Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

Riprendiamoci Halloween 1 – Un Carnevale (cattolico) di fine estate

PUBBLICO OGGI IL PRIMO DI QUATTRO MIEI ARTICOLI SU HALLOWEEN APPARSI SUL SITO DI CULTURA CATTOLICA IN FEBBRAIO.

Ho scritto un articolo su un tema che può sembrare “scabroso”: la festa di Halloween. Il mio interesse per questa festa americana è nato alcuni mesi fa, quando sulla bacheca di Facebook hanno cominciato ad apparire decine di messaggi terroristici contro Halloween. Mi veniva detto che non si poteva festeggiare Halloween senza rischiare di finire, nostro malgrado, a venerare inconsapevolmente satana e rischiare di essere posseduti. Incuriosita, ho voluto indagare per conto mio. E ho scoperto che religiosi cattolici americani si battono da anni contro queste calunnie. Fiori di studiosi in tonaca spiegano che Halloween è una festa cattolicissima, per nulla compromessa col satanismo e con il paganesimo, cui i puritani fanno guerra dal Settecento. I protestanti odiano a tal punto questa festa così sfacciatamente cattolica, che ha osato imporsi in terra puritana, che da secoli spacciano leggende nere a base di sabba di streghe e sacrifici umani celebrati la notte di Halloween. Quindi i cattolici che oggi spargono voci contro le zucche illuminate e organizzano le ingenue feste di Holyween sono vittime di questa propaganda anti-cattolica.

RIPRENDIAMOCI HALLOWEEN
Una volta ottobre era il mese delle allegre scampagnate e delle castagnate. Da qualche anno a questa parte, ottobre è il mese delle crociate cattoliche contro la festa di Halloween. Quanto più si avvicina la fatidica notte del 31 ottobre, tanto più negli ambienti cattolici si intensifica la tempesta delle critiche terroristiche e delle lamentele isteriche contro questa festa tipicamente americana sbarcata di recente in Europa. “Se credi che Halloween sia solo una innocua festa mascherata”, scrivono i volenterosi crociati anti-Halloween sui loro blog e sulle loro bacheche Facebook, “sei davvero un ingenuo, una zucca vuota”. L’epiteto di “zucca vuota” non è gentile e scherzoso come sembra: infatti “zucca vuota” sta per “utile idiota” di una sorta di grande rivoluzione satanica mondiale. Secondo i crociati anti-Halloween, la festa della vigilia di Ognissanti sarebbe una festa allo stesso tempo pagana e satanica ricoperta da un sottile strato di “vernice” cristiana.
Se la maggior parte dei cattolici demonizzano la festa di Halloween, gli altri non la demonizzano ma non la amano neppure. Semplicemente, la boicottano per orgoglio patriottico: “Halloween è una festa intimamente americana, del tutto incompatibile con le tradizioni religiose italiane”. Prima di approfondire il tema delle reali o presunte radici pagane di Halloween, vorrei confutare l’idea che Halloween sia incompatibile con le nostre tradizioni. In primo luogo, questi cattolici che faticano a distinguere fra cattolicità e italianità fanno pensare ai fascisti degli anni Venti e Trenta, che denigravano istericamente tutto ciò che veniva dall’estero e non tolleravano se non ciò che era “arci-italiano” e “strapaesano”. Poco ci manca che i cattolici arci-italiani di oggi chiedano di sostituite “Hip hip hurrà” con “Eja Eja Alalà”. In realtà, non ha senso preservare la cultura italiana da tutti gli influssi stranieri per la semplice ragione che non esiste una pura cultura italiana. Nessuna cultura a questo mondo è “pura”, tutte sono contaminate e tutte sono in continua trasformazione. La cultura italiana è la sintesi originalissima di tante culture diverse (greca, etrusca, romana, gallica, longobarda eccetera). A sua volta la cultura italiana ha influenzato e si è lasciata influenzare dalle altre culture europee, e a sua volta la cultura americana è una straordinaria sintesi di molteplici culture europee. Anche gli immigrati italiani, nel loro piccolo, hanno dato qualche contributo a questa grande sintesi. E Halloween è espressione di questa sintesi. La festa inventata dagli immigrati che un tempo sbarcarono in America, sbarca oggi nel continente da cui provenivano quegli immigrati attraverso i nuovi mezzi di comunicazione. E’ stato il cinema americano a farci conoscere Halloween. E va bene così.
Non dobbiamo temere che le nostre tradizioni nazionali si contaminino con altre tradizioni. Tuttavia, è pure vero che non possiamo lasciare che le nostre tradizioni si contaminino con tradizioni che contraddicono i nostri valori, che sono cristiani occidentali. Non possiamo certamente accettare la tradizione maya dei sacrifici umani, per fare un solo esempio, ma possiamo invece accettare la tradizione americana della festa della vigilia di Ognissanti. Infatti, come dimostrerò, questa tradizione non solo è pienamente occidentale ma è perfino cristiana e addirittura molto cattolica, ed è del tutto priva di sfumature pagane e sataniche.
Certamente non è bello scimmiottare gli americani. Il nostro Halloween rischia precisamente di essere la brutta o bruttissima copia, ridicola e provinciale, del vero Halloween americano, che oltretutto oggi già di suo si è parecchio involgarito. Noi non dobbiamo copiare passivamente una festa americana, ma reiventarla a modo nostro, magari contaminandola a sua volta con tradizioni nostrane, quasi dimenticate, che sono molto simili a quella di Halloween. Ad esempio, in varie località italiane sopravvivono usanze, molto simili fra loro, legate a leggende incentrate sul momentaneo ritorno degli spiriti dei morti nelle loro case fra la vigilia di Ognissanti e il 2 novembre (cfr. http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/cronaca/viaggi-halloween/viaggi-halloween/viaggi-halloween.html). Quelli che scimmiottano veramente, ridicolmente, pateticamente gli americani sono proprio i crociati anti-Halloween. Infatti, la violenta campagna anti-Halloween e pure l’ingenua festa di Holyween, concepita come una sorta di alternativa “santa” ad Halloween, sono nate negli Usa più di trenta anni fa.
(continua)

ZABRISKIE POINT di Michelangel Antonioni (Usa, 1970), il Sessantotto e il Festival dell’uomo che brucia.

Qualcuno si ricorda di “Zabriskie point” di Michelangelo Antonioni? Si tratta di uno dei più importanti film-manifesto del Sessantotto, sicuramente il più bello. Non approvo il contenuto ideologico del film, ma le immagini potenti e visionarie di Antonioni mi incantano sempre.
In quello che genericamente si definisce “Sessantotto” c’è un po’ di tutto: marxismo, anarchismo, liberazione sessuale, culto delle droghe, mistica della piazza (alla Sorel), femminismo, ecologismo e qualcos’altro. Ma al di là delle apparenze, l’ideologia sessantottina non è per nulla eterogenea. Il Sessantotto – quasi un canto del cigno del Modernismo – riconduce tutti questi svariati ingredienti ideologici alla loro fonte originaria: la filosofia di JEAN-JACQUES ROUSSEAU. Che cosa dice, in sostanza, Rousseau? Che la Civiltà è il male mentre invece la Natura è il bene. Tutte le espressioni della Civiltà, dalle leggi morali alle leggi positive, dall’arte alla scienza, corromperebbero irrimediabilmente l’essere umano allontanandolo dalla Natura, venerata come una dea: “L’uomo è buono per natura ed è reso cattivo soltanto dalle istituzioni” (Il contratto sociale). Dunque ogni Civiltà presente sulla faccia della terra corromperebbe l’uomo e quindi meriterebbe di essere distrutta? Non proprio: con qualche evidente contraddizione, Rousseau e tutti i suoi epigoni (che coincidono con tutti i pensatori moderni) condannano senza mezzi termini la civiltà occidentale e invece hanno solo parole di elogio per tutte le altre, compresa quella islamica, che ai loro occhi sarebbero più vicine alla dea Natura. Per tagliare corto, la civiltà cristiana è figlia – sebbene prodiga – del Cristianesimo, ergo Rousseau e compagnia rifiutano la Civiltà per rifiutare il Cristianesimo.

Nell’ottica di Rousseau, per edificare un terreno paradiso di fratellanza, sarebbe dunque sufficiente liberarsi dalle regole della civiltà e abbandonarsi liberamente a tutti gli istinti. Quando avranno fatto tabula rasa della civiltà, gli uomini si scopriranno finalmente fratelli e agiranno in perfetto accordo, perché non potranno neppure concepire di avere delle differenti opinioni o peggio delle controversie fra loro. Le loro volontà individuali si uniranno in un’unica “Volontà Generale”…  E pazienza se i regimi totalitari del Novecento, per onorare il fantasma della “Volontà Generale”, hanno eliminato fisicamente tutti quelli che non si adeguavano ad essa, pensandola a modo loro (“dissidenti”).

