Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

ZOMBI di George Romero (DAWN OF THE DEAD, Horror, durata 126′ min., USA 1978)

Oggi presento uno dei film più importanti della mia vita, che ha contribuito ad avvicinarmi alla fede quando ne ero ancora lontana. Sembra paradossale, ma a volte sono proprio i film senza speranza ad avvicinarti alla speranza. Quando lo vidi per la prima volta avevo quindici anni. Mi turbò profondamente, come solo i grandi capolavori possono fare.

A me personalmente, come a molti, il tema degli zombi appassiona ben poco. Inoltre, non si può negare che la stragrande maggioranza dei film sugli zombi sono men che mediocri, ripetitivi, non di rado perfino ridicoli (per la gioia dei cultori del trash e del “filmbruttismo”). Invece, Zombi - L’alba dei morti viventi di Romero è un film sugli zombi che può appassionare anche chi gli non sopporta né gli zombi né il genere horror. Infatti, è molto più che uno dei migliori film del filone zombi ed è anche molto più che un film di genere horror. Infatti, ha dentro un pensiero moto forte, che lo eleva fin quasi al piano dei capolavori.  L’’apocalisse zombi appare chiaramente come una metafora altamente fantastica di qualcosa di molto reale. Si dice che i film sul tema zombi di Romero, convinto socialista, abbiano innanzitutto un significato “politico”: i suoi zombi rappresenterebbero i “dannati della terra”, gli sfruttati, gli emarginati, le vittime delle ingiustizie sociali. Io personalmente colgo anche un significato filosofico-esistenziale, molto più coinvolgente di quello meramente politico: l’apocalisse zombi è una metafora della condizione umana nel quadro di una visione materialista dell’esistenza.

Nel corso del film non si sente mai parlare né di Dio né di aldilà, se si esclude un laconico accenno all’inferno (“Quando l’inferno è pieno, i morti tornano sulla terra”). Il film inizia “in medias res”: il mondo è invaso da orde di morti viventi affamati di carne umana viva. Non viene mai detto quale può essere la causa di questa catastrofe, e nessuno nel film si preoccupa neppure di cercarla. L’unica cosa di cui ci si preoccupa è di salvare la pelle. Dunque, abbiamo da una parte corpi umani morti in cerca di corpi umani vivi, e dall’altra corpi umani vivi che cercano di fuggire dai corpi morti. Ma la loro fuga dai morti e dalla morte non può durare a lungo. Che sia per il morso di uno zombi o che sia per la vecchiaia, tutti i corpi sono destinati a perire. Quindi, fra i vivi e i morti viventi alla fine sembra non esserci molta differenza. Nel quadro di una visione materialistica, l’essere umano non è altro che un corpo materiale che ha soltanto bisogni materiali che può soddisfare consumando beni materiali (d’altra parte il materialismo dialettico marxista afferma che i bisogni “spirituali” son soltanto “sovrastruttura” ossia rappresentazione dei bisogni materiali). Quindi, l’unica possibile differenza fra i vivi e i morti è che i primi possono consumare merci mentre i secondi no.

L’idea geniale di Romero è di mettere i morti in un centro commerciale: il tempio post-moderno del consumismo. La cosa inquietante è che tutti i centri commerciali del mondo si assomigliano fra loro: quello che si vede nel film è simile in tutto e per tutto anche a quello in cui vai normalmente tu. Quando si vedono sciamare le folle per i corridoi di uno di quei giganteschi non-luoghi, può dunque capitare di pensare alle orde degli zombi. E’ significativo che nel film l’istinto trascini i morti viventi proprio in quel luogo: “Era un posto importante per loro quando erano vivi”. E adesso, tutta quella montagna di merci incustodite, che potrebbero saccheggiare tranquillamente, non serve loro a niente. Quindi nel film c’è anche una critica al consumismo, che riempie l’uomo di soddisfazioni effimere, destinate a dissolversi in fretta, e che non può salvarlo dal suo amaro destino. Quando mostra immagini truculente (ferite sanguinanti, carni lacerate, carni decomposte, teste mozzate e chi più ne ha più ne metta), il regista non sembra che voglia solleticare i bassi istinti (sadici, morbosi) degli spettatori, ma piuttosto sembra volere suscitare e amplificare in loro l’orrore verso il processo di decomposizione e distruzione della carne, inteso appunto come destino finale dell’uomo in un’ottica materialistica. Delle merci consumate e in generale di tutte le soddisfazioni materiali resta nulla dopo la morte. Viene da pensare alla parabola evangelica del tizio che muore all’improvviso dopo avere accumulato montagne di beni.

Nel film non c’è né speranza né fede. Ma seppure sei un materialista convinto, dopo avere visto Zombi può capitarti di pensare che sarebbe meglio che la realtà non fosse solo materia, che sarebbe meglio se la morte non fosse la fine di tutto. Insomma, può capitarti di pensare che sarebbe meglio che Dio esistesse. In conclusione, questo film appartiene alla categoria delle opere d’arte che ti avvicinano alla speranza affermando la disperazione, che ti avvicinano alla fede proprio negando la fede.

Per quanto riguarda l’aspetto formale, il film è di altissimo livello. Il regista moltiplica le inquadrature e le sequenze, legandole assieme con un montaggio molto serrato. Inoltre, costruisce con estrema abilità scene d’azione che coinvolgono parecchie decine di comparse, tenendoti col fiato sospeso fino alla fine. Da non dimenticare la colonna sonora dei Goblin, che hanno tirato fuori dal loro delirio lisergico suoni strani, inquietanti, cupi, talora accelerati da ritmi rock incalzanti.

Zombi9

Zombi8

ANTONIO SOCCI SPACCIA IL SUO ORGOGLIO PER UNA FEDE PIU’ PURA DI QUELLA DEL PAPA

Da un po’ di tempo a questa parte, Antonio Socci spara raffiche di critiche al limite dell’insulto a papa Bergoglio. A detta di Socci, il papa sarebbe addirittura connivente con i terroristi che massacrano i cristiani in Siria e in Iraq. Il nostro tuona ogni giorno: “Caro papa, perché non denunci le stragi? Perché non inviti i governi ad intervenire e i cristiani a pregare?”

Riassunto della situazione: Antonio Socci e i suoi seguaci hanno sostenuto che il papa tacesse colpevolmente sulla triste sorte dei cristiani in Siria. Abbiamo dimostrato loro che non era vero: il papa in piazza san Pietro ha condannato, sia pure in maniera indiretta e diplomatica, le malefatte dell’Isis mentre il portavoce del papa e altre figure a lui legate le hanno condannate in maniera più esplicita, invitando apertamente ii governi ad intervenire a favore dei cristiani.
Allora Socci e i “soccisti”, per salvarsi la faccia, hanno ribattuto: “Ok, il papa ha parlato, ma non ha parlato abbastanza, deve alzare di più la voce”. Allora abbiamo cercato di fare capire loro che, se il papa alzasse di più la voce, rischierebbe di peggiorare ulteriormente la situazione, come ha spiegato Stefano Magni: “”Un’eventuale dichiarazione roboante del Papa, oggi come oggi, sarebbe un suicidio, molto peggiore di quello che avrebbe commesso Pio XII se avesse condannato il nazismo. I cristiani degli anni ’40, almeno, avrebbero potuto godere della protezione degli Alleati, in America e in quel poco di Europa ancora libera. I cristiani di oggi sono sparsi in Medio Oriente e Asia, esposti alla furia delle maggioranze musulmane e nessuno li proteggerebbe. La reazione che ci fu dopo la lezione di Ratisbona nel 2006 fu solo un piccolo assaggio”.
Allora Socci e i soccisti, per salvarsi ancora la faccia, ribattono ulteriormente: “Non è vero, i musulmani già massacrano i cristiani da qualunque parte del modo, quindi una eventuale presa di posizione forte da parte del papa no potrebbe peggiorare ulteriormente la situazione ma anzi forse potrebbe migliorarla, inducendo i governi “cristiani” ad intervenire in difesa dei cristiani”.

