Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

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LO STATO E’ UN PADRINO MAFIOSO, i cittadini sono picciotti che vogliono mettere le mani sui soldi del bottino

La rivolta dei forconi ha rafforzato i mio pessimismo. I rivoltosi hanno poche idee e tutte confuse. Certo se la prendono con le tasse, ma non se la prendono con lo Stato-leviatano, al contrario. Essi chiedono certamente meno tasse ma chiedono anche PIU’ STATO: più protezionismo, più sussidi, più dazi alle frontiere eccetera.

La verità è che in tutti i paesi occidentali, non solo in Italia, i tax-payers non chiedono meno tasse per tutti, ma chiedono meno tasse per sé stessi e più tasse per gli altri. In sostanza, la massima aspirazione dei tax payers è diventare tax consumers ossia mettere le mani sui soldi degli altri.
I DERUBATI NON CHIEDONO DI NON ESSERE PIU’ DERUBATI, MA DI RUBARE ANCHE LORO
Anche i più ricchi fra i ricchi vogliono mettere le mani sui soldi degli altri: le banche e le industrie fallite chiedono di essere salvate con i soldi dei contribeni e lo Stato-padrino li accontenta prontamente.

Quindi, oggi sia poveri che ricchi amano il Leviatano come i picciotti amano il padrino mafioso, che distribuisce i soldi del bottino.

Ed io finalmente ho capito: il Leviatano-padrino mafioso non smetterà di distruggere le ricchezze dei cittadini fin quando i cittadini non cambieranno mentalità, fin quando non accetteranno il comandamento: “Non rubare”.

Ma i cittadini quel comandamento lo hanno dimenticato perché hanno dimenticato Dio.

Anche Voltaire, ateo incazzato, lo aveva capito che senza fede in Dio non c’è una sola ragione per non rubare: “Sono assolutamente certo che Dio non esista ma non ditelo alla mia domestica, sennò mi ruba l’argenteria”.

Quindi, o l’Occidente tornerà cristiano o moriremo di tasse. La nostra società farà la fine anzi sta già iniziando a fare la stessa fine dell’impero romano, distrutto internamente da tasse incontrollabili e massacrato esternamente dai barbari. Noi i barbari ormai e li abbiamo in casa. Alcuni di loro non sono da meno rispetto a Goti e Longobardi.

Ma l’Occidente ce la farà a tornare cristiano prima che sia troppo tardi? Vorrei non essere tanto pessimista.

LA CRISI ECONOMICA? E’ SPIRITUALE. Come l’ingiustizia spirituale produce catastrofi materiali spaventose.

Articolo pubblicato su Pepe 27, numero dedicato alla giustizia, uscito in dicembre 2013.

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LA CRISI ECONOMICA? E’ SPIRITUALE

Dal momento che è composto di corpo e spirito, un essere umano può subire sia ingiustizie di carattere fisico sia ingiustizie di carattere spirituale. L’omicidio e il furto, per fare due soli esempi, costituiscono ingiustizie fisiche, mentre la calunnia, la diffamazione e la menzogna costituiscono ingiustizie spirituali. Il corpo è un “mezzo” molto nobile, ma pur sempre un mezzo dello spirito: è il pensiero a muovere il corpo e non il corpo a muovere il pensiero. Dal momento che dunque lo spirito è in qualche maniera superiore al corpo, le ingiustizie spirituali sono molto più lesive delle ingiustizie fisiche. Nessuna massima è dunque più vera di questa: “Ne uccide più la penna che la spada”. Infatti la spada può infliggere solo delle lesioni fisiche, mente la penna può infliggere lesioni spirituali. Se ad esempio un giornalista diffama una persona, attribuendole colpe che non ha, quella persona molto probabilmente perderà tutte le amicizie, soffrendone molto. Una lesione “spirituale” ha quasi sempre anche conseguenze materiali: una persona diffamata a mezzo stampa rischia di perdere il lavoro e di ritrovarsi su una strada, nei casi più gravi può diventare bersaglio di vendette e rappresaglie da parte di quanti si considerano sue vittime.

Adesso vorrei soffermarmi su un tipo particolare di ingiustizia spirituale che oggi è molto diffusa: l’ingiustizia informativa, che consiste nel deformare e occultare la verità dell’informazione storica, economica, filosofica eccetera. Nessuna ingiustizia ha conseguenza più profonde, estese e devastanti delle ingiustizie informative, che sono le più grandi delle ingiustizie spirituali e quindi le più grandi ingiustizie in assoluto. Mi viene in mente un geniale aforisma di Hernest Hello, polemista cattolico del XIX secolo: «Sono i principi che guidano il mondo, senza che il mondo sappia da chi è condotto. La più lieve negazione religiosa si trasforma in catastrofi materiali spaventevoli. Tu neghi il dogma: ti credi nel regno delle teorie senza conseguenze: il sangue scorre. Sarai spaventato dagli effetti; non vedrai le cause». Negando l’immortalità dell’anima, mettendo l’uomo sullo stesso piano degli animali, la cultura atea e positivista ha aperto le porte dei lager e dei gulag

Venendo alla cronaca di questi giorni, la più piccola negazione filosofica ed economica si traduce in catastrofi storiche ed economiche spaventevoli. Il 16 ottobre 2013 sul Imola oggi Roberto Orsi della London School of Economics ha scritto: «dell’Italia non rimarrà nulla, in 10 anni si dissolverà. Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampate terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale. Lo scenario di un serio crollo delle finanze dello Stato italiano sta crescendo, con i ricavi dalla tassazione diretta diminuiti del 7% in luglio, un rapporto deficit/Pil maggiore del 3% e un debito pubblico ben al di sopra del 130%. Peggiorerà.  (…) L’Italia ha attualmente il livello di tassazione sulle imprese più alto dell’UE e uno dei più alti al mondo. Questo insieme a un mix fatale di terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d’Europa, sta spingendo tutti gli imprenditori fuori dal Paese. (…) La scomparsa dell’Italia in quanto nazione industriale si riflette anche nel livello senza precedenti di fuga di cervelli con decine di migliaia di giovani ricercatori, scienziati, tecnici che emigrano in Germania, Francia, Gran Bretagna, Scandinavia, così come in Nord America e Asia orientale. (…) L’attuale leadership non ha la capacità, e forse neppure l’intenzione, di salvare il Paese dalla rovina. Sarebbe facile sostenere che Monti ha aggravato la già grave recessione. Letta sta seguendo esattamente lo stesso percorso: tutto deve essere sacrificato in nome della stabilità. (…) A meno di un miracolo, possono volerci secoli per ricostruire l’Italia.»

La dissoluzione prossima ventura dell’Italia è la logica conseguenza di una campagna di ingiustizia informativa portata avanti per più di cinquant’anni dalle élite intellettuali italiane, tutte rigorosamente di sinistra. Impadronitesi di tutte le centrali dell’informazione e dell’istruzione (giornali, televisioni, scuole, università eccetera), queste élite hanno potuto inoculare nella mente della stragrande maggioranza degli italiani le menzogne marxiste e keynesiane. Accecati da queste menzogne, gli italiani hanno sempre votato per i partiti che promuovevano l’aumento incontrollato della spesa pubblica e delle tasse e il saccheggio sistematico delle ricchezze prodotte. Sotto un altro punto di vista, gli italiani hanno sempre votato per i partiti statalisti perché in Italia tutti i partiti sono statalisti. In Italia l’unica scelta possibile è fra partiti molto statalisti e partiti un po’ meno statalisti, che si spacciano per “liberali”. Infatti in Italia, per dirsi “liberali”, ai politici basta promettere a vuoto di abbassare le tasse. Anche se non lo fanno, gli elettori non se ne accorgono e li votano di nuovo. Di recente i sedicenti “liberali” insediati nel “governo delle larghe intese”, autoproclamatisi comicamente “sentinelle anti-tasse”, hanno promesso di abbassare le tasse. Tuttavia, non solo non si sono impegnati a tagliare un  solo euro di spesa pubblica ma l’hanno aumentata a nostra insaputa. Ora, la matematica elementare vieta di tenere insieme l’aumento della spesa pubblica con la diminuzione delle tasse. E’ come se io volessi comprare il doppio di quello che compravo prima spendendo la metà di quello che spendevo prima. E infatti le tasse stanno aumentando a nostra insaputa.

Ecco tutta la storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi in forma di sillogismo: le élite intellettuali hanno indotto gli italiani a votare per i partiti statalisti, i partiti statalisti hanno aumentato la spesa e le tasse, la spesa e le tasse stanno uccidendo l’Italia. La mente degli italiani è talmente obnubilata dalle menzogne, che non riescono neppure a vedere la realtà. Lo Stato li sta uccidendo e loro chiedono più Stato. L’Italia sta per dissolversi bel buco nero del debito e gli italiani chiedono allo Stato di aumentare il debito creando migliaia di posti di lavoro e stampando denaro. Vengono in mente i medici antichi, che non sapevano fare atro che salassi. Ebbene, il popolo italiano è simile ad un malato stremato da infiniti salassi che supplica lo Stato-medico di fargli ancora un altro salasso, ma più forte. E quando sarà in coma irreversibile, nell’ultimo barlume di coscienza prima della morte, stordito dalla morfina, il popolo si sentirà felice e dirà: “La ripresa sta arrivando”.