I due protagonisti di “Zabriskie point” mettono in pratica la filosofia di Rousseau. Per diversi motivi, entrambi “scappano” dalla Civiltà moderna (rappresentata dalla città di Los Angeles: alienante, violenta, rumorosa) e si incontrano per caso in pieno deserto, dove faranno rapidamente conoscenza, anche in senso biblico. Mentre si abbandonano liberamente alla passione sul terreno arido del deserto, immaginano che attorno a loro decine di coppie stiano facendo più o meno lo stesso. Le scene finali non appartengono solo alla storia del cinema ma anche alla storia dell’arte: uno dopo l’altro, al rallenti, esplodono prima una villa iper-modernista in stile Lloyd-Wright  e poi montagne di oggetti di ogni sorta, che sembrano usciti direttamente da un grande magazzino: vestiti, elettrodomestici, mobili, libri, ombrelli e infine perfino una cinepresa. Questa voluttuosa sequenza di esplosioni, commentata da uno dei brani più lisergici dei Pink Floyd (quello con leggendario urlo finale), allude chiaramente all’anelito sessantottino a distruggere la civiltà occidentale cioè cristiana.

Se non ha potuto distruggere la civiltà nel suo complesso, il Sessantotto ha comunque distrutto la tradizione (cristiana) e i suoi valori (cristiani), sostituendoli col culto del piacere immediato. In sostanza, il Sessantotto ha tratto dalla filosofia di Rousseau la sua ultima, più coerente conseguenza: il relativismo culturale e morale, su cui si edificherà il Post-Modernismo. Assumendo infatti la Civiltà cristiana è cattiva, allora tutte le altre civiltà e i loro “valori” – “valori” quali l’infanticidio, l’oppressione donne eccetera – sarebbero “buoni” in quanto più vicini alla “Natura” e alle sue leggi (fra parentesi, le leggi di natura si faranno coincidere con le leggi del darwinismo sociale e dell’eugenetica, secondo cui, appunto, i deboli devono morire… ne riparleremo). E così si capisce perché una soi-disant “femminista” come la Boldrini esalti le culture portate dagli immigrati e si augura che gli italiani le assorbano.

Massimo Introvigne ci ha rivelato che il relativismo è ormai quasi una religione con i suoi riti precisi. Ogni anno decine di migliaia di persone si incontrano in un posto remoto del deserto del Nevada, dove si officia il rito dell’uomo che brucia. Sotto il sole rovente del deserto, gli adepti danno fuoco al gigantesco simulacro di un uomo e alla ricostruzione di un tempio dedicato ad una religione immaginaria, che dovrebbe alludere a tutte le religioni. Il significato del rito è chiaro: tutto passa rapidamente, nessuna verità dura più di qualche istante (il tempio brucia), l’uomo stesso è pura apparenza che passa (l’uomo brucia) e quindi godiamocela finché dura, scatenando liberamente tutti gli istinti. Durante i giorni del raduno, gli adepti possono fare tutto quello che vogliono, senza temere controlli di polizia: drogarsi, denudarsi, fare orgie eccetera. Se fossero presenti dei minorenni (ma per fortuna non è consentito loro avvicinarsi al raduno), gli adepti potrebbero anche avere rapporti con loro. Last but not least, pare che a tale festival oggi partecipino oggi i più potenti personaggi della terra.
Per saperne di più, leggersi attentamente l’articolo di Introvigne:
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-sesso-droga-e-new-age-i-poteri-forti-sono-a-nudo-10461.htm

Insomma, il pupazzone e il tempio che bruciano fanno pensare davvero alle esplosioni e al gigantesco “love party” di “Zabriskie point”, quasi che sia stato il grande regista a dare l’idea agli organizzatori del festival. Per farsi un’idea del livello di delirio ideologico raggiunto negli anni cui appartiene quel film, ossia per farsi due sane risate, bisognerebbe rileggersi la gustosa recensione dell film firmata dal maestro di nichilismo erotico Alberto Moravia:

http://www.michelangeloantonioni.info/2013/08/22/zabriskie-point-di-alberto-moravia/

 E subito dopo, per riflettere, rileggersi il fondamentale L’EROTISMO ALLA CONQUISTA DELLA SOCIETA’ di Augusto del Noce:

http://www.totustuustools.net/pvalori/Erotismo.htm

 Buona lettura!
ZabriskiePoint

“Le leggenda del re pescatore” di Terry Gilliam (“The fisher king”, Usa, 1991)

Pubblicato su Cultura Cattolica il 27 settembre 2014 

Pubblichiamo questo approfondito studio su un attore amato da tanti. Le riflessioni di Giovanna Jacob ci aiutano a comprendere questa figura e a riflettere sul mistero della vita umana

Robin Williams e Parry

Il 12 agosto del 2014 il grande attore Robin Williams si è tolto la vita. C’è qualche cosa di simbolico nel fatto che un personaggio da lui interpretato nel 1991 invece salva una persona dal suicidio. Il personaggio si chiama Parry, il film si intitola La leggenda del re pescatore di Terry Gilliam (The fisher king, Usa, 1991). Per ricordare questo grande attore rivediamo dunque questo film, che può considerarsi il migliore in cui abbia lavorato nella sua lunga carriera.

1 Contrasto razionalità-successo e follia-emarginazione, contrasto visivo fra i grattacieli e i bassifondi urbani
Come la maggior parte dei film di Terry Gilliam, La leggenda del re pescatore si basa sul tema del contrasto fra una razionalità soffocante e una follia gioiosa e dal contrasto parallelo fra potenza economica ed emarginazione sociale. E in effetti il film narra la storia di un folle emarginato (Parry, interpretato da Robin Williams) che aiuta un “sano di mente” ricco e di successo (Jack, interpretato da Jeff Bridges) a ritrovare sé stesso.
Il doppio contrasto tematico fra razionalità-successo e follia-emarginazione si riflette nel contrasto visivo fra le rigide geometrie dei grattacieli e il degrado accentuato dei bassifondi. Il “sano di mente” proviene dai “piani alti” della città mentre il folle percorre i bassifondi urbani, che nel cinema post-moderno alludono quasi sempre alla sfera a-razionale dell’uomo (sentimenti, memoria, inconscio). Se i piani alti sono asciutti e ordinati, invece i bassifondi sono sporchi e quasi sempre bagnati dalla pioggia. L’elemento liquido allude simbolicamente la maternità (il liquido amniotico) e quindi alla capacità femminile di esplorare i sentimenti. Ma Gilliam tende a proiettare anche sui “piani alti” i riflessi del dell’interiorità a-razionale. Lenti deformanti e luci stroboscobiche conferiscono un carattere vagamente onirico, a tratti perfino allucinatorio, alla maggior parte delle inquadrature dei suoi film.
In seguito alla morte della moglie, brutalmente assassinata da un maniaco, un professore di storia perde il senno e la memoria, divenendo il barbone Parry. Cacciato dal suo appartamento di lusso, finisce ad abitare nel locale caldaie del suo palazzo, dove riviste e vecchi libri di storia, che sono tutto quello che resta del suo passato, si mescolano a montagne di carabattole e oggetti rotti, che egli recupera instancabilmente fra i rifiuti. Posto ancora più in basso dei bassifondi, questo sotterraneo allude chiaramente all’inconscio, dove si sovrappongono e mescolano in maniera disordinata, senza una logica, ricordi rimossi, desideri profondi e pensieri indecifrabili, che tutti insieme condizionano la vita cosciente.
Quando si sveglia nel locale caldaie di Parry, Jack prova un profondo disgusto, intensificato dai postumi della sbornia della notte precedente. A differenza del suo folle amico, Jack non è abituato a vivere a contatto con la parte a-razionale, notturna, di sé stesso, ne ha quasi paura.
E in effetti, l’alloggio di Parry, i luoghi che frequenta e più in generale i bassifondi di New York nell’immediato ci appaiono brutti, mentre i “piani alti” e in genere tutti luoghi del lusso e del potere ci appaiono belli. Ma se guardiamo meglio, possiamo scoprire che in quello immediatamente ci sembra brutto c’è più bellezza che in quello che immediatamente ci sembra bellO. Per insegnarci, appunto, a guardare meglio, Parry trasforma il rivestimento metallico di un tappo di champagne recuperato fra i rifiuti in una piccola sedia: «Nella spazzatura si trovano cose bellissime». Più in generale, Terry Gilliam (come prima di lui Martin Scorzese, specialmente in Fuori orario) ci svela la bellezza oscura che si cela nella bruttezza apparente dei luoghi più degradati di New York, la metropoli post-moderna per eccellenza. I guizzi della luce dei lampioni sulle pozzanghere, i marciapiedi invasi dalla spazzatura, i ponti di metallo arrugginito, le ferrovie, le strade sopraelevate, i muri ingombri di manifesti strappati e sfregiati da vernici spray diventano elementi fondamentali di una nuova iconografia urbana, a suo modo “pittoresca”, che attraversa molti film.
Se nella bruttezza apparente dei bassifondi c’è della bellezza, viceversa nella bellezza apparente dei piani alti c’è il vuoto. L’interno dell’attico in cui vive Jack all’inizio del film è freddo e respingente, mentre la casa di Ann è calda e accogliente (nel primo prevalgono azzurri e grigi, nel secondo arancioni ed ocra). L’attico è il luogo della superbia e dell’arroganza, che si portano dietro indifferenza, noia e abulia. Nella scena che si volge nell’attico, Jack si vanta del suo successo contemplando narcisisticamente la sua immagine riflessa sulla vetrata della finestra, mentre la sua giovane fidanzata (che non sta in scena più di un minuto) cerca invano la maniera di placare la noia della serata.