A questo punto chiedo io a Socci e ai soccisti: ma ne siete proprio sicuri? Siete sicuri che una eventuale dichiarazione roboante del papa non peggiorerebbe la situazione come siete sicuri che due più due fa quattro? Non sarebbe meglio attenersi perlomeno al sacrosanto principio di precauzione?

Abbiamo capito che Antonio Socci – che fino a prova contraria non è il Vicario di Cristo in terra – si crede più saggio del Vicario di Cristo in terra, tanto è vero che non manca di dire al Vicario di Cristo che cosa deve dire e che cosa deve fare e come lo deve dire e come lo deve fare. (Mi viene in mente un geniale aforisma di un cattolico francese dell’Ottocento: “Lutero, credendosi più saggio di Cristo e più puro della chiesa, credette di riformare la chiesa di Dio”).

Immaginiamo dunque l’assurdo. Immaginiamo che il papa si metta a seguire i consigli di quell’immenso genio del giornalismo cattolico: “Caro Socci, mi ero sbagliato, mea culpa, farò come dici tu”. Quindi si affaccia dal balcone di piazza San Pietro e pronuncia parole di fuoco contro gli “infedeli”.
Ebbene, immaginiamo che il giorno dopo gli “infedeli”, irritati dallE parole del papa, comincino a massacrare cristiani anche al di fuori della Siria, dall’Indonesia al Marocco fino alle periferie violente d’Europa.
A quel punto Socci direbbe: “”Ooops, mi sono sbagliato…. avevo fatto male i miei calcoli … la dichiarazione violenta del papa ha davvero peggiorato la situazione… che gaffe”.
Si caro, ma la gaffe l’hai fatta sulla pelle degli altri!!!!
Caro Socci, se vuoi affidarti ciecamente alle tue sconfinate capacità di analista della politica internazionale, fallo pure, ma rischiando in proprio! Cerca di capire che le vite degli altri (nello specifico le vite di decine di migliaia di cristiani residenti nei paesi arabi) valgono più del tuo orgoglio di grande giornalista cattolico.

SE SONO MOSTRI INFELICI, PERCHE’ DOVREBBE TURBARTI IL PENSIERO DI AVERNE FATTO FUORI UNO?

Secondo Sigmund Freud, attraverso i cosiddetti “lapsus” e le cosiddette “gaffe” il soggetto esprime, senza esserne consapevole, un pensiero rimosso che sopravvive a livello inconscio oppure semplicemente un segreto che non vuole rivelare. Ebbene, le motivazioni addotte dai suddetti responsabili del settore audiovisivo francese hanno i caratteri di un perfetto “lapsus” freudiano: «Abbiamo criticato lo spot in difesa dei bambini Down perché poteva causare problemi alle coscienze di chi ha fatto scelte di vita differenti». Il pensiero rimosso che questo lapsus comunica è il seguente: “Chi ha fatto scelte di vita differenti può rimanere turbato da questo spot in quanto dentro di sé sa benissimo di avere compiuto un omicidio”.
I “laicisti” ci ripetono dalla mattina alla sera con una insistenza rabbiosa che l’aborto non è un omicidio, che l’embrione e il feto non sono esseri umani, che abortire il “feto malformato” è un gesto d’amore e bla bla bla. Benissimo. Ma allora, se uccidere il feto del bambino down non è un omicidio, se è addirittura un nobile gesto di altruismo, perché le persone che hanno compiuto questo nobile gesto dovrebbero sentirsi turbate da quello spot? Quello spot non dovrebbe anzi confermare la sostanziale bontà del loro gesto? “Ma guarda questi piccoli mostriciattoli, guarda come sono infelici, ho fatto bene io a risparmiare loro coraggiosamente una vita di sofferenze…”. Se invece è probabile che si sentano turbati – come confermano i suddetti garanti – significa che tutta la martellante propaganda laicista non è riuscita a mettere a tacere del tutto quella vocina fastidiosa che ha nome di coscienza.

DEDICATO AI PROVINCIALI MORTI D’AMORE PER LA PATRIA DEI VECCHI E DEI NUOVI BEATLES. CORAGGIO, USCIRE DAL TUNNEL DELLA TOSSICO-ANGLO-DIPENDENZA E’ POSSIBILE…

Ieri la Gran Bretagna esportava nel mondo la musica dei Beatles, oggi esporta il terrorismo dei nuovi Beatles. Al di là delle apparenze, il quartetto di virtuosi dello sgozzamento è figlio naturale della Gran Bretagna: una nazione corrotta come nessuna altra da un nichilismo edonista auto-distruttivo a base di sesso-droga-rock’n roll che non può opporre nessun ostacolo alla diffusione del nichilismo omicida portato dagli immigrati delle ex colonie britanniche.

