Se digitate “Fantozzi” su google, escono migliaia di link. Tutti gli italiani ne parlano, tutti citano le frasi più celebri dei suoi film. Su Facebook si trovano addirittura i profili fake di Fantozzi e di tutti i personaggi della serie, compresi i leggendari mega-direttori della mega-ditta. Ma fra tutti questi link, non è possibile trovare una sola recensione firmata da qualche illustre critico, una sola analisi seria del suo personaggio. L’unico ad accorgersi che Paolo Villaggio è molto più di un comico, che è un autentico genio della comicità, è stato Alessandro Baricco. Ma Baricco esamina i libri su Fantozzi scritti da Villaggio, pubblicati nei primi anni Settanta, non la lunga serie dei film. Mancava ancora una analisi seria del personaggio cinematografico di Fantozzi. Per rimediare a questa deplorevole mancanza, ho provveduto a scriverla io una analisi il più possibile seria, ma allo stesso tempo anche divertente, dei film del ragioniere più amato dagli italiani. Dal mio punto di vista, la comicità di Fantozzi-Villaggio è pura poesia.
Lo studio su Fantozzi è stato pubblicato sul sito Forma Cinema. Per leggerlo, dovete scaricare la versione pdf che trovate al seguente link:
Alcuni mesi fa su RepubblicaMarco Lodoli ha denunciato che la cultura umanistica è in fin di vita. Ebbene, l’arte è la componente fondamentale della cultura umanistica. Se muore l’umanesimo muore la civiltà e se muore la civiltà muore l’uomo. Innanzitutto, dobbiamo chiederci: l’arte a che serve? A questa domanda san Tommaso d’Aquino ha dato una risposta definitiva: “L’uomo non può vivere senza diletti. Per questo, se sarà privato di diletti spirituali, passerà a quelli carnali”. Per tradizione, l’aggettivo “spirituale” si riferisce a tutto quello che concerne la dimensione non materiale dell’uomo, innanzitutto la dimensione della mente, che comprende non soltanto la ragione ma anche il sentimento, il desiderio, la volontà, la percezione, la memoria, la coscienza e infine anche l’inconscio. Ebbene, lo scopo dell’arte è proprio quello di dilettare la mente. Siccome solo l’uomo, fra tutte le creature, ha una mente, solo l’uomo fa arte. Quindi, la capacità di produrre e godere arte è ciò che distingue l’uomo dall’animale.
Quindi, togliendo l’arte, l’uomo ritorna animale. Ed è proprio quello che sta succedendo, almeno a giudicare ai termini più digitati sui motori di ricerca. Per farla breve, in quest’era che si suole denominare “post-moderna” è successo proprio quello di cui san Tommaso metteva in guardia: privati troppo a lungo di diletti spirituali, gli uomini si sono volti in massa ai diletti carnali. Mi riferisco al fatto che oggi il settore economico più fiorente a livello mondiale è quello della prostituzione e dei prodotti pornografici. Se fino a ieri i politici, per paura di apparire “bigotti”, hanno fatto finta di niente, oggi cominciano, sia pure timidamente, ad ammettere che forse sarebbe opportuno cominciare ad erigere qualche barriera per contenere, almeno contenere, lo tsunami colossale di liquami pornografici che sta inondando l’intero orbe terracqueo. Il governo islandese ha annunciato due mesi fa che metterà qualche blando divieto alla diffusione di pornografia via internet, e subito è stato accusato di bigotteria e oscurantismo. Onore al governo islandese. Tuttavia, i divieti e le sanzioni non bastano: per fermare lo tsunami pornografico occorre una vasta operazione culturale, incentrata sulla educazione estetica.
A dire il vero la pornografia è entrata da tempo come un virus, anche nell’arte stessa o, meglio, in ciò che gli somiglia. Per averne un’idea, pensate a un film che hanno visto tutti: Arancia meccanica di Stanley Kubrik. In una celebre scena, il teppista Alex (Malcolm McDowell) si introduce nella casa di una vecchia signora. Quando tocca un curioso oggetto poggiato sopra un mobile, la vecchia signora protesta: “Fermo non toccare: è una importante opera d’arte!” E il teppista esclama “vecchia porcona!”, che la dice tutta. Stanley Kubrick è stato davvero profetico: infatti oggi, a quaranta anni dall’uscita del film, nelle grosse esposizioni internazionali d’arte (arte?) ne potete trovare all’ingrosso di “importanti opere d’arte” in tutto simili a quella. Di tutti gli infiniti aspetti della vita umana, sembra che agli “artisti” più quotati a livello internazionale interessino solo il sesso, la morte e poco altro. Il problema è che non si sforzano neppure andare al fondo, di scandagliare il mistero, di cercare il senso recondito di questi aspetti fondamentali della vita umana. Anzi, si direbbe proprio che si sforzino di svuotarli di ogni senso, di volgarizzarli, di dissacrarli (è stato Roger Scruton a parlare di “dissacrazione” come carattere fondamentale dell’arte contemporanea). Guardano al sesso e alla morte non con sguardo di poeti ma con sguardo di depravati, sadici e perfino necrofili. Alcuni esempi: calchi in gesso di seni, falli e vagine umane (opere di JamieMcCartney), scheletri umani intenti a pratiche sodomitiche (opere di Jean-Marc Laroche), un busto umano composto di falli umani di plastica (opera di Tracey Emin), una mucca fatta a fette e uno squalo imbalsamato (opere di Damin Hirst), veri cadaveri umani scuoiati e plastificati (opere di Gunther Von Hagens). Gli psichiatri sanno bene che la pornografia confina con la scatologia. Non a caso, a volte gli artisti diventano addirittura simili a bambini che giocano con i loro escrementi (molto esplicite a questo proposito alcune performance di Paul McCarthy).
Ho detto che agli artisti mainstream interessa solo il sesso e la morte. Dimenticavo che sono morbosamente interessati anche ad un’altra cosa: i soldi. In effetti, le loro opere fruttano parecchio al “botteghino” dei musei e sono oggetto di colossali speculazioni finanziarie. Ebbene, il sesso e la morte c’entrano molto anche con i soldi. I produttori cinematografici sanno che, per vendere bene un film, bisogna riempirlo di sesso, violenza e cadaveri. Ebbene, gli artisti hanno imparato la lezione impartita dai produttori cinematografici e la applicano alla loro arte. Dal momento che va a punzecchiare direttamente la sfera degli istinti, scavalcando ogni barriera razionale, la rappresentazione del sesso e della violenza è una potente spezia psicologica. Più di recente, gli “artisti” hanno cominciato a fare largo uso di un’altra spezia: la provocazione. Per attirare l’attenzione del pubblico non c’è nulla di meglio che provocare scandalo, disgusto shock, ribrezzo o addirittura conati di vomito? Come si dice, che se ne parli male purché se ne parli. Oggi dire che un film “ha fatto scandalo” equivale ad elogiarlo e fargli una pubblicità gratuita. La provocazione si tinge spesso e volentieri di blasfemia. Pochi esempi: un crocifisso immerso nell’urina (opera di Gilbert e& George) una scultura che rappresenta Hitler in preghiera (opera di Maurizio Cattelan), una rana crocifissa (opera di Martin Kippenberger).
Quella che intasa le grosse esposizioni internazionali d’arte, sempre più simili a latrine, chiamatela come volete, ma non chiamatela arte. Infatti, fa tutto fuorché procurare diletti spirituali. E se non provoca diletti spirituali, non è arte. Oggi sembra realizzarsi la profezia di Hegel sulla “morte dell’arte”. Perché è morta? Quali le cause del decesso? Queste cause sono molteplici, ma tutte queste cause hanno a loro volta una unica causa, che è l’apostasia. Impossibile esaminare in questa sede tutte queste cause: lo farò in un saggio che sto scrivendo. Adesso esaminerò in maniera sintetica solo la causa principale: la negazione del valore oggettivo della bellezza.
La causa principale morte dell’arte è la morte della bellezza. Infatti la bellezza non è un accessorio, ma è l’elemento essenziale dell’arte, tanto è vero che una volta le arti si chiamavano “belle arti”. Anche noi istintivamente di una pittura o di un film diciamo “bello” oppure “brutto”. Per noi come per i più autorevoli critici, un’opera può dirsi “opera d’arte” solo se è bella. E per un meraviglioso paradosso, può essere bella anche se ha a tema il dolore e la morte (si pensi a certi dipinti che rappresentano la passione di Cristo). Solo di recente la filosofia ha decretato apertamente la morte della bellezza. Ma la lunga agonia del concetto di bellezza è iniziata almeno due secoli fa, al tempo dei Lumi. Paradossalmente, fu proprio allora che nacque una filosofia incaricata di definire questo concetto: la filosofia estetica. I contributi più importanti alla filosofia estetica li hanno dati David Hume, Edmund Burke, Alexander Baumgarten ed Emmanuel Kant. Per tutti loro, la bellezza non esisterebbe negli oggetti che percepiamo, ma solo nella nostra mente. In altri termini, la bellezza non sarebbe una qualità degli oggetti belli, ma un sentimento suscitato in noi da questi oggetti. Per gli empiristi David Hume ed Edmund Burke la bellezza coinciderebbe precisamente con un “sentimento di piacere” causato in noi da certe forme, non con le forme stesse che lo causano. Burke ritiene che questo sentimento sia universale, mentre Hume ritiene che sia individuale. In sostanza, per Burke a tutti gli uomini, in ragione della comune struttura fisiologica, piacerebbero le medesime forme, mentre secondo Hume le medesime forme non piacerebbero a tutti gli uomini, ognuno dei quali avrebbe suoi personali e incomunicabili gusti. Hume tuttavia cerca di evitare il relativismo estetico assoluto, sostenendo che certe persone avrebbero più “buon gusto” delle altre. Se una cosa piace ad una persona di buon gusto, suggerisce Hume, puoi stare certo che è veramente bella. A questo punto, Hume cade nel ragionamento circolare: è bello ciò che piace alle persone di buon gusto, hanno buon gusto le persone a cui piace ciò che è bello. EmmanuelKant ha il merito di avere superato l’edonismo superficiale dei due empiristi inglesi. Egli riprende da loro l’idea che la bellezza coincida col “sentimento di piacere”, ma questo sentimento lo distingue dal “piacevole”: bello non è “ciò che piace ai sensi nella sensazione” (che è appunto il piacevole) ma ciò che diletta la mente provocando “il libero gioco” di immaginazione e intelletto.
