Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

SIA CATTO-PROGRESSISTI CHE CATTO-TRADIZIONALISTI SBAGLIANO, SOLO IL PAPA HA RAGIONE. Riflessioni in margine al recente sinodo.

ATTORNO AL RECENTE SINODO, SI E’ RIACCESO L’ETERNO SCONTRO FRA CATTOLICI PROGRESSISTI E CATTOLICI TRADIZIONALISTI.

ENTRAMBI SBAGLIANO.

LA CHIESA NON E’ NE’ PROGRESSISTA NE’ TRADIZIONALISTA: E’ UN CORPO VIVO CHE CRESCE RIMANENDO SE’ STESSO E RIMANE SE’ STESSO CRESCENDO.

PER L’OCCASIONE, RILANCIO UN ARTICOLO GIA’ APPARSO SU PEPE QUALCHE MESE FA.

Ogni cosa che esiste prima non esisteva e ad un certo punto cesserà di esistere. Fra la sua apparizione e la sua sparizione, diviene incessantemente. Ma se prima c’erano e poi non ci saranno più, le cose sono veramente? I primi filosofi greci cominciarono a filosofare per rispondere proprio a questa domanda. In generale, non riuscirono a comporre in una visione unitaria il concetto di essere e il concetto di divenire: per gli uni esisteva solo l’essere, per gli altri solo il divenire. E nacque così una specie di “controversia” sull’essere e sul divenire, da cui scaturì, come da un Big Bang, l’intero universo del pensiero filosofico occidentale, con le sue mille galassie.

Per tagliare corto, nel tredicesimo secolo san Tommaso d’Aquino, seguendo Aristotele, dimostrò che essere e divenire non erano necessariamente in contraddizione. Nella sua visione l’incessante divenire delle cose (“enti”) coincide con l’incessante passaggio dell’essere delle cose stesse dalla potenza all’atto. Passando dalla potenza all’atto una cosa diventa sempre più pienamente sé stessa. Ad esempio, il seme ha dentro “in potenza” una pianta, così come il monozigote ha dentro “in potenza” l’uomo adulto. Quando il primo diviene pianta e il secondo diviene uomo, il seme e l monozigote passano dalla potenza all’atto. Per comodità, il divenire di una cosa dalla potenza all’atto possiamo chiamarlo “evoluzione”, depurando questa parola da ogni residuo tossico di darwinismo. Se infatti per noi il concetto di evoluzione presuppone un finalismo (in quanto la potenza ha un fine ab origine: diventare atto) invece per Darwin e i darwinisti l’evoluzione è un divenire casuale, insensato e privo di finalità che tuttavia, casualmente e insensatamente, tende ad un fine, che è il costante miglioramento della specie (non mi addentro ulteriormente nella selva dei divertenti paradossi del pensiero darwiniano). Naturalmente, il processo di evoluzione dalla potenza all’atto non esclude deviazioni, passi indietro e anche degenerazioni. Il peccato originale ha precisamene introdotto in ogni cosa che esiste quel processo di degenerazione che culmina nella sparizione finale della cosa stessa. Ma il processo di corruzione degli enti può esistere proprio perché esiste anche il processo contrario di crescita ed evoluzione degli enti stessi. In breve, solo ciò che all’inizio non è corrotto può corrompersi. Una rosa fresca può appassire, una rosa già completamente appassita no. Il nulla è incorruttibile.

Da nostro punto di vista, se non si evolve si muore. Il seme e il monozigote non possono restare sé stessi se non divenendo rispettivamente pianta e uomo. Se, paradossalmente, si cercasse di farli restare quello che sono, si guasterebbero e infine morirebbero (oggi abbiamo potuto verificare, tristemente, che gli embrioni congelati non sopravvivono). Ebbene, anche i fenomeni del pensiero umano sono soggetti alla legge della costante evoluzione intesa come passaggio dalla potenza all’atto. La filosofia, il pensiero scientifico, la tecnologia eccetera se non evolvono, cominciano a guastarsi. Per quanto possa sembrare scandaloso, anche la tradizione cattolica se non evolve degenera. Come la pianta era contenuta intera nel seme, e come l’uomo adulto era contenuto intero nel monozigote, così la tradizione nella sua (infinita) interezza è già contenuta nel seme del Vangelo. La tradizione non aggiunge nulla al Vangelo, semplicemente rende palese di volta in volta ognuna delle infinite (è il caso di dire infinite) implicazioni morali conseguenze pratiche del Vangelo, che spuntano una dopo l’altra, come foglie su un ramo, sotto la luce mutevole e palpitante della storia. Per fare un solo esempio, una bioetica basata del Vangelo è potuta essere elaborata solo nel momento in cui sono nati i problemi della bioetica. Prima dell’introduzione delle tecnologie che permettono la sopravvivenza dei pazienti in coma e delle tecniche della fecondazione assistita e perfino della clonazione, nessuno si poneva neppure il problema della bioetica.

Come la tradizione, anche l’esperienza individuale di fede evolve continuamente, passando dalla potenza atto.  Nella sua concreta esistenza quotidiana, il fedele non finisce mai di capire chi è Cristo, di imparare a fare il cristiano, di crescere. In altri termini, Non finisce mai di essere sorpreso e stupito dal Mistero di Cristo, che nelle circostanze della vita si presenta in forme sempre diverse, spiazzandolo. Gli stessi discepoli non hanno mai “capito tutto” di Cristo una volta per tutte. Infatti, nel Vangelo è ripetuto più volte “credettero in lui”. In sostanza, essi “credettero in lui” dopo avergli già creduto più volte in precedenti occasioni. Evidentemente, non finivano mai di credere, e ogni volta credevano un poco di più.

A causa dei limiti degli uomini che fanno parte della Chiesa, anche la tradizione tende inevitabilmente ad incorporare di volta in volta qualche errore. Ebbene nel processo di evoluzione, la tradizione si purga di volta in volta proprio di questi errori storicamente determinati, che ostacolano l’evoluzione stessa. Fra i tanti errori del passato, si annoverano soprattutto una concezione negativa della donna, che derivava da una tradizione pre-evangelica, pagana e farisaica, e una eccessiva devozione all’istituto monarchico. Purtroppo oggi molti cattolici tradizionalisti sono ancora devoti alla visione sostanzialmente anti-evangelica della donna come “maschio mancato” (“mas occasionatus”) ed “Eva tentatrice” senza senno e senza intelligenza. Costoro devono fare molta fatica a spiegarsi Hildegarda di Bingen ed Edith Stein.

La tradizione non può restare se stessa senza divenire e non può divenire senza restare sé stessa. Ma come i filosofi pre-aristotelici, anche i cattolici hanno qualche difficoltà a conciliare il concetto di essere e quello di divenire. Per quanto riguarda la tradizione, gli uni la intendono come puro essere immutabile mentre gli altri la intendono come puro divenire. Nel concreto, i “progressisti” pensano che la tradizione debba continuamente trasformarsi, non per divenire più sé stessa ma per divenire sempre meno sé stessa e sempre più simile al pensiero del mondo. Per gli altri, invece, la tradizione è data una volta per tutte e non si può aggiungervi nessun corollario e nessuna correzione senza corromperla.

Credo che la fallacia del cattolicesimo progressista sia chiara a tutti, e quindi non mi soffermerò su di essa. Invece vale la pena esaminare l’errore contrario e uguale, che oggi gode di molto prestigio: il tradizionalismo cattolico Per andare subito al sodo, ogni tradizionalismo all’interno della Chiesa infligge al corpo vivo della tradizione delle paralisi non meno devastanti delle insensate convulsioni progressiste. In effetti, atteggiamenti tradizionalisti sono sempre esistiti all’interno della Chiesa. I più famosi tradizionalisti della storia sono stati quanti si pretendevano discepoli fedeli di sant’Agostino. Gilbert K. Chesterton nota che nella filosofia di Platone, cui sant’Agostino faceva riferimento, c’è molta verità e alcuni inevitabili errori (inevitabili per un uomo che non aveva conosciuto la Rivelazione). Illuminato dalla fede, sant’Agostino poté enfatizzare la componente di verità che c’era nella visione di Platone, ma non poté non assorbire anche qualche residuo degli errori stessi di Platone, ad esempio la dottrina delle “idee innate”. Ebbene nei secoli successivi gli agostiniani, rifiutandosi di spingersi oltre il pensiero di Agostino, finirono per ingigantire quei residui di errori platonici contenuti nel pensiero di Agostino. Convinti, con Platone, che l’esperienza dei sensi fosse completamente inaffidabile, gli agostiniani opposero una strenua resistenza allo sviluppo delle scienze sperimentali, ma ne finirono travolti come da un fiume in piena. Analogamente, i discepoli di san Tommaso irrigidirono il metodo di indagine razionale, trasformandolo in un arido razionalismo che non accettava di fermarsi davanti alle porte del mistero: «Il mondo era stato invaso da centinaia di volumi che dimostravano a rigor di logica una miriade di cose note soltanto a Dio» (J. K. Chesterton, San Tommaso d’Aquino, Lindau, pp. 193-194). Nel sedicesimo secolo, questa scolastica mummificata non potrà combattere contro l’ultimo, più devastate colpo di coda di un agostinismo mummificato: il luteranesimo. Il monaco agostiniano Martin Lutero esasperò l’enfasi di Agostino sull’impotenza dell’uomo di fronte alla onniscienza di Dio approdando ad un pessimismo radicale di fronte a cui lo stesso Agostino sarebbe inorridito. Da questo pessimismo anti-umano, che svaluta la ragione e la volontà, sarebbe poi scaturito tutto il pensiero moderno: dal cartesianismo all’idealismo, passando attraverso l’empirismo e lo scetticismo. Ma per grazia di Dio, nel ventesimo secolo i migliori intellettuali cattolici troveranno fra le pagine della Summa dell’Aquinate un antidoto potentissimo ai veleni del pensiero moderno. In effetti, si ha il sospetto che Tommaso abbia detto tutto quello che una mente umana illuminata dalla fede possa dire, e che a noi discendenti non resti che guardare a lui. Ma anche guardando a lui non dobbiamo cessare di procedere oltre, perché se blocchiamo il processo di evoluzione lo stesso metodo tomista tornerà a guastarsi.

Oltre ad evolvere costantemente, la tradizione è molto complessa. Fra i tanti limiti dell’uomo, c’è anche la tendenza psicologica a non accettare la complessità irriducibile delle singole cose e della realtà intera, a trascurare la totalità dei fattori della realtà per enfatizzare solo quegli aspetti che interessano maggiormente. Questa tendenza, individuale e collettiva, è alla radice della nascita e dello sviluppo delle ideologie moderniste, che sono precisamente sistemi di pensiero che cercano di spiegare o, per così dire, “misurare” la realtà intera usando come “metro” un solo aspetto della realtà medesima. Ad esempio, il marxismo spiega tutta la storia umana attraverso l’economia (che è un po’ come cercare di spiegare ogni aspetto della vita dell’uomo col funzionamento suo apparato digerente). Anche se non siamo adepti delle ideologie, anche se siamo cattolici, anche se non ce ne accorgiamo, tutti abbiamo la tendenza a ragionare in termini ideologici.

Per quanto riguarda la tradizione e la dottrina cattolica, ciascuno di noi tende ad enfatizzare alcuni aspetti trascurando o rigettando gli altri. Ad esempio, gli uni prediligono le conseguenze pragmatiche della carità, gli altri prediligono gli aspetti contemplativi e intellettuali della fede. I primi rischiano costantemente di ridurre il cristianesimo ad un attivismo sociale con coloriture socialistiche, mentre i secondi rischiano costantemente di ridurlo ad un atteggiamento soggettivistico e ad un fatto di cultura. I due gruppi sono costantemente in lotta fra loro, rinfacciandosi a vicenda i rispettivi errori, le rispettive riduzioni: “Voi siete socialisti” – “E voi siete cristianisti”. Nessuno dei due gruppi capisce che non si combatte una riduzione con la riduzione opposta, che la soluzione alle due opposte riduzioni è la armoniosa unità fra tutti i fattori.