P. S. 

Appena ti provi a muovere una lieve critica all’Inghilterra, subito orde di italiani tossico-anglo-dipendenti insorgono e ti bersagliano di critiche melodrammatiche da innamorati feriti.
Critica numero uno: “Tu odi l’Inghilterra perché sei fascista”.
E no, cari, criticare una nazione non significa odiarla ed inoltre sapete bene tutti che io sono più liberale della Thatcher. Dandomi della fascista, si comportano esattamente come i comunisti, secondo i quali erano nostalgici del Duce tutti coloro (compresa la Fallaci e Guareschi) che non volevano Stalin in casa.  
Critica numero due: “Tu critichi l’Inghilterra perché non la conosci bene, io invece la conosco bene e ti assicuro che non c’è tutta la violenza che credi tu: ho fatto avanti e indietro per Trafalgar Square e nessuno mi ha tagliato la gola”. I
n realtà, molto più di superficiali impressioni di turisti contano articoli e reportage giornalistici, che attraverso internet sono reperibili in quantità industriale.
Critica numero tre: “Un italiano che si permette di criticare l’Inghilterra è come il bue che dà del cornuto all’asino”.
Ho detto scritto e ripetuto più volte che l’Italia è il paese più “cornuto” del mondo sotto molti aspetti (in primo luogo è oppressa da uno statalismo patologico) ma le nostre “corna” non rendono l’asino-Inghilterra meno asino. Nello specifico, l’asino inglese non è liberale, non lo è mai stato. Non riuscirò mai a capire come sia nata e si sia diffusa la leggenda secondo cui una nazione famosa per essere stata presa a calci dalle sue colonie americane proprio a causa di tasse e dazi iniqui possa essere ancora guardata come un faro di civiltà liberale.
Critica numero quattro: “Ma certo che l’Inghilterra è un paradiso liberale: è al quinto posto nella classifica dell’indice delle libertà economiche, mentre l’Italia è al milionesimo posto dopo il Biafra, ragione per cui centinaia di italiani lasciano l’Italia per andare in Inghilterra”.
Anche un paziente in fin di vita ha “più vita” rispetto ad un cadavere. Io non ho dubbi: il sistema Italia è un cadavere e il default arriverà senza se e senza ma. Dunque, rispetto al cadavere Italia, qualunque posto è migliore: perfino la Spagna (il cui debito è inferiore a quello italiano, ma è comunque altissimo). Ho visto servizi televisivi su ragazzi italiani che credono di avere trovato nella Spagna socialistica post-zapatera un Eden di opportunità. E se la Spagna va bene, l’Inghilterra non può che andare meglio. Ma stare meglio di un cadavere non significa stare bene. Da quello che ho letto io in quell’indice, l’Inghilterra è quinta in Europa, non nel mondo. Nel mondo la quattordicesima, surclassata dalla piccola Irlanda e dagli Usa di Obama, che non è certamente un liberale. Inoltre, la “libertà economica” è solo una componente di un sistema liberale. In sostanza, in Inghilterra puoi vendere e mettere su impresa come, dove e quando vuoi, mentre in Italia, prima di aprire un buco, devi chiedere centinaia di permessi, pagare centinaia di carte bollate e infine cedere qualche mazzetta per non morire (Caprotti ha aspettato trenta anni permessi per aprire una sola Esselunga in Toscana). Tutto bene. Ma poi vengo a sapere che, se in Inghilterra puoi fare tutto quello che vuoi, in compenso tutta questa bella libertà la paghi con tasse indirette (non dirette come in Italia) salate per permettere alle ragazze che si fanno mettere incinte nei cessi delle discoteche e ai membri delle gang multietniche e multiculturali dei sobborghi di campare di rendita.
Ma facciamo un po’ di storia del pensiero liberale in formato Twitter. Dunque, a fondamento del mito dell’Inghilterra liberale ci sono gli scritti di John Locke, su cui non i dilungo. Ora, è stato proprio un ultra-liberale estremista (Murray Rothbard) ad informarmi che Locke, in sostanza, scopiazzò le idee già espresse dai tomisti della scuola di Salamanca e dallo stesso san Tommaso, nonché idee di altri pensatori cattolici. Proprio Rothbard sottolinea che, a parte Locke, poi il pensiero inglese prese una strada ambigua che di fatto, per eterogenesi dei fini, preparò la strada a Marx ed Engels (non sfugga che quest’ultimo era inglese). Marx studiò a lungo Smith e Ricardo. Invece, dal Libro libro grigio del sindacato (Bianco, Piombini, Stagnaro) ho appreso che nell’Inghilterra di Dickens i liberali denunciavano il fatto che le tasse e i dazi imposti dalla Corona per finanziare la casse parassitaria di lord e ladies aveva trascinato nella miseria nera vasti strati di popolazione britannica. Dunque, l’Inghilterra ottocentesca non era propriamente liberale. Invece dalla Vittoria della ragione di Rodney Stark ho appreso che nel diciannovesimo secolo i capitalisti inglesi erano esattamente come li descrivevano Marx ed Engels: degli squali avidi che, per fare profitto, preferivano abbassare i salari al di sotto della soglia di povertà piuttosto che rinnovare i macchinari. E quando disse che la religione è “l’oppio dei popoli”, Marx pensava all’Inghilterra, dove gli operai, abbrutiti dalla fatica, si intossicavano di oppio. Invece i capitalisti americani, essendo animati da principi cristiani e dovendo attirare manodopera dall’Europa, cercavano in tutti i modi di migliorare costantemente le tecniche di produzione e le condizioni di vita dei lavoratori. Infine, anche Ayn Rand parla del cupo clima socialista che vigeva in Inghilterra dopo la seconda guerra mondiale.
L’Inghilterra on è la patria del liberalismo ma casomai la patria del socialismo ridistributivo: i principali pensatori economici inglesi dopo Smith sono stati John Stuart Mills (inventore del concetto di “ridistribuzione delle ricchezze”) e il mefistofelico John Maynard Keynes. Non si dimentichi la scuola dei socialisti inglesi, denominati “fabiani”, fautori del passaggio graduale, senza rivoluzione d’ottobre, al sistema socialista. Vi siete mai chiesti perché si usa la parola inglese “welfare” per indicare l’assistenzialismo statale? Semplice: perché le prime forme di assistenzialismo statale furono introdotte nell’Inghilterra vittoriana. A Bismark parve una buona maniera per comprarsi i voti dei lavoratori e la introdusse in Germania. Oggi l’Inghilterra è piagata dal più vasto, ramificato ed efficiente sistema di welfare d’Europa, che ha abbrutito la popolazione di sobborghi, come denunciano i conservatori americani:
http://www.city-journal.org/2011/eon0810td.html


http://humanevents.com/2011/08/10/the-sun-never-sets-on-the-british-welfare-system/

 

I morti d’amore per l’Inghilterra sono convinti che l’Inghilterra sia ancora all’avanguardia in ogni campo. In realtà, l’Inghilterra ha dato moltissimo alla letteratura fino alla seconda Guerra Mondiale, dopo di che ha dato solo la musica pop (meglio di niente). Invece, nel campo della filosofia e della scienza l’Inghilterra ha partorito solo mostri: il nominalismo estremo, l’empirismo, lo scetticismo, la pseudo-scienza malthusiana, la pseudo-scienza darwiniana, l’eugenetica e il razzismo.
L’Italia da sola ha dato molto di più solo alla scienza e alla tecnica. Alcuni nomi recenti: Marconi, Fermi, Perotti (sconosciuto inventore del primo modello di pc).
L’Italia ha dato al mondo il cinema più grande del mondo per qualità: Rossellini, De Sica, Fellini, Antonioni, Pasolini…. Poi è finito tutto per colpa dei finanziamenti statali, e ci teniamo Sorrentino.
Infine, l’Italia ha avuto una industria automobilistica all’avanguardia e una industria della moda all’avanguardia.