Ma in ogni caso Kant rende definitivo il soggettivismo estetico. Dopo Kant i principali teorici di estetica si sono preoccupati quasi esclusivamente di definire la natura e lo scopo dell’arte, tralasciando di definire la bellezza. Senza dubbio, accettano la definizione di bellezza fornita da Kant. Ma il fatto che gli stili e i gusti varino in continuazione da un luogo all’altro e da un’epoca all’altra sembra indicare che non tutti gli uomini condividono la medesima idea\sentimento di bellezza (in realtà non è così, come vedremo). Era dunque inevitabile che, un passo dopo l’altro, si arrivasse a negare anche l’esistenza di un’unica idea\sentimento di bellezza e che si affermasse il relativismo assoluto dei gusti. Partita da Hume, la filosofia estetica torna a Hume e anzi lo radicalizza. Se Hume ammetteva ancora, seppure incoerentemente, l’esistenza un “buon gusto”, adesso non si ammette neppure quello: “De gustibus non est disputandum”. Se i gusti sono tanti e nessuno è più vero dell’altro, al massimo si potrà fare una statistica dei gusti, e si potrà stabilire che l’opera che piace a più persone vale di più di quella che piace a meno persone. Se dunque alla gente piace vedere tutte le opere macabro-pornografiche di cui sopra, allora dal punto di vista relativista quelle opere sono arte, e chi lo nega è un bigotto oscurantista.
Ma adesso vediamo dove gli illuministi hanno sbagliato. Come abbiamo visto, la filosofia estetica settecentesca concepisce la bellezza come un sentimento o un’idea che non esiste al di fuori dell’uomo. Invece, prima dell’illuminismo nessuno aveva difficoltà a riconoscere che la bellezza esiste nelle cose come qualità oggettiva. Gli illuministi non sbagliavano affatto quando dicevano che noi tutti abbiamo la medesima idea\sentimento di bellezza. Ma il fatto che noi abbiamo questa idea\sentimento non significa affatto che la bellezza esista solo in questa idea\sentimento. Pensiamo alla matematica e alla geometria: esse sono vere sia nel nostro pensiero che nella realtà. Due più due fa quattro e l’ipotenusa è uguale alla radice quadrata della somma dei due cateti sia nel pensiero che nella realtà. Perché invece la bellezza dovrebbe esistere solo nel nostro pensiero?
Una volta ammesso che la bellezza esiste anche al di fuori della nostra mente, non ci resta che descriverla. Proviamo a paragonarla ad un colore, ad esempio al rosso. Non esistono soltanto le cose rosse ma anche il rosso, che è una certa gradazione delle onde luminose. E questa gradazione luminosa possiamo in qualche maniera isolarla dalle cose. Invece, la bellezza non è un fenomeno fisico e quindi non può essere isolata in provetta. Inoltre, è molto difficile da descrivere. Per noi è facile descrivere le singole cose belle, mentre è difficilissimo descrivere la bellezza stessa, intesa come qualità che accomuna tutte le cose belle. La varietà dei gusti e degli stili non dimostra che la bellezza è relativa, casomai dimostra che è sconfinata: la bellezza può manifestarsi in talmente tante forme che non si è mai finito di trovarle tutte. Descrivere la bellezza non significa dunque scegliere alcune forme belle a discapito di altre ma trovare gli elementi che hanno in comune le infinite forme belle. Ma a quanto pare, la bellezza è talmente misteriosa che nessuno è mai riuscito a trovare qualcosa come la formula chimica o matematica della bellezza. Al massimo, si è riusciti a stilare un lungo elenco di caratteristiche della bellezza: le principali sono, secondo tradizione, l’unità d’insieme e la proporzione fra le parti. Ma se è vero che tutte le forme belle sono unitarie e proporzionate, è altrettanto vero che non tutte le forme unitarie e proporzionate sono belle. Evidentemente, nella bellezza c’è una x misteriosa che sfugge al ragionamento. Per andare subito al sodo, quella x misteriosa ha a che fare col mistero stesso in senso teologico. La bellezza non è una cosa fisica, ma una “sostanza” metafisica. Di conseguenza, non può essere formulata in termini scientifici: può essere definita solo in termini metafisici e teologici. La formula definitiva della bellezza ce l’ha data San Tommaso d’Aquino: la bellezza è integrità (integritas) più proporzione (proportio) più “splendore del mistero” (claritas). Di questo “splendore del mistero” o “chiarità di una forma” possiamo dire soltanto, in maniera suggestiva e imprecisa, che è l’irruzione dell’infinito nella forma finita. Sì, la bellezza ha a che fare con Dio. La bellezza nella sua infinita estensione è attributo di Dio: è lo splendore del vero e del bene riuniti. Noi su questa terra vediamo riflessi infinitesimali della bellezza infinita.
Dunque non c’è arte senza bellezza e non c’è bellezza senza Dio. In altri termini, sembra che senza la fede sia impossibile fare arte bella. Gli intellettuali mainstream conducono da anni una jihad fanatica contro quel che resta del concetto di bellezza proprio perché hanno capito che non si può credere nella bellezza senza credere in Dio, e loro non vogliono crederci. Gli illuministi, ancora non avevano ripudiato la fede, almeno non del tutto: si dicevano deisti o agnostici. Perché avevano imprigionato la bellezza nei limiti della soggettività? Perché avevano intuito che la bellezza, lasciata libera, era pericolosa. La bellezza infatti conduce l’uomo fuori da sé stesso, verso il cielo. Essi credevano ancora in Dio, ma volevano crederci “moderatamente”, senza troppo entusiasmo. Insomma, essi hanno allontanato la bellezza da Dio, senza ancora negare Dio. Poi si è pensato che si potesse fare completamente a meno di Dio e tenersi solo la bellezza. Oggi si pensa di fare a meno anche della bellezza per tenersi solo l’arte. Ma l’arte, privata della bellezza, si auto nega. Quindi, ormai è come se fossimo alla resa dei conti: o ritorniamo alla fede o dobbiamo semplicemente rinunciare all’arte e annegare nella pornografia. A voi la scelta.
Ci troviamo di fronte ad una nuove “lotta di classe”: non più borghesi contro proletari, ma distruttori di ricchezze contro produttori di ricchezze. I secondi pagano le tasse, i primi sono mantenuti dalle tasse. Distruttori di ricchezze sono in primo luogo tutti coloro che lavorano alle dipendenze dello Stato (impiegati statali, burocrati, politici di ogni genere e grado), in secondo luogo i falsi “bisognosi” che si fanno assistere dallo Stato (falsi invalidi, baby pensionati eccetera) e infine i grandi capitalisti e i grandi banchieri che si fanno coprire le perdite dallo Stato (vedi post precedente). Produttori di ricchezze sono tutti coloro che lavorano nel settore privato senza ricevere aiuti dallo Stato: lavoratori dipendenti, imprenditori, commercianti e liberi professionisti (fra cui anche i pochi intellettuali e i pochi veri artisti di valore). Dal momento che lo Stato mette gentilmente nelle loro tasche i soldi che prende dalle tasche dei produttori, i consumatori-distruttori adoreranno lo Stato come gli ebrei hanno adorato per qualche tempo il vitello d’oro. E’ assai improbabile che quanti ricevono la pappa dallo Stato possano votare per un partito che propugna la riduzione dello Stato e quindi la fine della distribuzione automatica di pappa pronta. Per usare una immagine dura ma sostanzialmente veritiera, è improbabile che il parassita voti per il partito degli anti-parassitari. Insomma, Mitt Romney aveva perfettamente ragione: i repubblicani non avrebbero mai potuto sperare di ottenere voti da quel circa 39% di americani che “vivono delle elemosine dello Stato”. In qualunque paese del mondo, un partito che professa idee liberali non può sperare di ottenere i voti di quanti non appartengono alla classe dei produttori di ricchezze vessati dal fisco.
Purtroppo, questi ultimi sono sempre di meno, e di conseguenza i partiti liberali tendono a ricevere sempre meno voti. Infatti, come ho detto, a furia di trasferire ricchezze dalla classe che le produce a quella che le consuma soltanto, lo Stato provoca l’estinzione progressiva della prima e l’espansione illimitata della seconda (ho letto che in Italia ormai c’è un impiegato statale ogni tredici lavoratori attivi). Lo Stato è una bestia talmente stupida che non si accorge nemmeno che uccidere la classe media è contro i suoi sporchi interessi. Quando avrà finito di uccidere la classe media, le ricchezze a chi le ruberà? D’altra parte, la maggioranza è troppo accecata dai vizi dell’invidia e della pigrizia per capire che così non si potrà andare avanti a lungo. Invece di solidarizzare con gli oppressi dal fisco, li disprezza. I giornalisti e gli intellettuali incoraggiano questo disprezzo, descrivendo gli sfruttati come “ricchi sfruttatori” e dipingendo i liberali come dei nazisti sadici che vogliono fare morire di fame i bambini poveri. Ormai è impossibile dire qualcosa di liberale in un talk show senza essere crivellati di insulti dal pubblico. Quando gli sfruttati sono ormai in fin di vita, la maggioranza chiede allo Stato di fruttarli di più e meglio. Che è come premere l’acceleratore sulla via del precipizio.
La maggioranza invidiosa comprende non soltanto tutti quelli che dipendono direttamente o indirettamente dallo Stato, ma anche una parte dei lavoratori dipendenti. In effetti, questi ultimi sono in una posizione ambigua. In quanto guadagnano meno dei loro datori di lavoro, possono farsi tentare dall’invidia. In quanto tuttavia sono vittime, come i loro datori di lavoro, di fisco insaziabile, possono anche maturare una coscienza liberale anti-statalista. Purtroppo, lo Stato ha trovato da parecchio tempo la maniera di sedurli: alza l’aliquota fiscale per i ricchi. I dipendenti accettano di buon grado di cedere quasi la metà del loro stipendio allo Stato perché si illudono che lo Stato restituirà loro sotto forma di servizi e welfare non soltanto la metà del loro stipendio ma anche parte di quello che è stato tolto ai “ricchi”, che comprendono i loro odiati datori di lavoro. Poveretti. E il problema è che l’illusione della “ridistribuzione delle ricchezze” è più forte dell’esperienza: da quando sono nati hanno avuto modo di vedere che lo Stato maltratta i cittadini e tuttavia continuano a credere nella favola della ridistribuzione.