Si è detto che anche la tradizione tende inevitabilmente ad incorporare di volta in volta qualche errore storicamente determinato, da cui tuttavia prima o poi si libera. Ebbene molti di questi “errori” nascono precisamente da eccessive enfatizzazioni di alcuni aspetti della visione di fede a scapito di altri.  Ad esempio, nei primi secoli certi apologeti ponevano troppa enfasi sull’impotenza della mente a penetrare il mistero di Dio, mentre alla fine del Medioevo gli scolastici (non Tommaso) enfatizzarono troppo la ragione a scapito del mistero. I primi consideravano vana non solo ogni filosofia ma anche la teologia, mentre i secondi, come si è accennato, pretendevano di misurare razionalmente anche le cose note solo a Dio. Evidentemente la verità non stava in nessuno dei due eccessi contrari ma nel mezzo: la ragione umana può capire molto di quello che sta in “cielo” e quindi è suo dovere sforzarsi di capirlo, tuttavia non può capire tutto e quindi, ad un certo punto, deve arrestarsi.

Quando un determinato errore inizia a consolidarsi, di solito succede che arriva un “rivoluzionario” che cancella quell’errore e fa evolvere di un passo la tradizione portando “in atto” un aspetto che prima era “in potenza” (noto fra parentesi quanto è diverso il rivoluzionario cattolico dal rivoluzionario modernista: se il secondo distrugge tutto quanto è tradizione, il primo invece la rafforza). E succede anche che il rivoluzionario sia duramente avversato da quanti sono troppo attaccati a quell’errore e da quanti non tollerano che la tradizione possa evolvere, i tradizionalisti appunto. Ad esempio, per rimediare agli errori di un agostinismo sclerotizzato, lo Spirito suscitò san Tommaso. Appoggiandosi ad Aristotele, che nell’antica Grecia aveva superato gli errori di Platone, Tommaso superò gli errori platonici degli agostiniani, ristabilendo il rapporto vitale fra sensi e ragione. Se inoltre gli agostiniani, isolando certe affermazioni di Agostino dal loro contesto, puntavano i riflettori sulla corruzione della natura causata dal Primo Peccato, Tommaso invece preferiva puntare i suoi riflettori sull’originaria e sostanziale bontà della Creazione, che il Peccato Originale non aveva potuto corrompere del tutto. Insistendo sul rapporto fra Creazione e Creatore, Tommaso da una parte poté arginare efficacemente l’espansione epidemica della eresia catara, che disprezzava la Creazione, e dall’altra incoraggiò lo sviluppo delle scienze sperimentali, che proprio ai suoi tempi muovevano i primi passi.

Ma Tommaso non fu l’unico rivoluzionario del suo secolo. Mentre Tommaso combatteva contro gli agostiniani, alcuni monaci uscivano dai conventi e incontravano i laici nella vita quotidiana, divenendo frati. Noi oggi fatichiamo a capire quale scandalo potesse suscitare a quei tempi un monaco che usciva dal monastero e si mescolava ai mendicanti divenendo egli stesso “mendicante” (si parla infatti di “ordini mendicanti”). Sembra incredibile, eppure il placido Dottore Angelico e i miti fraticelli di san Domenico e di san Francesco apparvero ai tradizionalisti del tredicesimo secolo come dei pericolosi sovversivi, tesi a distruggere non solo l’ordine sociale ma anche la tradizione. In realtà, la fecero maturare. Infatti, sia il razionalismo di Tommaso sia lo spirito missionario dei frati erano contenuti fin dall’inizio nel Vangelo. Cristo e i suoi discepoli uscivano infatti per le strade ad incontrare la gente, come i frati. E Cristo valorizzava l’esperienza dei sensi, ridando la vista ai ciechi, e cercava di sollecitare l’uso della ragione, raccontando parabole ai suoi ascoltatori.

Anche nella storia recente, come nei secoli passati, si sono succeduti errori e parzialità nel percorso evolutivo della tradizione. In breve, negli anni Sessanta e Settanta i catto-progressisti, forzando alcune affermazioni del Concilio Vaticano II, cercano distruggere la tradizione per adeguarla alle ideologie dominanti, in particolare al marxismo, favorendo la nascita di semi-eresie come la teologia della liberazione. Per rimediare ai loro errori e fare “ordine”, arrivano prima Giovanni Paolo II e poi soprattutto Benedetto XVI. Quest’ultimo in particolare si è dedicato con scrupolo di vecchio professore a ristabilire alcune eterne verità. Contro la riduzione dell’amore ad un sentimento acritico, buono per giustificare ogni peccato (capita ancora di incontrare cattolici che non trovano molto di sbagliato nel matrimonio omosessuale in quanto, a loro dire, “l’importante è l’amore”), Benedetto XVI ribadisce che l’amore deve adeguarsi alla legge naturale. Contro la fede ridotta in maniera protestante a mero sentimento, Benedetto XVI rimette la ragione alla base della fede. Contro la riduzione della carità ad un mero pragmatismo sociale, che finisce per fondersi e confondersi col welfare statale basato sulla “ridistribuzione della ricchezza” (che Antonio Rosmini interpretava come una mostruosa “carità coatta”), Benedetto XVI ribadisce che la carità non è un pragmatismo ma è una virtù teologale da cui scaturisce anche, come conseguenza, un “pragmatismo”, che in ogni caso non deve mai confondersi con la “carità coatta” del welfare.

Dunque Benedetto XVI assesta un duro colpo ai catto-progressisti. Esultando per la sconfitta degli eterni avversari, i tradizionalisti alzano la testa: “Il papa ha dato ragione a noi! Ha liquidato l’eredità satanica del Concilio Vaticano II!”. In realtà Benedetto XVI non ha rimosso un errore per esaltare l’errore opposto. Nello specifico, non ha liquidato il Concilio Vaticano II ma lo ha semplicemente ripulito dalle cattive interpretazioni progressiste. Nota a questo proposito Massimo Introvigne che negli ambienti tradizionalisti «si credette che il Papa autorizzasse ad accogliere, del Vaticano II, solo quanto avesse presentato in modo nuovo (“nove”) quanto era già stato insegnato prima, rifiutando invece quanto era in effetti «novum», nuovo, non – secondo Benedetto XVI – in contraddizione con il Magistero precedente ma certo non riducibile a questo. Non era così. Questa “destra” interpretò il discorso di commiato di Papa Ratzinger ai parroci romani del 14 febbraio 2013 come un’ammissione che l’ermeneutica della riforma nella continuità era fallita. Mentre quello che era fallito era il tentativo di usare Benedetto XVI per rifiutare il Concilio» (Massimo Introvigne, “Capisco il disagio ma nella chiesa o si cammina con il Papa o si va verso lo scisma”, Il Foglio, 11 ottobre 2013).

Ora che i progressisti sono stati “puniti”, resta da “punire” i tradizionalisti, che tuttora, nonostante la lezione impartita loro da Ratzinger, si ostinano ad aborrire non soltanto l’ultimo concilio ma la modernità tutta, sognando altari incollati ai troni e donne segregate in casa. E a quel punto è arrivato dall’altra parte del mondo Francesco I, che non a caso appare immediatamente come “Anticristo” a tradizionalisti e affini. Il loro odio verso papa Bergoglio è pari soltanto alla risolutezza con cui papa Bergoglio mette la tradizione al riparo dal tradizionalismo, riaffermando la validità del Concilio Vaticano II: «Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi» (Antonio Spadaro, “La Chiesa, l’uomo, le sue ferite: l’intervista a Papa Francesco”, Civiltà Cattolica, 19 settembre 2013).

Inoltre, fra gli ultimi due papi c’è un vero e proprio rapporto di complementarietà. Se il secondo poneva l’accento sulla legge naturale, invece il primo poneva l’accento sulla misericordia divina. Secondo consolidati luoghi comuni mondani, la misericordia annullerebbe la necessità di rispettare la legge ossia di non commettere peccato. In realtà, la misericordia non annulla il concetto di peccato né ne sminuisce la gravità. Nello stesso momento in cui esalta la misericordia, Bergoglio invita insistentemente i fedeli ad avvicinarsi al sacramento della confessione. Insomma, papa Francesco tanto lontano dalla cupezza tradizionalista quanto dal buonismo progressista.

Se Benedetto XVI aveva stabilito che la carità non ha niente a che fare con il welfare statale, Bergoglio puntualizza che comunque dalla carità devono scaturire delle concrete azioni, che non possono non avere anche una portata sociale. Sicuramente Bergoglio sembra condizionato da qualche pregiudizio marxista di troppo, che lo porta a credere seriamente che i paesi ricchi sfrutterebbero i paesi poveri (ma purtroppo qui non c’è spazio per spiegare le cose come stanno). Ma per quanto siano infondati e deleteri questi pregiudizi (che in ogni caso appartengono all’uomo Bergoglio, non al Pontefice Francesco), Papa Bergoglio non contraddice minimamente l’insegnamento di Cristo quando ci invita a soccorrere attivamente gli stranieri che mettono a repentaglio la vita pure di raggiungere le nostre coste.

Papa Francesco è un papa molto poco “formale”: non solo preferisce abitare in un modesto convento invece che nei sacri palazzi, ma si lascia volentieri sfuggire di bocca espressioni prosaiche come “buongiorno”, “buonasera” e perfino “buon pranzo”. Gira voce che qualche notte vada in giro per Roma vestito da semplice prete a incontrare i barboni. Molti osservatori trovano inammissibile che un Papa si mostri così “alla mano”: “Bergoglio ha tolto ogni sacralità alla figura del Papa!”. Lascio ad altri di discutere sul concetto di sacralità pontificia. Noto soltanto che oggi papa Francesco mostra di avere lo stesso spirito anti-conformista che avevano i frati francescani e domenicani nel tredicesimo secolo. Come questi ultimi uscivano dai conventi per incontrare i laici, così Bergoglio “esce” dai sacri palazzi e cerca un rapporto diretto, quasi colloquiale, con i fedeli. Insomma, Bergoglio ha qualcosa dei grandi “rivoluzionari” del passato.

In conclusione, fra papa Benedetto XVI e Francesco I c’è una profonda continuità. C’è anche lo stesso rapporto di complementarietà che nel tredicesimo secolo c’era fra san Tommaso, il santo dell’intelletto, e san Francesco, il santo dell’amore. D’altra parte, esaminando la sua biografia si scopre che Tommaso, frate domenicano, aveva molto in comune con Francesco d’Assisi: non solo stimava l’umiltà, soprattutto quella intellettuale, come la suprema virtù, ma aveva una predilezione assoluta per i poveri e gli ultimi (fin da bambino aveva maturato l’abitudine, invisa ai ricchi genitori, di dare tutto quello che aveva con sé ai mendicanti che incontrava per strada). Evidentemente, nel cristiano l’amore per il puro ragionamento non solo non esclude ma nutre l’amore per il prossimo. Nel nostro secolo, Ratzinger è venuto a ricordarci che l’amore ha bisogno della ragione per non corrompersi in un sentimentalismo che è pretesto di ogni delitto, Bergoglio è venuto a ricordarci che la ragione senza l’amore inaridisce. San Tommaso argomentava: il lavoro manuale serve a nutrire il corpo affinché la mente possa dedicarsi alle attività intellettuali, le attività intellettuali servono ad avvicinare l’anima all’amore di Dio. Quando l’amore di Dio viene direttamente sperimentato, le attività intellettuali cessano. Poco prima di morire san Tommaso disse della sua immensa opera: «Sicut palea mihi videtur» (“Mi sembra paglia”).

Cari cattolici, Halloween l’abbiamo inventata noi. Non lasciamocela scippare da streghette e satanisti

OGGI E’ APPARSO SU “TEMPI” UN MIO ARTICOLO SU HALLOWEEN CHE E’ UNA SINTESI E UN APPROFONDIMENTO DEGLI ARTICOLI GIA’ APPARSI SU CULTURA CATTOLICA.

MI RACCOMANDO, TUTTI SUL SITO DI TEMPI A CLICCARE “MI PIACE” SULL’ICONA DI FACEBOOK!!!!!!