Come ho detto, questa follia suicida collettiva è stata scatenata dalla visione menzognera della realtà che le élite intellettuali italiane, tutte rigorosamente di sinistra, hanno inoculato nella mente degli italiani. Secondo questa visione, che è un po’ marxista e un po’ keynesiana, ogni crisi economica (con tutti i corollari: disoccupazione, inflazione, stagflazione, crisi del debito sovrano eccetera) sarebbe causata dall’accumulazione della ricchezza da parte dei “ricchi”, in altri termini i “ricchi” (borghesi, capitalisti) si arricchirebbero rubando ai “poveri” (proletari, operai, lavoratori dipendenti, disoccupati eccetera). I giornalisti di sinistra ripetono ogni giorno come un mantra: “Oggi i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri diventano sempre più i poveri”.

Una volta convinto il popolo che i ricchi rubano ai poveri, lo si può convincere ad adorare lo Stato come una divinità. Gli intellettuali di sinistra ripetono come un mantra: “Lo Stato ha il compito di ridistribuire le ricchezze tramite il fisco”. Nel concreto, lo Stato socialdemocratico usa i soldi delle tasse per creare milioni di posti di lavoro pubblici (nella pubblica amministrazione e nelle aziende pubbliche), per finanziare welfare e per donare ai “poveri” ogni sorta di “ammortizzatori sociali”.

Una volta convinto il popolo che il compito dello Stato è di punire i “ricchi” e favorire i “poveri”, lo si può convincere che lo Stato fa bene a sequestrare più del cinquanta per cento del reddito a quanti hanno la sfortuna di non essere del tutto “poveri” e ad incrementare costantemente il debito pubblico. Infatti, oggi tutti i politici di destra e di sinistra, anche le “sentinelle anti-tasse”, credono ad un famoso truffatore di nome John Maynard Keynes, il quale sosteneva impunemente che per fare crescere l’economia lo Stato deve sperperare i soldi dei contribuenti, indebitare i contribuenti non ancora nati e stampare denaro dal nulla.

Quando il debito pubblico è scoppiato come un ordigno nucleare, gli intellettuali si sono trovati in seria difficoltà. Come potevano continuare a fare credere al popolo che lo Stato fa bene a sperperare il denaro dei cittadini di oggi e di domani? Ma è semplice: facendo leva sull’invidia sociale, hanno puntato il dito contro la finanza, le banche, le agenzie di rating, la Germania della Merkel e il “liberismo selvaggio”. Nello specifico, sono riusciti a fare credere al popolo che la crisi del debito sarebbe stata deliberatamente provocata dai finanzieri e dai banchieri, che vengono dipinti come massoni che complottano per spartirsi i resti dell’Italia. Inoltre, sono riusciti a fare credere al popolo che l’Europa sarebbe in mano alla Germania, che si divertirebbe sadicamente a distruggere l’Italia imponendo la “austerità” e impedendo alla Bce di stampare altro denaro. Infine, sono riusciti a fare credere al popolo che la causa prima ed unica della sua infelicità terrena sarebbe un fantomatico eccesso di liberalismo economico, ribattezzato “liberismo selvaggio”. Inoltre, soo riusciti  a fare credere al popolo che “liberismo selvaggio” sarebbe sinonimo di  “darwinismo sociale”. Come all’interno di una specie gli individui più “adatti” liquiderebbero fisicamente gli individui “inadatti”, così nel mercato “liberista” i “ricchi” sfrutterebbero, opprimerebbero e deprederebbero i “poveri”.

A propalare menzogne, ossia a commettere atti di ingiustizia contro la verità, ci si sono messi anche i cattocomunisti e i tradizionalisti cattolici. Dando man forte agli intellettuali di sinistra, questi cattolici sostengono impunemente che il “liberalismo” sarebbe una ideologia anti-cristiana, sorella del comunismo e del nazismo. Per loro Ronald Reagan e Margaret Thatcher sarebbero poco meno criminali di Hitler e Stalin. Sempre attentando alla giustizia dell’informazione, traggono abusivamente dal Vangelo una ideologia pauperista e manichea secondo cui ogni povero sarebbe buono a prescindere mentre ogni ricco sarebbe cattivo a prescindere. Naturalmente, l’ideologia pauperista non può che portare alla socialdemocrazia keynesiana. Chi pensa che i ricchi siano tutti cattivi per definizione, finirà inevitabilmente per chiedere allo Stato di punire i ricchi spogliandoli di tutte le loro ricchezze e simmetricamente di premiare i poveri consegnando loro le ricchezze sottratte ai ricchi (in effetti la vecchia Dc era un partito socialdemocratico che mirava alla “ridistribuzione delle ricchezze”).

Fin quando propaleranno queste menzogne, questi cattolici non faranno che aggravare le vere ingiustizie sociali, che oggi sono quasi tutte causate da uno Stato ateo che diventa ogni giorno più avido e rapace. Non è certo il “liberismo selvaggio” che costringe le aziende a fuggire all’estero o a chiudere. Non è certamente il “liberismo selvaggio” che spinge gli imprenditori al suicidio. Sono le tasse.

L’unica maniera per combattere queste terribili ingiustizie sociali, è ristabilire la verità

Non è vero che i “ricchi” rubano ai “poveri”, almeno non più. Nei secoli passati il popolo, che non era ricco, era obbligato a mantenere la classe nobiliare, che era ricca. Ma la classe nobiliare ha perso da tempo immemorabile i suoi privilegi, e ai discendenti dei conti e di marchesi tocca andare a lavorare.  I ricchi di oggi non sono nobili parassiti del popolo bensì professionisti e imprenditori di successo, quasi tutti partiti dal nulla. In altri termini, nella società contemporanea, che è almeno in parte liberal-capitalista, la ricchezza è quasi sempre direttamente proporzionale al merito: più sei bravo e più guadagni.  Inoltre, per definizione il merito del singolo poco o tanto va a vantaggio di tutti. Il bravo imprenditore fa prosperare la sua azienda, facendo aumentare il reddito di suoi dipendenti e creando sempre nuovi posti di lavoro. Quindi nella società liberal-capitalista basata sulla meritocratica il ricco non ruba al povero ma casomai arricchisce sia se stesso che il povero.

Nella società di ieri, dominata dall’aristocrazia, c’erano pochi ricchi e molti poveri. Nella società di oggi, basata sulla meritocrazia, i poveri sono sempre meno. C’è qualcuno che ha il coraggio di dire che per le strade delle nostre città c’è più miseria che nell’Inghilterra di Dickens? Per quanto possa sembrare scandaloso, per quanto possa urtare la sensibilità (invidiosa) di molti, oggi i poveri sono meno poveri proprio per merito degli odiati “ricchi”. Infatti, sono i professionisti di successo e gli imprenditori di successo a creare posti di lavoro per i poveri e a introdurre quelle innovazioni tecnologiche che migliorano la vita di tutti.  Oggi le invenzioni di Steve Jobs e Bill Gates – per dirne solo due – entrano anche nelle case più umili, che hanno a disposizione confort e tecnologie che i nobili di ieri neppure si sognavano.

Non è vero che oggi i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri: è vero piuttosto che aumenta la “forbice” fra ricchi e poveri. A livello matematico, se un povero e un ricco raddoppiano i loro rispettivi stipendi, a livello matematico il divario fra i due stipendi aumenta. La distanza che c’è ad esempio fra 500 euro e 5000 euro è minore rispetto alla distanza c’è fra 1000 euro e 10.000 euro. A questo punto si può obiettare che, se lo Stato socialdemocratico toglie 5000 euro a chi ne guadagna 10.000, in primo luogo il ricco non morirà di fame e in secondo luogo lo Stato potrà investire produttivamente quei soldi, creando posti di lavoro da dare ai “poveri. In realtà, in ogni angolo del mondo i posti di lavoro pubblici sono tutti nel migliore dei casi poco produttivi e nel peggiore del tutto inutili. Già Frédéric Bastiat (1801 – 1850) nel secolo XIX si era accorto che i burocrati non solo non producono nulla ma rallentano ed ostacolano la produzione delle ricchezze opprimendo i cittadini produttivi con scartoffie. E oggi di impiegati-burocrati nelle pubbliche amministrazioni ce ne sono dieci volte tanto rispetto a quanti ce ne erano in Francia ai tempi di Bastiat. E poi c’è anche di peggio dei burocrati. Servono forse a qualcosa dieci forestali per ogni albero della Sicilia? Per quanto riguarda i “servizi” ai cittadini forniti dai comuni e dalle regioni, ciascuno ha avuto modo di verificare che sono vergognosamente inefficienti. Al sud di sanità pubblica di può morire.