2 Jack e Parry
Al principio del film facciamo la conoscenza di Jack, un conduttore radiofonico di successo egocentrico e arrogante. Pronunciando parole avventate nel corso di una trasmissione radiofonica, Jack induce inconsapevolmente uno squilibrato a compiere una strage in un locale. La notizia della strage rovina la carriera di Jack e lo rende emotivamente instabile, facendolo “precipitare” rapidamente dai piani alti della città ai bassifondi urbani, dove diventa commesso di una videoteca. Egli cerca invano di annegare nell’alcol i terribili sensi di colpa che lo torturano notte e giorno. Ma al di là delle apparenze, egli è ancora l’uomo narcisista, arrogante e incapace di amare che era prima della tragedia. In primo luogo, egli non riesce e non vuole neppure amare Ann (interpretata da Mercedes Ruehl), da cui tuttavia si lascia amare e accudire; in secondo luogo, egli è dispiaciuto non tanto del male compiuto quanto del fatto di essere caduto in disgrazia. Egli ha bisogno del successo come un drogato in crisi di astinenza ha bisogno della droga. Sentendosi sconfitto dalla vita, cerca la morte. Quando è sul punto di gettarsi nel fiume Hudson, viene aggredito da due teppisti violenti. A quel punto entra in scena Parry, che mette in fuga i teppisti e convince l’aspirante suicida a rinunciare al suo proposito. In sostanza, un folle a salva Jack dalla sua stessa follia suicida.
Sebbene Parry gli abbia salvato la vita, all’inizio Jack prova fastidio verso questo strano barbone. Quando però scopre che Parry era sposato ad una delle vittime della strage del locale, Jack decide di aiutarlo in qualche maniera. Egli non desidera veramente fare il bene di Parry: desidera soltanto liberare la coscienza dagli invadenti sensi di colpa e ritornare il più velocemente possibile ai piani alti: «Vorrei che ci fosse la maniera di pagare il conto e andare avanti». Ma come aiutarlo? All’inizio, pensa che basti dare al fastidioso barbone qualche dollaro per mettersi a posto la coscienza, ma poi non riesce a non farsi trascinare in un mondo surreale, abitato da gnomi, fatine e un misterioso cavaliere rosso. A quel punto Jack scopre che, osservato attraverso le lenti della follia, il mondo appare più interessante.

3 L’impotenza della ragione moderna
Con la parola “follia” normalmente intendiamo il contrario della ragione. Ma che cosa è esattamente la regione? L’illuminismo ha lasciato in eredità alla modernità il razionalismo, che fa coincidere la ragione con la ragione scientifico-matematica. Quest’ultima appare onnipotente, in realtà è menomata. Infatti può esercitare un dominio pressoché illimitato sul mondo materiale ma non può guardare oltre di esso, in altri termini può dire come sono fatte materialmente le cose ma non perché esistono. E’ una ragione prigioniera delle apparenze sensibili. Per essere completa, la ragione deve poter almeno intuire che cosa c’è oltre il muro delle apparenze: in altri termini, la ragione non deve essere solo scientifica ma anche poetica, metafisica e infine soprattutto religiosa. Nel momento in cui abbraccia la fede, compie pienamente sé stessa, raggiungendo la sua massima estensione.
Resta inteso che la scienza non è sbagliata, al contrario. Per guardare “oltre”, la ragione non deve affatto cessare di guardare “dentro”. Quello che è sbagliato è il razionalismo, che appunto l’idea che oltre le apparenza materiali non ci sia nulla e che di conseguenza la scienza sia l’unico possibile criterio di verità.

4 L’odio romantico verso la ragione illuminista porta ad esaltare l’anti-ragione
Non si è mai sottolineato abbastanza che l’irrazionalismo non è altro che un sottoprodotto del razionalismo, il suo contrario uguale nell’errore. Dopo la fine dell’Illuminismo, cominciò a diffondersi un clima di ostilità al razionalismo, che sembrava avere svuotato la vita di ogni gusto. Non trovando la strada della fede, che avrebbe potuto guarire la ragione dal razionalismo, molti spiriti inquieti cominciarono a fuggire da essa. «Molti dei nostri contemporanei – dice a questo proposito Jacques Maritain – cercheranno nell’anti-ragione e al di sotto della ragione un nutrimento per la loro anima che non dovrebbe essere cercato che al di sopra della ragione. Ed è ancora una delle malefatte del razionalismo quello di avere condotto molti animali razionali ad odiare la ragione» (J. Maritain, Le songe de Descartes, Buchet-Chastel, Paris 1932, pp. 168-169). Nauseati dalla scienza, molti romantici si misero ad esaltare la follia, il sogno, la passione, il delirio e ogni altro fenomeno che sfugge al controllo della ragione. Da questo punto di vista, il regista Terry Gilliam è un vero romantico, sebbene contemporaneo.

5 La follia del malato mentale e del genio
Certamente non possiamo dare ragione a quei romantici che denigrano la ragione ed esaltano la follia. Tuttavia, la follia ha diversi aspetti, non tutti negativi. Il concetto di “follia” riguarda innanzitutto la malattia mentale, che è tutto fuorché una condizione desiderabile. Le persone che ne sono affette tendono a dire cose senza senso e si abbandonano spesso a comportamenti imbarazzanti. Ed effettivamente, Parry appare innanzitutto come un malato mentale: urla cose sconvenienti per strada, si spoglia nudo nel parco, fa avances esplicite e grottesche ad Anne. Inoltre, nella sua follia si convince che una volgare coppa di latta, custodita nella casa di un miliardario, sia il Santo Graal.
Ma secondo una lunga tradizione, nella pazzia c’è anche una scintilla di bene. Non a caso, le parole “folle”, “follia”, “pazzo” e “pazzia” non sono usate soltanto in relazione alla malattia mentale ma anche in relazione all’amore e al genio artistico. Per una lunga tradizione, che affonda le sue radici nel pensiero platonico, l’ispirazione artistica è una forma di “follia”, e d’altra parte ancora oggi si usano espressioni come “pazzo d’amore” o “genio pazzo”, dove “pazzo” è un complimento. Dunque, il malato di mente ha qualcosa in comune col genio artistico e l’innamorato, che secondo una lunga tradizione sono “folli”, almeno da un certo punto di vista. Ma innanzitutto, che cosa hanno in comune gli ultimi due? Essi riescono a cogliere qualche riflesso, qualche confusa eco di ciò che sta “oltre” il muro delle apparenze. In altri termini, il genio e l’innamorato sono, da un certo punto di vista, “anti-moderni” anche quando appartengono pienamente alla modernità.
Se lo scienziato mostra come sono fatte materialmente le cose, l’artista è in grado di svelare, sebbene confusamente, anche perché esistono. Se lo scienziato spiega ad esempio il funzionamento biologico dei fiori, invece il poeta ne esalta la bellezza, che allude ad una bellezza ancora più grande. Si potrebbe pensare che il vero grande artista crede in Dio anche se non ci crede, o meglio crede di non crederci. Jacques Maritain diceva che la grande arte delle epoche e dei paesi non toccati dal Cristianesimo è sempre “cristiana in speranza”. Analogamente l’innamorato, in virtù della sua momentanea follia, coglie nell’altra persona un riflesso divino.