Cari cattolici, Halloween l’abbiamo inventata noi. Non lasciamocela scippare da streghette e satanisti

DUE ESTRATTI:

(…)

Si sa che in Francia, a partire dal XIV secolo, si usava inscenare la “danza macabra” ogni 2 novembre: figuranti mascherati da contadini, cavalieri, re, mendicanti, preti, artigiani, dame eccetera (i principali tipi umani della società di quei tempi) venivano condotti alla tomba da un figurante mascherato da morte oppure da diavolo. (Fra parentesi, troviamo una messinscena della danza macabra, che ricorda da vicino quelle tardo-medievali, nella parte finale di un famosissimo film: Il settimo sigillo di Ingmar Bergman). Nella maggior parte degli affreschi e delle miniature sul tema della “danza macabra”, molto caro agli artisti del cosiddetto “autunno del Medioevo” (secoli XIV e XV), non mancano, appunto, i particolari macabri: non solo teschi e scheletri ma anche corpi feriti, cadaveri infestati dai vermi eccetera. D’altra parte, teschi, scheletri e ogni genere di riferimenti alla morte e alle realtà preternaturali abbondano nell’arte di tutto il Medioevo e anche nell’arte barocca. Sulle pareti di certe chiese di epoca barocca troviamo perfino pile di teschi e ossa umane (si veda ad esempio San Bernardino alle ossa a Milano). Nei capitelli e nei bassorilievi delle cattedrali medievali proliferavano diavoli, anime supplizianti e bestie mostruose (simboli, queste ultime, dei vizi capitali). Lungo i canali di scolo che circondano i muri esterni delle cattedrali proliferavano invece i misteriosi gargoyles: creature fantastiche, ibride, polimorfe, spaventose, uscite direttamente fuori dalle profondità dell’inconscio popolare. Esagerando un poco, si potrebbero trovare dunque delle somiglianze fra molta arte cristiana, medievale e barocca, e il moderno cinema horror. D’altra parte, l’Inferno di Dante contiene dettagli che potremmo addirittura definire “splatter”: dannati ustionati, squarciati, congelati… Non mancano neppure riferimenti al cannibalismo: il “fiero pasto” del conte Ugolino è degno di Non aprite quella porta.
A questo punto, una domanda sorge spontanea: ma tutte queste immagini macabre non saranno forse diseducative, non accarezzeranno forse i bassi istinti sadici del pubblico, non desacralizzeranno e non banalizzeranno il tema della morte? La risposta è no. Queste immagini hanno una funzione sommamente educativa: ricordano a grandi e piccini che prima o poi tutti, sia mendicanti che imperatori, dovranno fare i conti con la morte (“memento mori”), insegnano a temere le insidie del tentatore e ammoniscono che, a causa del “principe di questo mondo”, il mondo è un posto pericoloso, pieno di “mostri” in forma umana pronti a farti del male. Bisogna sottolineare che i cristiani possono guardare con serenità alla morte e al male perché sono certi che Cristo ha vinto entrambi. E così si capisce perché l’arte cristiana contiene molti riferimenti al male e alla morte, mentre l’arte classica ne contiene ben pochi. Privi del dono della speranza, i pagani antichi si inebriavano con immagini marmoree di corpi splendenti di bellezza e giovinezza proprio per non pensare al triste destino dei corpi.

(…)

Infatti, a differenza del paganesimo antico, il Cristianesimo cattolico romano è una religione ottimista e festosa. Se i pagani facevano di tutto per non pensare al dolore e alla morte, invece i cattolici possono perfino ridere e scherzare, almeno una volta all’anno, anche della morte e del diavolo, perché sanno che Cristo li ha sconfitti. E le maschere macabre e orrorose che vanno in giro per le strade nella notte di Halloween sono discendenti moderne di quel popolo di diavoli, supplizianti, cadaveri, teschi, scheletri, bestie mostruose e gargoyles che vediamo nelle cattedrali medievali e nelle chiese barocche. Sicuramente le leggende popolari irlandesi sulle apparizioni di morti e di demoni nel momento del passaggio dall’estate all’inverno non avevano alcuna seria giustificazione teologica e tuttavia affondano le loro radici proprio nella teologia cattolica. Erano leggende cristiane dotate di un indubitabile valore pedagogico: in primo luogo invitavano i fedeli a pregare per le anime dei defunti, in secondo luogo li aiutavano a non dimenticare che anche loro un giorno sarebbero stati defunti (“memento mori”), in terzo luogo li invitavano a temere gli inganni e le seduzioni del tentatore. In conclusione gli scherzi, le risate, i travestimenti macabri non servo ad “onorare” il demonio, ma al contrario servono per celebrare la vittoria di Cristo sul demonio e ad esorcizzare la paura della morte.

(…)

GargoylesDanzaMacabra

Riprendiamoci Halloween 5 – I gargoyles e il significato dell’horror

Rispetto ai costumi e alle maschere tradizionali del Carnevale, quelli di Halloween sono molto più macabri e spaventosi. Si potrebbe dire che discendano direttamente dal popolo di demoni dalle fattezze bestiali che ornano le pagine dei libri medievali e dai gargoyles: mostri di pietra che, attaccati ai canali di scolo che circondano i muri esterni delle cattedrali medievali, sputano l’acqua piovana dalla bocca. I gargoyles sono creature fantastiche, ibride, polimorfe, spaventose, uscite direttamente fuori dalle profondità dell’inconscio popolare.

Certo, oggi ad Halloween non si parla più di anime purganti, di diavolo e di Dio. Non si esorcizza più la paura del diavolo e della morte alla luce della redenzione. Al massimo si esorcizzano le paure più profonde, prendendosi allegramente gioco di tutte le cose che ci fanno paura fin da quando siamo bambini: i mostri, le streghe, i ragni, eccetera. Ad Halloween ci si maschera da “mostri” paurosi per esorcizzare le proprie paure diventando noi stessi “paurosi”. Halloween è oggi il tempo in cui si esprimono liberamente in forma fantastica le paure che si annidano nei livelli profondi dell’inconscio.
Era inevitabile che nel repertorio dei mostri di Halloween entrassero anche i personaggi della letteratura e del cinema horror, in misura minore anche quelli dei fumetti. Infatti, ogni epoca ha il suo immaginario, e quello della nostra epoca si manifesta nei prodotti della cultura di massa. E’ vero che Halloween non è la notte delle streghe, ma le maschere e i costumi di streghe ci stanno bene, perché le streghe appartengono al repertorio delle cose che ci spaventavano dai bambini. Nel nostro inconscio c’è sempre la paura della strega. E ben vengano anche le maschere dei vampiri, degli zombi, del mostro di Frankenstein eccetera. E siccome tutti abbiamo una ripugnanza istintiva per i ragni e i pipistrelli, ben vengano ragni e pipistrelli di cioccolato a decorare, come i gargoyles sulle cattedrali, i tipici dolci americani di Halloween.
In conclusione, è vero che oggi i nichilisti e, in misura molto minore, i satanisti e i neo-pagani si sono appropriati di questa festa dell’immaginazione cristiana, corrompendola. Ma allora che facciamo: gliela lasciamo a loro? Gliela diamo vinta così? Non è meglio cercare di riprendercela, restituendole il suo significato originario? E a dispetto delle apparenze, l’immaginario horror romantico che si è appropriato di Halloween gioca a nostro favore.
Dunque, il popolo di personaggi macabri che sono entrati di recente nel mondo immaginario di Halloween provengono prevalentemente dalla letteratura e dal cinema horror. Certo, c’è horror e horror. L’horror romantico (quello di scrittori come Edgar Allan Poe, Ernst Hoffmann, Bram Stocker) è molto diverso dall’horror sadico e nichilista che oggi va per la maggiore. Se quest’ultimo ha qualche cosa di implicitamente satanico (perché la violenza è sempre satanica, anche se non necessariamente legata a culti satanisti), invece l’horror romantico è agli antipodi del satanismo, è anzi intimamente cristiano. Dracula ad esempio è un “seduttore” demoniaco di fanciulle che può essere allontanato brandendo una croce. Chi dubitasse della fede cristiana di Poe, dovrebbe leggere la poesia Ad una in paradiso e il racconto Il gatto nero, in cui lo scrittore denuncia con incredibile lucidità il gusto del male che c’è nel cuore di ogni uomo. Dopotutto, anche l’Inferno di Dante può essere considerato vicino al genere horror. I grandi autori horror non mirano ad esaltare ma, al contrario, a suscitare la paura del male delle potenze demoniache. Infatti, nei racconti horror romantici sono quasi sempre presenti elementi soprannaturali di pura fantasia (fantasmi, spiriti, non morti eccetera) che, indirettamente, alludono al soprannaturale negativo. Dario Argento, che ha donato al mondo due capolavori di horror romantico comeSuspiria e Inferno, in una intervista ha dichiarato che lui fa il cinema horror perché crede in Dio e quindi ha paura del diavolo (cfr. Claudio Pollastri, “Vado a Messa ma vivo tra spettri e lupi”, Studi Cattolici, n° 616, giugno 2012).
Da un certo punto di vista, anche i racconti horror hanno una funzione educativa: insegnano che il mondo è un posto pericoloso pieno di gente pronta a fare del male a causa del Principe di questo mondo. Ma Cristo lo ha sconfitto. A proposito dei demoni e mostri, mi viene in mente un brano da Kristin figlia di Lavransdi Sigrid Undset. Contemplando un dipinto che raffigura una santa alle prese con un drago, Kristin dice: «Mi pare che il drago sia molto piccolo (…) non sembra in grado di potere ingoiare la Vergine.» E il frate che l’ha dipinto risponde: «E infatti non c’è riuscito. Eppure non era più grande di così. I draghi e tutti gli strumenti del diavolo ci sembrano grandi finché la paura ci possiede, ma se una creatura aspira a Dio con tutta l’anima sua fino a potersi avvicinare alla sua potenza, la forza del diavolo di colpo viene abbattuta, tanto che i suoi strumenti diventano piccoli e impotenti. I draghi e gli spiriti malvagi sprofondano e non sono più grandi di rane, di gatti e di cornacchie

Riprendiamoci Halloween 4 – Il Carnevale cattolico, festa di “pazzia” ma non di immoralità