Dobbiamo avere il coraggio di dire che l’insieme dei posti di lavoro pubblici non creano le ricchezze ma le bruciano soltanto. Dobbiamo avere il coraggio di dire, con Bastiat, che ogni lavoratore pubblico è un parassita mantenuto dai contribuenti. Dobbiamo avere il coraggio di dire che i soldi dei contribuenti, oltreché ai parassiti che vegetano nei posti di lavoro pubblici, sono intascati da ladri di ogni genere e grado. Nei loro libri-inchiesta, Rizzo e Stella descrivono in maniera dettagliata tutte le innumerevoli, fantasiose maniere con cui la gente che gestisce il flusso denaro pubblico se ne mangia una parte senza dare nell’occhio.

Quindi, non è vero che lo Stato socialdemocratico toglie ai ricchi per dare ai poveri: è vero piuttosto che toglie ai produttori di ricchezza per dare ai parassiti e ai ladri.  Se lo Stato lasciasse i soldi ai legittimi proprietari, che quei soldi se li sono guadagnati col merito e il duro lavoro, questi potrebbero impiegare quei soldi per creare posti di lavoro produttivi. Infatti, in ogni angolo del pianeta i posti di lavoro privati sono per definizione infinitamente più produttivi dei posti di lavoro pubblici. Ai “poveri” converrebbe molto di più avere a disposizione posti di lavoro produttivi piuttosto che farsi mantenere dai contribuenti. Invece di permettere loro di creare ricchezza e posti di lavoro, lo Stato impone ai “ricchi” produttivi tasse talmente esorbitanti che questi sono costretti a chiudere bottega, e, se possono, a fuggire all’estero. Alcuni si suicidano.

Quando ha finito di sperperare i soldi dei contribuenti viventi e non può ulteriormente indebitare quelli futuri, il governo socialdemocratico, su consiglio di John Maynard Keynes, fa quello che un privato cittadino non può fare senza finire in galera come “falsario”: stampa denaro dal nulla. A memoria d’uomo, quando il governo “falsifica” montagne di miliardi, si verifica quel fenomeno che si chiama inflazione, e che altro non è se non una tassa occulta anzi un furto occulto. Togliere valore al denaro faticosamente accumulato dai cittadini col duro lavoro non può chiamarsi altrimenti che furto.

Sfidando il buon senso e la logica elementare, Keynes diceva che i posti di lavoro improduttivi nel settore pubblico farebbero crescere l’economia. Se fosse vivo oggi, incoraggerebbe la regione Sicilia ad assumere ancora più forestali di quanti non ne abbia già assunti. D’altra parte, lui consigliava di assumere la gente per scavare le buche e per ricoprirle… D’accordo, è inutile spiegare nei minimi dettagli tutti i passaggi logici anzi illogici di un simile delirio. Dico soltanto che negli ultimi cinquant’anni tutti i governi occidentali hanno tartassato i cittadini produttivi, hanno indebitato i cittadini non ancora nati (“deficit spending”) e hanno falsificato montagne di miliardi (“quantitative easing”) proprio l fine di creare il maggior numero possibile di posti di lavoro pubblici, che è come dire pagare la gente per scavare le buche e per ricoprirle.  A memoria d’uomo, queste politiche non hanno mai avuto effetti positivi. Tanto per chiarirci, le politiche keynesiane adottate da Roosevelt all’indomani della crisi del 1929 (il “New Deal”) non hanno posto termine alla crisi ma l’hanno trasformata in una Grande Depressione della durata di quindici anni. Subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale il governo Usa dovette dichiarare la bancarotta e tagliò tutte le spese, rimandando a casa molti dipendenti.  L’economia statunitense forse tracollò? No: cominciò a crescere ad un ritmo prodigioso. Il boom economico che ha coinvolto gli Usa e, per riflesso, l’Europa dal 1945 al 1965 circa non ha eguali nella storia dell’umanità. Poi il governo degli Usa tornò a sperperare i soldi dei cittadini e a stampare denaro dal nulla. E negli anni Settanta il mondo occidentale conobbe un nuovo mostro: la stagflazione, che la compresenza mortale di inflazione e disoccupazione.

La storia di oggi dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio che ridistribuire le ricchezze significa distruggerle, che falsificare denaro significa rubare e che non si può indebitarsi all’infinito senza mai pagare i creditori. Sia chiaro a tutti che i colossali debiti che stanno inghiottendo, come buchi neri, le nazioni occidentali sono stati causati da cinquant’anni di “deficit spending” keynesiano. E sia chiaro che non solo per la piccola insignificante Italia ma per ogni nazione europea, per gli Usa e per il Giappone non c’è scampo se non si comincia immediatamente a tagliare all’osso la spesa pubblica. Come possono sopravvivere delle nazioni in cui c’è un parassita improduttivo ogni dieci cittadini produttivi? Insomma, oggi non sono i “ricchi” a rubare ai “poveri”: è lo stato a rubare sia ai ricchi che ai poveri per dare ai parassiti e ai ladri.

Invece di denunciare il problema del debito, i politici e gli intellettuali di sinistra se la prendono con i tedeschi, con gli speculatori e i banchieri, invitando il popolo a linciarli: “I tedeschi ci impongono l’austerità e ci impediscono di stampare denaro, mentre banchieri e speculatori hanno svenduto i titoli sovrani italiani per alzare gli interessi sul debito e guadagnarci!”. Ora, come ho detto, stampare denaro significa rubare e quindi dobbiamo ingraziare la Merkel, che fa di tutto perché non venga stampato. Quanto alla fantomatica “austerità”, quello che l’Europa aveva chiesto all’Italia era di tagliare la spesa pubblica, non di alzare le tasse. Ma i politici hanno preferito alzare le tasse pure di non tagliare un solo euro e non scontentare così i parassiti, che valgono oggi parecchi milioni di voti. Per non perdere pochi milioni di voti, condannano alla morte economica cinquanta milioni di cittadini. Sia chiaro a tutti che nessuna nazione nella storia umana è mai sopravvissuta con una tassazione così alta. E veniamo alla svendita dei titoli di Stato italiani. Semplificando al massimo, un titolo di stato è un pezzo di carta che rappresenta un brandello del debito pubblico italiano, poniamo 1000 euro. Se un risparmiatore decide di compralo, lo Stato italiano si impegna personalmente a restituirgli in futuro 1000 euro più un piccolo interesse, poniamo 50 euro. Ma ormai i risparmiatori non vogliono comprare i titoli italiani, perché sanno bene che difficilmente lo Stato italiano riuscirà a ripagarli. Infatti il debito è ormai fuori controllo, e non basterebbe tutto il Pil italiano per ripagarlo. Voi che imprecate contro le banche e le agenzie di rating demo-pluto-giudaico-massoniche, rispondete sinceramente: se foste voi a possedere montagne di titoli sovrani che molto probabilmente non verranno ripagati, rischiando così di finire su una strada a chiedere l’elemosina, non cerchereste forse di liberarvene? Per invogliare le banche e i risparmiatori a comprare gli svalutati titoli italiani, lo Stato italiano alza gli interessi sul debito. Se un risparmiatore compra 1000 euro di debito, lo stato si impegna a restituirgli in futuro 1000 euro più 100. E quando 100 non bastano ad attirare risparmiatori, lo stato ne promette 200, poi 300, poi 400… finché gli interessi sul debito diventano insostenibili. Insomma, pure di non tagliare la causa prima del debito, che è la spesa pubblica, lo Stato ci condanna a pagare oltre all’insostenibile debito anche gli interessi sul debito. Che è come dire che ci condanna a morte.

Come accennato, gli intellettuali della sinistra radical-chic fanno credere agli italiani che la “crisi” sarebbe causata dal fantomatico “liberismo selvaggio”. Ma come abbiamo visto, in realtà la causa prima e unica della crisi è la spesa pubblica. La spesa pubblica sta al mercato liberale come la polmonite sta ai polmoni. Infatti, le esorbitanti tasse sul lavoro e sul consumo necessarie a sostenere una spesa pubblica ormai fuori controllo, cui si aggiungono una selva bizantina di regolamenti inutili, fanno agonizzare il mercato. Quindi, fra tasse insostenibili e inquinamento burocratico, di “liberismo selvaggio” non c’è mai stata traccia né in Italia né negli altri paesi occidentali. Quello che i mentitori chiamano “liberismo selvaggio” in realtà si chiama liberalismo, ed è l’esaltazione di una cosa meravigliosa che si chiama libertà economica.