Insomma, anche nell’ultimo secolo l’Italia ha dato molto al mondo. Ma il mondo deride gli italiani, trattandoli come mafiosi o pagliacci buoni solo a fare la pizza. E noi ci lasciamo insultare. Cosa c’è dietro questi insulti? Ma è semplice: la cultura razzista. E dove è nato questo razzismo? Proprio in Inghilterra.
Gli inglesi inventano le peggio schifezze filosofiche, i francesi le divulgano in maniera piacevole e brillante, i tedeschi perfezionano le schifezze elevandole a sistema. Gli inglesi (Locke, Hume, Berkley) hanno inventato l’empirismo nominalistico, i tedeschi (Kant, Hegel, Marx) ci hanno costruito sopra poderose cattedrali di pensiero che hanno portato al totalitarismo politico. Gli inglesi hanno inventato il razzismo e l’eugenetica “scientifiche” (Darwin, Galton), i tedeschi le hanno messe in pratica con teutone efficienza ossia hanno usato le tecniche di smaltimento industriale dei rifiuti per smaltire efficientemente gli scarti umani geneticamente imperfetti (ebrei, disabili eccetera) in stabilimenti all’avanguardia di nome Auschwitz, Birkenau, Dakau eccetera. Insomma, furono i mastrini inglesi a spingere quell’artista fallito di Monaco, che adorava Darwin come il suo dio, sulla strada di una brillante carriera politica.
Riassunto della teoria evoluzionista-razzista eugenetica di Charles Darwin e suo cugino Galton (i due porci si tenevano in contatto scambiandosi idee): all’interno della razza umana ci sono umani “inadatti” e umani “adatti”, i primi sono spazzati via dalla “selezione naturale” mentre i secondi sopravvivono e si riproducono (“survival of the fittest”); purtroppo la civiltà ha allontanato l’uomo dalla “selezione naturale” e così umani “inadatti” sopravvivono e si riproducono; “adatti” sono gli uomini forti e sani biondi e con gli occhi azzurri, “inadatti” sono gli umani affetti da qualunque tara ereditaria e tutti quelli che non sono biondi e con gli occhi azzurri; fra i non biondi, i più “inadatti” ossia più vicini alle scimmie sono i “negri”, mentre asiatici, sudamericani, semiti e mediterranei (italiani, greci e spagnoli) sono a metà strada fra i “negri” e i nordici ossia sono un quarto scimmie.
Per quanto riguarda gli italiani, la pubblicistica razzista-eugenetica affermava che fossero molto portati al crimine per ragioni genetiche. E così negli anni venti nacque il mito italiani = mafiosi. E il bello è che i primi a credere a questa equazione razzista e storicamente infondata sono proprio gli italiani, in particolar mondo gli italioti provinciali tossico-anglo-dipendenti, gli stessi che dispero di poter curare dalla loro triste addiction.
Ma italiani = mafiosi è una menzogna storicamente infondata: infatti OGNI GRUPPO ETNICO – anche quello anglosassone – HA AL SUO INTERNO FENOMENI DI ASSOCIAZIONE A DELINQUERE. Credete davvero che Al Capone fosse il gangster più potete d’America negli anni venti? Manco per le palle: il più grande era un anglosassone di discendenza inglese. Inoltre, non si dice che la mafia più potente di Chicago era di origine irlandese. Al Capone era solo il più famoso. Perché? Perché i giornali ne parlavano di più, come fosse un capro espiatorio: “Cari americani, noi siamo puri di cuore, questi stranieri di razza inferiore stanno rovinando l’eden senza peccato costruito dai padri pellegrini”. Si voleva fare credere alla gente che la superiore razza celto-germanica-anglosassone fosse immune al crimine per meriti genetici. Poi Hollywood ha consolidato, divulgato ed eternizzato questa menzogna: nei film di Hollywood gli italiani di Little Italy son tutti dei simpaticoni legati a famiglie mafiose, mentre più in generale il poliziotto o il politico corrotto hanno sempre cognomi italiani (vedi anche il recente “American Hustle”).
Per vostra informazione, oggi la mafia-camorra-sacra corona unita messe insieme a livello globale (ossia al di fuori dell’Italia) contavano poco ieri e non contano nulla oggi. Le mafie più potenti a livello globale sono i cartelli del sud America, la mafia russa, le triadi dell’estremo Oriente e soprattutto la mafia giapponese: la temibilissima Yakuza. Nota bene: chi è molto addentro nelle cose giapponesi, sa che a Tokio non si muove foglia che Yakuza non voglia. Eppure, nessuno si sognerebbe di dire giapponesi = mafiosi. Anzi dei giapponesi è obbligatorio avere tutti una altissima opinione. Invece tutti a dire italiani = mafiosi pizza-mandolino. Ma quando vi accorgerete che è razzismo?
Al razzismo anti-italiano ho dedicato una serie di post che, secondo il sistema di rilevazione di WordPress, attirano costantemente una montagna di contatti da varie parti del mondo, specialmente da Germania e Inghilterra. Di fatto sono i post più ricercati. Evidentemente, i motori di ricerca portano al mio blog i poveri italiani all’estero, ricevere di subire sputi e insulti dai membri delle razze superiori dalla mattina alla sera. Come spiego nei iei articoli, il razzismo anti-italiano di recente si è espresso tramite la campagna anti-Berlusconi che ha infiammato i media stranieri:
http://reginadigiove.wordpress.com/2013/08/30/le-irragionevoli-ragioni-del-razzismo-anti-italiano-perche-gli-italiani-si-lasciano-insultare-senza-reagire/

 


P. S. una italiana residente in Inghilterra da parecchi decenni la pensa esattamente come me: Gaia Servadio, autrice del libro C’è del marcio in Inghilterra.  
Qui la recensione in pdf del suo libro, nelle immagini una selezione delle parti più interessanti fatta da me.

 

InghilterraMarcia1 InghilterraMarcia2 InghilterraMarcia3

IL SUICIDIO DI ROBIN WILLIAMS E L’ESISTENZA DI DIO

Annoto due pensieri fugaci sulla morte di ROBIN WILLIAMS. Pensiero numero uno: il fatto che le persone più ricche del mondo (ricche non solo di beni materiali ma anche di beni immateriali, come fama, successo, stima altrui, amore eccetera) siano particolarmente inclini alla tossicodipendenza, alla depressione e al suicidio può essere considerato una delle tante prove filosofiche indirette dell’esistenza di Dio (quelle dirette le ha messe in bella forma san Tommaso). Quando finiscono male, queste persone fortunate ci testimoniano che tutti i beni materiali e immateriali di questo mondo – beni di cui loro potevano disporre in abbondanza – non bastano a riempire il cuore dell’uomo. E se il cuore dell’uomo ha fame di “altro”, questo “altro” deve esistere. Analogamente, la fame esiste perché il cibo esiste.
Pensiero numero due: la tragica fine di Robin Wiliams mi appare come il punto di arrivo dei principi affermati da uno dei suoi personaggi più noti. In L’attimo fuggente, il professore-Williams diceva ai suoi studenti: “Cogliete l’attimo, non preoccupatevi del futuro, noi siamo cibo per vermi”. Ma gli attimi finiscono troppo in fretta e  non restano che i vermi. In fondo alla strada del nichilismo allegro ed edonistico insegnato da quel professore, come da tutta la cultura contemporanea, c’è l’abisso della disperazione.

Certamente no dobbiamo confondere l’attore col personaggio. Ma c’è comunque qualcosa di casualmente simbolico nel fatto che verso il 1990 il futuro suicida abbia sostenuto proprio quella parte. Mi viene da pensare che egli abbia davvero assorbito qualcosa dal (per me malefico) personaggio del professore epicureo. Sarebbe stato meglio che Robin prendesse qualcosa da Parry, il personaggio che Williams interpretò nel film La leggenda del re pescatore (Terry Gilliam, 1991): un folle puro di cuore che cerca il Santo Graal, come un moderno e surreale Parsifal (e non a caso di Parsifal si dice “puro folle” ). Con la sua gioia, il suo stupore per ogni cosa, riesce a sollevare Jack (interpretato da Jeff Bridges) dal suo smarrimento esistenziale. Quando Jack sta per buttarsi nel fiume, arriva il puro folle a salvarlo. Purtroppo, non c’era un Parry a salvare Robin Williams dal suo gesto disperato.