Negli Usa la “lotta di classe” fra produttori di ricchezze e consumatori delle ricchezze sta diventando “lotta di classe” fra bianchi e non bianchi. Nota Ann Coulter che Mitt Romney ha ottenuto fra gli elettori bianchi una percentuale di voti nettamente superiore a quella ottenuta da Ronald Reagan nel 1980. Solo che nel 1980 i bianchi rappresentavano l’88% degli elettori, mentre oggi rappresentano solo il 72%. “I democratici non hanno cambiato le convinzioni di nessuno. Hanno cambiato le persone”. La rielezione del peggiore presidente della storia americana è effetto delle politiche sull’immigrazione troppo permissive promosse dal partito democratico, che ha sempre mirato esplicitamente a importare nuovi elettori dal Terzo Mondo. Oltre a farli entrare in massa, i democratici hanno pure dato loro la pappa pronta. Nello specifico, hanno facilitato l’accesso dei nuovi immigrati ai programmi di assistenza pubblica e naturalmente permesso loro di ottenere la cittadinanza in tempi più rapidi. Come potevano dunque i nuovi americani non correre a votare il peggiore presidente della storia degli Usa? Che cosa può importare a loro se Obama ha fatto aumentare lo stock del debito federale di più del 50%, portando il deficit pubblico al 10% del Pil Usa? Infatti, il debito lo pagheranno i bianchi.
Ann Coulter crede che i nuovi americani voterebbero per il partito repubblicano se soltanto i repubblicani si sforzassero di avvicinarli e insegnare loro i principi del liberalismo. Una volta che avremo fatto loro capire che razza di ladro è lo Stato, loro per primi si ribelleranno. Perché, si chiede la Coulter, un nuovo americano dovrebbe accettare di cedere gran parte del suo stipendio allo Stato? E perché dovrebbe accettare cose contrarie alle sua tradizione di origine, come il matrimonio omosessuale o l’aborto? Certo, è possibile che in futuro i nuovi americani possano convertirsi in massa liberalismo. Ma io ho i miei dubbi. In primo luogo la maggior parte dei nuovi americani non appartengono alla classe dei pagatori di tasse, ma alla classe di coloro che i soldi delle tasse li ricevono dallo Stato. Come ha ricordato Romney, sono assistiti allo Stato circa il 39% degli americani. Ma se consideriamo solo gli immigrati regolari, quella percentuale sale al 57%. Dunque, il 57% dei nuovi americani sanno bene che votare contro lo Stato è come votare contro il piatto su cui mangiano.
Ma poi c’è una ragione molto più profonda e molto più preoccupante: i nuovi americani, così come i nuovi italiani, non sono occidentali. Rimangono tenacemente attaccati alle loro culture di origine, che disconoscono non soltanto il valore per noi sacro della libertà ma anche l’etica del lavoro. Secondo tutte le culture extra-occidentali, nessuna esclusa, vivere di ozio sfruttando il prossimo non è qualcosa di cui vergognarsi, al contrario è qualcosa di cui vantarsi. Quindi, molto difficilmente gli extra-occidentali infiltrati in Occidente accetteranno di passare dalla classe dei consumatori di ricchezze assistiti dallo Stato alla classe dei produttori di ricchezze. C’è anche di peggio. Secondo tutte le culture extra-occidentali, nessuna esclusa, l’individuo vale meno dello Stato, che sia il califfato musulmano o il celeste impero cinese. Quindi, siete avvertiti: se gli occidentali autoctoni d’Europa e d’America continuano a percorrere la strada in discesa della contrazione demografica, nessuno li salverà da un futuro totalitario. Immaginate un totalitarismo multietnico e multiculturale, un po’ 1984 di Orwell e un po’ Blade Runner.
Tutte le idee e i valori sui cui si basa il liberalismo sono idee e valori esclusivamente occidentali. Ad esempio nessuno, proprio nessuno, al di fuori dell’Occidente e della sua area di influenza crede nel valore della libertà individuale e nella dignità infinita di ogni essere umano. Non giriamoci intorno: è stato il Cristianesimo ad insegnare queste idee e questi valori all’Occidente. Quindi, quanto più in Occidente viene meno il Cristianesimo, tanto più viene meno anche il liberalismo. Tanto è vero che il modello dello Stato onnipotente che assiste i suoi sudditi dalla culla alla tomba non esisteva nei secoli cristiani: è stato partorito dell’Illuminismo ateo. Avendo negato l’esistenza dei vizi capitali, l’illuminismo ha inventato uno Stato che alimenta e trae nutrimento dai vizi dell’invidia, della pigrizia, dell’avidità e della superbia. Lo statalismo è seducente come i vizi capitali. Non solo, ma avendo messo l’uomo al posto di Dio, l’Illuminismo si rifiuta tenacemente di credere che l’uomo sia incapace di resistere a lungo alla seduzione del peccato. L’Illuminismo ha cancellato il concetto di peccato originale. Possiamo passare la vita a spiegare alla gente che i rappresentanti dello Stato sono inclini all’avidità e alla superbia mentre gli impiegati pubblici sono inclini alla pigrizia; possiamo passare la vita a mostrare alla gente decine, centinaia, migliaia di esempi di spreco e furto di denaro pubblico e mostrare le statistiche sull’assenteismo negli uffici pubblici. Possiamo passare la vita a spiegare queste cose e la gente continuerebbe a rifiutarsi di capire. Infatti, la gente si rifiuta di credere che l’uomo sia debole e quindi non rinuncerà mai all’illusione che si potrà trovare un giorno la maniera di fare funzionare lo Stato. Tutti sono arci-convinti che un giorno nessun politico sarà sorpreso a rubare e nessun impiegato statale sarà sorpreso a scaricare materiale porno da quando entra in ufficio alla mattina a quando ne esce alla sera. I giornalisti e gli intellettuali rafforzano questa illusione, dipingendo i paesi socialdemocratici del nord come paradisi di efficienza. Nessuno sa che non è vero.
Prendiamo dunque coscienza del fatto che la lotta dello statalismo contro il liberalismo coincide con la lotta dei vizi contro le virtù. Coincide con la lotta di una cultura che divinizza l’uomo negando il peccato originale contro una cultura che invece riconosce la debolezza dell’uomo e la sua intrinseca dipendenza da Dio. Più in generale, coincide con la lotta dell’ateismo occidentale alleato con la barbarie extra-occidentale contro il Cristianesimo. Quindi, il liberalismo è destinato a partecipare, almeno in parte, allo stesso odio che il mondo nutre verso il Cristianesimo. “Vi odieranno e, contro di voi, diranno ogni sorta di menzogna”. Sapendo di mentire, gli intellettuali di sinistra descrivono i liberali come dei sadici che proteggono ricchi spietati che tolgono il pane di bocca ai bambini poveri. Senza dubbio, Ronald Reagan e Margareth Thatcher – guarda caso entrambi cristiani – sono stati i politici più insultati del ventesimo secolo. Perché sono stati quelli che hanno fatto meglio.
Dunque, che fare? Dal momento che gli occidentali stanno ripudiando il Cristianesimo mentre gli immigrati semplicemente lo ignorano, la battaglia a favore del liberalismo potrebbe sembrare persa in partenza. In realtà, non lo è. Anche la battaglia contro il comunismo sembrava persa in partenza. Ma poi si è capito che c’era una maniera molto efficace per combattere contro il comunismo: lasciarlo fare. Dunque, lasciamolo in pace, lo Stato socialdemocratico e keynesiano. Lasciamolo uccidere a colpi di tasse la classe di coloro che potrebbero votargli contro. Ma il paradosso è che quelli che potrebbero votagli contro sono anche coloro da cui lo Stato si fa mantenere. Insomma, il Leviatano perseguita e uccide le vacche che munge. Quindi, è solo questione di tempo: quando avrà finito di distruggere i “kulaki” che lo mantengono, il Leviatano socialdemocratico farà la stessa fine dello Stato sovietico, che è crollato su sé stesso.
In realtà, già sta crollando: gli addetti al marketing delle grosse multinazionali già guardano all’Europa come al Terzo Mondo. Di recente è apparso un articolo agghiacciante: Maurizio ricci, “Lo shopping è monodose”, Repubblica, 22 ottobre 2012. L’autore illustra le strategie di marketing che i grossi gruppi multinazionali adotteranno in Europa nei prossimi anni: “L’indicazione certifica ufficialmente – fuori da ogni pregiudizio o ironia, perché le multinazionali sono notoriamente senza cuore, dunque spietatamente lucide – che l’Europa può ormai essere considerata un continente povero, sul bordo del Terzo mondo. E, come nei paesi poveri, una delle strategie di vendita è ridurre le dimensione delle confezioni, per rendere la spesa più abbordabile. Oppure, rendere i prodotti meno complessi e sofisticati, dunque più economici”. Insomma, siamo ridotti come i sovietici. Loro facevano la fila per il pane, noi faremo la fila per comprare gli scarti negli hard-discount. Ma il bello è che anche gli ex parassiti di Stato saranno alla fame. E allora anche loro si convertiranno in massa al liberalismo. E The road to serfdom di Friedrick von Hayek diventerà il loro libretto rosso.
Ieri è morto il più grande genio politico del ventesimo secolo: Margareth Thatcher. Questa donna ha dimostrato che le donne in politica possono fare molto meglio degli uomini. Per commemorare la sua morte, mi decido finalmente a pubblicare la quarta puntata del saggio sulla invidia sociale.
Abbiamo visto che l’invidia e la pigrizia sono potenti alleate dello statalismo. La maggioranza invidiosa e pigra autorizzerà lo Stato a spostare ricchezze dal settore privato a quello pubblico, in altri termini a spostare risorse da chi le crea a chi le consuma soltanto. Questo spostamento si scrive “ridistribuzione” e si legge furto. Gli unici che possono opporsi allo Stato sono coloro che vengono derubati. Ma il problema è che, a forza di essere derubati, imprenditori, professionisti e commercianti diminuiscono progressivamente. La classe media sta scomparendo. Quindi, uccidendo la classe media, lo Stato si sbarazza dei potenziali oppositori.
Ma allo Stato non basta epurare fiscalmente i dissidenti: vuole essere amato da loro. A Winston in 1984 non è concesso di morire prima di avere imparato ad amare il Grande Fratello. Per la precisione, lo Stato cercherà di farsi amare dalle grandi imprese. Nel concreto, i politici infiltrano nelle grande aziende i loro amici e gli amici degli amici, allo scopo controllarle, farle diventare pubbliche di fatto. Il primo passo per arrivare a controllarle è aiutarle nei momenti del bisogno. E così vediamo che, quando una grande impresa o una grande banca è in difficoltà, i politici la foraggiano prontamente con i soldi pubblici, ossia con i soldi dei contribuenti ossia “i soldi degli altri2 (come diceva la grande Thatcher, “il problema dello statalismo è che prima o poi i soldi degli altri finiscono”). In altri termini, lo Stato toglie alle piccole imprese che fanno bene il loro lavoro per dare alle grandi imprese che fanno male il loro lavoro (ma anche alle banche che dilapidano i soldi dei risparmiatori).