La storia dice che questo mondo non è perfetto e che quindi non esiste la soluzione perfetta per tutti i problemi del mondo. Tuttavia esistono soluzioni migliori delle altre. Ebbene, solo chi non conosce la storia recente può negare che, laddove è stato applicato, il liberalismo ha sempre portato maggiore prosperità economica e maggiore benessere per tutti, non solo per i “ricchi”, di quanto non ne abbia mai portati la socialdemocrazia. Nessuno può negare che negli anni Ottanta, per merito delle riforme liberali di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher, le economie degli Usa e della Gran Bretagna crebbero aritmi vertiginosi, trainando la crescita economica di tutte le altre nazioni occidentali, Italia compresa. Poi negli anni Novanta sia gli Usa che la Gran Bretagna liquidarono tutte le riforme liberali, e iniziò quel lento declino economico che nel 2008 è diventato tracollo. Quindi a monte della crisi non c’è il “liberismo selvaggio” ma proprio l’abbandono del “liberismo selvaggio”.

Oltretutto, i cattolici che considerano abusivamente il liberalismo una ideologia anti-cristiana, sorella del comunismo e del nazismo, sappiamo che nella enciclica Centesimus annus Giovanni Paolo II, seguendo il liberale cattolico Michael Novak, dava sostanzialmente ragione ai liberali. Sappiano inoltre che sia Ronald Reagan che Margaret Thatcher erano cristiani convinti (pare che Reagan sia diventato addirittura “papista” in fin di vita). E la loro fede cristiana non era per nulla indipendente dalle loro convinzioni liberali. Infatti, il liberalismo non è una ideologia modernista, sorella del comunismo e del nazismo, ma è una corrente di pensiero che affonda le sue radici nella Summa san Tommaso d’Aquino e, prima ancora, nel Vangelo. Il pensiero liberale del divino dottore fu poi perfezionato e approfondito dai tomisti dei secoli successivi, in particolar modo da quelli della scuola di Salamanca. John Locke non disse nulla che non fosse già stato detto un secolo prima da quei dotti monaci spagnoli. Prima ancora che nella Summa, il pensiero liberale affonda le radici nel Vangelo. Nella parabola dei talenti Gesù paragona il buon cristiano ad un servo che sa fare fruttare un piccolo capitale iniziale di pochi talenti.  In numerose parabole si parla di piccoli imprenditori agricoli che danno lavoro a parecchi “servi” ossia dipendenti. Poiché si fondava sul Vangelo, la società europea era estremamente “liberale” in campo economico già nell’alto Medioevo. Il capitalismo è nato nei conventi cistercensi, che erano anche ferventi centri di scambio, e le banche sono nate nei comuni italiani. Lungo le vie commerciali che univano l’Italia settentrionale alla Baviera alla Borgogna alle Fiandre si muovevano ininterrottamente uomini, merci, idee e pure arte. La pittura italiana e la pittura fiamminga si sono nutrite di reciproche influenze. La Firenze di Dante era ricchissima.

In effetti, nell’epoca più cristiana della storia, le persone non si vergognavano di creare e accumulare ricchezza per sé stesse e specialmente per il prossimo.  Come fai a fare la carità ai poveri se non produci abbastanza neppure per te stesso? Insomma, la gente di fede nel Medioevo sapeva trattare con distacco i beni terreni e, all’occorrenza, spogliarsene (sull’esempio di san Francesco), ma non era pauperista. Infatti il pauperismo è una ideologia satanica che deriva dall’eresia catara e manichea, che denigra la carne e la creazione di Dio. Cristo non era cataro. Nelle sue parabole, non condanna la ricchezza ma condanna piuttosto il cattivo uso della ricchezza. Il ricco Epulone va all’inferno non perché è ricco, ma perché passa le sue giornate a gozzovigliare senza curarsi dei poveri come Lazzaro, che raccoglie le briciole che cadono dalla sua mensa. In altre parabole il personaggio “buono” è proprio un padrone mentre il “cattivo” è un suo servo. Quale è dunque la differenza fra il ricco cattivo e il ricco buono? Che il primo non aiuta i poveri e pensa solo a godere le sue ricchezze, mentre il secondo aiuta i poveri e investe proficuamente le sue ricchezze in una vera e propria azienda.

Accecati dal pauperismo anti-cristiano, i catto-comunisti idolatrano lo Stato che “ridistribuisce le ricchezze2 ossia che pretende di togliere ai ricchi per dare ai poveri. Infatti, nella loro visione manichea il ricco è cattivo a prescindere e il povero è buono a prescindere, e di conseguenza pensano che lo Stato abbia il dovere di “punire” il ricco.  Essi non si rendono conto che lo Stato socialdemocratico redistribuzionista è intrinsecamente anti-evangelico, in primo luogo perché ostacola la produzione dei beni, in secondo luogo perché vorrebbe rendere superflua la carità o, in altri termini, imporre quella che Rosmini chiamava “carità coatta”. Infatti, togliere al ricco tramite il fisco per dare al povero significa, in un certo senso, forzare il ricco a fare la carità. Ma se è imposta, se non è libera, la carità cessa di essere una virtù. I ricchi hanno certamente l’obbligo morale di aiutare i poveri: ma devono farlo liberamente, per amore dei poveri e di Dio, non per paura di Equitalia.  Quindi, la socialdemocrazia è intrinsecamente anti-cristiana. Aggiungo che proprio John Maynard Keynes, uno dei massimi rappresentanti della corrente socialdemocratica, era un aristocratico massone che disprezzava profondamente il popolo e soprattutto i valori cristiani del popolo. Nella sua visione, il popolo doveva essere guidato da una piccola minoranza di Illuminati come lui. Egli operò una sorta di ribaltamento di tutti i valori cristiani in economia. Se il Cristianesimo insegna le virtù della parsimonia e della prudenza, che generano la tendenza economica al risparmio e alla previdenza, invece Keynes consiglia la prodigalità assoluta. Se il Cristianesimo induce il popolo a comportarsi come una formica, invece Keynes spinge il popolo si comporti come una cicala.

Ecco, la verità è questa. Ma il popolo la ignora. C’è qualche speranza di farla conoscere al popolo prima che sia troppo tardi?

P. S.

Da quanto detto, si capisce che il “liberalismo” non ha nulla a che fare col “darwinismo sociale”, inteso come teoria della supremazia del forte sul debole. Nella società liberale sia il ricco che il povero si arricchiscono, sebbene in proporzioni diverse. Oltretutto, la stessa teoria di Darwin ha ben poco a che fare con la libertà economica. In Le balle di Darwin, Johnathan Wells spiega che negli Usa le scuole e le università che vivono di finanziamenti pubblici sostengono la teoria di Darwin, mentre le scuole e le università private, che stanno sul mercato, sostengono teorie alternative a quella di Darwin. In sostanza, la teoria di Darwin non riesce a stare sul “mercato” delle idee scientifiche. In effetti, non convince più né gran parte degli specialisti né il vasto pubblico. Le prove contro di essa sono talmente numerose che è impossibile citarle tutte adesso: magari ne riparlerò. Per il momento rimando al libro di Wells. Nella virtuale lotta per la sopravvivenza scientifica la teoria di Darwin è destinata a non sopravvivere

SI SCRIVE GIUSTIZIA SOCIALE E SI LEGGE INVIDIA SOCIALE, V. La nuova lotta di classe: parassiti contro lavoratori produttivi

Ci troviamo di fronte ad una nuove “lotta di classe”: non più borghesi contro proletari, ma distruttori di ricchezze contro produttori di ricchezze. I secondi pagano le tasse, i primi sono mantenuti dalle tasse. Distruttori di ricchezze sono in primo luogo tutti coloro che lavorano alle dipendenze dello Stato (impiegati statali, burocrati, politici di ogni genere e grado), in secondo luogo i falsi “bisognosi” che si fanno assistere dallo Stato (falsi invalidi, baby pensionati eccetera) e infine i grandi capitalisti e i grandi banchieri che si fanno coprire le perdite dallo Stato (vedi post precedente). Produttori di ricchezze sono tutti coloro che lavorano nel settore privato senza ricevere aiuti dallo Stato: lavoratori dipendenti, imprenditori, commercianti e liberi professionisti (fra cui anche i pochi intellettuali e i pochi veri artisti di valore). Dal momento che lo Stato mette gentilmente nelle loro tasche i soldi che prende dalle tasche dei produttori, i consumatori-distruttori adoreranno lo Stato come gli ebrei hanno adorato per qualche tempo il vitello d’oro. E’ assai improbabile che quanti ricevono la pappa dallo Stato possano votare per un partito che propugna la riduzione dello Stato e quindi la fine della distribuzione automatica di pappa pronta. Per usare una immagine dura ma sostanzialmente veritiera, è improbabile che il parassita voti per il partito degli anti-parassitari. Insomma, Mitt Romney aveva perfettamente ragione: i repubblicani non avrebbero mai potuto sperare di ottenere voti da quel circa 39% di americani che “vivono delle elemosine dello Stato”. In qualunque paese del mondo, un partito che professa idee liberali non può sperare di ottenere i voti di quanti non appartengono alla classe dei produttori di ricchezze vessati dal fisco.