La verità è che Halloween non ha radici pagane. Le origini di questa festa devono essere cercate molto più a sud che in Irlanda, precisamente a Roma. L’unica ragione per cui ancora oggi in Nord America la gente si maschera e fa baldoria la notte del 31 ottobre è che molti secoli prima della scoperta dell’America, in un primo novembre del secolo VIII, un Papa consacrò una cappella della basilica di san Pietro a tutti i santi, e decise che ogni primo novembre nella città di Roma si festeggiasse la festa di Ognissanti. Un secolo più tardi (835), il re franco Luigi il Pio decretò, su richiesta di papa Gregorio IV, che ogni primo novembre si festeggiasse Ognissanti in tutti i territori carolingi.
E la vigilia di Ognissanti? Bisogna tenere presente che in origine, i cristiani festeggiavano tutte le vigilie delle feste liturgicamente importanti, non solo la vigilia di Natale. Con ogni probabilità la vigilia di Ognissanti era festeggiata in tutta Europa, non solo in Irlanda, anche se è qui che si formò il primo germe della festa di Halloween come la conosciamo oggi. E con ogni probabilità, leggende popolari su apparizioni di anime purganti e di demoni nei giorni dei santi e dei morti esistevano in tutta Europa, non solo in Irlanda (come si è accennato, leggende di questo tipo si tramandano ancora in certe zone d’Italia). Sicuramente queste leggende non avevano alcuna seria giustificazione teologica (l’idea che in certi momenti speciali la barriera fra aldilà e aldiquà diventi più sottile appartiene piuttosto alla cultura esoterica) e tuttavia affondano le loro radici proprio nella teologia cattolica. In altri termini erano certamente leggende, ma leggende cristiane. Le storie di morti e demoni a passeggio fra i vivi avevano un indubitabile valore pedagogico: in primo luogo invitavano i fedeli a pregare per le anime dei defunti, in secondo luogo li aiutavano a non dimenticare che anche loro un giorno sarebbero stati defunti (“memento mori”), in terzo luogo li invitavano a temere gli inganni e le seduzioni del tentatore.
Qualcuno potrebbe obiettare che, se queste leggende potevano cristianamente avere qualche senso, invece non si capisce che senso possa avere, dal punto di vista cristiano, una festa come quella di Halloween. Non bastava tenersi queste istruttive leggende? C’era proprio bisogno di costruirci attorno una festa mascherata piena di dolcetti e scherzetti? Fare festa significa anche ridere e scherzare. Ha senso ridere e scherzare della vita, della morte e di tutte le cose più serie? Ebbene sì, per la Chiesa ha senso. Non a caso, fin dalle origini la Chiesa ha stabilito che tutti i giorni santi siano anche giorni di festa: non soltanto giorni in cui si va a messa, ma giorni in cui ci si diverte in compagnia seguendo precisi rituali, che variano di festa in festa. Così ad esempio ancora oggi a Natale ci si scambiano doni, all’Epifania i bambini ricevono le calze piene di dolci e carbone di zucchero, alla vigilia del mercoledì delle ceneri ci si maschera e a Pasqua si rompono le uova di cioccolato. Consideriamo che nelle epoche più cristiane di feste legate al calendario liturgico ce ne erano molte di più di quelle che sopravvivono a stento oggi. Se i puritani guardavano con sospetto alle feste e in generale a tutte le forme di divertimento, per i cattolici invece ogni occasione era buona per fare festa. Infatti, il Cristianesimo cattolico romano è una religione festosa, che invita a guardare con ottimismo alla vita. Il cattolico è ottimista anche quando fa i conti con i lati oscuri della vita (il peccato, il dolore, la morte) perché sa che Cristo li ha sconfitti. Quindi il cattolico può festeggiare, ridere e scherzare anche pensando alla morte e al diavolo: ed eccoci ad Halloween. Insomma, Halloween è una festa nata per esorcizzare la paura della morte e del diavolo. Perché temerli, se Cristo li ha sconfitti entrambi? E spiace davvero che ai moderni crociati anti-Halloween una festa nata per celebrare la vittoria di Cristo sul demonio appaia proprio come una festa in onore del demonio.
Si è detto che in origine si festeggiavano non soltanto i giorni liturgicamente importanti ma anche le vigilie. Che forma potevano avere concretamente le feste di vigilia? Probabilmente, erano tutte simili alla più famosa festa di vigilia: il martedì grasso, festa della vigilia del mercoledì delle ceneri. Bisogna denunciare che in Italia la propaganda anti-Halloween sta partorendo una propaganda anti-carnevale. I troppi cattolici plagiati dalla propaganda anti-Halloween che viene dagli Usa cominciano a guardare con sospetto alla più nostrana delle nostre feste. Il loro ragionamento è semplice: se Halloween è una festa pagana malamente tinteggiata di cristianesimo, tanto più allora deve esserlo il carnevale, che in origine si sovrapponeva ai Saturnalia orgiastici dell’antichità romana. Nelle loro prediche contro la festa che viene dagli Usa, gli zelanti crociati anti-Halloween cominciano ad infilarci frecciatine avvelenate contro il giovedì grasso e il martedì grasso, che essi descrivono come giorni consacrati al vizio e al peccato. Secondo la loro fantasiosa interpretazione, il carnevale sarebbe la continuazione sotto mentite spoglie degli antichi Saturnalia: all’inizio del Medio Evo, per rendere meno pesanti le privazioni della Quaresima, il Papa avrebbe concesso controvoglia alle genti romane, non ancora pienamente cristianizzate, il permesso di sfogare impunemente i loro bassi istinti negli stessi giorni in cui un tempo si festeggiavano i Saturnalia.
In realtà il carnevale cristiano non è la continuazione sotto mentite spoglie dei Saturnalia: è una radicale alternativa, priva di aspetti orgiastici, ai Saturnalia. Nella tradizione medievale, il carnevale non era il tempo delle orge ma il tempo della “pazzia”: «Semel in anno licet insanire». Durante i festeggiamenti si ballava, ci si facevano scherzi e si ci si burlava dei potenti e degli ecclesiastici. Come in tutte le feste, anche a carnevale c’era gente che si abbandonava agli eccessi viziosi: ma così facendo tradivano lo spirito autentico del carnevale. In epoca illuminista il carnevale, specialmente nella Venezia di Goldoni e Casanova, si tinse di libertinaggio sessuale. Si narra che, nascosti dai costumi e dalle maschere, che garantivano l’anonimato, le persone più maliziose ne approfittassero per abbandonarsi impunemente ad avventure pre-matrimoniali ed extraconiugali. La cattiva fama assunta dal carnevale veneziano non fece che rafforzare i pregiudizi puritani su questa festa cattolica, che in terra americana sopravviveva solo a New Orleans. Ma il libertinaggio sessuale appartiene all’illuminismo, non al carnevale. Infatti durante il tempo della “pazzia”, si sospendevano momentaneamente le convenzioni sociali, ma non le regole della morale. Se nei giorni normali non è moralmente lecito fornicare, non lo è neppure nel giorno della pazzia. Se invece nei giorni normali si rispettano le autorità laiche e religiose, nel giorno della pazzia è lecito deriderle. Se nei giorni normali non sta bene indossare costumi eccentrici (a meno che non si desideri espressamente essere derisi) ed è tassativamente vietato coprirsi il volto (se lo fai, oggi rischi di farti fermare dalla polizia), nel giorno della pazzia invece è tassativo fare queste cose. E poi il giorno successivo, quando si celebra l’eucarestia, la pazzia deve cessare e bisogna tornare alla routine quotidiana. Come il martedì grasso precede il mercoledì delle ceneri, così Halloween precede la festa dei santi. Halloween è un piccolo carnevale nel cuore dell’autunno. Come a carnevale, ad Halloween «licet insanire».
Tanto il carnevale di fine inverno quanto il carnevale di fine estate sono soprattutto feste mascherate. Se togli i costumi e le maschere, che ne resta? Sia detto ancora una volta che costumi e maschere non sono il lasciapassare per commettere liberamente atti immorali (questo pregiudizio puritano sulle maschere di carnevale è stato rilanciato da Stanley Kubrick nel filmEyes wide shut, in cui i partecipanti ad una specie di orgia satanica coprono il volto con le caratteristiche maschere della tradizione veneziana). Costumi e maschere sono prodotti dell’immaginazione fantastica, e indossarli significa entrare – nel breve tempo concesso dal calendario liturgico alla “pazzia” – in una dimensione fantastica. Credo non sia mai stato sottolineato abbastanza questo fondamentale carattere fantastico e onirico del carnevale cattolico.
(continua)

Riprendiamoci Halloween 3 – La festa celtica di Samhain, satanisti e neopagani

Nel secolo XIX le dicerie puritane sulla natura pagana di Halloween spinsero molti studiosi a cercare le origini di questa festa fra le tradizioni celtiche. L’antropologo James Frazer (1854 – 1941) ipotizzò che nel secolo VIII dopo Cristo in Irlanda e Gran Bretagna fosse ancora viva la tradizione del capodanno celtico, che cadeva proprio il 1° novembre, e che Papa Gregorio III (731-741) avesse deciso di spostare Ognissanti dal 13 maggio al 1° novembre proprio per cristianizzare quella festa. Secondo Frazer e altri storici, i celti avrebbero creduto che il dio delle tenebre (Samhain) permettesse ai morti, confinati in un luogo paradisiaco, di ritornare sulla Terra durante la notte del 31 ottobre per divertirsi a fare scherzi e a spaventare i vivi. I festeggiamenti della notte di Samhain avrebbero avuto precisamente lo scopo di tenere alla larga i trapassati o in alternativa ingraziarseli. Questi storici narravano di folle variopinte di grandi e piccini che, indossando maschere mostruose e grottesche, si recavano in processione fuori di centri abitati, si radunavano attorno ad enormi falò di “Fuoco Sacro” e poi, alla fine di lunghi festeggiamenti, riponevano le braci ardenti del falò dentro rape e cipolle intagliate e se le portavano a casa, convinti che avrebbero tenuto alla larga gli spiriti dispettosi.

Halloween non ha mai goduto di buona reputazione nella sua terra d’origine. Gli studi che mettevano in relazione Halloween con la festa di Samhain non hanno contribuito a migliorarla. Dopotutto, non confermavano in pieno i pregiudizi puritani? E se era davvero una festa di natura pagana, perché non arricchirla con qualche eccitante storia di streghe, zucche indemoniate e case maledette? Alla fine dell’Ottocento qualcuno ebbe l’idea di mettere le streghe sulle cartoline d’auguri di Halloween e nel giro di poco tempo la notte della vigilia di Ognissanti fu nota come “la notte delle streghe” (fra parentesi, bisognerebbe informare i protestanti che ancora oggi calunniano il cattolicesimo tacciandolo di stregoneria che l’incendio della “caccia alle streghe” nacque e si sviluppò nei paesi protestanti e si estinse nei paesi cattolici proprio grazie alla Santa Inquisizione, come avrò modo di spiegare in un altro articolo). Analogamente la zucca intagliata e illuminata fu associata impropriamente dai commercianti di gadgets alla leggenda spuria di Jack O’ Lantern, su cui non vale la pena soffermarsi (per quanto riguarda la lotta puritana ad Hallowen e la ricerca di radici pagane vedi Father Steve Grunow, “Halloween and Catholicism”, World on fire).
A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso alcuni gruppi protestanti violentemente anti-cattolici hanno cominciato ad interpretare Halloween come una festa satanica. Secondo la loro propaganda, durante la famosa festa celtica di Samhain i pagani non si sarebbero limitati ad accendere qualche falò e magari ad immolare qualche animale, ma avrebbero compiuto sacrifici umani in onore del dio della morte, che altri non sarebbe che satana sotto mentite spoglie. Per farla breve, circa trenta anni fa questi fanatici anti-cattolici misero in giro la voce che durante la notte di Halloween sette occulte di satanisti offrirebbero sacrifici umani a satana e si darebbero da fare per diffondere nei luoghi in cui si festeggia Halloween dolciumi e bevande stregati, che avrebbero il potere di suscitare nel cuore delle ignare vittime una inspiegabile attrazione per i culti satanici e di spingerle alla tossicodipendenza e alla depressione. Più ancora dei dolcetti e delle bevande stregate, i fanatici anti-Halloween protestanti e cattolici temono la domanda: “Dolcetto o scherzetto?”. Secondo loro questa domanda apparentemente ironica non sarebbe altro che la versione moderna ed edulcorata dell’antica formula rituale usata dai sacerdoti celtici nell’ambito delle empie celebrazioni in onore di Samhain: “Sacrificio o maleficio?” Essi sostengono che la richiesta scherzosa di dolci in cambio di benevolenza sarebbe in realtà una preghiera a satana e pronunciarla ripetutamente significherebbe esporsi al rischio di possessione (per quanto riguarda la recente propaganda terroristica contro Halloween, ved Scott P. Richert, “Should Catholics celebrate Halloween?”, catholicism.about.com).
Paradossalmente, la propaganda anti-Halloween è riuscita a convincere i satanisti e i neopagani dell’associazione Wicca che la festa di Halloween spetti loro di diritto. E così da trenta anni a questa parte ogni 31 ottobre i satanisti celebrano il capodanno satanico mentre i neo-pagani celebrano il capodanno celtico. Ma nel complesso, i gruppi satanisti e pagani sono molto marginali. Tutti i satanisti e tutti i pagani messi insieme rappresentano una percentuale insignificante, prossima allo zero, della popolazione occidentale. Più che del satanismo, bisogna preoccuparsi del nichilismo ateo. Sebbene in Occidente atei e nichilisti siano ancora in minoranza rispetto a credenti ed agnostici, la cultura dominante è senza dubbio atea e nichilista. E infatti, a dispetto delle apparenze, oggi Halloween non è né una festa satanica né una festa pagana: è una festa atea e nichilista. La ricorrenza della vigilia di Ognissanti è diventata un pretesto per organizzare feste mascherate di gusto macabro fini a sé stesse, in cui i richiami alle realtà soprannaturali scompaiono per fare posto a richiami ad un immaginario horror molto degradato, che trasuda di una violenza e un sadismo che sono implicitamente satanici.
In conclusione, le uniche vere vittime della propaganda anti-Halloween, che è una propaganda anti-cattolica, sono i cattolici stessi. Plagiati da questa propaganda, la maggior parte dei cattolici americani ripudiano una festa di cui invece dovrebbero andare fieri. I protestanti anti-cattolici sono riusciti a rubare ai cattolici americani la loro più tipica festa e l’hanno consegnata in pacco dono ai pagani, ai satanisti e ai nichilisti. Non sarebbe male se i cattolici americani cercassero di riprendersela. Ma se vogliono riuscirci, la prima cosa che devono fare è sgombrare il campo una volta per tutte dalle ricostruzioni fantasiose della festa di Samhain fornite dagli storici romantici, che sono più vicine all’immaginario della letteratura fantasy pseudo-celtica (tipo Le Nebbie di Avalon) che alla realtà storica. E’ vero che la Chiesa nel Medioevo usava cristianizzare le feste pagane e, più in generale, valorizzava tutto il buono che c’era nelle culture pagane. Ma la festa di Samhain non era come ce l’hanno descritta certi storici ottocenteschi troppo inclini alle fantasticherie romantiche. Di recente Ronald Hutton, studioso dei fenomeni di neopaganesimo, ha dimostrato che non ci sono prove che Samhain avesse a che fare col culto dei morti. Con ogni evidenza nella notte compresa fra il 31 ottobre e il 1° novembre i celti festeggiavano un capodanno minore, che segnava il passaggio dall’estate all’inverno e quindi la fine del periodo della mietitura. Probabilmente da Samhain derivano certe feste del raccolto che fino a poco tempo fa sopravvivevano nelle campagne europee. Solo più tardi, quando il Cristianesimo si era pienamente affermato, in Irlanda si diffusero leggende sugli spiriti dei morti che tornavano a fare visita ai vivi fra la fine di ottobre e l’inizio di novembre. Alla luce del Cristianesimo, il tema del passaggio dall’estate all’inverno si collegò al tema del passaggio dalla vita alla morte. Secondol’Oxford Dictionary of English folklore: «Certamente Samhain era un tempo per raduni festivi e nei testi medievali irlandesi e quelli più tardi del folclore irlandese, gallese e scozzese gli incontri soprannaturali avvengono in questo giorno, anche se non c’è evidenza che fosse connesso con la morte in epoca precristiana, o che si tenessero cerimonie religiose pagane.» Appare dunque priva di fondamento anche la tesi, sostenuta sempre da Frazer, che il Papa avesse spostato la festa di Ognissanti dal 13 maggio al 1° novembre proprio per sovrapporla alla festa di Samhain. Infatti non ci sono prove che qualcuno avesse informato il Papa dell’esistenza di questa festa pagana, che oltretutto sembra non si celebrasse più da secoli.
(continua)