FINE DEL CRISTIANESIMO, FINE DELLA SCIENZA

Ieri alle pagine 50-51 Repubblica è apparso un articolo interessantissimo su cui bisognerebbe riflettere: “Formidabili gli anni 70 della scienza. Ma ora che cosa ci inventiamo?” In sostanza, un ricercatore ha dimostrato che dopo gli anni 70 il progresso scientifico ha cominciato a rallentare. Sono state date diverse spiegazioni a questo fenomeno, ognuno si scelga la sua. Io ne propongo un’altra: negli anni immediatamente successivi alla contestazione del 68 c’è stata una rapida accelerazione del processo di secolarizzazione-scristianizzazione della società, già in atto da decenni. Ebbene, guarda caso, proprio in quegli anni il progresso toccò il suo apice e poi cominciò a rallentare. Evidentemente, la scristianizzazione non ha fatto bene al progresso scientifico.

Punto numero uno, per mandare avanti il progresso occorre avere fede nel fatto che l’universo abbia una struttura razionale. Ma l’ateismo, avendo negato l’esistenza di un Dio-Logos che ordina l’universo in maniera razionale, alla lunga finisce per non credere più nella possibilità stessa di fare scienza, che infatti oggi è attaccata da visioni nichiliste e insopportabili teorie del caos.

Punto numero due, per mandare avanti il progresso tecnologico bisogna prima mandare avanti il progresso scientifico. E per mandare avanti il progresso scientifico, occorre non soltanto avere fede nella razionalità dell’universo ma anche credere fermamente che la conoscenza in sé stessa, svincolata da ogni fine pratico, meramente utilitario, sia un bene in sé stessa e poi occorre avere una inclinazione alle virtù della pazienza e dell’abnegazione. Infatti, il percorso di conoscenza intrapreso di uno scienziato è irto di ostacoli. Per guadagnare un solo successo, lo scienziato deve sopportare una serie di insuccessi. Ma se nessun gli ha insegnato queste virtù, chi glielo fa fare allo scienziato di sopportare una vita di sacrifici? E chi gliele insegna queste virtù, se non la Chiesa? Se invece è impregnato della visione edonista inculcata dall’ateismo di massa, che ha distrutto una dopo l’altra tutte le virtù cristiane, lo scienziato mirerà soltanto ad ottenere risultati immediati e breve termine. Nel concreto, l’edonismo ateo trasformerà la scienza in una piccola scienza che mira solo al profitto, prostituendosi all’industria. Questa piccola scienza venale è ben rappresentata nel film di culto Blade Runner, laddove il capo della Tyrrel corporation dice: “Il business è il nostro scopo,  più umano dell’umano è il nostro motto”. Ebbene, oggi non siamo tanto lontani dalla Tyrrel Corporation. Infatti, oggi on abbiamo grandi scoperte scientifiche ma solo grandi invenzioni tecnologico-commerciali (dall’ipod all’ipad allo smartphone) e nuove tecniche per la manipolazione della vita (fecondazione assistita eccetera) finalizzate a soddisfare i desideri edonistici-egoistici degli individui (soprattutto il desiderio di figli sani e belli a tutti i costi). 

P. S. Quest’anno si commemora l’anniversario dello sbarco sulla Luna: l’ultima grande impresa scientifica basata su una grande visione della scienza e dell’uomo. Ebbene, non è affatto casuale che molti degli astronauti e molti scienziati che lavoravano al progetto Apollo (compreso Buzz Aldrin) fossero cristiani. Buzz Aldrin citava la Bibbia mentre era in orbita, mentre altri astronauti, nelle successive missioni, si confessarono e comunicarono prima di imbarcarsi.

CONSEGUENZE A LUNGO TERMINE DELLA LEGGE A FAVORE DELL’EUTANASIA

Prima fase: alcuni malati incurabili chiedono la morte, e i medici pietosi li accontentano.

Seconda fase: i parenti convincono malati incurabili a chiedere la morte (ossia a togliersi di mezzo per non rovinare le loro ferie), e i medici pietosi li accontentano.

Terza fase: i medici pietosi cominciano a somministrare la morte anche ai malati che non la chiedono e che non la desiderano, ma che non possono esprimere la loro opinione perché magari sono in coma. “Se potessero parlare – dicono i medici pietosi – chiederebbero sicuramente la morte”.

Quarta fase: i medici pietosi cominciano a somministrare la morte anche ai malati curabilissimi che chiedono la morte perché sono affetti da manie suicide a causa della solitudine e della depressione.

Quinta fase: i medici pietosi somministrano la morte ai malati curabilissimi che non hanno manie suicide. “Se fossero meno egoisti, chiederebbero loro stessi di non pesare più sul sistema sanitario nazionale. Se inoltre conoscessero bene la teoria di Darwin, saprebbero inoltre che i deboli e i malriusciti non devono vivere e riprodursi per non danneggiare la specie”.

E a quel punto riapriranno le camere a gas per i deboli, i malriusciti, i malati mentali e gli individui di “razza inferiore”.

L’EUTANASIA E’ UN COROLLARIO DELL’EUGENETICA NAZISTA
I PRIMI AD ADOTTARLA FURONO I NAZISTI
L’AKTION T4 (PIANO DI STERMINIO DEI DISABILI) E LA STESSA “SOLUZIONE FINALE” FURONO CONCEPITE COME “EUTANASIA PIETOSA” PER LE “VITE INDEGNE DI VITA”.

Voi direte: per il momento i paesi in cui l’eutanasia è legale stanno passando ancora attraverso prima fase. E no, non siete informati: l’Olanda sta per entrare nella quarta fase, la quinta seguirà a ruota.

 

 

 

GLI SCIENZIATI DICONO CHE LA FEDE RENDE STUPIDI. E come mai la scienza è nata dalla fede?

 

Bambini esposti a religione hanno difficoltà a distinguere la realtà dalla finzione. Lo studio su Cognitive Science (FOTO)

 

Uno studio scientificissimo e convincentissimo ha dimostrato in maniera scientificissima e convincentissima che la religione cattolica, con tutti i suoi miracoli, lesiona irrimediabilmente la mente innocente dei poveri fanciulli, rendendoli incapaci di distinguere fra realtà e fantasia.
Accidenti, mi hanno convinto… Oh no, restano alcuni dettagli marginali da chiarire..
Don’t panic: sono sicura che gli illuminati benpensanti benestanti che hanno redatto questo scientificissimo e convincentissimo studio sapranno spiegarmi in maniera scientificissima, convincentissima e pure brillantissima come mai, se è vero che la religione cattolica distacca la mente dalla realtà, la scienza sia nata da una costola della teologia (haimé, lo hanno dimostrato in maniera definitiva degli studiosi rompiballe come Thomas Woods e Rodney Stark, per tacere di altre decine di studiosi rompiballe che non leggono l’Huffington Post) e come mai, quando l’Europa divenne cristiana, scomparvero una dopo l’altra tutte le divertenti superstizioni magiche lasciate in eredità dal paganesimo antico (perché quei rompiballe di preti e vescovi si ostinavano a combatterle), e come mai, quando il Cristianesimo cominciò a indebolirsi per merito di eroici umanisti prima ed eroici illuministi dopo – che l’Eterno Ritorno li abbia in gloria! – non solo comparvero nuove superstizioni (l’alchimia e la superstizione stregonica, per dirne solo due) ma cominciò ad emergere una piaga prima sconosciuta all’umanità: la tossicodipendenza di massa.
Per quanto riguarda la caccia alle streghe, decine di studiosi rompiballe ha dimostrato che la stregoneria era sconosciuta nel Medioevo, apparve nel Rinascimento in area protestante (soprattutto grazia ad un ceto Lutero, che i preti e i vescovi no li poteva vedere) ed infine fu stroncata – avete letto bene: stroncata – dai tribunali della santa inquisizione.
Per quanto riguarda la droga una abbondante letteratura testimonia che hashish e oppio cominciarono a diffondersi in maniera virale alla fine del Settecento, prima fra le classi nobiliari e poi fra il popolo. Francamente, non mi risulta che una mente sconvolta tipo “paura e delirio a Las Vegas” sia molto capace di distinguere la realtà dalla fantasia. E taccio sulla diffusione epidemica di nuove superstizioni nel mondo moderno. se alla fine dell’Ottocento positivista andavano forte le sedute spiritiche, oggi invece vanno forte gli ufo i rettiliani, le scie chimiche, l’astrologia, i microchip sottopelle e pure la dieta del gruppo sanguigno, o quella del ph.
Infine, questi illuminati e illuminanti studiosi sapranno sicuramente farmi capire come mai, se è vero che la religione uccide la scienza mentre l’ateismo la scienza, oggi tizi atei e nichilisti come Umberto Galimberti sostengono sulla scorta di Friedrick Nietzsche – eroico combattente contro il cristianesimo, che l’Eterno Ritorno lo abbia in gloria! – che la scienza è una favola come la religione.
O Santo Eterno Ritorno, Sacra Materia universale, non sarà mica vero che chi non crede in Dio prima crede in tutto, anche nei rettiliani, e poi finisce per non credere più in nulla, neppure nella scienza? 