Purtroppo, questi ultimi sono sempre di meno, e di conseguenza i partiti liberali tendono a ricevere sempre meno voti. Infatti, come ho detto, a furia di trasferire ricchezze dalla classe che le produce a quella che le consuma soltanto, lo Stato provoca l’estinzione progressiva della prima e l’espansione illimitata della seconda (ho letto che in Italia ormai c’è un impiegato statale ogni tredici lavoratori attivi). Lo Stato è una bestia talmente stupida che non si accorge nemmeno che uccidere la classe media è contro i suoi sporchi interessi. Quando avrà finito di uccidere la classe media, le ricchezze a chi le ruberà? D’altra parte, la maggioranza è troppo accecata dai vizi dell’invidia e della pigrizia per capire che così non si potrà andare avanti a lungo. Invece di solidarizzare con gli oppressi dal fisco, li disprezza. I giornalisti e gli intellettuali incoraggiano questo disprezzo, descrivendo gli sfruttati come “ricchi sfruttatori” e dipingendo i liberali come dei nazisti sadici che vogliono fare morire di fame i bambini poveri. Ormai è impossibile dire qualcosa di liberale in un talk show senza essere crivellati di insulti dal pubblico. Quando gli sfruttati sono ormai in fin di vita, la maggioranza chiede allo Stato di fruttarli di più e meglio. Che è come premere l’acceleratore sulla via del precipizio.

La maggioranza invidiosa comprende non soltanto tutti quelli che dipendono direttamente o indirettamente dallo Stato, ma anche una parte dei lavoratori dipendenti. In effetti, questi ultimi sono in una posizione ambigua. In quanto guadagnano meno dei loro datori di lavoro, possono farsi tentare dall’invidia. In quanto tuttavia sono vittime, come i loro datori di lavoro, di fisco insaziabile, possono anche maturare una coscienza liberale anti-statalista. Purtroppo, lo Stato ha trovato da parecchio tempo la maniera di sedurli: alza l’aliquota fiscale per i ricchi. I dipendenti accettano di buon grado di cedere quasi la metà del loro stipendio allo Stato perché si illudono che lo Stato restituirà loro sotto forma di servizi e welfare non soltanto la metà del loro stipendio ma anche parte di quello che è stato tolto ai “ricchi”, che comprendono i loro odiati datori di lavoro. Poveretti. E il problema è che l’illusione della “ridistribuzione delle ricchezze” è più forte dell’esperienza: da quando sono nati hanno avuto modo di vedere che lo Stato maltratta i cittadini e tuttavia continuano a credere nella favola della ridistribuzione.

Negli Usa la “lotta di classe” fra produttori di ricchezze e consumatori delle ricchezze sta diventando “lotta di classe” fra bianchi e non bianchi. Nota Ann Coulter che Mitt Romney ha ottenuto fra gli elettori bianchi una percentuale di voti nettamente superiore a quella ottenuta da Ronald Reagan nel 1980. Solo che nel 1980 i bianchi rappresentavano l’88% degli elettori, mentre oggi rappresentano solo il 72%. “I democratici non hanno cambiato le convinzioni di nessuno. Hanno cambiato le persone”. La rielezione del peggiore presidente della storia americana è effetto delle politiche sull’immigrazione troppo permissive promosse dal partito democratico, che ha sempre mirato esplicitamente a importare nuovi elettori dal Terzo Mondo. Oltre a farli entrare in massa, i democratici hanno pure dato loro la pappa pronta. Nello specifico, hanno facilitato l’accesso dei nuovi immigrati ai programmi di assistenza pubblica e naturalmente permesso loro di ottenere la cittadinanza in tempi più rapidi. Come potevano dunque i nuovi americani non correre a votare il peggiore presidente della storia degli Usa? Che cosa può importare a loro se Obama ha fatto aumentare lo stock del debito federale di più del 50%, portando il deficit pubblico al 10% del Pil Usa? Infatti, il debito lo pagheranno i bianchi.

Ann Coulter crede che i nuovi americani voterebbero per il partito repubblicano se soltanto i repubblicani si sforzassero di avvicinarli e insegnare loro i principi del liberalismo. Una volta che avremo fatto loro capire che razza di ladro è lo Stato, loro per primi si ribelleranno. Perché, si chiede la Coulter, un nuovo americano dovrebbe accettare di cedere gran parte del suo stipendio allo Stato? E perché dovrebbe accettare cose contrarie alle sua tradizione di origine, come il matrimonio omosessuale o l’aborto? Certo, è possibile che in futuro i nuovi americani possano convertirsi in massa liberalismo. Ma io ho i miei dubbi. In primo luogo la maggior parte dei nuovi americani non appartengono alla classe dei pagatori di tasse, ma alla classe di coloro che i soldi delle tasse li ricevono dallo Stato. Come ha ricordato Romney, sono assistiti allo Stato circa il 39% degli americani. Ma se consideriamo solo gli immigrati regolari, quella percentuale sale al 57%. Dunque, il 57% dei nuovi americani sanno bene che votare contro lo Stato è come votare contro il piatto su cui mangiano.

Ma poi c’è una ragione molto più profonda e molto più preoccupante: i nuovi americani, così come i nuovi italiani, non sono occidentali. Rimangono tenacemente attaccati alle loro culture di origine, che disconoscono non soltanto il valore per noi sacro della libertà ma anche l’etica del lavoro. Secondo tutte le culture extra-occidentali, nessuna esclusa, vivere di ozio sfruttando il prossimo non è qualcosa di cui vergognarsi, al contrario è qualcosa di cui vantarsi. Quindi, molto difficilmente gli extra-occidentali infiltrati in Occidente accetteranno di passare dalla classe dei consumatori di ricchezze assistiti dallo Stato alla classe dei produttori di ricchezze. C’è anche di peggio. Secondo tutte le culture extra-occidentali, nessuna esclusa, l’individuo vale meno dello Stato, che sia il califfato musulmano o il celeste impero cinese. Quindi, siete avvertiti: se gli occidentali autoctoni d’Europa e d’America continuano a percorrere la strada in discesa della contrazione demografica, nessuno li salverà da un futuro totalitario. Immaginate un totalitarismo multietnico e multiculturale, un po’ 1984 di Orwell e un po’ Blade Runner.

Tutte le idee e i valori sui cui si basa il liberalismo sono idee e valori esclusivamente occidentali. Ad esempio nessuno, proprio nessuno, al di fuori dell’Occidente e della sua area di influenza crede nel valore della libertà individuale e nella dignità infinita di ogni essere umano. Non giriamoci intorno: è stato il Cristianesimo ad insegnare queste idee e questi valori all’Occidente. Quindi, quanto più in Occidente viene meno il Cristianesimo, tanto più viene meno anche il liberalismo. Tanto è vero che il modello dello Stato onnipotente che assiste i suoi sudditi dalla culla alla tomba non esisteva nei secoli cristiani: è stato partorito dell’Illuminismo ateo. Avendo negato l’esistenza dei vizi capitali, l’illuminismo ha inventato uno Stato che alimenta e trae nutrimento dai vizi dell’invidia, della pigrizia, dell’avidità e della superbia. Lo statalismo è seducente come i vizi capitali. Non solo, ma avendo messo l’uomo al posto di Dio, l’Illuminismo si rifiuta tenacemente di credere che l’uomo sia incapace di resistere a lungo alla seduzione del peccato. L’Illuminismo ha cancellato il concetto di peccato originale. Possiamo passare la vita a spiegare alla gente che i rappresentanti dello Stato sono inclini all’avidità e alla superbia mentre gli impiegati pubblici sono inclini alla pigrizia; possiamo passare la vita a mostrare alla gente decine, centinaia, migliaia di esempi di spreco e furto di denaro pubblico e mostrare le statistiche sull’assenteismo negli uffici pubblici. Possiamo passare la vita a spiegare queste cose e la gente continuerebbe a rifiutarsi di capire. Infatti, la gente si rifiuta di credere che l’uomo sia debole e quindi non rinuncerà mai all’illusione che si potrà trovare un giorno la maniera di fare funzionare lo Stato. Tutti sono arci-convinti che un giorno nessun politico sarà sorpreso a rubare e nessun impiegato statale sarà sorpreso a scaricare materiale porno da quando entra in ufficio alla mattina a quando ne esce alla sera. I giornalisti e gli intellettuali rafforzano questa illusione, dipingendo i paesi socialdemocratici del nord come paradisi di efficienza. Nessuno sa che non è vero.