Riprendiamoci Halloween 2 – Le origini della Festa nel Nuovo Mondo

LE ORIGINI DI HALLOWEEN

Ma esaminiamo le origini della festa più odiata dai cattolici italiani. Nel secolo VII, la festa di Ognissanti si festeggiava il giorno dell’anniversario della consacrazione della chiesa di Santa Maria ai Martiri, avvenuta il 13 maggio del 609 o 610. Un secolo dopo, Papa Gregorio III (731-741) decise di spostare la festa di Ognissanti dal 13 maggio al 1° novembre, giorno dell’anniversario della dedicazione di una cappella di San Pietro alle reliquie “dei santi apostoli e di tutti i santi, martiri e confessori, e di tutti i giusti resi perfetti che riposano in pace in tutto il mondo”. La festa del 2 novembre, dedicata alla preghiera per le anime di tutti i fedeli defunti, sarebbe apparsa più di un secolo dopo. Infatti, fu istituita nel 998 da S. Odilo, abate del potente monastero di Cluny nel sud della Francia, e presto si diffuse in tutta Europa.
Dunque il 1° novembre si festeggiavano le anime del Paradiso mentre il 2 novembre si pregava per quelle del Purgatorio. E le anime dannate? I contadini irlandesi non si erano dimenticati di loro. Durante la notte della vigilia di Ognissanti accendevano delle candele dentro delle rape svuotate e intagliate e battevano rumorosamente su pentole e padelle. Mentre le rape illuminate alludevano simbolicamente alle anime bloccate nel Purgatorio, il gesto di battere pentole e padelle era dedicato proprio alle anime dannate.
Alcuni secoli dopo (secolo XIV) in Francia nacque l’usanza di inscenare la “danza macabra” ogni 2 novembre: figuranti mascherati con costumi che rappresentavano vari tipi umani della società dell’epoca (dai contadini ai re, dagli artigiani ai cavalieri, dai preti ai papi eccetera) venivano condotti alla tomba da un figurante mascherato da morte oppure da diavolo. Nell’arte del cosiddetto “autunno del Medioevo” abbondano le raffigurazioni della danza macabra. Ce n’è una molto bella e molto importante nel Camposanto di Pisa. Queste immagini pittoriche, in cui gli artisti si compiacevano di inserire particolari macabri (scheletri, cadaveri infestati dai vermi eccetera), avevano una funzione educativa: ricordavano a grandi e piccini che tutti gli uomini sono uguali davanti alla morte e che tutti dovranno farci i conti prima o poi.
Dunque gli irlandesi battevano pentole e usavano le rape come lanterne durante la notte del 31 ottobre mentre i francesi si mascheravano il 2 novembre. Molti secoli dopo immigrati francesi e immigrati irlandesi di fede cattolica si incontrarono e mescolarono fra loro nel Nuovo Mondo. Dall’unione della tradizione francese e di quella irlandese nacque Halloween: una festa in cui ci si mascherava nello stile della “danza macabra” e si esponevano fuori dalle case grosse zucche intagliate e illuminate dall’interno. Dunque, le zucche illuminate d’America discendono direttamente dalle rape illuminate d’Irlanda, che in origine alludevano alle anime del Purgatorio. Ma nel folklore popolare americano le zucche illuminate assunsero col tempo anche una funzione simbolica: quella di spaventare e cacciar via gli spiriti malvagi.
Dunque gli immigrati francesi ci misero le maschere e quelli irlandesi le zucche illuminate. In seguito gli immigrati inglesi ci misero la domanda scherzosa: “Dolcetto o scherzetto?”. L’origine di questa formula deve essere cercata nel Guy Fawkes Day, che tuttora si celebra ogni 5 novembre in Inghilterra. All’inizio del secolo XVII il cattolico Guy Fawkes, esasperato dalle politiche anti-cattoliche adottate dal governo inglese, architettò un piano (in seguito denominato “congiura delle polveri”) per distruggere il palazzo del Parlamento. Esattamente il 5 novembre 1605 il piano fu sventato e alcuni mesi dopo Guy Fawkes fu impiccato e squartato insieme agli altri congiurati. In Inghilterra era uso che nel Guy Fawkes Day bande di festaioli protestanti facessero visita ai cattolici locali nel cuore della notte chiedendo birra e torte: “Dolcetto o scherzetto?” (cfr. Father Augustine Thompson, “Catholic origins of Halloween”, Catholic Parent magazine, 2000). Quindi, l’usanza americana di mandare i bambini di casa in casa a chiedere dolcetti in cambio di benevolenza nella sera di Halloween deriva direttamente da questa usanza inglese nata nel secolo XVII, ma sembra avere anche origini più antiche. In epoca tardo-medievale in Irlanda e Gran Bretagna (ma anche in sud Italia) la gente povera andava di porta in porta il giorno di Ognissanti a chiedere cibo in cambio di preghiere per i cari estinti.
Insomma, la festa della vigilia d’Ognissanti, in inglese Halloween, è una festa cattolica inventata da cattolici in una terra non cattolica. Infatti le colonie del nord America erano in mano ai puritani. Come e forse più dei luterani e dei calvinisti, i puritani detestavano la Chiesa di Roma e tutte le sue tradizioni. In effetti, avevano lasciato l’Inghilterra perché trovavano che la Chiesa anglicana non fosse abbastanza diversa dalla Chiesa di Roma. Quando i primi immigrati cattolici arrivarono nelle colonie del Nord America, i coloni puritani, che sognavano di fare dell’America un nuovo Eden, senza traccia di corruzione cattolica, si affrettarono a vietare tutte le manifestazioni pubbliche della fede cattolica. D’altra parte, già in Inghilterra nel 1647 i puritani erano riusciti a sopprimere la festa di Ognissanti e perfino a vietare i festeggiamenti del Natale. Ma nonostante questo clima di ostilità anti-cattolica, alla fine del secolo XVIII nacque e si diffuse rapidamente nella terra dei puritani una nuova festa cattolica: Halloween. Irritati dal successo di questa nuova festa, i puritani la criticarono violentemente, tacciandola di paganesimo. Infatti, agli occhi dei puritani il Cattolicesimo era un Cristianesimo degradato, vicino al paganesimo antico, e tutte le feste cattoliche erano feste implicitamente pagane che non potevano che discendere direttamente da antiche feste pagane.
(continua)

Riprendiamoci Halloween 1 – Un Carnevale (cattolico) di fine estate

PUBBLICO OGGI IL PRIMO DI QUATTRO MIEI ARTICOLI SU HALLOWEEN APPARSI SUL SITO DI CULTURA CATTOLICA IN FEBBRAIO.

Ho scritto un articolo su un tema che può sembrare “scabroso”: la festa di Halloween. Il mio interesse per questa festa americana è nato alcuni mesi fa, quando sulla bacheca di Facebook hanno cominciato ad apparire decine di messaggi terroristici contro Halloween. Mi veniva detto che non si poteva festeggiare Halloween senza rischiare di finire, nostro malgrado, a venerare inconsapevolmente satana e rischiare di essere posseduti. Incuriosita, ho voluto indagare per conto mio. E ho scoperto che religiosi cattolici americani si battono da anni contro queste calunnie. Fiori di studiosi in tonaca spiegano che Halloween è una festa cattolicissima, per nulla compromessa col satanismo e con il paganesimo, cui i puritani fanno guerra dal Settecento. I protestanti odiano a tal punto questa festa così sfacciatamente cattolica, che ha osato imporsi in terra puritana, che da secoli spacciano leggende nere a base di sabba di streghe e sacrifici umani celebrati la notte di Halloween. Quindi i cattolici che oggi spargono voci contro le zucche illuminate e organizzano le ingenue feste di Holyween sono vittime di questa propaganda anti-cattolica.