6 Follia amorosa
Nel film, il folle Parry è “follemente” innamorato di una ragazza insicura, imbranata e non propriamente bella (Lydia, interpretata da Amanda Plummer), che spia di nascosto ogni giorno. La follia amorosa gli consente di capire quello che, per la cultura moderna, votata al culto del piacere, è appunto una follia: che l’amore vero esige la rinuncia al possesso immediato, il sacrificio anche solo momentaneo dell’impulso istintivo. Ma il sacrificio dell’istinto non consiste nella rinuncia alla felicità, al contrario consiste nella rinuncia ad un piacere più piccolo, anche se più seducente, in cambio di un piacere più grande, ossia della felicità. Viceversa, l’abbandono al piacere immediato è un piano inclinato verso un consumismo sentimentale e sessuale che lascia solo macerie nella vita delle persone. Significative a questo proposito le parole che Lydia dice a Parry durante il primo appuntamento: «Tu mi accompagni a casa, magari vorrai salire a prendere un caffè. E forse berremo qualcosa, parleremo, arriveremo a conoscerci un po’ meglio, ci metteremo comodi e poi tu… passerai la notte con me. E domattina ti sveglierai, e sarai distaccato, e non vorrai nemmeno restare per la colazione. Forse soltanto per un caffè. E poi ci scambieremo i numeri di telefono, e tu te ne andrai, e non telefonerai più. Io andrò al lavoro e mi sentirò molto bene, per la prima ora, e poi lentamente comincerò a sentirmi diventare una cacca…»
Ma il folle Parry sa bene che abbandonarsi all’immediato significherebbe abusare di colei che ama:«Io non voglio dormire a casa tua, non ne ho mai avuto intenzione. Il mio desiderio è così grande, che sembra la Florida. Ma non voglio una cosa di una notte. Io ho una confessione da farti. Io mi sono innamorato di te… e non solo da questa sera. Io ti conosco da un sacco di tempo. (…) E so che odi il tuo lavoro, e che non hai molti amici, e a volte ti senti un po’ scombinata, e non ti senti euforica come tutti gli altri, perché ti senti sola, emarginata dal mondo e… io ti amo. Io ti amo. (…) E non sarò mai, e poi mai distaccato. E tornerò da te domani mattina, e ti telefonerò, se tu me lo permetterai». In quale altro film si sono udite parole d’amore così belle, così vere, così piene di verginità?

7 Il lato luminoso della follia: santità
Per tradizione, il concetto di follia si applica anche all’eroismo e alla santità. Poiché giudicano “sterco” tutto quello che le persone normali considerano prezioso e poiché spesso agiscono contro i loro interessi, i santi possono apparire folli alle persone normali. Nei romanzi cavallereschi medievali Parsifal, il cavaliere che ritrova il santo Graal, viene definito “puro folle”. E in effetti, il barbone Parry ha molto di Parsifal: è folle, puro di cuore (anche solo per come tratta Lydia) e vive per ritrovare il Santo Graal. In una scena del film, Parry racconta a Jack la leggenda del re pescatore, che ha appreso nella sua vita precedente di professore: «La conosci la storia del Re Pescatore? Comincia col re da ragazzo, che doveva passare la notte nella foresta per dimostrare il suo coraggio e diventare re, e mentre passa la notte da solo è visitato da una visione sacra: nel fuoco del bivacco gli appare il Santo Graal, simbolo della grazia divina, e una voce dice al ragazzo: “Tu custodirai il Graal onde possa guarire il cuore degli uomini!”. Ma il ragazzo accecato dalla visione di una vita piena di potere, di gloria, di bellezza, in uno stato di completo stupore, si sentì per un attimo non un ragazzo, ma onnipotente come Dio, allungò la mano per prendere il Graal e il Graal svanì, lasciandogli la mano tremendamente ustionata dal fuoco. E mentre il ragazzo cresceva, la ferita si approfondiva, finché un giorno la vita per lui non ebbe più scopo, non aveva più fede in nessuno, neanche in sé stesso, non poteva amare ne sentirsi amato, era ammalato di troppa esperienza, e cominciò a morire. Un giorno un giullare entrò al castello e trovò il re da solo, ed essendo un semplice di spirito egli non vide il re, vide soltanto un uomo solo e sofferente, e chiese al re: “Che ti addolora amico?” e il re gli rispose: “Ho sete e vorrei un po’ d’acqua per rinfrescarmi la gola”. Allora il giullare prese una tazza che era accanto al letto, la riempì d’acqua e la porse al re, ed il re cominciando a bere si rese conto che la piaga si era rimarginata. Si guardò le mani e vide che c’era il Santo Graal, quello che aveva cercato per tutta la vita. Si volse al giullare e chiese stupito: “Come hai potuto trovare tu quello che i miei valorosi cavalieri mai hanno trovato?” e il giullare rispose: “Io non lo so, sapevo solo che avevi sete”».
Passando dalla leggenda al film, Parry ha le caratteristiche del giullare della leggenda, mentre Jack ha le caratteristiche del re malato. Infatti, l’ex dj radiofonico è malato di egocentrismo, che lo rende incapace di amare altri che sé stesso. Egli non aspira ad altro che alla gloria, come il futuro re nella leggenda. Ma in seguito, Jack si trova a dovere scegliere: voltare le spalle a Parry, rimanendo l’uomo egoista che è, oppure intraprendere la missione che gli è stata affidata dallo stesso Parry all’inizio del film: recuperare il Santo Graal. Ma per compiere questa missione, egli deve smettere di essere l’uomo egoista che è sempre stato e diventare “puro folle”, come Parry (non svelo altri dettagli per non rovinare la visione del film a chi non l’avesse già visto). Solo il presunto Graal potrà salvare sia Jack che Parry dalle loro malattie interiori. Quindi, non importa davvero che quello sia solo un volgare pezzo di latta di nessun valore: se i due “puri folli” in esso ci vedono il Graal, quello da un certo punto di vista diventa veramente il Graal, nel senso che nella loro vita produce gli stessi effetti che produrrebbe l’autentica coppa in cui è stato versato il sangue di Cristo (d’altra parte, nella leggenda la tazza che era accanto al letto del re si rivela essere il Graal). E in fondo, anche la più insignificante carabattola può essere lo strumento con cui il Mistero che fa tutte le cose si avvicina a te.

8 Il suicidio di Robin Williams e l’esistenza di Dio
In una delle prime scene del film, Parry distoglie Jack da un tentativo di suicidio. Ironia della sorte, Robin Williams si è dimostrato essere più simile a Jack che a Parry. Aveva i soldi, aveva il successo, ma non era felice. La depressione lo aveva perseguitato per anni, portandolo infine al suicidio (si è tolto la vita il 12 agosto del 2014 nella sua casa, in California). Purtroppo, non c’è stato un Parry a salvare Robin Williams dal suo gesto disperato.
Se non aveva preso nulla da Parry, Robin Williams sembrava avere preso qualcosa da un altro dei personaggi che aveva interpretato: il professor Keating de L’attimo fuggente di Peter Weir (Titolo originale Dead Poets Society, USA 1989). Il professore Keting-Williams diceva più o meno ai suoi studenti: «Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi. Perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza, un giorno smetterà di respirare, diventerà freddo e morirà (…) Perché vedete [indicando una foto antica nella bacheca dei trofei della scuola], questi ragazzi ora, sono concime per i fiori. Ma se ascoltate con attenzione, li sentirete bisbigliare il loro monito. Coraggio, accostatevi. Ascoltateli. Sentite? Carpe… Sentito? Carpe… Carpe diem… Cogliete l’attimo, ragazzi… rendete straordinaria la vostra vita». Ma in fondo alla strada del nichilismo edonistico insegnato da quel professore, come da tutta la cultura contemporanea, c’è l’abisso della disperazione. Infatti, di tutti gli attimi fuggenti che ci scorrono fra le dita, come granelli di sabbia, alla fine non rimane nulla. Anche di tutte le ricchezze del mondo, e di tutto il mondo, e di tutto l’universo, non rimarrà nulla. Rimarrà solo il grande Nulla della morte.
Il fatto che le persone più fortunate del mondo si dimostrino più inclini delle altre alla tossicodipendenza, alla depressione e al suicidio può essere considerato una delle tante prove filosofiche indirette dell’esistenza di Dio (quelle dirette le ha messe in bella forma san Tommaso). Proprio loro che possono disporre in abbondanza di tutti i beni del mondo (non solo beni materiali ma anche beni immateriali, come fama, successo, stima altrui, amore eccetera) è come se ad un certo punto si accorgessero che questi beni non bastano a soddisfare il desiderio di felicità. Anche se potessero bastare, in ogni caso finiscono (non a caso, pare che Robin Williams si lamentasse perché, col passare degli anni, aveva sempre meno successo come attore).
Quando finiscono male, queste persone fortunate ci testimoniano dunque che tutti i beni del mondo, ma anche il mondo intero, anzi l’universo intero, non bastano a riempire il cuore dell’uomo. E se il cuore dell’uomo ha fame di “altro”, questo “altro” deve esistere. Analogamente, la fame esiste perché il cibo esiste. Ebbene, Robin Williams in un certo senso è morto di “fame”. Aveva fame di Dio, ma non lo sapeva.

