica è stata moltiplicata.”

Navigazione articolo