RIPRENDIAMOCI HALLOWEEN
Una volta ottobre era il mese delle allegre scampagnate e delle castagnate. Da qualche anno a questa parte, ottobre è il mese delle crociate cattoliche contro la festa di Halloween. Quanto più si avvicina la fatidica notte del 31 ottobre, tanto più negli ambienti cattolici si intensifica la tempesta delle critiche terroristiche e delle lamentele isteriche contro questa festa tipicamente americana sbarcata di recente in Europa. “Se credi che Halloween sia solo una innocua festa mascherata”, scrivono i volenterosi crociati anti-Halloween sui loro blog e sulle loro bacheche Facebook, “sei davvero un ingenuo, una zucca vuota”. L’epiteto di “zucca vuota” non è gentile e scherzoso come sembra: infatti “zucca vuota” sta per “utile idiota” di una sorta di grande rivoluzione satanica mondiale. Secondo i crociati anti-Halloween, la festa della vigilia di Ognissanti sarebbe una festa allo stesso tempo pagana e satanica ricoperta da un sottile strato di “vernice” cristiana.
Se la maggior parte dei cattolici demonizzano la festa di Halloween, gli altri non la demonizzano ma non la amano neppure. Semplicemente, la boicottano per orgoglio patriottico: “Halloween è una festa intimamente americana, del tutto incompatibile con le tradizioni religiose italiane”. Prima di approfondire il tema delle reali o presunte radici pagane di Halloween, vorrei confutare l’idea che Halloween sia incompatibile con le nostre tradizioni. In primo luogo, questi cattolici che faticano a distinguere fra cattolicità e italianità fanno pensare ai fascisti degli anni Venti e Trenta, che denigravano istericamente tutto ciò che veniva dall’estero e non tolleravano se non ciò che era “arci-italiano” e “strapaesano”. Poco ci manca che i cattolici arci-italiani di oggi chiedano di sostituite “Hip hip hurrà” con “Eja Eja Alalà”. In realtà, non ha senso preservare la cultura italiana da tutti gli influssi stranieri per la semplice ragione che non esiste una pura cultura italiana. Nessuna cultura a questo mondo è “pura”, tutte sono contaminate e tutte sono in continua trasformazione. La cultura italiana è la sintesi originalissima di tante culture diverse (greca, etrusca, romana, gallica, longobarda eccetera). A sua volta la cultura italiana ha influenzato e si è lasciata influenzare dalle altre culture europee, e a sua volta la cultura americana è una straordinaria sintesi di molteplici culture europee. Anche gli immigrati italiani, nel loro piccolo, hanno dato qualche contributo a questa grande sintesi. E Halloween è espressione di questa sintesi. La festa inventata dagli immigrati che un tempo sbarcarono in America, sbarca oggi nel continente da cui provenivano quegli immigrati attraverso i nuovi mezzi di comunicazione. E’ stato il cinema americano a farci conoscere Halloween. E va bene così.
Non dobbiamo temere che le nostre tradizioni nazionali si contaminino con altre tradizioni. Tuttavia, è pure vero che non possiamo lasciare che le nostre tradizioni si contaminino con tradizioni che contraddicono i nostri valori, che sono cristiani occidentali. Non possiamo certamente accettare la tradizione maya dei sacrifici umani, per fare un solo esempio, ma possiamo invece accettare la tradizione americana della festa della vigilia di Ognissanti. Infatti, come dimostrerò, questa tradizione non solo è pienamente occidentale ma è perfino cristiana e addirittura molto cattolica, ed è del tutto priva di sfumature pagane e sataniche.
Certamente non è bello scimmiottare gli americani. Il nostro Halloween rischia precisamente di essere la brutta o bruttissima copia, ridicola e provinciale, del vero Halloween americano, che oltretutto oggi già di suo si è parecchio involgarito. Noi non dobbiamo copiare passivamente una festa americana, ma reiventarla a modo nostro, magari contaminandola a sua volta con tradizioni nostrane, quasi dimenticate, che sono molto simili a quella di Halloween. Ad esempio, in varie località italiane sopravvivono usanze, molto simili fra loro, legate a leggende incentrate sul momentaneo ritorno degli spiriti dei morti nelle loro case fra la vigilia di Ognissanti e il 2 novembre (cfr. http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/cronaca/viaggi-halloween/viaggi-halloween/viaggi-halloween.html). Quelli che scimmiottano veramente, ridicolmente, pateticamente gli americani sono proprio i crociati anti-Halloween. Infatti, la violenta campagna anti-Halloween e pure l’ingenua festa di Holyween, concepita come una sorta di alternativa “santa” ad Halloween, sono nate negli Usa più di trenta anni fa.
(continua)

ZABRISKIE POINT di Michelangel Antonioni (Usa, 1970), il Sessantotto e il Festival dell’uomo che brucia.

Qualcuno si ricorda di “Zabriskie point” di Michelangelo Antonioni? Si tratta di uno dei più importanti film-manifesto del Sessantotto, sicuramente il più bello. Non approvo il contenuto ideologico del film, ma le immagini potenti e visionarie di Antonioni mi incantano sempre.
In quello che genericamente si definisce “Sessantotto” c’è un po’ di tutto: marxismo, anarchismo, liberazione sessuale, culto delle droghe, mistica della piazza (alla Sorel), femminismo, ecologismo e qualcos’altro. Ma al di là delle apparenze, l’ideologia sessantottina non è per nulla eterogenea. Il Sessantotto – quasi un canto del cigno del Modernismo – riconduce tutti questi svariati ingredienti ideologici alla loro fonte originaria: la filosofia di JEAN-JACQUES ROUSSEAU. Che cosa dice, in sostanza, Rousseau? Che la Civiltà è il male mentre invece la Natura è il bene. Tutte le espressioni della Civiltà, dalle leggi morali alle leggi positive, dall’arte alla scienza, corromperebbero irrimediabilmente l’essere umano allontanandolo dalla Natura, venerata come una dea: “L’uomo è buono per natura ed è reso cattivo soltanto dalle istituzioni” (Il contratto sociale). Dunque ogni Civiltà presente sulla faccia della terra corromperebbe l’uomo e quindi meriterebbe di essere distrutta? Non proprio: con qualche evidente contraddizione, Rousseau e tutti i suoi epigoni (che coincidono con tutti i pensatori moderni) condannano senza mezzi termini la civiltà occidentale e invece hanno solo parole di elogio per tutte le altre, compresa quella islamica, che ai loro occhi sarebbero più vicine alla dea Natura. Per tagliare corto, la civiltà cristiana è figlia – sebbene prodiga – del Cristianesimo, ergo Rousseau e compagnia rifiutano la Civiltà per rifiutare il Cristianesimo.

Nell’ottica di Rousseau, per edificare un terreno paradiso di fratellanza, sarebbe dunque sufficiente liberarsi dalle regole della civiltà e abbandonarsi liberamente a tutti gli istinti. Quando avranno fatto tabula rasa della civiltà, gli uomini si scopriranno finalmente fratelli e agiranno in perfetto accordo, perché non potranno neppure concepire di avere delle differenti opinioni o peggio delle controversie fra loro. Le loro volontà individuali si uniranno in un’unica “Volontà Generale”…  E pazienza se i regimi totalitari del Novecento, per onorare il fantasma della “Volontà Generale”, hanno eliminato fisicamente tutti quelli che non si adeguavano ad essa, pensandola a modo loro (“dissidenti”).

I due protagonisti di “Zabriskie point” mettono in pratica la filosofia di Rousseau. Per diversi motivi, entrambi “scappano” dalla Civiltà moderna (rappresentata dalla città di Los Angeles: alienante, violenta, rumorosa) e si incontrano per caso in pieno deserto, dove faranno rapidamente conoscenza, anche in senso biblico. Mentre si abbandonano liberamente alla passione sul terreno arido del deserto, immaginano che attorno a loro decine di coppie stiano facendo più o meno lo stesso. Le scene finali non appartengono solo alla storia del cinema ma anche alla storia dell’arte: uno dopo l’altro, al rallenti, esplodono prima una villa iper-modernista in stile Lloyd-Wright  e poi montagne di oggetti di ogni sorta, che sembrano usciti direttamente da un grande magazzino: vestiti, elettrodomestici, mobili, libri, ombrelli e infine perfino una cinepresa. Questa voluttuosa sequenza di esplosioni, commentata da uno dei brani più lisergici dei Pink Floyd (quello con leggendario urlo finale), allude chiaramente all’anelito sessantottino a distruggere la civiltà occidentale cioè cristiana.

Se non ha potuto distruggere la civiltà nel suo complesso, il Sessantotto ha comunque distrutto la tradizione (cristiana) e i suoi valori (cristiani), sostituendoli col culto del piacere immediato. In sostanza, il Sessantotto ha tratto dalla filosofia di Rousseau la sua ultima, più coerente conseguenza: il relativismo culturale e morale, su cui si edificherà il Post-Modernismo. Assumendo infatti la Civiltà cristiana è cattiva, allora tutte le altre civiltà e i loro “valori” – “valori” quali l’infanticidio, l’oppressione donne eccetera – sarebbero “buoni” in quanto più vicini alla “Natura” e alle sue leggi (fra parentesi, le leggi di natura si faranno coincidere con le leggi del darwinismo sociale e dell’eugenetica, secondo cui, appunto, i deboli devono morire… ne riparleremo). E così si capisce perché una soi-disant “femminista” come la Boldrini esalti le culture portate dagli immigrati e si augura che gli italiani le assorbano.

Massimo Introvigne ci ha rivelato che il relativismo è ormai quasi una religione con i suoi riti precisi. Ogni anno decine di migliaia di persone si incontrano in un posto remoto del deserto del Nevada, dove si officia il rito dell’uomo che brucia. Sotto il sole rovente del deserto, gli adepti danno fuoco al gigantesco simulacro di un uomo e alla ricostruzione di un tempio dedicato ad una religione immaginaria, che dovrebbe alludere a tutte le religioni. Il significato del rito è chiaro: tutto passa rapidamente, nessuna verità dura più di qualche istante (il tempio brucia), l’uomo stesso è pura apparenza che passa (l’uomo brucia) e quindi godiamocela finché dura, scatenando liberamente tutti gli istinti. Durante i giorni del raduno, gli adepti possono fare tutto quello che vogliono, senza temere controlli di polizia: drogarsi, denudarsi, fare orgie eccetera. Se fossero presenti dei minorenni (ma per fortuna non è consentito loro avvicinarsi al raduno), gli adepti potrebbero anche avere rapporti con loro. Last but not least, pare che a tale festival oggi partecipino oggi i più potenti personaggi della terra.
Per saperne di più, leggersi attentamente l’articolo di Introvigne:
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-sesso-droga-e-new-age-i-poteri-forti-sono-a-nudo-10461.htm

Insomma, il pupazzone e il tempio che bruciano fanno pensare davvero alle esplosioni e al gigantesco “love party” di “Zabriskie point”, quasi che sia stato il grande regista a dare l’idea agli organizzatori del festival. Per farsi un’idea del livello di delirio ideologico raggiunto negli anni cui appartiene quel film, ossia per farsi due sane risate, bisognerebbe rileggersi la gustosa recensione dell film firmata dal maestro di nichilismo erotico Alberto Moravia:

http://www.michelangeloantonioni.info/2013/08/22/zabriskie-point-di-alberto-moravia/

 E subito dopo, per riflettere, rileggersi il fondamentale L’EROTISMO ALLA CONQUISTA DELLA SOCIETA’ di Augusto del Noce:

http://www.totustuustools.net/pvalori/Erotismo.htm

 Buona lettura!
ZabriskiePoint

“Le leggenda del re pescatore” di Terry Gilliam (“The fisher king”, Usa, 1991)

Pubblicato su Cultura Cattolica il 27 settembre 2014 

Pubblichiamo questo approfondito studio su un attore amato da tanti. Le riflessioni di Giovanna Jacob ci aiutano a comprendere questa figura e a riflettere sul mistero della vita umana

Robin Williams e Parry

Il 12 agosto del 2014 il grande attore Robin Williams si è tolto la vita. C’è qualche cosa di simbolico nel fatto che un personaggio da lui interpretato nel 1991 invece salva una persona dal suicidio. Il personaggio si chiama Parry, il film si intitola La leggenda del re pescatore di Terry Gilliam (The fisher king, Usa, 1991). Per ricordare questo grande attore rivediamo dunque questo film, che può considerarsi il migliore in cui abbia lavorato nella sua lunga carriera.