Prendiamo dunque coscienza del fatto che la lotta dello statalismo contro il liberalismo coincide con la lotta dei vizi contro le virtù. Coincide con la lotta di una cultura che divinizza l’uomo negando il peccato originale contro una cultura che invece riconosce la debolezza dell’uomo e la sua intrinseca dipendenza da Dio. Più in generale, coincide con la lotta dell’ateismo occidentale alleato con la barbarie extra-occidentale contro il Cristianesimo. Quindi, il liberalismo è destinato a partecipare, almeno in parte, allo stesso odio che il mondo nutre verso il Cristianesimo. “Vi odieranno e, contro di voi, diranno ogni sorta di menzogna”. Sapendo di mentire, gli intellettuali di sinistra descrivono i liberali come dei sadici che proteggono ricchi spietati che tolgono il pane di bocca ai bambini poveri. Senza dubbio, Ronald Reagan e Margareth Thatcher – guarda caso entrambi cristiani – sono stati i politici più insultati del ventesimo secolo. Perché sono stati quelli che hanno fatto meglio.

Dunque, che fare? Dal momento che gli occidentali stanno ripudiando il Cristianesimo mentre gli immigrati semplicemente lo ignorano, la battaglia a favore del liberalismo potrebbe sembrare persa in partenza. In realtà, non lo è. Anche la battaglia contro il comunismo sembrava persa in partenza. Ma poi si è capito che c’era una maniera molto efficace per combattere contro il comunismo: lasciarlo fare. Dunque, lasciamolo in pace, lo Stato socialdemocratico e keynesiano. Lasciamolo uccidere a colpi di tasse la classe di coloro che potrebbero votargli contro. Ma il paradosso è che quelli che potrebbero votagli contro sono anche coloro da cui lo Stato si fa mantenere. Insomma, il Leviatano perseguita e uccide le vacche che munge. Quindi, è solo questione di tempo: quando avrà finito di distruggere i “kulaki” che lo mantengono, il Leviatano socialdemocratico farà la stessa fine dello Stato sovietico, che è crollato su sé stesso.

In realtà, già sta crollando: gli addetti al marketing delle grosse multinazionali già guardano all’Europa come al Terzo Mondo. Di recente è apparso un articolo agghiacciante: Maurizio ricci, “Lo shopping è monodose”, Repubblica, 22 ottobre 2012. L’autore illustra le strategie di marketing che i grossi gruppi multinazionali adotteranno in Europa nei prossimi anni: “L’indicazione certifica ufficialmente – fuori da ogni pregiudizio o ironia, perché le multinazionali sono notoriamente senza cuore, dunque spietatamente lucide – che l’Europa può ormai essere considerata un continente povero, sul bordo del Terzo mondo. E, come nei paesi poveri, una delle strategie di vendita è ridurre le dimensione delle confezioni, per rendere la spesa più abbordabile. Oppure, rendere i prodotti meno complessi e sofisticati, dunque più economici”. Insomma, siamo ridotti come i sovietici. Loro facevano la fila per il pane, noi faremo la fila per comprare gli scarti negli hard-discount. Ma il bello è che anche gli ex parassiti di Stato saranno alla fame. E allora anche loro si convertiranno in massa al liberalismo.  E The road to serfdom di Friedrick von Hayek diventerà il loro libretto rosso.

SI SCRIVE GIUSTIZIA SOCIALE E SI LEGGE INVIDIA SOCIALE, II. Dove non c’è mercato c’è il vizio.

Tutti gli esseri umani, tranne i santi, sono inclini ai vizi capitali, i rappresentati dello Stato sono esseri umani e il sillogismo si completa da sé. Negli ambienti della politica e della pubblica amministrazione si gestisce il potere sull’intera società e si amministrano montagne di soldi, degli altri naturalmente. Voi riuscireste a resistere alla seduzione del potere e delle ricchezze, se le ricchezze e il potere fossero sempre lì, davanti ai vostri occhi? Dunque, ci sono pochi dubbi sul fatto che quasi tutti i rappresentanti dello Stato siano particolarmente inclini all’avidità e alla superbia, che aprono nel cuore una fame insaziabile di potere e ricchezze. Per soddisfare dunque i loro vizi, devono accrescere costantemente il loro potere e le loro ricchezze; per accrescere il loro potere e le loro ricchezze, devono accrescere le dimensioni dello Stato. Infatti, più Stato significa in primo luogo stipendi più alti per loro stessi. Non stupitevi se i rappresentati dello Stato in Italia recepiscono stipendi degni dei conti e i marchesi dell’ancien régime. Dal momento che infatti sono loro stessi a decidere quanto devono guadagnare, non hanno una sola ragione per non decidere di alzarsi lo stipendio oltre i confini dell’indecenza. Se pensate che un giorno potranno votare a favore della riduzione dei loro propri stipendi, siete degli illusi. Se foste voi a ricevere uno stipendio di ventimila euro, avreste il coraggio di votare per abbassarlo a tremila euro? Se siete sinceri, dovete ammettere che il coraggio non lo trovereste. Quella mancanza di coraggio noi la chiamiamo peccato originale.

SUPERBIAok

Oltreché stipendi più alti, più Stato significa più soldi pubblici da gestire. Se l’incarico di gestire montagne di miliardi fosse affidato a voi, non sentireste la tentazione di usarne almeno una parte a beneficio vostro e dei vostri amici e parenti? E non sentireste la tentazione di prendere tangenti e mazzette, se le tangenti le mazzette vi fossero offerte tutti i giorni? Siate sinceri. Quindi non stupitevi se i rappresentati dello Stato distribuiscono posti di lavoro nei posti chiave ad amici, amanti e tutto il parentado fino al centesimo grado. Non stupitevi se intascano mazzette e tangenti oppure se comprano case miliardarie a loro insaputa. Non stupitevi se gonfiano le note di spesa per fare la cresta (tanto per fare un esempio, una lampadina di pochi centesimi in un ufficio pubblico arriva a costare cinquanta euro: provate a indovinare dove va a finire la differenza fra i pochi centesimi e i cinquanta euro…). Non stupitevi se con i soldi dei rimborsi ai partiti ci comprano i suv e ci organizzano feste da basso impero. Non stupitevi se truccano le gare per dare gli appalti ai loro amici imprenditori o agli amici di Cosa nostra, dell’andrangheta, della Sacra Corona Unita.

AVARIZIAok

Per soddisfare la loro superbia e la loro avidità, i rappresentanti dello Stato devono ingrandire le dimensioni dello Stato. Per una sorta di implacabile legge fisica, lo Stato non può crescere senza togliere spazio al mercato. E così si spiega perché quasi tutti i rappresentanti dello Stato, anche quelli che si definiscono “liberali”, descrivono il mercato come una specie di mostro senza cuore che chiede sacrifici umani. Per guadagnare facili applausi, i politici attaccano il disco: “Ma chi comanda oggi: i cittadini o il mercato?”. Questa frase, che a turno hanno pronunciato tutti i politici di tutti gli schieramenti, è quanto mai menzognera: infatti, come abbiamo visto, nel mercato comandano i cittadini. Ma appunto, oggi, almeno in Italia, neppure quelli che si definiscono liberali lo sono veramente. Infatti, i sedicenti liberali ci tengono sempre a distinguere fra il liberalismo economico, che loro chiamano con disprezzo “liberismo selvaggio”, e un “liberalismo” buono e bello, che loro intendono come una socialdemocrazia moderata, leggermente più aperta al mercato rispetto alla socialdemocrazia tradizionale. Da come te lo descrivono quasi tutti i politici, il liberalismo economico non sarebbe tanto migliore del nazismo. Non a caso un esimio non-economista adoratore del dio Stato di nome Paolo Barnard va in giro a dire che i liberali austriaci Mises e Hayek avrebbero ispirato il nazismo, e la gente ci crede. Penosa calunnia. Tanto per mettere i puntini sulle i, Mises e Hayek hanno elaborato le più lucide critiche del totalitarismo politico.

PIGRITIAok

E i cittadini? Perché non si ribellano? Perché accettano di cedere allo Stato quasi il 50% delle ricchezze che producono? Perché permettono allo Stato di restringere lo spazio del mercato ossia lo spazio in cui possono esercitare la loro libertà economica e mettere a frutto i loro talenti? Ma è semplice: perché la maggior parte dei cittadini non amano affatto il mercato. Più che altro, non hanno tanta voglia di affrontare le fatiche e assumersi i rischi che la libertà economica comporta. Vogliono la vita comoda, che però oggi non si chiama più “vita comoda” bensì “sicurezza sociale”. E il desiderio di vita comoda non si chiama più pigrizia bensì diritto. Inoltre, non accettano che nella gara dei meriti i più bravi passino loro davanti e raggiungano posizioni sociali più elevate. Bramosi di “sicurezza sociale” ossia di vita comoda, chiedono allo Stato di assisterli dalla culla alla tomba e di liberarli dall’obbligo morale di soccorrere i poveri. “Caro Stato, ai poveri pensaci tu, così io mi faccio gli affari miei”. E mentre i cittadini si fanno i beati affari loro, lo Stato trasforma i poveri in parassiti senza dignità. Essendo anche loro esseri umani piagati dal peccato originale, questi ultimi imparano in fretta che trovare un lavoro serio e darsi da fare non conviene: cesserebbero immediatamente i sussidi dallo Stato! (cfr. http://johnnycloaca.blogspot.it/2012/12/nello-status-quo-del-welfare-francese.html ).