IL PECCATO? UN PIACERE BLOCCATO.

Articolo apparso sul numero di Pepe uscito in marzo: 

PECCATO

Una volta il peccato in tutte le sue forme appariva scandaloso (“dare scandalo” significa letteralmente esibire in pubblico determinati peccati, in primo luogo quelli di carattere sessuale). Invece oggi è il concetto stesso di “peccato” a suscitare scandalo. La cultura contemporanea ammette il concetto di reato ma non quello di peccato. La differenza fondamentale fra reato e peccato, è che il primo è allo stesso tempo immorale e contrario alle norme del contratto sociale, mentre il secondo è immorale ma non contrario a tali norme. Nel concreto, uccidere e rubare sono allo stesso tempo peccati e reati, mentre commettere atti di lussuria e abbandonarsi all’iracondia sono solo peccati. Ebbene, per la cultura contemporanea nulla può essere considerato peccato in quanto nulla, a parte i reati, può essere vietato all’uomo. Sembra proprio che oggi si ammetta il termine “peccato” solo come sinonimo di piacere e perfino di bellezza. Ad esempio, nel linguaggio pubblicitario le espressioni “peccati della gola” e “peccati della carne” hanno tutto fuorché una connotazione negativa. Per quanto riguarda l’arte, oggi l’aggettivo “scandalosa” riferito ad un’opera d’arte (cinematografica, letteraria, teatrale eccetera) è quasi sempre sinonimo di “bella”. Evito di fare l’elenco dei film semi-pornografici che hanno entusiasmato critica e pubblico dei festival cinematografici perché sarebbe troppo lungo.

Se la cultura contemporanea associa il concetto di peccato al concetto di piacere, invece una certa cultura cattolica associa il concetto di virtù al concetto di dovere senza piacere ed inoltre separa il concetto di bene dal concetto di bello. Ma siamo seri: chi preferisce il dovere al piacere? E chi preferirebbe una virtù intesa come puro dovere ad un peccato inteso come fonte di piacere?  Quindi, una debole cultura cattolica incentrata su un astratto dovere ha poche possibilità di contrastare efficacemente la diffusione di una cultura edonista, che esalta specialmente i peccati della carne.

La condizione fondamentale per combattere contro la cultura edonista e permissiva è ricomporre la frattura culturale fra etica ed estetica ed anche fra etica ed edonismo. Si tratta infatti di fratture dolorose, che contraddicono la natura profonda dell’essere. A livello spirituale, il bello è l’apparire del bene. Andando più a fondo, Dio è Verità, Bene e Bellezza infiniti. Parallelamente, per quanto possa sembrare scandaloso a certi cattolici, inconsapevolmente impregnati di anti-edonismo puritano, a livello spirituale il bene è intrinsecamente piacevole, dal momento che è orientato al “sommo piacere” (Paradiso XXXIII, 33). In altri termini, la Verità, il Bene e la Bellezza infiniti sono fonte dell’infinito piacere della beatitudine. Scrive a questo proposito Von Balthasar: «La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto». 

Come il bello è l’apparire del bene, così il brutto è l’apparire del male. Contrariamente alle apparenze, nel male non c’è nulla di bello e di piacevole. Peccare non significa semplicemente contraddire una norma astratta ma distruggere qualcosa di bello. E ‘ come appiccare il fuoco un giardino meraviglioso oppure fare a pezzi con l’accetta una grande opera d’arte. Anzi, peccare è come sfregiare il proprio volto, rendersi brutti e ripugnanti. Purtroppo, basta una parola cattiva per rendersi brutti. Per fortuna, basta pentirsi davanti al confessore per tornare belli.

Dunque, a livello spirituale il bene è bello e piacevole mentre il male è brutto e spiacevole. Ma abitiamo nel mondo materiale, non nel cielo dello spirito. Certamente non possiamo accogliere l’idea gnostica e catara che la materia sia intrinsecamente “cattiva” e fonte di ogni male. Per chiarirci, la radice ultima del male è tutt’altro che materiale: il diavolo è puro spirito. Tuttavia, sappiamo che il peccato originale ha prodotto una frattura fra spirito e materia. Pure non essendo intrinsecamente cattiva, la materia in qualche misura offusca, “disturba” – come le interferenze disturbano un segnale radio – la manifestazione del vero, del bene e del bello, che sono realtà spirituali (“universali” nel linguaggio tomista).  Ad esempio, la bellezza di un dipinto antico può essere offuscata dalla sporcizia dei secoli e dal degrado dei materiali. Più prosaicamente, le macchie possono imbruttire irrimediabilmente un bel vestito. Analogamente, anche se conosciamo perfettamente l’unica e immutabile idea di bene, non è mai facile capire che cosa è giusto fare in ogni circostanza materiale, dal momento che ogni circostanza è diversa dall’altra.

Dunque, la materia non ostacola ma comunque offusca in qualche misura l’apparire degli “universali”. Ma consideriamo soltanto l’universale bene. Oltre a non manifestarsi sempre chiaramente in ogni materiale circostanza, il bene non appare sempre come bellezza. Cristo, Dio fatto uomo, non può che essere “il più bello dei figli dell’uomo”. Ma il profeta Isaia ci avverte: «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere» (53,2). Cristo è bellissimo ma la sua bellezza non appare mai in tutto il suo splendore. Durante la Passione, appare addirittura sfigurata. Il corpo di Cristo appare devastato dalle ferite e dai segni delle percosse, le espressioni di sofferenza tolgono grazia al suo viso. La Passione e la Morte di Cristo insegnano che la sofferenza è la condizione misteriosa dell’amore. Non può esserci amore senza sacrificio e non può esserci sacrificio senza dolore. Non ama veramente chi non è pronto a compiere qualche sacrificio per il bene della persona amata. In generale, fare il bene costa sempre una certa quantità di fatica e sacrificio, ora piccola o piccolissima e ora grande. Come dunque il più bello dei figli dell’uomo diventa “simile a verme” durante la Passione (Cfr. Samo 21 22: «Ma io sono un verme e non un uomo, \ rifiuto degli uomini, disprezzato dalla gente. \ Si fanno beffe di me quelli che mi vedono, \ storcono le labbra, scuotono il capo.»), analogamente i comportamenti virtuosi e le opere buone possono apparire poco piacevoli se non del tutto spiacevoli, quando non gravose. Senza dubbio, usare un po’ del proprio tempo libero per soccorrere i bisognosi non è entusiasmante come andare al cinema o allo stadio.