1 Contrasto razionalità-successo e follia-emarginazione, contrasto visivo fra i grattacieli e i bassifondi urbani
Come la maggior parte dei film di Terry Gilliam, La leggenda del re pescatore si basa sul tema del contrasto fra una razionalità soffocante e una follia gioiosa e dal contrasto parallelo fra potenza economica ed emarginazione sociale. E in effetti il film narra la storia di un folle emarginato (Parry, interpretato da Robin Williams) che aiuta un “sano di mente” ricco e di successo (Jack, interpretato da Jeff Bridges) a ritrovare sé stesso.
Il doppio contrasto tematico fra razionalità-successo e follia-emarginazione si riflette nel contrasto visivo fra le rigide geometrie dei grattacieli e il degrado accentuato dei bassifondi. Il “sano di mente” proviene dai “piani alti” della città mentre il folle percorre i bassifondi urbani, che nel cinema post-moderno alludono quasi sempre alla sfera a-razionale dell’uomo (sentimenti, memoria, inconscio). Se i piani alti sono asciutti e ordinati, invece i bassifondi sono sporchi e quasi sempre bagnati dalla pioggia. L’elemento liquido allude simbolicamente la maternità (il liquido amniotico) e quindi alla capacità femminile di esplorare i sentimenti. Ma Gilliam tende a proiettare anche sui “piani alti” i riflessi del dell’interiorità a-razionale. Lenti deformanti e luci stroboscobiche conferiscono un carattere vagamente onirico, a tratti perfino allucinatorio, alla maggior parte delle inquadrature dei suoi film.
In seguito alla morte della moglie, brutalmente assassinata da un maniaco, un professore di storia perde il senno e la memoria, divenendo il barbone Parry. Cacciato dal suo appartamento di lusso, finisce ad abitare nel locale caldaie del suo palazzo, dove riviste e vecchi libri di storia, che sono tutto quello che resta del suo passato, si mescolano a montagne di carabattole e oggetti rotti, che egli recupera instancabilmente fra i rifiuti. Posto ancora più in basso dei bassifondi, questo sotterraneo allude chiaramente all’inconscio, dove si sovrappongono e mescolano in maniera disordinata, senza una logica, ricordi rimossi, desideri profondi e pensieri indecifrabili, che tutti insieme condizionano la vita cosciente.
Quando si sveglia nel locale caldaie di Parry, Jack prova un profondo disgusto, intensificato dai postumi della sbornia della notte precedente. A differenza del suo folle amico, Jack non è abituato a vivere a contatto con la parte a-razionale, notturna, di sé stesso, ne ha quasi paura.
E in effetti, l’alloggio di Parry, i luoghi che frequenta e più in generale i bassifondi di New York nell’immediato ci appaiono brutti, mentre i “piani alti” e in genere tutti luoghi del lusso e del potere ci appaiono belli. Ma se guardiamo meglio, possiamo scoprire che in quello immediatamente ci sembra brutto c’è più bellezza che in quello che immediatamente ci sembra bellO. Per insegnarci, appunto, a guardare meglio, Parry trasforma il rivestimento metallico di un tappo di champagne recuperato fra i rifiuti in una piccola sedia: «Nella spazzatura si trovano cose bellissime». Più in generale, Terry Gilliam (come prima di lui Martin Scorzese, specialmente in Fuori orario) ci svela la bellezza oscura che si cela nella bruttezza apparente dei luoghi più degradati di New York, la metropoli post-moderna per eccellenza. I guizzi della luce dei lampioni sulle pozzanghere, i marciapiedi invasi dalla spazzatura, i ponti di metallo arrugginito, le ferrovie, le strade sopraelevate, i muri ingombri di manifesti strappati e sfregiati da vernici spray diventano elementi fondamentali di una nuova iconografia urbana, a suo modo “pittoresca”, che attraversa molti film.
Se nella bruttezza apparente dei bassifondi c’è della bellezza, viceversa nella bellezza apparente dei piani alti c’è il vuoto. L’interno dell’attico in cui vive Jack all’inizio del film è freddo e respingente, mentre la casa di Ann è calda e accogliente (nel primo prevalgono azzurri e grigi, nel secondo arancioni ed ocra). L’attico è il luogo della superbia e dell’arroganza, che si portano dietro indifferenza, noia e abulia. Nella scena che si volge nell’attico, Jack si vanta del suo successo contemplando narcisisticamente la sua immagine riflessa sulla vetrata della finestra, mentre la sua giovane fidanzata (che non sta in scena più di un minuto) cerca invano la maniera di placare la noia della serata.

2 Jack e Parry
Al principio del film facciamo la conoscenza di Jack, un conduttore radiofonico di successo egocentrico e arrogante. Pronunciando parole avventate nel corso di una trasmissione radiofonica, Jack induce inconsapevolmente uno squilibrato a compiere una strage in un locale. La notizia della strage rovina la carriera di Jack e lo rende emotivamente instabile, facendolo “precipitare” rapidamente dai piani alti della città ai bassifondi urbani, dove diventa commesso di una videoteca. Egli cerca invano di annegare nell’alcol i terribili sensi di colpa che lo torturano notte e giorno. Ma al di là delle apparenze, egli è ancora l’uomo narcisista, arrogante e incapace di amare che era prima della tragedia. In primo luogo, egli non riesce e non vuole neppure amare Ann (interpretata da Mercedes Ruehl), da cui tuttavia si lascia amare e accudire; in secondo luogo, egli è dispiaciuto non tanto del male compiuto quanto del fatto di essere caduto in disgrazia. Egli ha bisogno del successo come un drogato in crisi di astinenza ha bisogno della droga. Sentendosi sconfitto dalla vita, cerca la morte. Quando è sul punto di gettarsi nel fiume Hudson, viene aggredito da due teppisti violenti. A quel punto entra in scena Parry, che mette in fuga i teppisti e convince l’aspirante suicida a rinunciare al suo proposito. In sostanza, un folle a salva Jack dalla sua stessa follia suicida.
Sebbene Parry gli abbia salvato la vita, all’inizio Jack prova fastidio verso questo strano barbone. Quando però scopre che Parry era sposato ad una delle vittime della strage del locale, Jack decide di aiutarlo in qualche maniera. Egli non desidera veramente fare il bene di Parry: desidera soltanto liberare la coscienza dagli invadenti sensi di colpa e ritornare il più velocemente possibile ai piani alti: «Vorrei che ci fosse la maniera di pagare il conto e andare avanti». Ma come aiutarlo? All’inizio, pensa che basti dare al fastidioso barbone qualche dollaro per mettersi a posto la coscienza, ma poi non riesce a non farsi trascinare in un mondo surreale, abitato da gnomi, fatine e un misterioso cavaliere rosso. A quel punto Jack scopre che, osservato attraverso le lenti della follia, il mondo appare più interessante.

3 L’impotenza della ragione moderna
Con la parola “follia” normalmente intendiamo il contrario della ragione. Ma che cosa è esattamente la regione? L’illuminismo ha lasciato in eredità alla modernità il razionalismo, che fa coincidere la ragione con la ragione scientifico-matematica. Quest’ultima appare onnipotente, in realtà è menomata. Infatti può esercitare un dominio pressoché illimitato sul mondo materiale ma non può guardare oltre di esso, in altri termini può dire come sono fatte materialmente le cose ma non perché esistono. E’ una ragione prigioniera delle apparenze sensibili. Per essere completa, la ragione deve poter almeno intuire che cosa c’è oltre il muro delle apparenze: in altri termini, la ragione non deve essere solo scientifica ma anche poetica, metafisica e infine soprattutto religiosa. Nel momento in cui abbraccia la fede, compie pienamente sé stessa, raggiungendo la sua massima estensione.
Resta inteso che la scienza non è sbagliata, al contrario. Per guardare “oltre”, la ragione non deve affatto cessare di guardare “dentro”. Quello che è sbagliato è il razionalismo, che appunto l’idea che oltre le apparenza materiali non ci sia nulla e che di conseguenza la scienza sia l’unico possibile criterio di verità.

4 L’odio romantico verso la ragione illuminista porta ad esaltare l’anti-ragione
Non si è mai sottolineato abbastanza che l’irrazionalismo non è altro che un sottoprodotto del razionalismo, il suo contrario uguale nell’errore. Dopo la fine dell’Illuminismo, cominciò a diffondersi un clima di ostilità al razionalismo, che sembrava avere svuotato la vita di ogni gusto. Non trovando la strada della fede, che avrebbe potuto guarire la ragione dal razionalismo, molti spiriti inquieti cominciarono a fuggire da essa. «Molti dei nostri contemporanei – dice a questo proposito Jacques Maritain – cercheranno nell’anti-ragione e al di sotto della ragione un nutrimento per la loro anima che non dovrebbe essere cercato che al di sopra della ragione. Ed è ancora una delle malefatte del razionalismo quello di avere condotto molti animali razionali ad odiare la ragione» (J. Maritain, Le songe de Descartes, Buchet-Chastel, Paris 1932, pp. 168-169). Nauseati dalla scienza, molti romantici si misero ad esaltare la follia, il sogno, la passione, il delirio e ogni altro fenomeno che sfugge al controllo della ragione. Da questo punto di vista, il regista Terry Gilliam è un vero romantico, sebbene contemporaneo.

5 La follia del malato mentale e del genio
Certamente non possiamo dare ragione a quei romantici che denigrano la ragione ed esaltano la follia. Tuttavia, la follia ha diversi aspetti, non tutti negativi. Il concetto di “follia” riguarda innanzitutto la malattia mentale, che è tutto fuorché una condizione desiderabile. Le persone che ne sono affette tendono a dire cose senza senso e si abbandonano spesso a comportamenti imbarazzanti. Ed effettivamente, Parry appare innanzitutto come un malato mentale: urla cose sconvenienti per strada, si spoglia nudo nel parco, fa avances esplicite e grottesche ad Anne. Inoltre, nella sua follia si convince che una volgare coppa di latta, custodita nella casa di un miliardario, sia il Santo Graal.
Ma secondo una lunga tradizione, nella pazzia c’è anche una scintilla di bene. Non a caso, le parole “folle”, “follia”, “pazzo” e “pazzia” non sono usate soltanto in relazione alla malattia mentale ma anche in relazione all’amore e al genio artistico. Per una lunga tradizione, che affonda le sue radici nel pensiero platonico, l’ispirazione artistica è una forma di “follia”, e d’altra parte ancora oggi si usano espressioni come “pazzo d’amore” o “genio pazzo”, dove “pazzo” è un complimento. Dunque, il malato di mente ha qualcosa in comune col genio artistico e l’innamorato, che secondo una lunga tradizione sono “folli”, almeno da un certo punto di vista. Ma innanzitutto, che cosa hanno in comune gli ultimi due? Essi riescono a cogliere qualche riflesso, qualche confusa eco di ciò che sta “oltre” il muro delle apparenze. In altri termini, il genio e l’innamorato sono, da un certo punto di vista, “anti-moderni” anche quando appartengono pienamente alla modernità.
Se lo scienziato mostra come sono fatte materialmente le cose, l’artista è in grado di svelare, sebbene confusamente, anche perché esistono. Se lo scienziato spiega ad esempio il funzionamento biologico dei fiori, invece il poeta ne esalta la bellezza, che allude ad una bellezza ancora più grande. Si potrebbe pensare che il vero grande artista crede in Dio anche se non ci crede, o meglio crede di non crederci. Jacques Maritain diceva che la grande arte delle epoche e dei paesi non toccati dal Cristianesimo è sempre “cristiana in speranza”. Analogamente l’innamorato, in virtù della sua momentanea follia, coglie nell’altra persona un riflesso divino.

6 Follia amorosa
Nel film, il folle Parry è “follemente” innamorato di una ragazza insicura, imbranata e non propriamente bella (Lydia, interpretata da Amanda Plummer), che spia di nascosto ogni giorno. La follia amorosa gli consente di capire quello che, per la cultura moderna, votata al culto del piacere, è appunto una follia: che l’amore vero esige la rinuncia al possesso immediato, il sacrificio anche solo momentaneo dell’impulso istintivo. Ma il sacrificio dell’istinto non consiste nella rinuncia alla felicità, al contrario consiste nella rinuncia ad un piacere più piccolo, anche se più seducente, in cambio di un piacere più grande, ossia della felicità. Viceversa, l’abbandono al piacere immediato è un piano inclinato verso un consumismo sentimentale e sessuale che lascia solo macerie nella vita delle persone. Significative a questo proposito le parole che Lydia dice a Parry durante il primo appuntamento: «Tu mi accompagni a casa, magari vorrai salire a prendere un caffè. E forse berremo qualcosa, parleremo, arriveremo a conoscerci un po’ meglio, ci metteremo comodi e poi tu… passerai la notte con me. E domattina ti sveglierai, e sarai distaccato, e non vorrai nemmeno restare per la colazione. Forse soltanto per un caffè. E poi ci scambieremo i numeri di telefono, e tu te ne andrai, e non telefonerai più. Io andrò al lavoro e mi sentirò molto bene, per la prima ora, e poi lentamente comincerò a sentirmi diventare una cacca…»
Ma il folle Parry sa bene che abbandonarsi all’immediato significherebbe abusare di colei che ama:«Io non voglio dormire a casa tua, non ne ho mai avuto intenzione. Il mio desiderio è così grande, che sembra la Florida. Ma non voglio una cosa di una notte. Io ho una confessione da farti. Io mi sono innamorato di te… e non solo da questa sera. Io ti conosco da un sacco di tempo. (…) E so che odi il tuo lavoro, e che non hai molti amici, e a volte ti senti un po’ scombinata, e non ti senti euforica come tutti gli altri, perché ti senti sola, emarginata dal mondo e… io ti amo. Io ti amo. (…) E non sarò mai, e poi mai distaccato. E tornerò da te domani mattina, e ti telefonerò, se tu me lo permetterai». In quale altro film si sono udite parole d’amore così belle, così vere, così piene di verginità?