LUSSURIAok

Oltre a chiedere sempre più welfare per sé stessi e per i poveri presunti, la maggior parte della gente aspira ad entrare nella fortunata casta dei dipendenti pubblici, che godono del privilegio del posto fisso. Ad ogni concorso pubblico ormai si presenta un numero assolutamente spropositato, mostruoso, di giovani. Evidentemente, la massima aspirazione della maggior parte dei giovani è di occupare un posto a vita senza lavorare troppo. E’ noto che negli uffici pubblici non ci si ammazza di fatica e ogni scusa è buona per assentarsi. E come si dice, l’ozio è padre di tutti i vizi, anche della lussuria. E’ noto che negli uffici in cui non ci si ammazza di fatica, i computer sono costantemente connessi ai siti pornografici. In effetti, c’è un legame genetico fra statalismo e pornografia: le nazioni più stataliste d’Europa – quelle del welfare dalla culla alla tomba – sono state anche la culla della pornografia di massa.

Ma lo Stato dove prenderà i soldi per finanziare il welfare e per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici e dei rappresentanti dello Stato? Prenderli dalle tasche degli stessi dipendenti pubblici e degli stessi rappresentanti dello Stato sarebbe un controsenso logico. E infatti, questi ultimi pagano le tasse solo in senso nominalistico, virtuale. Per farla breve, lo Stato prenderà i soldi di cui ha bisogno dalle tasche dei cittadini che lavorano nel settore privato: imprenditori, dipendenti, commercianti e liberi professionisti. Li prenderà da noi, che offriamo la nostra forza lavoro, i nostri prodotti e le nostre idee in cambio di pane.

Ora, il settore pubblico in teoria dovrebbe poter produrre qualche ricchezza, in realtà si limita a consumare le ricchezze che arrivano, sotto forma di tasse, dal settore privato. Le aziende pubbliche sono tutte immancabilmente poco produttive e vanno spesso in deficit. Invece, il settore privato tende a creare più ricchezza di quella che consuma. Quando tutto va bene, l’economia cresce e i capitali si accumulano per futuri investimenti. Perché il settore privato è più produttivo di quello pubblico? Per la semplice ragione che il mercato costringe le persone a dare il meglio di sé stesse. La crudeltà del mercato è salutare: scaccia la pigrizia e altri riprovevoli vizi. Per stare sul mercato, bisogna soddisfare i consumatori; per soddisfarli, bisogna lavorare bene. I consumatori, infatti, puniscono immediatamente chi offre servizi e prodotti scadenti a prezzi eccessivi. Qualcuno di voi sarebbe disposto a comprare un prodotto scadente se accanto, sullo stesso scaffale, ci fosse un prodotto di ottima qualità che cosa meno? Chi deve farsi giudicare ogni giorno dai consumatori non può permettersi il lusso di oziare e assentarsi spesso e volentieri. Invece, i dipendenti e i dirigenti pubblici questo questo lusso possono permetterselo tranquillamente, dal momento che possono anche fare a meno di soddisfare i clienti. Se i conti della loro azienda vanno in rosso, non li pagano loro: li pagano i contribuenti ossia quelli che non possono permettersi il lusso di essere fannulloni come loro. Insomma, dove non c’è mercato c’è vizio. E’ inevitabile che ci sia. Infatti a causa del peccato originale ogni essere umano, nessuno escluso, tende a peccare tutte le volte che gli si offre l’occasione. Come l’occasione fa il ladro il posto di lavoro pubblico fa il fannullone. Infatti, se non sei obbligato a dare il meglio di te tu il meglio di te non lo darai mai.

(Continua a gennaio)

SI SCRIVE GIUSTIZIA SOCIALE E SI LEGGE INVIDIA SOCIALE, I. Il socialismo si basa sull’egoismo irrazionale.

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Non mi stupisco affatto che la maggioranza degli americani abbia riconfermato il peggiore presidente della storia degli Usa. E’ certamente vero che la democrazia è largamente preferibile a qualsiasi altra forma di governo, ma è altrettanto vero che non sempre in democrazia vincono i migliori. Anzi, si direbbe che i migliori vincano più raramente dei peggiori. Hitler, ad esempio, era stato votato da una percentuale consistente degli elettori tedeschi. Per il resto, vincono quasi sempre i mediocri. La maggioranza degli elettori tende a scartare i migliori per due ragioni. La prima è che la maggioranza non ha sufficiente preparazione per distinguere  il meglio dal peggio, il bene dal male, il vero dal falso. Troppo pochi sono quelli che hanno sufficiente preparazione politica e culturale per capire che il socialismo è il peggio mentre il liberalismo è il meglio. Tutti gli altri si fanno convincere dai demagoghi di sinistra che la crisi sarebbe effetto del “liberismo selvaggio”. La seconda ragione per cui la maggioranza degli elettori tende a scartare i migliori è che il peggio è più seducente del meglio.

Tutti gli economisti modernisti, ossia tutti gli economisti dei secoli ventesimo e ventunesimo tranne Friedrick von Hayek e qualcun altro, concepiscono l’economia come una sorta di macchina. Questa macchina non sarebbe mossa dagli attori economici, che ne sarebbero piuttosto semplici ingranaggi senza autonomia, ma piuttosto da un insieme di implacabili leggi fisiche. Dal momento che crede di conoscere queste fantomatiche leggi, l’economista modernista crede anche di conoscere la maniera di “rimettere in moto” l’economia in tempi di crisi. In realtà, più egli la “rimette in moto” e più l’economia rallenta, fino a fermarsi, anche se egli non lo ammette. Non si può “rimettere in moto” o “aggiustare” l’economia senza finire di romperla per la semplice ragione che l’economia non è una macchina e gli attori economici non sono ingranaggi. Sono persone che agiscono in base alla loro cultura, ai loro valori e ai loro desideri. Sono le persone, non presunte leggi fisiche a muovere l’economia. E noi cristiani sappiamo che, non si possono capire i comportamenti umani se non si considera anche un fattore occulto le cui conseguenze sono tuttavia evidenti, tangibili: il peccato originale. In realtà, non c’è neppure bisogno di credere nel dogma del peccato originale per rendersi conto che nessun essere umano è immune alla seduzione del male. Gli uomini spesso non fanno il bene che vogliono ma il male che non vogliono. Credo che anche un bravo psichiatra ateo sia pronto a confermarlo.

Comunque, per andare subito al punto, l’economia ha meno a che fare con la matematica che con la morale. Non a caso, i tomisti la consideravano una branca della filosofia morale. Per chi non lo sapesse i tomisti e lo stesso san Tommaso sono stati i primi teorici del liberalismo. Molti faticano ad ammettere che la dottrina liberale sia figlia del cattolicesimo. Per fortuna, Murray Rothbard aveva l’onestà intellettuale e il coraggio di ammetterlo (Catholicism, Protestantism, and Capitalism). Quindi, bye bye a Weber, secondo cui il capitalismo liberale sarebbe figlio del protestantesimo. E bye bye anche ad Ayn Rand, secondo cui il socialismo sarebbe figlio del Cristianesimo. In realtà, è fin troppo facile dimostrare che i totalitarismi politici di destra e di sinistra sono figli dell’illuminismo ateo. Il socialismo è precisamente l’elemento fondamentale di ogni totalitarismo, non solo di sinistra ma anche di destra. Mussolini non si era forse formato nel partito socialista? E nazismo sta forse per nazional – socialismo? Affermando che il socialismo si fonderebbe su un generico “altruismo” di matrice cristiana, la Rand dimostra di essere vittima della propaganda dei socialisti stessi. Sono loro che vogliono fare credere che il socialismo si basi sulla carità cristiana, che si anzi la forma più perfetta di carità, la carità elevata a sistema politico. E purtroppo, molti cristiani ci credono.