ZOMBI di George Romero (DAWN OF THE DEAD, Horror, durata 126′ min., USA 1978)

Oggi presento uno dei film più importanti della mia vita, che ha contribuito ad avvicinarmi alla fede quando ne ero ancora lontana. Sembra paradossale, ma a volte sono proprio i film senza speranza ad avvicinarti alla speranza. Quando lo vidi per la prima volta avevo quindici anni. Mi turbò profondamente, come solo i grandi capolavori possono fare. Mi fece sentire fortemente, come si sente la nausea, quanto è brutto il materialismo.

A me personalmente, come a molti, il tema degli zombi appassiona ben poco. Inoltre, non si può negare che la stragrande maggioranza dei film sugli zombi sono men che mediocri, ripetitivi, non di rado perfino ridicoli (per la gioia dei cultori del trash e del “filmbruttismo”). Invece, Zombi - L’alba dei morti viventi di Romero è un film sugli zombi che può appassionare anche chi gli non sopporta né gli zombi né il genere horror. Infatti, è molto più che uno dei migliori film del filone zombi ed è anche molto più che un film di genere horror. Infatti, ha dentro un pensiero moto forte, che lo eleva fin quasi al piano dei capolavori.  L’’apocalisse zombi appare chiaramente come una metafora altamente fantastica di qualcosa di molto reale. Si dice che i film sul tema zombi di Romero, convinto socialista, abbiano innanzitutto un significato “politico”: i suoi zombi rappresenterebbero i “dannati della terra”, gli sfruttati, gli emarginati, le vittime delle ingiustizie sociali. Io personalmente colgo anche un significato filosofico-esistenziale, molto più coinvolgente di quello meramente politico: l’apocalisse zombi è una metafora della condizione umana nel quadro di una visione materialista dell’esistenza.

Nel corso del film non si sente mai parlare né di Dio né di aldilà, se si esclude un laconico accenno all’inferno (“Quando l’inferno è pieno, i morti tornano sulla terra”). Il film inizia “in medias res”: il mondo è invaso da orde di morti viventi affamati di carne umana viva. Non viene mai detto quale può essere la causa di questa catastrofe, e nessuno nel film si preoccupa neppure di cercarla. L’unica cosa di cui ci si preoccupa è di salvare la pelle. Dunque, abbiamo da una parte corpi umani morti in cerca di corpi umani vivi, e dall’altra corpi umani vivi che cercano di fuggire dai corpi morti. Ma la loro fuga dai morti e dalla morte non può durare a lungo. Che sia per il morso di uno zombi o che sia per la vecchiaia, tutti i corpi sono destinati a perire. Quindi, fra i vivi e i morti viventi alla fine sembra non esserci molta differenza. Nel quadro di una visione materialistica, l’essere umano non è altro che un corpo materiale che ha soltanto bisogni materiali che può soddisfare consumando beni materiali (d’altra parte il materialismo dialettico marxista afferma che i bisogni “spirituali” son soltanto “sovrastruttura” ossia rappresentazione dei bisogni materiali). Quindi, l’unica possibile differenza fra i vivi e i morti è che i primi possono consumare merci mentre i secondi no.

L’idea geniale di Romero è di mettere i morti in un centro commerciale: il tempio post-moderno del consumismo. La cosa inquietante è che tutti i centri commerciali del mondo si assomigliano fra loro: quello che si vede nel film è simile in tutto e per tutto anche a quello in cui vai normalmente tu. Quando si vedono sciamare le folle per i corridoi di uno di quei giganteschi non-luoghi, può dunque capitare di pensare alle orde degli zombi. E’ significativo che nel film l’istinto trascini i morti viventi proprio in quel luogo: “Era un posto importante per loro quando erano vivi”. E adesso, tutta quella montagna di merci incustodite, che potrebbero saccheggiare tranquillamente, non serve loro a niente. Quindi nel film c’è anche una critica al consumismo, che riempie l’uomo di soddisfazioni effimere, destinate a dissolversi in fretta, e che non può salvarlo dal suo amaro destino. Quando mostra immagini truculente (ferite sanguinanti, carni lacerate, carni decomposte, teste mozzate e chi più ne ha più ne metta), il regista non sembra che voglia solleticare i bassi istinti (sadici, morbosi) degli spettatori, ma piuttosto sembra volere suscitare e amplificare in loro l’orrore verso il processo di decomposizione e distruzione della carne, inteso appunto come destino finale dell’uomo in un’ottica materialistica. Delle merci consumate e in generale di tutte le soddisfazioni materiali resta nulla dopo la morte. Viene da pensare alla parabola evangelica del tizio che muore all’improvviso dopo avere accumulato montagne di beni.

Nel film non c’è né speranza né fede. Ma seppure sei un materialista convinto, dopo avere visto Zombi può capitarti di pensare che sarebbe meglio che la realtà non fosse solo materia, che sarebbe meglio se la morte non fosse la fine di tutto. Insomma, può capitarti di pensare che sarebbe meglio che Dio esistesse. In conclusione, questo film appartiene alla categoria delle opere d’arte che ti avvicinano alla speranza affermando la disperazione, che ti avvicinano alla fede proprio negando la fede.

Per quanto riguarda l’aspetto formale, il film è di altissimo livello. Il regista moltiplica le inquadrature e le sequenze, legandole assieme con un montaggio molto serrato. Inoltre, costruisce con estrema abilità scene d’azione che coinvolgono parecchie decine di comparse, tenendoti col fiato sospeso fino alla fine. Da non dimenticare la colonna sonora dei Goblin, che hanno tirato fuori dal loro delirio lisergico suoni strani, inquietanti, cupi, talora accelerati da ritmi rock incalzanti.

Zombi9

Zombi8

ANTONIO SOCCI SPACCIA IL SUO ORGOGLIO PER UNA FEDE PIU’ PURA DI QUELLA DEL PAPA

Da un po’ di tempo a questa parte, Antonio Socci spara raffiche di critiche al limite dell’insulto a papa Bergoglio. A detta di Socci, il papa sarebbe addirittura connivente con i terroristi che massacrano i cristiani in Siria e in Iraq. Il nostro tuona ogni giorno: “Caro papa, perché non denunci le stragi? Perché non inviti i governi ad intervenire e i cristiani a pregare?”

Riassunto della situazione: Antonio Socci e i suoi seguaci hanno sostenuto che il papa tacesse colpevolmente sulla triste sorte dei cristiani in Siria. Abbiamo dimostrato loro che non era vero: il papa in piazza san Pietro ha condannato, sia pure in maniera indiretta e diplomatica, le malefatte dell’Isis mentre il portavoce del papa e altre figure a lui legate le hanno condannate in maniera più esplicita, invitando apertamente ii governi ad intervenire a favore dei cristiani.
Allora Socci e i “soccisti”, per salvarsi la faccia, hanno ribattuto: “Ok, il papa ha parlato, ma non ha parlato abbastanza, deve alzare di più la voce”. Allora abbiamo cercato di fare capire loro che, se il papa alzasse di più la voce, rischierebbe di peggiorare ulteriormente la situazione, come ha spiegato Stefano Magni: “”Un’eventuale dichiarazione roboante del Papa, oggi come oggi, sarebbe un suicidio, molto peggiore di quello che avrebbe commesso Pio XII se avesse condannato il nazismo. I cristiani degli anni ’40, almeno, avrebbero potuto godere della protezione degli Alleati, in America e in quel poco di Europa ancora libera. I cristiani di oggi sono sparsi in Medio Oriente e Asia, esposti alla furia delle maggioranze musulmane e nessuno li proteggerebbe. La reazione che ci fu dopo la lezione di Ratisbona nel 2006 fu solo un piccolo assaggio”.
Allora Socci e i soccisti, per salvarsi ancora la faccia, ribattono ulteriormente: “Non è vero, i musulmani già massacrano i cristiani da qualunque parte del modo, quindi una eventuale presa di posizione forte da parte del papa no potrebbe peggiorare ulteriormente la situazione ma anzi forse potrebbe migliorarla, inducendo i governi “cristiani” ad intervenire in difesa dei cristiani”.

A questo punto chiedo io a Socci e ai soccisti: ma ne siete proprio sicuri? Siete sicuri che una eventuale dichiarazione roboante del papa non peggiorerebbe la situazione come siete sicuri che due più due fa quattro? Non sarebbe meglio attenersi perlomeno al sacrosanto principio di precauzione?