La fatica e il sacrificio sempre inevitabilmente connessi allo sforzo di fare il bene sono condizione non soltanto dell’amore ma anche della libertà. Se il bene apparisse sempre bello, se in altri termini fare le opere buone fosse sempre piacevole, tutti aderirebbero sempre irresistibilmente al bene e quindi nessuno ne avrebbe il merito. Invece, un atto buono è un atto meritevole proprio perché è difficile.

Dunque il bene può apparire poco attraente, in certi casi addirittura brutto. Simmetricamente, il male può apparire addirittura bello. Ad esempio, la fedeltà coniugale appare meno attraente del libertinaggio, la generosità appare meno seducente dell’avidità. Nel monte del Purgatorio il peccato si presenta a Dante pellegrino nella forma simbolica di una bellissima, seducente sirena. Ma in realtà la sirena è una pura apparenza, quasi una illusione ottica che nasconde una «femmina balba, \ ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, \ con le man monche, e di colore scialba» (Purgatorio, XIX, vv. 7-9).

Peccare significa propriamente cedere alle lusinghe di una “sirena” ossia ad una apparenza di piacere e di bellezza. Il male può rivestirsi di una apparenza di bellezza, ma la bellezza non appartiene al male, è addirittura incompatibile col male. Il diavolo è “scimmia di Dio”: non può produrre un solo briciolo di bene e bello ma soltanto copie ingannevoli e distorte di essi. Per fare un solo esempio, il numero esorbitante di morti causato dal comunismo prova in maniera chiara e incontrovertibile che il concetto marxista di “giustizia sociale” è una imitazione menzognera, distorta, diabolica del vero concetto di giustizia. Per quanto possa apparire scandaloso ai non pochi cattolici divenuti inconsapevolmente puritani, neppure il piacere appartiene al male in quanto tale. Il tentatore può usare il piacere naturale come esca, ma non può produrlo. Il piacere del peccato è un uso distorto e un abuso del piacere naturale in quanto tale. Ad esempio, la lussuria è un abuso del piacere sessuale, che ultimamente è un dono di Dio all’uomo. Per quanto riguarda la lussuria, il tentatore usa come esca non soltanto il piacere ma anche la bellezza dei corpi, che è opera di Dio. Sant’Agostino sottolinea che spesso dietro la lussuria c’è l’amore per la bellezza dei corpi, che come è noto sono ad immagine e somiglianza di Dio. Egli descrive la lussuria come una maniera sbagliata e fallimentare di godere della bellezza dei corpi, che ultimamente allude alla Bellezza assoluta, infinita. Dal momento che dunque quel vizio deplorevole contiene due giusti amori (l’amore per il piacere sessuale e l’amore per la bellezza dei corpi) sant’Agostino si spinge addirittura a tessere un paradossale elogio della lussuria. Senza concedere la benché minima giustificazione al peccato, il santo elogia l’amore che i lussuriosi hanno per la bellezza dei corpi, invitandoli a liberare questo amore dal vizio carnale che lo imprigiona e a dirigerlo al suo vero oggetto, che è la bellezza di Dio. Analogamente, egli tesse un elogio paradossale della superbia, invitando i superbi a liberare il giusto amore di sé stessi dalla prigione della sopravvalutazione di sé stessi.

I sette vizi capitali sono distorsioni ed esasperazioni di giuste inclinazioni e giusti “amori” per le cose. In effetti, alla radice dei vizi c’è l’idolatria. Idolatrare significa aspettarsi la soddisfazione del desiderio di felicità da qualcosa che non è Dio: dal sesso (lussuria) dal denaro (avidità), dai beni materiali e spirituali altrui (invidia), dall’ammirazione altrui (vanità), dai propri successi mondani (superbia) eccetera. Ma appunto, l’idolatria è sbagliata per la semplice ragione che nessun bene o circostanza terrena potrà soddisfare il desiderio di felicità, perché tutti i beni terreni sono finiti, mentre il desiderio dell’uomo è infinito. Il nostro cuore non desidera soltanto questo o quel piacere, ma soprattutto il “sommo piacere” del paradiso. Consapevoli del fatto che i beni terreni sono finiti, non dobbiamo disprezzarli ma piuttosto usarli in funzione dell’infinito. Il sesso, il denaro, il cibo, i successi professionali e tutto il resto sono cose importanti, che dobbiamo gustare come piccole anticipazioni dell’infinito e utilizzare come strumenti di un bene più grande, che è il regno di Dio.

Abbiamo visto che su questa terra, paradossalmente, il bene può apparire brutto e il male può apparire bello. In altri termini, fare il male è nell’immediato (solo nell’immediato) più piacevole che fare il bene. C’è una certa analogia fra il peccare e il drogarsi. La straordinaria eccitazione e le favolose allucinazioni donate dalla droga sono immediate ma effimere: si disperdono in fretta, lasciandoti più infelice e depresso di prima, per tacere delle devastanti conseguenze sulla salute. I piaceri peccaminosi non sono meno effimeri dei piaceri stupefacenti, considerando che gli stessi piaceri stupefacenti sono peccaminosi. Prendiamo ad esempio un uomo stanco della moglie. Una bella amante può donargli nell’immediato tutte le emozioni e i piaceri che la moglie non può più donargli, ma si tratta di emozioni e piaceri che sono necessariamente effimeri. Le amanti “durano” poco: bisogna cambiarle spesso (date un’occhiata alla vicenda del presidente francese Hollande, che ha “tradito” l’amante dopo avere tradito la moglie). Inoltre, i piaceri e le emozioni dell’adulterio non lo rendono più felice, mentre paradossalmente lo sforzo della fedeltà alla lunga può riservare molte piccole gioie, che sono tanti piccoli anticipi dell’infinito. Più precisamente, il peccato di adulterio, per quanto piacevole, lo porta più lontano dal destino ultimo, che è “sommo piacere”, mentre la fedeltà coniugale, anche se sembra del tutto priva di piacere, lo fa avvicinare sempre di più al “sommo piacere”. In sostanza, la strada che porta all’infinita felicità, passa proprio attraverso la “porta stretta” della fedeltà coniugale e, più in generale, della pratica del bene.