Dare soldi pubblici alle imprese in difficoltà è sempre controproducente. In primo luogo, i soldi pubblici non riescono quasi mai a rimettere in piedi le imprese cadute. Ma chi le ha fatte cadere? Risposta: i consumatori. La causa prima della crisi di un’azienda è il calo delle vendite. I consumatori non comprano più i prodotti o i servizi forniti da una azienda perché li giudicano cattivi. Quindi, se vuole tornare in salute, l’azienda deve cercare di migliorare i suoi prodotti o servizi e contestualmente tagliare i costi. Se proprio non ce la fa a rimettersi in piedi da sola, è meglio che chiuda. La chiusura di una azienda è certamente dolorosa, ma non è una tragedia: stabilimenti e macchinari potranno essere venduti ad altre imprese, che potranno usarli in maniera più proficua. Insomma, come si dice, la chiusura “libera delle risorse preziose”. Se invece viene salvata dallo Stato, quell’impresa continuerà a produrre prodotti e servizi scadenti che nessuno compra. Poco soddisfacenti sono state, ad esempio, tutte le automobili prodotte dalla Fiat negli ultimi trenta anni. L’unica ragione per cui la Fiat riusciva a stare sul mercato interno era che lo Stato rendeva la vita difficile alla concorrenza straniera. E nonostante questo, la Fiat ha sempre avuto i conti in rosso, e lo Stato li ha sempre pagati.
Come la Fiat, quasi tutte le aziende che si fanno aiutare dallo Stato non cesseranno mai di avere bisogno dell’aiuto dello Stato, che quindi sarà riuscito nell’intento di sottometterle. Come un tossicodipendente ha bisogno di dosi sempre maggiori di droga, così queste aziende bruciano quantità sempre maggiori di denaro pubblico. E guai a non darglieli: i dipendenti, aizzati dai sindacati, sono pronti alle proteste più devastanti, forse anche alla guerra civile. Nessuno è mai riuscito a fare capire ai lavoratori che tenere in piedi le aziende decotte con i soldi pubblici non conviene neppure a loro. Infatti, per tenere in uno stato di vita apparente poche imprese che non hanno più nessuna ragione di esistere, lo Stato riduce in fin di vita a colpi di tasse delle imprese sane che avrebbero potuto dare un lavoro con un futuro anche ai lavoratori delle prime. Negli ultimi trent’anni, quante buone imprese sono morte di fisco per pagare tasse che sono servite, fra le altre cose, anche a tenere in vita quel grosso spreco di nome Fiat?
Anche nel caso, molto raro, in cui le imprese soccorse dallo Stato riescano a tornare in salute, e quindi la smettano di succhiare il sangue ai contribuenti, il danno ci sarà stato comunque. Qualcuno ha il coraggio di negare che, anche se Marchionne riuscisse a farla diventare la prima industria automobilistica mondiale, la Fiat non potrà mai restituire ai cittadini italiani tutti i soldi che ha rubato loro negli ultimi trenta anni? Non era meglio abbandonarla al suo destino parecchi decenni fa? Il vero liberalismo è lasciare morire le imprese che non hanno più ragione di esistere. Dalla loro morte verrà nuova vita per altre aziende. Come le piante e gli animali morti diventano humus, che nutre nuove piante e nuovi animali, così le aziende morte mettono a disposizione di nuove aziende risorse preziose (edifici, macchinari, know-how, capitali eccetera).
Il capitalismo è una cosa meravigliosa che consente la moltiplicazione dei beni. Il processo è semplice: si prende un capitale della grandezza x e lo si investe in una attività produttiva che, se tutto va bene, frutterà x + y. Se invece l’attività frutta x – y, significa che l’attività va male e quindi è bene cambiare rotta. Ebbene, tutte le volte che lo stato dà un capitale x alle imprese in difficoltà, queste restituiscono x – y. Insomma, dare ricchezze alle grandi imprese in difficoltà non significa moltiplicarle, ma distruggerle. In effetti, le imprese che ricevono soldi pubblici diventano uguali alle imprese pubbliche: distributori automatici di stipendi a ufo.
Quando lo Stato aiuta un’azienda decotta, la trasforma in qualcosa di simile a una azienda di Stato: una macchina per succhiare i soldi degli altri. Il peggio è che anche le altre aziende cominceranno a desiderare di diventare parassiti del denaro pubblico. Si chiede l’imprenditore qualsiasi quando vede Marchionne: perché lui sì e io no? Insomma, quando lo Stato aiuta una sola azienda, corrompe moralmente tutte le aziende.
Pochi sanno che la prudenza è la più importante delle virtù cardinali. Se dunque la prudenza è tanta virtù, se ne deduce che il contrario della prudenza è un vizio, sebbene non ufficialmente annoverato fra i più famosi sette. Ebbene, gli economisti liberali avvertono che il finanziamento pubblico della grandi imprese e delle grandi banche in difficoltà induce gli imprenditori al “moral hazard” ossia all’imprudenza. Io aggiungo che è benzina sul fuoco della pigrizia. Quando lo Stato soccorre il cattivo imprenditore e il cattivo banchiere, gli altri imprenditori e gli altri banchieri pensano: “Se le cose dovessero andarmi male, lo Stato mi salverà come ha salvato quelli lì, quindi posso prendermela comoda e correre tutti i rischi che voglio”. Perché vi stupite se le grandi banche di affari americane hanno giocato d’azzardo con i soldi dei loro clienti? Non avevano forse la certezza che, se le cose si fossero messe male, i loro amici di Washington avrebbero salvato il loro didietro? E così è stato. Tanto per mettere in chiaro le cose, sarebbe stato meglio per tutti, in primo luogo per i poveri contribuenti americani, se lo Stato americano avesse abbandonato al loro destino quelle banche che si credevano “too big to fail”.
Prossimamente ultima puntata della serie sull’invidia sociale: “La nuova lotta di classe”.
ERRATA CORRIGE: HO DOVUTO MODIFICARE IL TITOLO PERCHE’ HO SCOPERTO ADESSO CHE IL MIO COMMENTO NON ERA STATO CANCELLATO. iNFATTI, L’ONOREVOLE LUPI O CHI PER LUI MI HA SCRITTO PER INFORMARMI CHE PROBABILMENTE IL MIO COMMENTO E’ STATO CANCELLATO PER ERRORE. COMUNQUE IL CNTENUTO DEL MIO COMMENTO RESTA VALIDO E LO PRESENTO DI SEGUITO.
iL 1 MARZO MI E’ ARRIVATA UNA NEWSLETTER DALL’ONOREVOLE MAURIZIO LUPI, CHE HO SEMPRE REPUTATO UNO DEI POCHI AFFIDABILI I TUTTO IL PARLAMENTO.
ASPETTO IL TUO COMMENTO SUL BLOG > http://www.mauriziolupi.it/governo-italia-partiamo-da-cose-da-fare-subito/ Riteniamo che la coalizione Pd-Sel debba proporre un governo del Paese; con il Movimento 5 stelle? Se così vogliono è legittimo. Ma facciano chiarezza al più presto! L’Italia non può certo attendere le tattiche della vecchia politica: con il voto gli italiani hanno bocciato le politiche di solo rigore e austerità del governo dei tecnici e chiedono la riduzione dei costi della politica e provvedimenti urgenti per abbassare le tasse su imprese e famiglie.
VISTO CHE ASPETTAVA IL MIO COMMENTO, L’HO SCRITTO PRONTAMENTE.
Parliamo di cose concrete? Eccone una concreta concreta, di matematica elementare:
come si fanno a tagliare le tasse se non si taglia quell’enorme spreco che ha nome di spesa pubblica?
Diciamoci la verità: il novanta per cento dei posti di lavoro statali sono completamente inutili. Si farebbe prima a pagare gli impiegati statali per scavare le buche e per ricoprirle.
In effetti, tutti i politici, quelli del pdl compresi, credono alla favola keinesiana secondo cui per “stimolare” l’economia bisogna pagare la gente per scavare le buche e ricoprirle. Ma gli enormi debiti pubblici che si stanno mangiando l’Occidente dimostrano che la favola keynesiana non funziona.
La matematica non è una opinione: se si tagliano le tasse, bisogna tagliare la spesa pubblica. Ostinarsi a conservare una spesa pubblica improduttiva così mostruosamente alta e contemporaneamente tagliare le tasse è un imbroglio.
Quindi, il programma del Pdl (tagliare tasse sul lavoro, tagliare le spese della politica eccetera) di per sé è giusto, ma incompleto, perché manca un solo accenno al taglio della spesa pubblica.
Non possiamo andare avanti a mantenere a spese nostre un impiegato statale ogni tredici lavoratori produttivi del settore privato. Quell’impiegato improduttivo ogni tredici lavoratori produttivi deve essere licenziato e costretto a cercarsi un lavoro vero. E’ più utile alla società come lavapiatti che come timbracarte che fra un timbro e l’altro si trastulla su Facebook.
Lo so, lei queste cose non può dirle, anche se sa che sono vere, perché perderebbe quel voto su tredici, e non entrerebbe mai in parlamento. Ma occorre coraggio, occorre dire le cose come stanno ed entrare in guerra contro i parassiti. La Thatcher ce l’ha fatta, ed è stata ripetutamente votata.
Tornando al Pdl, ormai ho la certezza, tristissima, che il Pdl ci ha imbrogliato per venti anni: usava un linguaggio liberale ma poi in segreto praticava lo statalismo. Ho aperto gli occhi quando Giannino – che senza lauree vale dieci volte Berlusconi – ci ha fatto vedere che sotto il Pdl tasse, spesa e soprattutto debito sono cresciuti.
Ma quello che proprio non posso accettare, è sentire esponenti del pdl che in tv dicono “il neoliberismo ha fallito”.
E no, questo è troppo: è il sintomo di una inaccettabile ignoranza. Il liberismo infatti non è mai stato applicato da nessuna parte, tanto meno negli Usa. Se avessero studiato un minimo, i pidiellini saprebbero che anche la crisi finanziaria del 2008, iniziata dai subprimes, fu causata non dal liberismo ma dal contrario del liberismo: dal controllo dello stato sulla banca centrale. Nel 2001 la Fed abbassò i tassi di interesse in maniera scellerata su consiglio degli economisti statalisti-keynesiani, secondo i quali l’abbassamento artificiale dei tassi di interesse funzionerebbe come “stimolo” all’economia. E infine saprebbero che tutte le banche sono crollate una dopo l’altra, a partire dalla Lehman Brothers, perché un certo Clinton, presidente della sinistra keynesiana, nel 1999 fece cadere per legge ogni distinzione fra banche d’investimento e banche d’affari.