Abbiamo capito che Antonio Socci – che fino a prova contraria non è il Vicario di Cristo in terra – si crede più saggio del Vicario di Cristo in terra, tanto è vero che non manca di dire al Vicario di Cristo che cosa deve dire e che cosa deve fare e come lo deve dire e come lo deve fare. (Mi viene in mente un geniale aforisma di un cattolico francese dell’Ottocento: “Lutero, credendosi più saggio di Cristo e più puro della chiesa, credette di riformare la chiesa di Dio”).

Immaginiamo dunque l’assurdo. Immaginiamo che il papa si metta a seguire i consigli di quell’immenso genio del giornalismo cattolico: “Caro Socci, mi ero sbagliato, mea culpa, farò come dici tu”. Quindi si affaccia dal balcone di piazza San Pietro e pronuncia parole di fuoco contro gli “infedeli”.
Ebbene, immaginiamo che il giorno dopo gli “infedeli”, irritati dallE parole del papa, comincino a massacrare cristiani anche al di fuori della Siria, dall’Indonesia al Marocco fino alle periferie violente d’Europa.
A quel punto Socci direbbe: “”Ooops, mi sono sbagliato…. avevo fatto male i miei calcoli … la dichiarazione violenta del papa ha davvero peggiorato la situazione… che gaffe”.
Si caro, ma la gaffe l’hai fatta sulla pelle degli altri!!!!
Caro Socci, se vuoi affidarti ciecamente alle tue sconfinate capacità di analista della politica internazionale, fallo pure, ma rischiando in proprio! Cerca di capire che le vite degli altri (nello specifico le vite di decine di migliaia di cristiani residenti nei paesi arabi) valgono più del tuo orgoglio di grande giornalista cattolico.

SE SONO MOSTRI INFELICI, PERCHE’ DOVREBBE TURBARTI IL PENSIERO DI AVERNE FATTO FUORI UNO?

Secondo Sigmund Freud, attraverso i cosiddetti “lapsus” e le cosiddette “gaffe” il soggetto esprime, senza esserne consapevole, un pensiero rimosso che sopravvive a livello inconscio oppure semplicemente un segreto che non vuole rivelare. Ebbene, le motivazioni addotte dai suddetti responsabili del settore audiovisivo francese hanno i caratteri di un perfetto “lapsus” freudiano: «Abbiamo criticato lo spot in difesa dei bambini Down perché poteva causare problemi alle coscienze di chi ha fatto scelte di vita differenti». Il pensiero rimosso che questo lapsus comunica è il seguente: “Chi ha fatto scelte di vita differenti può rimanere turbato da questo spot in quanto dentro di sé sa benissimo di avere compiuto un omicidio”.
I “laicisti” ci ripetono dalla mattina alla sera con una insistenza rabbiosa che l’aborto non è un omicidio, che l’embrione e il feto non sono esseri umani, che abortire il “feto malformato” è un gesto d’amore e bla bla bla. Benissimo. Ma allora, se uccidere il feto del bambino down non è un omicidio, se è addirittura un nobile gesto di altruismo, perché le persone che hanno compiuto questo nobile gesto dovrebbero sentirsi turbate da quello spot? Quello spot non dovrebbe anzi confermare la sostanziale bontà del loro gesto? “Ma guarda questi piccoli mostriciattoli, guarda come sono infelici, ho fatto bene io a risparmiare loro coraggiosamente una vita di sofferenze…”. Se invece è probabile che si sentano turbati – come confermano i suddetti garanti – significa che tutta la martellante propaganda laicista non è riuscita a mettere a tacere del tutto quella vocina fastidiosa che ha nome di coscienza.

DEDICATO AI PROVINCIALI MORTI D’AMORE PER LA PATRIA DEI VECCHI E DEI NUOVI BEATLES. CORAGGIO, USCIRE DAL TUNNEL DELLA TOSSICO-ANGLO-DIPENDENZA E’ POSSIBILE…

Ieri la Gran Bretagna esportava nel mondo la musica dei Beatles, oggi esporta il terrorismo dei nuovi Beatles. Al di là delle apparenze, il quartetto di virtuosi dello sgozzamento è figlio naturale della Gran Bretagna: una nazione corrotta come nessuna altra da un nichilismo edonista auto-distruttivo a base di sesso-droga-rock’n roll che non può opporre nessun ostacolo alla diffusione del nichilismo omicida portato dagli immigrati delle ex colonie britanniche.

P. S. 

Appena ti provi a muovere una lieve critica all’Inghilterra, subito orde di italiani tossico-anglo-dipendenti insorgono e ti bersagliano di critiche melodrammatiche da innamorati feriti.
Critica numero uno: “Tu odi l’Inghilterra perché sei fascista”.
E no, cari, criticare una nazione non significa odiarla ed inoltre sapete bene tutti che io sono più liberale della Thatcher. Dandomi della fascista, si comportano esattamente come i comunisti, secondo i quali erano nostalgici del Duce tutti coloro (compresa la Fallaci e Guareschi) che non volevano Stalin in casa.  
Critica numero due: “Tu critichi l’Inghilterra perché non la conosci bene, io invece la conosco bene e ti assicuro che non c’è tutta la violenza che credi tu: ho fatto avanti e indietro per Trafalgar Square e nessuno mi ha tagliato la gola”. I
n realtà, molto più di superficiali impressioni di turisti contano articoli e reportage giornalistici, che attraverso internet sono reperibili in quantità industriale.
Critica numero tre: “Un italiano che si permette di criticare l’Inghilterra è come il bue che dà del cornuto all’asino”.
Ho detto scritto e ripetuto più volte che l’Italia è il paese più “cornuto” del mondo sotto molti aspetti (in primo luogo è oppressa da uno statalismo patologico) ma le nostre “corna” non rendono l’asino-Inghilterra meno asino. Nello specifico, l’asino inglese non è liberale, non lo è mai stato. Non riuscirò mai a capire come sia nata e si sia diffusa la leggenda secondo cui una nazione famosa per essere stata presa a calci dalle sue colonie americane proprio a causa di tasse e dazi iniqui possa essere ancora guardata come un faro di civiltà liberale.
Critica numero quattro: “Ma certo che l’Inghilterra è un paradiso liberale: è al quinto posto nella classifica dell’indice delle libertà economiche, mentre l’Italia è al milionesimo posto dopo il Biafra, ragione per cui centinaia di italiani lasciano l’Italia per andare in Inghilterra”.
Anche un paziente in fin di vita ha “più vita” rispetto ad un cadavere. Io non ho dubbi: il sistema Italia è un cadavere e il default arriverà senza se e senza ma. Dunque, rispetto al cadavere Italia, qualunque posto è migliore: perfino la Spagna (il cui debito è inferiore a quello italiano, ma è comunque altissimo). Ho visto servizi televisivi su ragazzi italiani che credono di avere trovato nella Spagna socialistica post-zapatera un Eden di opportunità. E se la Spagna va bene, l’Inghilterra non può che andare meglio. Ma stare meglio di un cadavere non significa stare bene. Da quello che ho letto io in quell’indice, l’Inghilterra è quinta in Europa, non nel mondo. Nel mondo la quattordicesima, surclassata dalla piccola Irlanda e dagli Usa di Obama, che non è certamente un liberale. Inoltre, la “libertà economica” è solo una componente di un sistema liberale. In sostanza, in Inghilterra puoi vendere e mettere su impresa come, dove e quando vuoi, mentre in Italia, prima di aprire un buco, devi chiedere centinaia di permessi, pagare centinaia di carte bollate e infine cedere qualche mazzetta per non morire (Caprotti ha aspettato trenta anni permessi per aprire una sola Esselunga in Toscana). Tutto bene. Ma poi vengo a sapere che, se in Inghilterra puoi fare tutto quello che vuoi, in compenso tutta questa bella libertà la paghi con tasse indirette (non dirette come in Italia) salate per permettere alle ragazze che si fanno mettere incinte nei cessi delle discoteche e ai membri delle gang multietniche e multiculturali dei sobborghi di campare di rendita.
Ma facciamo un po’ di storia del pensiero liberale in formato Twitter. Dunque, a fondamento del mito dell’Inghilterra liberale ci sono gli scritti di John Locke, su cui non i dilungo. Ora, è stato proprio un ultra-liberale estremista (Murray Rothbard) ad informarmi che Locke, in sostanza, scopiazzò le idee già espresse dai tomisti della scuola di Salamanca e dallo stesso san Tommaso, nonché idee di altri pensatori cattolici. Proprio Rothbard sottolinea che, a parte Locke, poi il pensiero inglese prese una strada ambigua che di fatto, per eterogenesi dei fini, preparò la strada a Marx ed Engels (non sfugga che quest’ultimo era inglese). Marx studiò a lungo Smith e Ricardo. Invece, dal Libro libro grigio del sindacato (Bianco, Piombini, Stagnaro) ho appreso che nell’Inghilterra di Dickens i liberali denunciavano il fatto che le tasse e i dazi imposti dalla Corona per finanziare la casse parassitaria di lord e ladies aveva trascinato nella miseria nera vasti strati di popolazione britannica. Dunque, l’Inghilterra ottocentesca non era propriamente liberale. Invece dalla Vittoria della ragione di Rodney Stark ho appreso che nel diciannovesimo secolo i capitalisti inglesi erano esattamente come li descrivevano Marx ed Engels: degli squali avidi che, per fare profitto, preferivano abbassare i salari al di sotto della soglia di povertà piuttosto che rinnovare i macchinari. E quando disse che la religione è “l’oppio dei popoli”, Marx pensava all’Inghilterra, dove gli operai, abbrutiti dalla fatica, si intossicavano di oppio. Invece i capitalisti americani, essendo animati da principi cristiani e dovendo attirare manodopera dall’Europa, cercavano in tutti i modi di migliorare costantemente le tecniche di produzione e le condizioni di vita dei lavoratori. Infine, anche Ayn Rand parla del cupo clima socialista che vigeva in Inghilterra dopo la seconda guerra mondiale.
L’Inghilterra on è la patria del liberalismo ma casomai la patria del socialismo ridistributivo: i principali pensatori economici inglesi dopo Smith sono stati John Stuart Mills (inventore del concetto di “ridistribuzione delle ricchezze”) e il mefistofelico John Maynard Keynes. Non si dimentichi la scuola dei socialisti inglesi, denominati “fabiani”, fautori del passaggio graduale, senza rivoluzione d’ottobre, al sistema socialista. Vi siete mai chiesti perché si usa la parola inglese “welfare” per indicare l’assistenzialismo statale? Semplice: perché le prime forme di assistenzialismo statale furono introdotte nell’Inghilterra vittoriana. A Bismark parve una buona maniera per comprarsi i voti dei lavoratori e la introdusse in Germania. Oggi l’Inghilterra è piagata dal più vasto, ramificato ed efficiente sistema di welfare d’Europa, che ha abbrutito la popolazione di sobborghi, come denunciano i conservatori americani:
http://www.city-journal.org/2011/eon0810td.html