Dunque per resistere alla seduzione del male occorre la capacità di riconoscere sempre immediatamente che, al di sotto delle sue seducenti apparenze, il male è brutto, spiacevole, ripugnante. Ma c’è qualcuno che è capace di provare una istintiva ripugnanza del male? Neppure il più integerrimo e fedele uomo sposato riuscirebbe a non sentirsi, suo malgrado, attratto dal peccato di adulterio. E quanto a lungo potrebbe resistere, se fosse tentato ogni giorno, ogni ora, da una donna di eccezionale bellezza? Non solo l’adulterio e la lussuria, ma ogni “vizio capitale” è seducente. Noi possiamo avere mille ottime ragioni per detestare ognuno dei sette vizi capitali, possiamo addirittura scrivere interi trattati contro il peccato, ma non per questo smetteremmo di provare una certa istintiva inclinazione verso uno o più vizi capitali. Questa nostra scarsa capacità di resistere alla seduzione del male ha una causa precisa: il peccato originale. Dal momento che ogni uomo ha dentro la ferita del peccato originale, nessun uomo è capace di non commettere mai peccato. Per quanto sia faticoso da ammettere, noi siamo inevitabilmente peccatori. Ma non dobbiamo disperare: Dio ci offre il suo perdono e ci dona la sua grazia, che ci rende sempre meno incapaci di resistere alla seduzione del peccato.

Come si dice, errare è umano, perseverare è diabolico. In altri termini, cedere di tanto in tanto alla seduzione del peccato è inevitabile e quindi scusabile, cedervi sempre e consapevolmente, per partito preso, è inescusabile. Inoltre, la perseveranza nel peccato genera il vizio, che è una forma di dipendenza dal peccato. C’è una certa analogia fra il vizio e la tossicodipendenza: come il tossicodipendente è alla continua ricerca di “dosi”, così il vizioso cerca sempre affannosamente di rinnovare i piaceri effimeri del peccato. Come la droga crea una dipendenza quasi sempre mortale, così “chi commette peccato è schiavo del peccato”. (Segnalo che nel memorabile film The addiction, diretto da Abel Ferrara, una paradossale tossico-dipendenza vampiresca da sangue, che si trasmette come un virus da persona a persona, diventa metafora del peccato.) Non a caso, Jacques Maritain diceva che la droga è “sacramento di Satana”.

Da un certo punto di vista, possiamo paragonare il peccato all’illusione, dal momento che il piacere del peccato è illusorio. Amare il peccato in quanto tale, sapendolo peccato, è come amare l’illusione sapendola illusione. In una scena significativa del film Matrix (fratelli Wachowski, fantascienza, Usa, 1999) il “traditore” Cypher dice all’agente Smith: «Io so che questa bistecca non esiste, so che quando la infilerò in bocca, Matrix suggerirà al mio cervello che è succosa e deliziosa. Dopo nove anni, sa che cosa ho capito? Che l’ignoranza è un bene». Subito dopo, Cypher (il cui nome allude evidentemente a Lucypher: Lucifero) vende il “messia” Neo (la cui figura allude chiaramente a Cristo) agli agenti di Matrix in cambio della illusione di una vita dorata. Riferimenti evangelici a parte, questa scena pone un quesito interessante: se si tratta di scegliere fra una illusione bella e una realtà brutta, perché non bisognerebbe scegliere l’illusione? Se la nostra vita è grigia, perché non dovremmo drogarci o in alternativa chiuderci per tutta la vita dentro un apparecchio che crea una stupenda realtà virtuale? Su un altro piano, se la pratica del bene è difficile a faticosa, perché non dovremmo preferire il piacere immediato fornito dal peccato? Non è meglio arricchirsi spropositatamente e disonestamente derubando i risparmiatori a Wall Street (in riferimento al film di Martin Scorzese The wolf of Wall Street) piuttosto che vivere onestamente con 2000 euro al mese?

In effetti, a giudicare dallo incremento esponenziale del consumo mondiale del “sacramento di Satana”, al giorno d’oggi molti scelgono l’illusione. Ma l’illusione ha le gambe corte. Per quanto belli e appaganti, i piaceri illusori generati dalla droga o dalla vita dissoluta non ti fanno avvicinare di un centimetro alla vera felicità. Per quanto possa essere dura e spiacevole, è nella realtà che si gioca la partita della felicità. Per “vincerla”, bisogna fare il bene. Ma il Bene, il Vero e il Bello assoluti non sono rimasti in cielo. Dio si è incarnato in Cristo, che entra nella realtà per aiutarci a giocare questa partita.

Come si è detto, paradossalmente in questa terra il bene appare spesso meno seducente del male e la bellezza stessa di Cristo non appare subito in tutto il suo splendore. Ma appunto, si tratta solo di apparenze. A lungo andare, se lo si segue portando la propria croce, la presenza di Cristo, che si manifesta attraverso le persone che compongono la sua Chiesa, appare più attraente di qualunque altra cosa o persona al mondo. Capisci che tutto il mondo anzi tutto l’universo è nulla in confronto a lui e allo stesso tempo ti accorgi che la sua presenza illumina ogni cosa che è nell’universo. In sua compagnia, ogni cosa diventa più interessante. Anche un boccone di carne “succosa e deliziosa”, se lo mangi in sua compagnia è più buono.  

LE MASCHERE DI “EYES WIDE SHUT”

DOCUMENTARIO SULLE MASCHERE DI “EYES WIDE SHUT” di Filippo Biagianti e Massimiliano Studer

Nell’ultimo capolavoro di Stanley Kubrick, che usciva al cinema quindici anni fa, le maschere veneziane hanno un ruolo centrale. Dal momento che in certe scene gli attori recitano con il volto coperto, si potrebbe dire che le maschere abbiano quasi un ruolo da protagoniste. Di recente, Massimiliano Studer di Forma Cinema ha decido di indagare su queste maschere. Chi le aveva prodotte? Dopo pazienti ricerche, è riuscito a trovare la bottega veneziana da cui sono uscite: Kartaruga. Con l’aiuto di Filippo Biagianti, ha prodotto un  documentario su questa piccola, oscura bottega aperta a Venezia negli anni Ottanta che nel decennio successivo attira l’attenzione del più grande regista del mondo. Il padrone della bottega e autore delle maschere acquistate da Kubrick svela che la sua idea non era di riprodurre fedelmente le classiche maschere veneziane (quelle che si vedono nei quadri di Longhi e in qualche affresco di  Tiepolo, per intenderci) ma rielaborarle in senso moderno anzi post-moderno, contaminandole con elementi tratti dalle culture figurative esotiche (orientale, precolombiana eccetera) e arricchendole con qualche sfumatura di gusto “pop”. Ma questo documentario può essere anche letto come un elogio della piccola impresa individuale. Negli anni Ottanta un artigiano decide di mettere a frutto i suoi talenti artistici, assumendosi i “rischi d’impresa” legati alla gestione di una bottega. Col tempo la sua attività di ingrandisce al punto che può permettersi di  aprire una succursale a Londra, dove un giorno entrerà per caso un collaboratore di Stanley Kubrick. La “morale” della favola delle maschere è che quando gli italiani, invece di attaccarsi alle tette dello stato-ladro, decidono di mettere a frutto i loro talenti estetici rischiando in proprio, possono andare molto lontano. In tutti gli Usa, non c’è una sola bottega da cui escano maschere lontanamente paragonabili a queste . Kubrick è dovuto venire in Italia per trovarle.

Questo documentario ha fatto strada: è passato su Rai Tre ed è stato segnalato da un famoso blogger americano e da un importante sito americano di cinema, consultato da registi famosi.

Il documentario è andato in onda su Fuori Oraio, Rai tre, sabato 8 marzo 2014

WELCOME TO SOMERTONE Kubrick connections and the mystery of Eyes Wide Shut

CINEPHILIA AND BEYOND SU VIMEO

CINEPHILIA AND BEYOND 

Post Navigation

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 25 follower