Ancora più inaccettabile, ancora più scandaloso, è il fatto che il Pdl diffonda la favola anch’essa keynesiana secondo cui “il debito è sostenibilissimo, basta stampare moneta e permettere alla Bce di emettere eurobond”. No, vedete, la favola del debito sostenibile è finita già da tempo. E non provatemi a citare il Giappone col suo 220% di debito. Infatti, secondo gli economisti seri (i cui articoli non vengono tradotti in italiano perché ai politici italiani non fa comodo) il Giappone non potrà andare avanti più di qualche anno con la politica keynesiana basata appunto sull’emissione di moneta creata dal nulla e la vendita all’ingrosso di titoli sovrani ai suoi stessi cittadini. Il Giappone è in stagnazione da più di venti anni e c’è chi è sicuro che fra poco entrerà in recessione permanente.
Ma Berlusconi queste cose non le vuole sentire e soprattutto non le vuole dire, perché perderebbe i voti di quell’italiano su tredici che campa alle spalle degli altri italiani.
Ciò detto, che importanza può avere un governo stabile? Comincio a credere che sarebbe meglio non avere nessun governo, come in Belgio, dove l’economia non a caso va bene.
Quindi, che Bersani faccia o non faccia l’alleanza con M5s oppure col pdl, non cambierà molto perché tutti e tre i primi partiti d’Italia, Pdl compreso, sono partiti statalisti di sinistra. A questo punto, spero soltanto che il default avvenga veramente, che l’Italia finisca davvero come la Grecia. E naturalmente, spero che frau Merkel tenga duro, e non conceda mai la truffa degli eurbond. Così quando avremo toccato il fondo, la gente si renderà conto che la spesa pubblica deve essere tagliata all’osso e potremo finalmente cominciare a risalire a rivedere le stelle.
Se non l’avete ancora visto, non perdetevi Ed wood, questo cult-movie di Tim Burton, regista di classici quali Batman e Edward mani di forbice. Di recente, ha mandato nelle sale il film Frankenweenie.
Ed wood, eroe del cinema a basso costo, è anche un puro di cuore evangelico, che guarda il lato positivo della vita anche quando la vita lo calpesta. Quel personaggio è talmente piaciuto a chi è in cerca della verità, che hanno visto in lui il salvatore (http://www.edwood.org/).
Ecco la mia recensione: per leggerla tutta dovete cliccare in basso sul pdf:
Otto anni fa, io ero a Roma. Una sera, ho udito tutte le campagne che suonavano all’unisono. Il suono melodioso, profondo delle antiche campane, mi riempiva di una letizia celestiale. Accesi il televisore e seppi che la fumata era stata bianca. Ero tentata di correre verso piazza san Pietro per ascoltare l’annuncio del nome del nuovo papa, ma sapevo che non sarei arrivata in tempo. Quindi mi misi in attesa davanti al televisore. Quando fu pronunciato il nome di “Ratzinger”, feci un urlo di gioia e saltai sul letto come una ragazzina. Perché Ratzinger era il mio cardinale preferito. Lui era stato presente al funerale di don Luigi Giussani, quella uggiosa mattina di febbraio, in piazza Duomo a Milano. Ricordo la bellezza delle parole che il futuro papa dedicò a don Giussani: “Amante della bellezza”. Ed io ero lì, in quella piazza. Qualche giorno dopo morì Giovanni Paolo II. E quella mattinata uggiosa fui a Roma, sotto castel sant’Angelo, ad assistere ai funerali dell’amato Woytila… E poi qualche settimana dopo, non ricordo la data, ero in fondo a via della Conciliazione, all’entrata di piazza san Pietro, ad assistere alla cerimonia di insediamento del nuovo papa. Lo so che è ozioso rievocare dei ricordi che non hanno senso se non per me. Ma ho voluto raccontarli lo stesso. Perché con Benedetto XVI se ne va un pezzo importante della mia vita. Questo è un momento di tristezza. Ma non sia turbato il nostro cuore: è la volontà di Dio. Ogni parola uscita dalla bocca di Ratzinger è stata un dono preziosissimo. Quindi, non ti dico addio ma ti dico arrivederci, Benedetto, e grazie di tutto quello che ci hai donato. Che mi hai donato.
vi scrivo a proposito della puntata di venerdì 1 febbraio della trasmissione Leader condotta da Lucia Annunziata. Ospite principale della puntata era Mario Monti. Guardandolo parlare, mi sono venute in mente alcune cose su colui che fa di tutto per persuaderci della sua inesistenza. Per la maggior parte della gente, che appunto alla sua esistenza non crede neppure, se dici diavolo dici Berlusconi. E in effetti, Berlusconi non è certamente un angelo. Il bunga bunga non è qualcosa che fa guadagnare molti punti paradiso. Come se non bastasse, Berlusconi non è neppure un grande politico: in pubblico ha sempre parlato da liberale e nel privato ossia nelle segrete stanze del potere ha sempre agito da statalista. Tuttavia, Berlusconi è un peccatore troppo naif per essere veramente diabolico. I suoi peccati sono banali, del tutto innocui dal punto di vista sociale. Checché ne dicano infatti i suoi avversari, non sono state le veline e il bunga bunga a fare levitare lo spread. E’ stato il debito pubblico. E non sono state le gaffes di Berlusconi sul “signor Schultz” e sulla “culona” a fare aumentare la disoccupazione in Italia. Sono state le tasse. In definitiva, i peccati carnali di un vecchio priapo non sono nulla rispetto a quel peccato, cui ancora non è stato dato un nome, che consiste nell’alzare le tasse, alzare la spesa pubblica e alzare il debito pubblico. Infatti, alzare le tasse, alzare la spesa pubblica e alzare il debito pubblico significa ridurre in miseria il popolo. Stavo per dire che significa uccidere le persone.
E vediamo adesso Mario Monti. Sembra che oggi sia in vigore una tacita legge che vieta di parlarne male e obbliga riferirsi a lui come al salvatore della patria, se non dell’universo. Questa legge consente di muovere al professore non più di qualche blanda critica purché ammorbidita da sentite dichiarazioni di incommensurabile stima per la sua persona e commossa gratitudine per la sua azione di governo. Le lacrime sono bene accette. E in effetti, Monti si presenta molto meglio di Berlusconi. E’ uno di quelli che, se fosse giovane, ogni mamma desidererebbe per sua figlia, mica come quello sporcaccione brianzolo…
E già, Monti è perfetto: sobrio, pacato, casto, integerrimo, incorruttibile… Scommetto anche che non fuma ed è vegetariano. Ma è proprio per questo che mi fa paura: la sua apparente perfezione. Infatti, colui che fa di tutto per persuaderci della sua inesistenza si guarda bene dall’usare per i suoi scopi uno che si vede troppo che è un peccatore. Preferisce usare uno che appare perfetto dal punto di vista morale. Monti certamente non è il diavolo, però ha fatto cose diaboliche: in un solo anno ha aumentato le tasse, la spesa pubblica e il debito pubblico.
Per tutta la prima parte della puntata, nessuno degli ospiti in studio era riuscito a muovere al “salvatore dalla patria” più di qualche timida critica, corredata da estatici elogi. Monti si sforzava di assumere una espressione da vecchio professore bonario e indulgente, ma non ci riusciva. Il sorrisino teso sulle sue labbra tradiva un autocompiacimento smisurato. Mi tornavano in mente le parole di Al Pacino-diavolo nell’Avvocato del diavolo: “Vanità, decisamente il mio peccato preferito”.
Poi finalmente qualcuno ha osato trasgredire la tacita legge che impone di non mettere in difficoltà il “caro leader” bocconiano. Era Giacomo Zucco, leader dei Tea Party Italia. Ho pazientemente trascritto e messo in bella forma, a futura memoria, il suo glorioso intervento:
«Come mai, se l’intera Europa e il Fondo Monetario Internazionale hanno più volte sostenuto che la politica giusta per uscire dalla crisi è tagliare le spese e tagliare le tasse, lei in quest’anno ha fatto l’esatto contrario? Non solo le tasse sono aumentate – dall’Imu sulla prima casa, che è andata direttamente al monte dei Paschi di Siena, ad altri altri tipi di tasse, fra cui una nuova tassa su chi deve ricorrere a colf badanti – non solo queste tasse non sono andate a ridurre il debito, dal momento che il debito pubblico è aumentato, ma è pure aumentata la spese corrente. Lei la spesa l’ha aumentata, tant’è che nella sua nota di aggiornamento del documento di economia finanziaria si parla di 22 miliardi di nuove tasse programmate da qui al 2015. Quindi non è che le ha programmate quest’anno e poi in futuro le abbasserà: lei ha programmato un aumento di spese fino a 22 miliardi. Visto dunque che anche la lettera della BCE parlava di ridurre la spesa, e lei non lo ha fatto, parlava di liberalizzare il lavoro, e la Fornero ha fatto il contrario creando disoccupazione, parlava anche di riforma delle pensioni, cosa che voi avete fatto malissimo creando il macello degli esodati, allora la domanda è: lei non sapeva che le politiche che servivano al paese – come ha detto anche lo FMI nel meeting di Tokyo – erano tagliare le spese a tagliare le tasse? E se lo sapeva – come sembra dai suoi nuovi proclami elettorali, che sono credibili quanto quelli di Berlusconi e cioè zero – perché ha fatto l’esatto contrario? La prego, non mi dica che non poteva, perché lei nel primo mese poteva mettere una legge sull’uccisione dei figli unici e il parlamento l’avrebbe approvata. E se se non poteva – se cioè il parlamento era talmente cattivo che col 60 per cento dei voti lei non poteva tagliare nulla mentre promette che potrà farlo domani con Fini e Casini, loro sì “grandi riformatori” – perché allora non si è dimesso e non ha lasciato il posto ad un tecnico serio disposto a tagliare spese e tasse e a liberalizzare il mercato del lavoro, ossia l’esatto contrario di quello che ha fatto lei?»