http://humanevents.com/2011/08/10/the-sun-never-sets-on-the-british-welfare-system/

 

I morti d’amore per l’Inghilterra sono convinti che l’Inghilterra sia ancora all’avanguardia in ogni campo. In realtà, l’Inghilterra ha dato moltissimo alla letteratura fino alla seconda Guerra Mondiale, dopo di che ha dato solo la musica pop (meglio di niente). Invece, nel campo della filosofia e della scienza l’Inghilterra ha partorito solo mostri: il nominalismo estremo, l’empirismo, lo scetticismo, la pseudo-scienza malthusiana, la pseudo-scienza darwiniana, l’eugenetica e il razzismo.
L’Italia da sola ha dato molto di più solo alla scienza e alla tecnica. Alcuni nomi recenti: Marconi, Fermi, Perotti (sconosciuto inventore del primo modello di pc).
L’Italia ha dato al mondo il cinema più grande del mondo per qualità: Rossellini, De Sica, Fellini, Antonioni, Pasolini…. Poi è finito tutto per colpa dei finanziamenti statali, e ci teniamo Sorrentino.
Infine, l’Italia ha avuto una industria automobilistica all’avanguardia e una industria della moda all’avanguardia.


Insomma, anche nell’ultimo secolo l’Italia ha dato molto al mondo. Ma il mondo deride gli italiani, trattandoli come mafiosi o pagliacci buoni solo a fare la pizza. E noi ci lasciamo insultare. Cosa c’è dietro questi insulti? Ma è semplice: la cultura razzista. E dove è nato questo razzismo? Proprio in Inghilterra.
Gli inglesi inventano le peggio schifezze filosofiche, i francesi le divulgano in maniera piacevole e brillante, i tedeschi perfezionano le schifezze elevandole a sistema. Gli inglesi (Locke, Hume, Berkley) hanno inventato l’empirismo nominalistico, i tedeschi (Kant, Hegel, Marx) ci hanno costruito sopra poderose cattedrali di pensiero che hanno portato al totalitarismo politico. Gli inglesi hanno inventato il razzismo e l’eugenetica “scientifiche” (Darwin, Galton), i tedeschi le hanno messe in pratica con teutone efficienza ossia hanno usato le tecniche di smaltimento industriale dei rifiuti per smaltire efficientemente gli scarti umani geneticamente imperfetti (ebrei, disabili eccetera) in stabilimenti all’avanguardia di nome Auschwitz, Birkenau, Dakau eccetera. Insomma, furono i mastrini inglesi a spingere quell’artista fallito di Monaco, che adorava Darwin come il suo dio, sulla strada di una brillante carriera politica.
Riassunto della teoria evoluzionista-razzista eugenetica di Charles Darwin e suo cugino Galton (i due porci si tenevano in contatto scambiandosi idee): all’interno della razza umana ci sono umani “inadatti” e umani “adatti”, i primi sono spazzati via dalla “selezione naturale” mentre i secondi sopravvivono e si riproducono (“survival of the fittest”); purtroppo la civiltà ha allontanato l’uomo dalla “selezione naturale” e così umani “inadatti” sopravvivono e si riproducono; “adatti” sono gli uomini forti e sani biondi e con gli occhi azzurri, “inadatti” sono gli umani affetti da qualunque tara ereditaria e tutti quelli che non sono biondi e con gli occhi azzurri; fra i non biondi, i più “inadatti” ossia più vicini alle scimmie sono i “negri”, mentre asiatici, sudamericani, semiti e mediterranei (italiani, greci e spagnoli) sono a metà strada fra i “negri” e i nordici ossia sono un quarto scimmie.
Per quanto riguarda gli italiani, la pubblicistica razzista-eugenetica affermava che fossero molto portati al crimine per ragioni genetiche. E così negli anni venti nacque il mito italiani = mafiosi. E il bello è che i primi a credere a questa equazione razzista e storicamente infondata sono proprio gli italiani, in particolar mondo gli italioti provinciali tossico-anglo-dipendenti, gli stessi che dispero di poter curare dalla loro triste addiction.
Ma italiani = mafiosi è una menzogna storicamente infondata: infatti OGNI GRUPPO ETNICO – anche quello anglosassone – HA AL SUO INTERNO FENOMENI DI ASSOCIAZIONE A DELINQUERE. Credete davvero che Al Capone fosse il gangster più potete d’America negli anni venti? Manco per le palle: il più grande era un anglosassone di discendenza inglese. Inoltre, non si dice che la mafia più potente di Chicago era di origine irlandese. Al Capone era solo il più famoso. Perché? Perché i giornali ne parlavano di più, come fosse un capro espiatorio: “Cari americani, noi siamo puri di cuore, questi stranieri di razza inferiore stanno rovinando l’eden senza peccato costruito dai padri pellegrini”. Si voleva fare credere alla gente che la superiore razza celto-germanica-anglosassone fosse immune al crimine per meriti genetici. Poi Hollywood ha consolidato, divulgato ed eternizzato questa menzogna: nei film di Hollywood gli italiani di Little Italy son tutti dei simpaticoni legati a famiglie mafiose, mentre più in generale il poliziotto o il politico corrotto hanno sempre cognomi italiani (vedi anche il recente “American Hustle”).
Per vostra informazione, oggi la mafia-camorra-sacra corona unita messe insieme a livello globale (ossia al di fuori dell’Italia) contavano poco ieri e non contano nulla oggi. Le mafie più potenti a livello globale sono i cartelli del sud America, la mafia russa, le triadi dell’estremo Oriente e soprattutto la mafia giapponese: la temibilissima Yakuza. Nota bene: chi è molto addentro nelle cose giapponesi, sa che a Tokio non si muove foglia che Yakuza non voglia. Eppure, nessuno si sognerebbe di dire giapponesi = mafiosi. Anzi dei giapponesi è obbligatorio avere tutti una altissima opinione. Invece tutti a dire italiani = mafiosi pizza-mandolino. Ma quando vi accorgerete che è razzismo?
Al razzismo anti-italiano ho dedicato una serie di post che, secondo il sistema di rilevazione di WordPress, attirano costantemente una montagna di contatti da varie parti del mondo, specialmente da Germania e Inghilterra. Di fatto sono i post più ricercati. Evidentemente, i motori di ricerca portano al mio blog i poveri italiani all’estero, ricevere di subire sputi e insulti dai membri delle razze superiori dalla mattina alla sera. Come spiego nei iei articoli, il razzismo anti-italiano di recente si è espresso tramite la campagna anti-Berlusconi che ha infiammato i media stranieri:
http://reginadigiove.wordpress.com/2013/08/30/le-irragionevoli-ragioni-del-razzismo-anti-italiano-perche-gli-italiani-si-lasciano-insultare-senza-reagire/

 


P. S. una italiana residente in Inghilterra da parecchi decenni la pensa esattamente come me: Gaia Servadio, autrice del libro C’è del marcio in Inghilterra.  
Qui la recensione in pdf del suo libro, nelle immagini una selezione delle parti più interessanti fatta da me.