In realtà, il socialismo non ha nulla a che fare con con un generico altruismo: ha a che fare piuttosto, come argomenterò, con la superbia, l’avidità, la pigrizia e soprattutto con l’invidia. Si scrive “giustizia sociale” e si legge “invidia sociale”. Al presunto altruismo socialista, la Rand oppone un “egoismo razionale”, che lei considera non a torto il principio fondamentale del liberalismo. Senza dubbio esiste un egoismo sano, giusto e razionale, che non è se non il retto amore di sé. Come si può amare il prossimo come sé stessi se non si ama sé stessi? Ma esiste anche un egoismo cattivo, che è la volontà di procurarsi dei vantaggi a spese degli altri. Ebbene, la Rand non si era resa conto che il socialismo si basa sulla forma peggiore di egoismo. Il socialista dice che vuole togliere ai ricchi per dare ai poveri: in realtà vuole dare solo a sé stesso. Oltretutto, quelli che il socialista chiama “ricchi” non sono aristocratici fannulloni che campano di rendita (anche perché l’aristocrazia di sangue è quasi del tutto estinta, Deo gratias) bensì cittadini onesti che producono ricchezza col duro lavoro. Quando dice che vuole togliere ai ricchi per dare ai poveri, il socialista in realtà intende che vuole togliere a quelli che lavorano duramente per dare a quelli che lavorano di meno o oziano, fra i quali che lui stesso. Insomma, il socialismo è il sogno egoista di vivere a spese degli altri. Infine, il socialismo non si basa sull’amore: si basa sull’odio. Il socialista non ama i poveri: odia i ricchi ossia i cittadini produttivi. Li odia perché li invidia. In definitiva, non vuole aiutare i poveri: vuole rendere poveri anche i ricchi.

Qualcuno dovrebbe informare quei cristiani poco avveduti che credono all’equazione socialismo = altruismo, ossia i catto-comunisti, che il loro amato socialismo democratico – terribile ossimoro – fu inventato da uno che perseguitava la Chiesa. Si chiamava Bismark. La kulturkampf anti-cattolica di Bismark preparò il terreno all’affermazione del nazismo. Repetita iuvant: nazismo significa nazional-socialismo.

Dunque, esaminiamo il socialismo e il liberalismo dal punto di vista morale. Domanda: perché la stragrande maggioranza degli occidentali colti preferiscono il socialismo al liberalismo? Risposta: perché il vizio è più seducente della virtù. La mia tesi, che in seguito tenterò di argomentare, è che il socialismo ha più successo del liberalismo perché il socialismo fa leva sui vizi capitali degli elettori mentre il liberalismo esalta le virtù.

Il socialismo è una sirena molto seducente, che assume forme diverse. C’è il socialismo moderato della socialdemocrazia e c’è il socialismo estremo del comunismo. Fra socialdemocrazia e comunismo ci sono numerose forme intermedie. Tutte si basano su un dogma che rimane stabile nel tempo: il mercato è cattivo e lo Stato è buono. La sinistra socialdemocratica si accontenta di più Stato e meno mercato, quella comunista invece vuole solo Stato e niente mercato. La sinistra moderata si accontenta di “ridistribuire le ricchezze”, la sinistra estrema invece vuole che l’economia sia interamente gestita dallo Stato. La sinistra moderata si accontenta di tassare molto i ricchi, la sinistra estrema invece vuole renderli poveri come tutti gli altri. Dunque, fra le due sinistre non ci sono differenze sostanziali. Se quella comunista odia a morte il mercato, quella socialdemocratica lo odia soltanto un po’ meno.

Il mercato non è qualcosa di sovrapposto alla società: è il cuore, il sistema nervoso della società. In esso i cittadini si scambiano incessantemente beni, servizi, forza lavoro ed idee tramite il denaro. Il mercato è lo spazio in cui l’individuo esercita la sua libertà economica mettendo a frutto i suoi talenti. Quindi, odiare il mercato significa odiare la meritocrazia e la libertà (e pure la virtù della responsabilità, che è condizione della libertà). Se dunque la sinistra comunista odia a morte il merito e la libertà, quella socialdemocratica non è che li ama: semplicemente, li odia un po’ meno oppure, se va bene, li ama un pochino. Matteo Renzi è uno di quelli che un pochino riesce ad amarli, il che è già tanto nei tempi socialisti che corrono.

Dopo avere visto il socialismo, vediamo il liberalismo. In estrema sintesi, il liberalismo chiede una sola cosa: che lo Stato non opprima il mercato ossia la società. Secondo la dottrina liberale, lo Stato dovrebbe gestire pochi settori (politico, militare, giudiziario e poco altro), lasciando tutti i servizi di pubblica utilità (da quello sanitario a quello scolastico) ai privati che agiscono sul mercato. Ebbene, lo Stato moderno non si accontenta di rimanere nel suo spazio: tende ad ingrandirsi sempre di più, togliendo sempre più spazio al mercato. Non soltanto gonfia a dismisura il suo apparato burocratico ma pretende di assistere i cittadini dalla culla alla tomba e di erogare servizi essenziali al posto dei privati. (Se qualcuno ha l’impudicizia di sostenere che i servizi forniti dallo Stato sono migliori e più economici di quelli forniti dai privati, a lui l’onere della prova). E quanto più crescono le dimensioni dello Stato, tanto più cresce il potere e la ricchezza dei suoi massimi rappresentati: politici, ministri, dirigenti pubblici, grandi burocrati eccetera.

Insomma, lo Stato moderno si è incamminato da lungo tempo sulla strada del socialismo. Dal XIX secolo ad oggi, l’aliquota fiscale media è cresciuta da meno del 10% a poco meno del 50% in quasi tutti i paesi occidentali. L’aumento prodigioso del carico fiscale, che coincide con l’aumento prodigioso del socialismo, è causato dal peccato. Nello specifico, il socialismo solletica la superbia e l’avidità dei rappresentati dello Stato nonché la pigrizia, l’accidia e l’invidia dei cittadini. Più Stato significa da una parte più potere e più soldi per i rappresentati dello Stato, dall’altra meno responsabilità e più pappa pronta per i cittadini.

(Continua)

P. S.: cliccare qui  per saperne di più sull’illustrazione in alto.

L’ONERE DELLA PROVA CONTRO KEYNES. Lettera aperta a Giulio Sapelli

Gentile professor Sapelli,
alcuni giorni fa ho avuto il piacere di vederla su La7, nella trasmissione In onda, dove ha presentato il suo ultimo libro: L’inverno di Monti. Ho molto apprezzato le sue critiche alle dissennate politiche fiscali del governo Monti, che con la scusa del pareggio di bilancio sta ammazzando l’economia a colpi di tasse. La sta ammazzando letteralmente: gli imprenditori si suicidano. Tuttavia, ad un certo punto, lei ha invocato Keynes dicendo più o meno: “Le ricette di Keynes funzionano fino a prova contraria, se pensate che non funzionino, a voi l’onere della prova”.
Ebbene, la prova da lei invocata gliela faccio dare direttamente dal ministro del tesoro del governo Roosevelt. Nel 1939, poco prima della discesa in campo degli Usa contro Hitler, disse:
 “We have tried spending money. We are spending more than we have ever spent before and it does not work. And I have just one interest, and if I am wrong…somebody else can have my job. I want to see this country prosperous. I want to see people get a job. I want to see people get enough to eat. We have never made good on our promises… I say after eight years of this administration we have just as much unemployment as when we started… And an enormous debt to boot!” (Secretary of the Treasury, Henry Morgenthau).
Questa citazione l’ho tratta da questo articolo del conservatore americano Pat Buchanan, che da anni combatte valorosamente contro il mito del New Deal, che le sinistre mondiali, orfane dell’ormai impresentabile Marx, propagandano instancabilmente.

Il New Deal ha avuto il solo effetto di trasformare una crisi grave, da cui tuttavia si sarebbe potuti uscire in pochi anni, in una grande Depressione della durata di più di dieci anni. La triste verità, a tutti ben nota, è che fu la guerra ha stroncare la crisi. Prima che le spese militari iniziassero a dare ossigeno all’industria statunitense, la spesa pubblica non era servita a nulla, tranne che ad allargare il buco del deficit. Tanto a Keynes non gliene poteva importare di meno: “Pagheranno altri, noi saremo tutti morti”. Vigliacco.

E noi oggi, infatti, stiamo pagando i debiti contratti dai nostri predecessori nei decenni scorsi. Tutte le nazioni occidentali, quale più e quale meno, sono divorate dal cancro del debito. Infatti, tutte le nazioni occidentali, quali più e quale meno, sono andate dietro a quel pifferaio magico di nome Keynes. Keynes è il male assoluto. L’Occidente potrà sperare di non  farsi schiacciare economicamente (anche militarmente?) dalle potenze emergenti, che già godono sadicamente ad umiliarlo (vedi il caso dei marò in India) solo se saprà  liberarsi  dalla superstizione keynesiana e saprà  abbracciare quella semplic verità di cui pochi decenni fa i grandissimi Reagan e Tatcher si fecero banditori: lo Stato non è la soluzione ma il problema.
Cordialmente,

Giovanna Jacob

P. S.
Io non sono una economista, non sono nessuno, non conto nulla fuorché per qualche lettore. Ma nel caso le dovesse interessare, ho espresso molto diffusamente le miei idee anti- Keynes e anti-Mill in due articoli  molto lunghi pubblicati su Tempi:

http://www.tempi.it/lunica-soluzione-alla-crisi-dimezzare-le-tasse-e-far-lavorare-le-cicale

http://www.tempi.it/voi-che-pensate-che-basti-beccare-un-evasore-salvare-litalia-leggete-qui

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