Bisogna sottolineare che appena tre giorni prima, nel corso della puntata di martedì 30 gennaio della trasmissione Ballarò, Edward N. Luttwak aveva detto più o meno le stesse cose. Anche queste le ho pazientemente trascritte e messe in bella forma a futura memoria:
«La cosa strana è che il 13 ottobre scorso a Tokyo alla riunione del Fondo Monetario Internazionale molti economisti hanno detto che i paesi che hanno tagliato la spesa pubblica non hanno avuto aumento di disoccupazione e non hanno perduto crescita mentre i paesi che hanno ridotto il deficit nella stessa misura però aumentando tasse hanno strangolato le loro economie, le hanno buttate giù. Buttandole giù, le entrate fiscali diminuiscono e le spese del welfare aumentano. Questo si chiama fiscal drag e la cosa che io non capisco è che il professor Monti ha insegnato queste cose per trenta anni. La spesa pubblica comporta meno occupazione per ogni lira spesa rispetto alla spesa privata. Il funzionario pubblico è mediamente più costoso in tutto il mondo. Il punto è che per tagliare la spesa pubblica devi avere un tecnico che non ha ambizioni politiche, che non si ripresenta, che non vuole diventare capo partito, che è stato messo lì per tagliare la spesa pubblica. In ogni paese ci sono parlamentari che non vogliono tagliare la spesa pubblica, ma in questi momenti di crisi arrivano tecnocrati che dicono: o voi accettate tutti i decreti o vado a casa. Monti poteva anche andare a casa (…) L’unica spiegazione è che questi tecnici non volevano fare il loro compito tecnocratico, volevano fare altro: i capi partito. Infine, perché questo rapporto del FMI – che mostra come l’Italia sia più in basso di tutti gli altri paesi – è stato riprodotto ovunque ma non in Europa?» (Qui il filmato completo).
La risposta a quest’ultima domanda è fin troppo facile: l’articolo del FMI è stato fatto sparire dalla potentissima lobby trasversale dei parassiti del denaro pubblico, che non vogliono che il popolo tartassato sappia che di tasse e di spesa pubblica si muore. Ormai in qualunque paese europeo, ma anche negli Usa e in Giappone, se vuoi fare carriera in politica devi difendere gli interessi di questa lobby. Appunto, come ha detto il buon Luttwak, l’unica spiegazione possibile del fatto che Monti non ha svolto i suoi compiti di tecnico è che Monti non è mai stato un vero tecnico: è un uomo ambizioso che mira a fare carriera in politica. “Vanità, decisamente il mio peccato preferito”.
Anticipo subito le obiezioni, così chiudiamo in fretta il discorso. Obiezione numero uno: “Alzando le tasse Monti ha rassicurato i mercati facendo così scendere lo spread ed evitando all’Italia un disastro in stile greco”. Questo sono sempre in meno a pensarlo. La maggior parte degli osservatori non hanno dubbi sul fatto che a fare scendere (di troppo poco, oltretutto) lo spread non siano state le scellerate politiche di Monti ma i provvedimenti adottati da Mario Draghi. Inoltre, nessuno ha più il coraggio di negare che le scellerate politiche di Monti non solo hanno provocato un ulteriore aumento del debito (che dal 119% è arrivato al 127%) ma hanno spinto l’Italia nel baratro di una recessione da cui molto difficilmente uscirà viva. A meno che, naturalmente, non si cominci a dimezzare sul serio quell’enorme forma di ricettazione del denaro rubato ai cittadini che si chiama spesa pubblica.
Obiezione numero due: “Berlusconi aveva trascinato l’Italia nel ridicolo, il saggio e pacato professor Monti ha ridato credibilità internazionale all’Italia”. Ah, quello della “credibilità internazionale” è veramente il più potente degli idoli fabbricati da colui che fa di tutto per convincerci della sua inesistenza. Qualcuno mi sa spiegare che diavolo (per rimanere in tema) è questa “credibilità internazionale”? E’ roba che si mangia? La diamo da mangiare a quelli che non hanno più né casa né lavoro a causa delle tasse montiane? No, vi prego, ditemelo. Me lo dite che vantaggio ha una nazione se guadagna la “credibilità internazionale” nel mondo intero e poi perde se stessa precipitando nell’inferno della miseria? Ma agli imprenditori che si sono già suicidati, a quelli che si stanno per suicidare, ai disoccupati che fanno la fila alla Caritas, agli sfrattati che stanno per strada al freddo che cosa può importare se Monti a Bruxelles ci fa un figurone e se sulle televisioni degli altri paesi finalmente tace il coro di insulti all’Italia del bunga bunga? Ma non era meglio essere rappresentati a Bruxelles da uno che faceva le corna nelle foto di gruppo e intanto avere pane e tetto? Ho ragione di credere che, quando non hai né pane né tetto, non te ne potrebbe fregare di meno se nelle televisioni degli altri paesi i buffoni laureati se la piantano di dire che gli italiani sono tutti buffoni dediti al bunga bunga. Ho ragione di credere che la famosa gente che non ce la fa ad arrivare alla fine del mese, se deve scegliere fra la miseria targata Monti e la “perdita di credibilità internazionale” targata Berlusconi, preferisce di gran lunga la seconda. “Insultateci pure, ma lasciateci il pane”.
Non è che “credibilità internazionale” significa chinare servilmente il capo alle altre nazioni? Non è che “credibilità internazionale” è la versione post-moderna del vecchio “Franza o Spagna purché se magna” però senza il “se magna”? Ho la tentazione di credere a Tremonti, politico che non stimo affatto, quando dice che Merkel & company hanno messo sulla testa del professore la corona di alloro della “credibilità internazionale” solo perché il professore li sta aiutando a fare quello che loro cercano di fare da tanto tempo senza riuscirci: distruggere l’Italia e spartirsi i resti del suo cadavere economico. Spero che Tremonti abbia torto.
D’altra parte, io non capirò mai perché gli italiani si lasciano insultare anzi amano essere insultati e sono quasi grati agli stranieri che li insultano. In realtà, gli italiani non se ne accorgono neanche di essere insultati: “E’ colpa di Berlusconi se i mass media stranieri insultano gli italiani. Quando ci saremo liberati di Berlusconi, che fa fare una brutta figura all’Italia, finalmente ci tratteranno con rispetto”. Poveri illusi. Non capiranno mai che i buffoni stranieri non insultano gli italiani per colpa di Berlusconi, ma insultano gli italiani perché sono italiani, e usano il caso Berlusconi come fragile pretesto degli insulti. E non capirò mai perché gli italiani non hanno il benché minimo orgoglio, perché idolatrano ogni parola che esce dalla bocca dei giornalisti stranieri, perché consentono ai giornalisti stranieri di decidere chi è “unfit” e chi non lo è a governare l’Italia. Ma questi giornalisti dell’Economist. guardassero un po’ alle schifezze di casa loro, guardassero a quel pederasta che per più di quarant’anni ha fatto impunemente caccia grossa di minorenni nei corridoi della Bbc (il presentatore televisivo Jimmy Savile) prima di puntare il dito sulle tette e sui culi che riempiono la tv italiana, come se le tette e i culi non proliferassero in ogni tv del mondo. Adesso pare che Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, abbia ufficialmente protestato presso il Foreign Office contro la decisione, presa da Giovanna Melandri, direttrice del Maxxi, di sospendere a poche settimane dalle elezioni la proiezione all’interno del Maxxi del documentario anti-italiano (e a quanto pare anche violentemente anti-cattolico) Girlfriend in a comadi Annalisa Piras e dello stesso Emmott. Uh, che paura, il Foreign Office! Allora, facciamo così: noi vi facciamo proiettare al Maxxi Girlfriend in a coma a ridosso delle elezioni politiche italiane e voi in cambio ci fate proiettare al Tate Modern a ridosso delle elezioni politiche inglesi un documentario sulla Gran Bretagna dal titolo Old witch in a coma – che io mi offro volontaria di preparare – in cui i politici inglesi appaiono come un branco di corrotti e maniaci sessuali e la regina appare come una ninfomane, ok? Affare fatto.
Insomma, la “credibilità internazionale” è un idolo, un vitello d’oro. Per dirla tutta, vale molto meno del vitello d’oro, che almeno era di oro, e oggi come oggi un po’ d’oro fa la differenza fra il mangiare e il morire di fame. La gente vende ai negozi “Compro oro” tutti gli oggetti d’oro che ha in casa per mettere insieme il pranzo con la cena. Ma pare che tutte le fedi e tutte le catenine della prima comunione d’Italia stiano finendo, visto che ai negozi “Compro oro” si stanno affiancando i negozi “Compro argento”. E quando finisce anche l’argento, alle ragazze rimane almeno il tesoro su cui sono sedute e ai ragazzi qualcosa di simile. Quindi non stracciatevi le vesti se dalle indagini sociologiche risulta che la prostituzione occasionale non solo femminile sia in costante, inarrestabile aumento. D’altra pare, anche la Sonja di Delitto e castigo fu costretta sacrificare la sua virtù per impedire ai fratellini di morire di fame. E ora che ci penso, fra poco l’Occidente ex opulento sarà simile alla Russia degli zar a causa del debito che lo divora. Ma state attenti, perché dopo gli zar sono venuti Lenin e Stalin.
Se i pagani fanno sacrifici agli idoli, pazienza, sono pagani. Ma i cattolici si suppone che siano abbastanza svegli per distinguere gli idoli dal vero Dio. E invece, molti cattolici sono meno svegli di quanto pensassi. Infatti, attorno al vitello d’oro falso della “credibilità internazionale” targata Monti danzano un numero spropositato di cattolici. Se chiedi loro spiegazioni, ti dicono: Monti ha abbassato lo spread, è rispettato a livello internazionale e in più rispetta i principi non negoziabili. Questa è buona. Dunque, sullo spread e sulla credibilità internazionale ho già detto. Mi resta da dire soltanto che i cosiddetti principi non negoziabili (riguardanti la vita e la famiglia naturale) al professore interessano molto meno della sua carriera politica: non li avversa ma non li difende neppure. Per fare brodo di voti, ha accolto nel suo movimento sia cattolici che difendono tali principi sia laicisti che, se potessero, metterebbero distributori automatici di kit per l’aborto e per la “morte pietosa” nelle banchine dalla metropolitana. Insomma, il movimento di Monti sfida coraggiosamente il principio di non contraddizione affermando e negando allo stesso tempo i principi non negoziabili. Tuttavia, l’esperienza insegna che, quando ci si ostina a tenere insieme l’affermazione e la negazione di un principio, la negazione tende a prevalere. Paragonando l’affermazione ad una minestra e la negazione al veleno, ebbene se metto insieme metà minestra con metà veleno, l’effetto mortale del veleno prevarrà definitivamente sui valori nutritivi della minestra. Ci pensi bene, onorevole Mario Mauro.