 

InghilterraMarcia1 InghilterraMarcia2 InghilterraMarcia3

IL SUICIDIO DI ROBIN WILLIAMS E L’ESISTENZA DI DIO

Annoto due pensieri fugaci sulla morte di ROBIN WILLIAMS. Pensiero numero uno: il fatto che le persone più ricche del mondo (ricche non solo di beni materiali ma anche di beni immateriali, come fama, successo, stima altrui, amore eccetera) siano particolarmente inclini alla tossicodipendenza, alla depressione e al suicidio può essere considerato una delle tante prove filosofiche indirette dell’esistenza di Dio (quelle dirette le ha messe in bella forma san Tommaso). Quando finiscono male, queste persone fortunate ci testimoniano che tutti i beni materiali e immateriali di questo mondo – beni di cui loro potevano disporre in abbondanza – non bastano a riempire il cuore dell’uomo. E se il cuore dell’uomo ha fame di “altro”, questo “altro” deve esistere. Analogamente, la fame esiste perché il cibo esiste.
Pensiero numero due: la tragica fine di Robin Wiliams mi appare come il punto di arrivo dei principi affermati da uno dei suoi personaggi più noti. In L’attimo fuggente, il professore-Williams diceva ai suoi studenti: “Cogliete l’attimo, non preoccupatevi del futuro, noi siamo cibo per vermi”. Ma gli attimi finiscono troppo in fretta e  non restano che i vermi. In fondo alla strada del nichilismo allegro ed edonistico insegnato da quel professore, come da tutta la cultura contemporanea, c’è l’abisso della disperazione.

Certamente no dobbiamo confondere l’attore col personaggio. Ma c’è comunque qualcosa di casualmente simbolico nel fatto che verso il 1990 il futuro suicida abbia sostenuto proprio quella parte. Mi viene da pensare che egli abbia davvero assorbito qualcosa dal (per me malefico) personaggio del professore epicureo. Sarebbe stato meglio che Robin prendesse qualcosa da Parry, il personaggio che Williams interpretò nel film La leggenda del re pescatore (Terry Gilliam, 1991): un folle puro di cuore che cerca il Santo Graal, come un moderno e surreale Parsifal (e non a caso di Parsifal si dice “puro folle” ). Con la sua gioia, il suo stupore per ogni cosa, riesce a sollevare Jack (interpretato da Jeff Bridges) dal suo smarrimento esistenziale. Quando Jack sta per buttarsi nel fiume, arriva il puro folle a salvarlo. Purtroppo, non c’era un Parry a salvare Robin Williams dal suo gesto disperato.

FINE DEL CRISTIANESIMO, FINE DELLA SCIENZA

Ieri alle pagine 50-51 Repubblica è apparso un articolo interessantissimo su cui bisognerebbe riflettere: “Formidabili gli anni 70 della scienza. Ma ora che cosa ci inventiamo?” In sostanza, un ricercatore ha dimostrato che dopo gli anni 70 il progresso scientifico ha cominciato a rallentare. Sono state date diverse spiegazioni a questo fenomeno, ognuno si scelga la sua. Io ne propongo un’altra: negli anni immediatamente successivi alla contestazione del 68 c’è stata una rapida accelerazione del processo di secolarizzazione-scristianizzazione della società, già in atto da decenni. Ebbene, guarda caso, proprio in quegli anni il progresso toccò il suo apice e poi cominciò a rallentare. Evidentemente, la scristianizzazione non ha fatto bene al progresso scientifico.

Punto numero uno, per mandare avanti il progresso occorre avere fede nel fatto che l’universo abbia una struttura razionale. Ma l’ateismo, avendo negato l’esistenza di un Dio-Logos che ordina l’universo in maniera razionale, alla lunga finisce per non credere più nella possibilità stessa di fare scienza, che infatti oggi è attaccata da visioni nichiliste e insopportabili teorie del caos.

Punto numero due, per mandare avanti il progresso tecnologico bisogna prima mandare avanti il progresso scientifico. E per mandare avanti il progresso scientifico, occorre non soltanto avere fede nella razionalità dell’universo ma anche credere fermamente che la conoscenza in sé stessa, svincolata da ogni fine pratico, meramente utilitario, sia un bene in sé stessa e poi occorre avere una inclinazione alle virtù della pazienza e dell’abnegazione. Infatti, il percorso di conoscenza intrapreso di uno scienziato è irto di ostacoli. Per guadagnare un solo successo, lo scienziato deve sopportare una serie di insuccessi. Ma se nessun gli ha insegnato queste virtù, chi glielo fa fare allo scienziato di sopportare una vita di sacrifici? E chi gliele insegna queste virtù, se non la Chiesa? Se invece è impregnato della visione edonista inculcata dall’ateismo di massa, che ha distrutto una dopo l’altra tutte le virtù cristiane, lo scienziato mirerà soltanto ad ottenere risultati immediati e breve termine. Nel concreto, l’edonismo ateo trasformerà la scienza in una piccola scienza che mira solo al profitto, prostituendosi all’industria. Questa piccola scienza venale è ben rappresentata nel film di culto Blade Runner, laddove il capo della Tyrrel corporation dice: “Il business è il nostro scopo,  più umano dell’umano è il nostro motto”. Ebbene, oggi non siamo tanto lontani dalla Tyrrel Corporation. Infatti, oggi on abbiamo grandi scoperte scientifiche ma solo grandi invenzioni tecnologico-commerciali (dall’ipod all’ipad allo smartphone) e nuove tecniche per la manipolazione della vita (fecondazione assistita eccetera) finalizzate a soddisfare i desideri edonistici-egoistici degli individui (soprattutto il desiderio di figli sani e belli a tutti i costi). 

P. S. Quest’anno si commemora l’anniversario dello sbarco sulla Luna: l’ultima grande impresa scientifica basata su una grande visione della scienza e dell’uomo. Ebbene, non è affatto casuale che molti degli astronauti e molti scienziati che lavoravano al progetto Apollo (compreso Buzz Aldrin) fossero cristiani. Buzz Aldrin citava la Bibbia mentre era in orbita, mentre altri astronauti, nelle successive missioni, si confessarono e comunicarono prima di imbarcarsi.

CONSEGUENZE A LUNGO TERMINE DELLA LEGGE A FAVORE DELL’EUTANASIA

Prima fase: alcuni malati incurabili chiedono la morte, e i medici pietosi li accontentano.

Seconda fase: i parenti convincono malati incurabili a chiedere la morte (ossia a togliersi di mezzo per non rovinare le loro ferie), e i medici pietosi li accontentano.

Terza fase: i medici pietosi cominciano a somministrare la morte anche ai malati che non la chiedono e che non la desiderano, ma che non possono esprimere la loro opinione perché magari sono in coma. “Se potessero parlare – dicono i medici pietosi – chiederebbero sicuramente la morte”.

Quarta fase: i medici pietosi cominciano a somministrare la morte anche ai malati curabilissimi che chiedono la morte perché sono affetti da manie suicide a causa della solitudine e della depressione.

Quinta fase: i medici pietosi somministrano la morte ai malati curabilissimi che non hanno manie suicide. “Se fossero meno egoisti, chiederebbero loro stessi di non pesare più sul sistema sanitario nazionale. Se inoltre conoscessero bene la teoria di Darwin, saprebbero inoltre che i deboli e i malriusciti non devono vivere e riprodursi per non danneggiare la specie”.

E a quel punto riapriranno le camere a gas per i deboli, i malriusciti, i malati mentali e gli individui di “razza inferiore”.

L’EUTANASIA E’ UN COROLLARIO DELL’EUGENETICA NAZISTA
I PRIMI AD ADOTTARLA FURONO I NAZISTI
L’AKTION T4 (PIANO DI STERMINIO DEI DISABILI) E LA STESSA “SOLUZIONE FINALE” FURONO CONCEPITE COME “EUTANASIA PIETOSA” PER LE “VITE INDEGNE DI VITA”.

Voi direte: per il momento i paesi in cui l’eutanasia è legale stanno passando ancora attraverso prima fase. E no, non siete informati: l’Olanda sta per entrare nella quarta fase, la quinta seguirà a ruota.

 

 

 

Post Navigation

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 25 follower