7 Il lato luminoso della follia: santità
Per tradizione, il concetto di follia si applica anche all’eroismo e alla santità. Poiché giudicano “sterco” tutto quello che le persone normali considerano prezioso e poiché spesso agiscono contro i loro interessi, i santi possono apparire folli alle persone normali. Nei romanzi cavallereschi medievali Parsifal, il cavaliere che ritrova il santo Graal, viene definito “puro folle”. E in effetti, il barbone Parry ha molto di Parsifal: è folle, puro di cuore (anche solo per come tratta Lydia) e vive per ritrovare il Santo Graal. In una scena del film, Parry racconta a Jack la leggenda del re pescatore, che ha appreso nella sua vita precedente di professore: «La conosci la storia del Re Pescatore? Comincia col re da ragazzo, che doveva passare la notte nella foresta per dimostrare il suo coraggio e diventare re, e mentre passa la notte da solo è visitato da una visione sacra: nel fuoco del bivacco gli appare il Santo Graal, simbolo della grazia divina, e una voce dice al ragazzo: “Tu custodirai il Graal onde possa guarire il cuore degli uomini!”. Ma il ragazzo accecato dalla visione di una vita piena di potere, di gloria, di bellezza, in uno stato di completo stupore, si sentì per un attimo non un ragazzo, ma onnipotente come Dio, allungò la mano per prendere il Graal e il Graal svanì, lasciandogli la mano tremendamente ustionata dal fuoco. E mentre il ragazzo cresceva, la ferita si approfondiva, finché un giorno la vita per lui non ebbe più scopo, non aveva più fede in nessuno, neanche in sé stesso, non poteva amare ne sentirsi amato, era ammalato di troppa esperienza, e cominciò a morire. Un giorno un giullare entrò al castello e trovò il re da solo, ed essendo un semplice di spirito egli non vide il re, vide soltanto un uomo solo e sofferente, e chiese al re: “Che ti addolora amico?” e il re gli rispose: “Ho sete e vorrei un po’ d’acqua per rinfrescarmi la gola”. Allora il giullare prese una tazza che era accanto al letto, la riempì d’acqua e la porse al re, ed il re cominciando a bere si rese conto che la piaga si era rimarginata. Si guardò le mani e vide che c’era il Santo Graal, quello che aveva cercato per tutta la vita. Si volse al giullare e chiese stupito: “Come hai potuto trovare tu quello che i miei valorosi cavalieri mai hanno trovato?” e il giullare rispose: “Io non lo so, sapevo solo che avevi sete”».
Passando dalla leggenda al film, Parry ha le caratteristiche del giullare della leggenda, mentre Jack ha le caratteristiche del re malato. Infatti, l’ex dj radiofonico è malato di egocentrismo, che lo rende incapace di amare altri che sé stesso. Egli non aspira ad altro che alla gloria, come il futuro re nella leggenda. Ma in seguito, Jack si trova a dovere scegliere: voltare le spalle a Parry, rimanendo l’uomo egoista che è, oppure intraprendere la missione che gli è stata affidata dallo stesso Parry all’inizio del film: recuperare il Santo Graal. Ma per compiere questa missione, egli deve smettere di essere l’uomo egoista che è sempre stato e diventare “puro folle”, come Parry (non svelo altri dettagli per non rovinare la visione del film a chi non l’avesse già visto). Solo il presunto Graal potrà salvare sia Jack che Parry dalle loro malattie interiori. Quindi, non importa davvero che quello sia solo un volgare pezzo di latta di nessun valore: se i due “puri folli” in esso ci vedono il Graal, quello da un certo punto di vista diventa veramente il Graal, nel senso che nella loro vita produce gli stessi effetti che produrrebbe l’autentica coppa in cui è stato versato il sangue di Cristo (d’altra parte, nella leggenda la tazza che era accanto al letto del re si rivela essere il Graal). E in fondo, anche la più insignificante carabattola può essere lo strumento con cui il Mistero che fa tutte le cose si avvicina a te.

8 Il suicidio di Robin Williams e l’esistenza di Dio
In una delle prime scene del film, Parry distoglie Jack da un tentativo di suicidio. Ironia della sorte, Robin Williams si è dimostrato essere più simile a Jack che a Parry. Aveva i soldi, aveva il successo, ma non era felice. La depressione lo aveva perseguitato per anni, portandolo infine al suicidio (si è tolto la vita il 12 agosto del 2014 nella sua casa, in California). Purtroppo, non c’è stato un Parry a salvare Robin Williams dal suo gesto disperato.
Se non aveva preso nulla da Parry, Robin Williams sembrava avere preso qualcosa da un altro dei personaggi che aveva interpretato: il professor Keating de L’attimo fuggente di Peter Weir (Titolo originale Dead Poets Society, USA 1989). Il professore Keting-Williams diceva più o meno ai suoi studenti: «Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi. Perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza, un giorno smetterà di respirare, diventerà freddo e morirà (…) Perché vedete [indicando una foto antica nella bacheca dei trofei della scuola], questi ragazzi ora, sono concime per i fiori. Ma se ascoltate con attenzione, li sentirete bisbigliare il loro monito. Coraggio, accostatevi. Ascoltateli. Sentite? Carpe… Sentito? Carpe… Carpe diem… Cogliete l’attimo, ragazzi… rendete straordinaria la vostra vita». Ma in fondo alla strada del nichilismo edonistico insegnato da quel professore, come da tutta la cultura contemporanea, c’è l’abisso della disperazione. Infatti, di tutti gli attimi fuggenti che ci scorrono fra le dita, come granelli di sabbia, alla fine non rimane nulla. Anche di tutte le ricchezze del mondo, e di tutto il mondo, e di tutto l’universo, non rimarrà nulla. Rimarrà solo il grande Nulla della morte.
Il fatto che le persone più fortunate del mondo si dimostrino più inclini delle altre alla tossicodipendenza, alla depressione e al suicidio può essere considerato una delle tante prove filosofiche indirette dell’esistenza di Dio (quelle dirette le ha messe in bella forma san Tommaso). Proprio loro che possono disporre in abbondanza di tutti i beni del mondo (non solo beni materiali ma anche beni immateriali, come fama, successo, stima altrui, amore eccetera) è come se ad un certo punto si accorgessero che questi beni non bastano a soddisfare il desiderio di felicità. Anche se potessero bastare, in ogni caso finiscono (non a caso, pare che Robin Williams si lamentasse perché, col passare degli anni, aveva sempre meno successo come attore).
Quando finiscono male, queste persone fortunate ci testimoniano dunque che tutti i beni del mondo, ma anche il mondo intero, anzi l’universo intero, non bastano a riempire il cuore dell’uomo. E se il cuore dell’uomo ha fame di “altro”, questo “altro” deve esistere. Analogamente, la fame esiste perché il cibo esiste. Ebbene, Robin Williams in un certo senso è morto di “fame”. Aveva fame di Dio, ma non lo sapeva.

ZOMBI di George Romero (DAWN OF THE DEAD, Horror, durata 126′ min., USA 1978)

Oggi presento uno dei film più importanti della mia vita, che ha contribuito ad avvicinarmi alla fede quando ne ero ancora lontana. Sembra paradossale, ma a volte sono proprio i film senza speranza ad avvicinarti alla speranza. Quando lo vidi per la prima volta avevo quindici anni. Mi turbò profondamente, come solo i grandi capolavori possono fare. Mi fece sentire fortemente, come si sente la nausea, quanto è brutto il materialismo.

A me personalmente, come a molti, il tema degli zombi appassiona ben poco. Inoltre, non si può negare che la stragrande maggioranza dei film sugli zombi sono men che mediocri, ripetitivi, non di rado perfino ridicoli (per la gioia dei cultori del trash e del “filmbruttismo”). Invece, Zombi - L’alba dei morti viventi di Romero è un film sugli zombi che può appassionare anche chi gli non sopporta né gli zombi né il genere horror. Infatti, è molto più che uno dei migliori film del filone zombi ed è anche molto più che un film di genere horror. Infatti, ha dentro un pensiero moto forte, che lo eleva fin quasi al piano dei capolavori.  L’’apocalisse zombi appare chiaramente come una metafora altamente fantastica di qualcosa di molto reale. Si dice che i film sul tema zombi di Romero, convinto socialista, abbiano innanzitutto un significato “politico”: i suoi zombi rappresenterebbero i “dannati della terra”, gli sfruttati, gli emarginati, le vittime delle ingiustizie sociali. Io personalmente colgo anche un significato filosofico-esistenziale, molto più coinvolgente di quello meramente politico: l’apocalisse zombi è una metafora della condizione umana nel quadro di una visione materialista dell’esistenza.

Nel corso del film non si sente mai parlare né di Dio né di aldilà, se si esclude un laconico accenno all’inferno (“Quando l’inferno è pieno, i morti tornano sulla terra”). Il film inizia “in medias res”: il mondo è invaso da orde di morti viventi affamati di carne umana viva. Non viene mai detto quale può essere la causa di questa catastrofe, e nessuno nel film si preoccupa neppure di cercarla. L’unica cosa di cui ci si preoccupa è di salvare la pelle. Dunque, abbiamo da una parte corpi umani morti in cerca di corpi umani vivi, e dall’altra corpi umani vivi che cercano di fuggire dai corpi morti. Ma la loro fuga dai morti e dalla morte non può durare a lungo. Che sia per il morso di uno zombi o che sia per la vecchiaia, tutti i corpi sono destinati a perire. Quindi, fra i vivi e i morti viventi alla fine sembra non esserci molta differenza. Nel quadro di una visione materialistica, l’essere umano non è altro che un corpo materiale che ha soltanto bisogni materiali che può soddisfare consumando beni materiali (d’altra parte il materialismo dialettico marxista afferma che i bisogni “spirituali” son soltanto “sovrastruttura” ossia rappresentazione dei bisogni materiali). Quindi, l’unica possibile differenza fra i vivi e i morti è che i primi possono consumare merci mentre i secondi no.

L’idea geniale di Romero è di mettere i morti in un centro commerciale: il tempio post-moderno del consumismo. La cosa inquietante è che tutti i centri commerciali del mondo si assomigliano fra loro: quello che si vede nel film è simile in tutto e per tutto anche a quello in cui vai normalmente tu. Quando si vedono sciamare le folle per i corridoi di uno di quei giganteschi non-luoghi, può dunque capitare di pensare alle orde degli zombi. E’ significativo che nel film l’istinto trascini i morti viventi proprio in quel luogo: “Era un posto importante per loro quando erano vivi”. E adesso, tutta quella montagna di merci incustodite, che potrebbero saccheggiare tranquillamente, non serve loro a niente. Quindi nel film c’è anche una critica al consumismo, che riempie l’uomo di soddisfazioni effimere, destinate a dissolversi in fretta, e che non può salvarlo dal suo amaro destino. Quando mostra immagini truculente (ferite sanguinanti, carni lacerate, carni decomposte, teste mozzate e chi più ne ha più ne metta), il regista non sembra che voglia solleticare i bassi istinti (sadici, morbosi) degli spettatori, ma piuttosto sembra volere suscitare e amplificare in loro l’orrore verso il processo di decomposizione e distruzione della carne, inteso appunto come destino finale dell’uomo in un’ottica materialistica. Delle merci consumate e in generale di tutte le soddisfazioni materiali resta nulla dopo la morte. Viene da pensare alla parabola evangelica del tizio che muore all’improvviso dopo avere accumulato montagne di beni.

Nel film non c’è né speranza né fede. Ma seppure sei un materialista convinto, dopo avere visto Zombi può capitarti di pensare che sarebbe meglio che la realtà non fosse solo materia, che sarebbe meglio se la morte non fosse la fine di tutto. Insomma, può capitarti di pensare che sarebbe meglio che Dio esistesse. In conclusione, questo film appartiene alla categoria delle opere d’arte che ti avvicinano alla speranza affermando la disperazione, che ti avvicinano alla fede proprio negando la fede.

Per quanto riguarda l’aspetto formale, il film è di altissimo livello. Il regista moltiplica le inquadrature e le sequenze, legandole assieme con un montaggio molto serrato. Inoltre, costruisce con estrema abilità scene d’azione che coinvolgono parecchie decine di comparse, tenendoti col fiato sospeso fino alla fine. Da non dimenticare la colonna sonora dei Goblin, che hanno tirato fuori dal loro delirio lisergico suoni strani, inquietanti, cupi, talora accelerati da ritmi rock incalzanti.

Zombi9

Zombi8

Post Navigation

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 28 follower