Ma torniamo alla puntata di Leader. La dura e puntuale requisitoria di Giacomo Zucco era riuscita a cancellare dalla faccia del professore l’odioso sorrisino di autocompiacimento. Senza perdersi d’animo, il professore ricorse ad uno dei principali trucchi sofistici consigliati da Schopenhauer: quando non si sa rispondere alle critiche, minimizzare le critiche e fare ironia sul critico. Così parlò Monti: «Mi trovo di fronte ad un interlocutore brillante, equilibrato e consapevole che non mira ad una astratta trasposizione di ricette dagli Stati Uniti all’Italia… Dovrò valutare più attentamente non tanto le sue critiche tecniche, che si potrebbero trattare abbastanza brevemente, ma le gravi riserve di ordine morale e comportamentale che ha indirizzato alla mia persona, sulle quali farò una doverosa, profonda e auto-flagellante riflessione».
Dunque, Monti sottovaluta le critiche: «le sue critiche tecniche si potrebbero trattare abbastanza brevemente». Egregio professore, se è vero che si potrebbero trattare brevemente, come mai non ha mai trovato i cinque minuti necessari per trattarle? Perché mena sempre e sistematicamente il can per l’aia quando prova a trattarle?
Monti fa ironia su Zucco e sul movimento che rappresenta:«Mi trovo di fronte ad un interlocutore brillante, equilibrato e consapevole che non mira ad una astratta trasposizione di ricette dagli Stati Uniti all’Italia». Con queste parole, Monti insinua ironicamente il contrario di quello che sembra affermare: insinua cioè che Zucco sarebbe tutt’altro che equilibrato (perbacco, Zucco, non ti vergogni di avere alzato la voce? Non sei sobrio!) e che il suo movimento mirerebbe ad una astratta trasposizione di ricette dagli Stati Uniti all’Italia. Ci risiamo. Tutte le volte che un liberale dice delle cose che non sono semplicemente liberali ma di buon senso, gli avversari tirano fuori la leggenda metropolitana in forma di sillogismo secondo cui: 1) gli stati Uniti sono liberisti, 2) negli Stati Uniti è iniziata la crisi economica mondiale, 3) il “liberismo” è la causa della crisi economica mondiale. Quindi, Monti insinua, ironicamente, che i liberali del Tea party Italia e del Fid mirerebbero espressamente a distruggere l’Italia a colpi di “liberismo” presunto statunitense. Ora, del succitato “sillogismo metropolitano” solo la seconda affermazione è vera. Delle altre due è vero esattamente il contrario. La verità è che gli Stati Uniti non sono liberisti e non lo sono mai stati. Il “liberismo selvaggio” non ha fallito per la semplice ragione che non è mai stato applicato né negli Usa né da nessuna parte. La verità è che gli Stati Uniti sono keynesiani e lo sono sempre stati. La causa prima se non unica della crisi economica mondiale è il keynesismo selvaggio, che è una forma di socialismo. In estrema sintesi, l’attuale crisi economica mondiale ha due cause principali: la manipolazione dei tassi di interesse da parte della Fed a partire dal 2001 (che ha portato all’aumento incontrollabile del debito privato e ha gonfiato e poi fatto scoppiare gigantesche bolle, in primis quella immobiliare) nonché la crescita incontrollabile della spesa pubblica e del debito pubblico. E che cosa consigliava lord Keynes? Esattamente questo: abbassare i tassi di interesse per “stimolare gli investimenti privati”, aumentare la spesa pubblica per “stimolare i consumi” e ripagare il debito accumulato emettendo titoli sovrani e stampando denaro dal nulla. Se lo faccio io, vado in galera come falsaria. Se lo fa la Fed o la Bce, tutti applaudono, specialmente Massimo giardina e rodolfo Casadei di Tempi.
Infine, Monti fa della falsa ironia su sé stesso, sperando di apparire un vero aristocratico: «Dovrò valutare più attentamente le gravi riserve di ordine morale e comportamentale che ha indirizzato alla mia persona, sulle quali farò una doverosa, profonda e auto-flagellante riflessione».
Se questa doverosa, profonda e auto-flagellante riflessione la facesse davvero, dovrebbe andare in diretta televisiva a reti unificate a fare mea culpa, implorando perdono a Dio e al popolo per avere gettato la nazione nel baratro al solo scopo di soddisfare la sua vanità e ambizione politica.
Il mercato è dunque l’unico terreno su cui può svilupparsi e crescere la pianta della ricchezza. Questo tuttavia non significa che il mercato faccia tutti ricchi. I lavoratori dipendenti non lo sono certamente. D’altra parte, neppure tutti gli imprenditori, tutti i commercianti e tutti i liberi professionisti lo sono. Anzi, molti di loro devono faticare molto per mantenere un decente tenore di vita. Tuttavia, come vedremo, l’invidia vedrà in ogni imprenditore, in ogni commerciante e in ogni libero professionista un ricco, e in ogni ricco un ladro. Quel che è peggio, oggi va di moda giustificare la propria invidia con argomenti evangelici. Tutte le volte che si discute di grandi patrimoni, anche gli atei più incalliti sono pronti a tirare fuori, naturalmente senza averla capita, la parabola del cammello e della cruna dell’ago.
Esistono due tipi di invidia. Esiste una invidia benevola, che non è vera invidia ma piuttosto ammirazione per i beni altrui, ed esiste poi una invidia malevola, che invece è il desiderio di privare un altro dei beni che possiede. L’invidioso benevolo trova certamente desiderabili determinati beni materiali o determinati talenti che lui non possiede e qualcun altro possiede: “Come ti invidio! Vorrei essere ricco, bravo, bello come te”. Tuttavia, non desidera sottrarli alla persona invidiata né tanto meno farla soffrire. Piuttosto, cercherà di acquisire beni analoghi in uguale quantità ossia, concretamente, si darà da fare per diventare altrettanto o ricco o bravo o bello rispetto alla persona invidiata. Anche se, come è probabile, non riuscirà ad uguagliare la persona invidiata, in ogni caso con tutto l’impegno profuso nel tentativo di uguagliarla sarà riuscito a migliorare la sua condizione. Se non sarà diventato altrettanto ricco, comunque sarà riuscito a guadagnare qualcosa in più col duro lavoro; se non sarà diventato altrettanto bravo (il che è probabile, perché un determinato talento uno non se lo può dare), avrà comunque perfezionato i suoi propri talenti con l’esercizio; se non sarà diventato altrettanto bello (il che è certo, perché la bellezza, se non te la dà la natura, non te la puoi fabbricare neppure con le più avanzate tecniche di chirurgia estetica) avrà comunque migliorato il suo aspetto e la sua salute con diete, ginnastica e quant’altro. Insomma, l’invidioso benevolo si sentirà pienamente soddisfatto se, nello sforzo di eguagliare la persona invidiata, sarà riuscito almeno a migliorare sé stesso. Il fatto che la persona invidiata possieda beni o talenti che lui non potrà mai avere non lo turba affatto.
L’invidia benevola ha positivi effetti sociali: una società in cui tutti cercano di migliorare sé stessi senza cercare di distruggere i migliori è infatti una società migliore. L’invidia malevola, invece, distrugge lentamente la società dalle fondamenta. Se l’invidioso benevolo accetta serenamente il fatto che la persona invidiata abbia qualcosa che lui non riuscirà mai ad avere, invece l’invidioso malevolo questo non lo accetterà mai. Se non riesce a diventare altrettanto ricco, desidera che la persona invidiata perda tutte le sue ricchezze. A dire il vero, questo continua a desiderarlo anche nel momento in cui diventa altrettanto o più ricco della persona invidiata. Insomma, più che desiderare la felicità per sé, l’invidioso desidera l’infelicità per gli altri.
Per quanto riguarda l’invidia del talento altrui, l’invidioso desidera che il talento della persona invidiata, non potendo essere annullato, perlomeno non venga né riconosciuto né premiato. Per quanto riguarda l’invidia verso la bellezza altrui, è assodato che nelle scuole superiori le ragazze belle sono spesso oggetto di maltrattamenti da parte delle compagne. In sostanza, l’invidioso malevolo desidera che la persona invidiata soffra, e se ne ha la possibilità cercherà lui stesso di farla soffrire. L’invidia è intrinsecamente sadica.
Purtroppo,oggi l’invidia malevola è molto più diffusa di quella benevola. Il suo bersaglio principale sono i “ricchi”. Ma chi sono i “ricchi”? Tre secoli fa, coincidevano con gli aristocratici improduttivi, che si facevano mantenere dal popolo. Ma l’aristocrazia di sangue ha perso da tempo ogni potere, e ai pittoreschi discendenti dei duchi, dei conti, dei marchesi e dei principi non resta che andare a lavorare. Da un paio di secoli, la vecchia aristocrazia di sangue è stata soppiantata da una vera e propria aristocrazia economica, che non si basa più sulla rendita parassitaria ma sull’investimento economico produttivo. I nuovi aristocratici sono i capitalisti, gli imprenditori, i capi d’industria e i professionisti di successo.
Due secoli fa, la morale cristiana, che fa gli uomini uguali davanti a Dio, era indebolita dalla cultura post-illuminista, che a dispetto dei proclami a favore della égalité teorizzava nuove disuguaglianze di carattere biologico e sociale. (Per inciso, il darwinismo sociale precede di molto la teoria evolutiva di Darwin, che non ne è che un tardo corollario presunto scientifico). Nello stesso periodo in cui la morale cristiana veniva meno, nel “club” dei ricchi entravano i primi industriali capitalisti. Dal momento che l’illuminismo aveva indebolito la loro fede, essi non trovavano affatto riprovevole fare al prossimo ciò che non volevano fosse fatto a loro stessi. E infatti, sottoponevano gli operai a turni di lavoro massacranti e abbassavano il loro salario al di sotto della soglia di povertà senza il benché minimo rimorso di coscienza. Ma il progresso tecnico venne in aiuto degli operai. Quanto più le macchine venivano perfezionate, tanto meno ingrato e tanto più produttivo diventava il lavoro degli operai. I sindacati, che all’inizio erano veri sindacati, ossia rappresentanti dei lavoratori e non appendici dei partiti di sinistra, fecero il resto, ottenendo che ad ogni aumento dei profitti corrispondesse un aumento dei salari. E la condizione degli operai non ha mai smesso di migliorare da allora ad oggi, tanto è vero che oggi un posto in una delle poche fabbriche rimaste è considerato quasi un privilegio.
Insomma, la Francia dell’Ancien Régime e l’Inghilterra di Charles Dickens sono molto lontane. Oggi nessuno sfrutta più nessuno, almeno non in Occidente. La ricchezza non si basa più sullo sfruttamento dei contadini e degli operai. L’aristocrazia è stata definitivamente soppiantata dalla meritocrazia. In una società anche solo parzialmente liberale, come la nostra, ci sono soltanto due maniere per arricchirsi: derubare il prossimo oppure soddisfare le esigenze del prossimo. La prima è vietata (s’intende non per lo Stato, che può derubare i cittadini quanto vuole) la seconda no. Se dunque non ha voglia di vivere nell’illegalità, all’aspirante ricco non resta che impegnarsi per fornire al prossimo prodotti e servizi buoni a prezzi convenienti. Insomma, per arricchirsi deve meritarselo: meritocrazia. E non si sottolineerà mai abbastanza che sono i consumatori ossia siamo noi a decidere chi merita di arricchirsi. Lo decidiamo democraticamente ogni volta che andiamo a fare la spesa al supermercato e lo shopping per le vie del centro. Siamo noi che arricchiamo il bravo imprenditore e il bravo professionista. Nel momento in cui la maggioranza dei consumatori preferisce il prodotto x al prodotto y, arricchisce chi produce x e danneggia chi produce y, inducendo quest’ultimo a migliorarsi. Chi ha arricchito Berlusconi se non la maggioranza dei telespettatori, che hanno preferito i programmi delle sue televisioni a quelli delle altre? Se non volevano che diventasse così ricco, avrebbero dovuto soltanto sforzarsi di non guardare i programmi che preferivano.
Il meraviglioso paradosso del mercato liberale è che il bravo imprenditore e il bravo professionista che arricchiscono sé stessi arricchiscono anche gli altri. In primo luogo, forniscono ai consumatori prodotti e servizi migliori a prezzi più convenienti e in secondo luogo, creano posti di lavoro e di conseguenza stimolano i consumi. Quanto più guadagnano, tanti più posti di lavoro creano; quanti più posti di lavoro creano, tanto più aumentano i consumi; e quanto più aumentano i consumi, tanto meglio vanno gli affari per altri imprenditori, che a loro volta creeranno altri posti di lavoro eccetera, in un vero e proprio circolo virtuoso.
Purtroppo, alla maggioranza delle persone non interessa sapere quanto bene fanno alla società intera i ricchi imprenditori di successo. Pure di vederli soffrire, sarebbero disposte a fare sprofondare nel baratro il mondo intero. Perché l’incendio dell’invidia sociale ha assunto proporzioni così catastrofiche? Perché la cultura egemone è come benzina su quel fuoco.
Dunque, l’invidia malevola non mira tanto ad uguagliare quanto a distruggere gli altri. Per giustificare davanti a sé stesso e agli altri il desiderio di distruggere la persona invidiata, l’invidioso malevolo cerca di auto-convincersi che questa persona gli stia togliendo qualcosa. Per arrivare subito al punto, chi invidia malevolmente il ricco si auto-convince che il ricco si sia arricchito alle sue spalle e alle spalle dei poveri per mezzo di truffe e inganni. Ebbene, il socialismo in tutte le sue forme non dà forse ragione all’invidioso? Marx non dice forse che i capitalisti rubano “plusvalore” ai proletari? E i socialdemocratici non dicono forse che i ricchi concentrano illegalmente nelle loro mani le ricchezze che spettano agli altri, e che quindi devono essere “ridistribuite”? Confermando la visione della realtà propria dell’invidioso, la cultura di sinistra, divenuta da tempo cultura di massa, alimenta e diffonde il virus dell’invidia nella popolazione. Al contagio sfuggono ormai solo poche persone. C’è da chiedersi se nei secoli in cui non esisteva ancora una sinistra il vizio dell’invidia fosse tanto ampiamente diffuso quanto al giorno d’oggi.
Dunque, la maggioranza invidiosa cerca di convincere sé stessa che i ricchi di successo siano tutti degli imbroglioni e dei ladri. “Se Berlusconi e Briatore sono così ricchi devono per forza avere rubato e frodato: prima o poi i giudici lo scopriranno”. Gli invidiosi non riescono neppure a concepire che Berlusconi e Briatore possano essersi arricchiti facendo bene il loro lavoro. Flavio Briatore non sarà la persona migliore del mondo ma qualche cosa buona l’ha fatta: ha mandato la sua scuderia in formula uno e dà lavoro a tante persone. Ebbene, gli agenti del fisco hanno sottoposto il suo locale sardo a controlli talmente invasivi e lesivi del buon funzionamento del locale stesso che Briatore è stato costretto a chiuderlo e a spostare la sua attività all’estero. Sicuramente, la chiusura del Billionaire ha ha avuto molti effetti negativi: i suoi dipendenti si sono ritrovati senza lavoro e la regione Sardegna ha perso una importante attrazione turistica. Per queste ragioni, ci si sarebbe aspettati che la maggior parte della gente protestasse contro questa chiusura. E invece no. Sotto tutti gli articoli sul caso Billionaire pubblicati online si è scatenata una gara di insulti contro Briatore e le sue ricchezze. Sebbene la guardia di finanza, dopo avere rivoltato come un calzino l’impresa di Briatore, non sia mai riuscita a trovare nessuna prova contro di lui, la maggioranza della gente è certa che Briatore non possa non avere rubato. Insomma, l’odio non si arrende neppure di fronte all’evidenza. In un vecchio manifesto elettorale della sinistra estrema si leggeva: “Anche i ricchi piangano”. Ebbene, oggi la maggior delle persone non si accontenta di fare piangere i ricchi: vuole che finiscano sul lastrico, davanti al giudice, in prigione e, se fosse possibile, al muro con gli occhi bendati. Quanti altri processi farsa dovrà ancora subire SilvioBerlusconi per soddisfare l’invidia dei suoi concorrenti, dei magistrati e del popolo? E lo chiedo senza stimare il politico Berlusconi, cui non perdono di avere parlato da liberale e agito da statalista.
Il cristiano non troverà difficile intravedere in questa tempesta d’invidia e d’odio la sagoma di colui che fa di tutto per convincerci della sua inesistenza.
Convinta dunque che ogni ricchezza sia frutto di rapina, la maggioranza invidiosa supplicherà lo Stato di requisire ai ricchi la maggior parte delle loro ricchezze e di “ridistribuirle”. Dal loro punto di vista, imporre ai ricchi più tasse che al resto della popolazione è lecito e opportuno come sequestrare i beni ai mafiosi. E’ stata l’invidia a portare al potere in Francia uno che proponeva di tassare i “ricchi” al settantacinque per cento. Oltre Manica, dove i capitali francesi continuano ad arrivare come profughi ammassati sui barconi, lo stanno ancora ringraziando. Di norma, infatti, non appena un governo annuncia nuove tasse i grandi capitali lasciano una nazione alla velocità della luce, impoverendola. D’altra parte, se il fisco riesce a metterci le mani prima che volino via, la nazione diventa più povera lo stesso. Infatti, i soldi che il fisco prende con arroganza sovietica dai conti correnti dei ricchi finiscono quasi sempre bruciati in maniera improduttiva da pubbliche amministrazioni e aziende di Stato che servono soltanto a distribuire stipendi a parassiti fannulloni. Ecco la maniera in cui lo Stato “ridistribuisce le ricchezze”: le brucia. Non è improbabile che i legittimi proprietari, se non ne fossero stati privati, quei soldi li avrebbero potuti investire in maniera produttiva, a beneficio della società intera.
D’altra parte, non tutti gli imprenditori, i commercianti, i liberi professionisti sono ricchi. Anzi, molti di loro devono faticare molto per rimanere a galla sul mercato. Tuttavia la maggioranza invidiosa vedrà in ogni imprenditore, in ogni commerciante e in ogni libero professionista un ricco, e in ogni ricco un ladro: “Sembra povero solo perché ha nascosto bene i suoi guadagni”. La guardia di finanza cerca di alimentare questa convinzione, stanando e gettando in pasto ai media commercianti che non fanno lo scontrino, liberi professionisti che non fanno la fattura e imprenditori che cercano ogni scappatoia per pagare meno tasse. La gente non ce la fa proprio a capire che per la maggior parte dei commercianti, degli imprenditori e dei liberi professionisti pagare meno tasse del dovuto non significa arricchirsi ma sopravvivere. Infatti, tasse troppo alte hanno il solo effetto di ammazzare le attività produttive.
Lo Stato sottrae alle imprese una certa percentuale dei loro profitti. Dal momento che questa percentuale è molto alta, le imprese sono costrette ad alzare il prezzo dei loro prodotti e servizi. E dal momento che la stragrande maggioranza dei potenziali acquirenti dei prodotti e dei servizi delle aziende non sono ricchi sfondati, cominceranno a comprare sempre meno, fino a non comprare più. Così le aziende chiuderanno. Non pensiamo solo alle imprese: pensiamo anche a noi che offriamo la nostra forza lavoro, i nostri prodotti e le nostre idee in cambio di soldi. Dal momento che lo Stato chiede una percentuale molto alta di quello che guadagniamo, anche noi venderemo sempre meno fino a non vendere più. E saremo disoccupati. C’è ancora qualcuno che non ha capito che le tasse sono la causa efficiente della disoccupazione?
Dunque, tassare eccessivamente le attività produttive significa ammazzarle, ammazzarle significa danneggiare la società intera e lo stesso fisco. Infatti, ogni saracinesca abbassata e ogni impresa chiusa è una fonte di introiti fiscali in meno. Cosa ancora più importante, per ogni attività ammazzata ci sono tanti lavoratori in più sulla strada. Fra loro potremmo esserci anche noi o i nostri familiari. Quindi, chiedere ai governi di tassare a morte non soltanto i “ricchi” ma tutti quelli che lavorano nel settore privato, significa danneggiare noi stessi. Il problema è che in fondo lo sappiamo di danneggiare noi stessi. Pure di soddisfare l’invidia, pure di fare del male agli altri, siamo disposti a fare del male a noi stessi.
Tutti gli esseri umani, tranne i santi, sono inclini ai vizi capitali, i rappresentati dello Stato sono esseri umani e il sillogismo si completa da sé. Negli ambienti della politica e della pubblica amministrazione si gestisce il potere sull’intera società e si amministrano montagne di soldi, degli altri naturalmente. Voi riuscireste a resistere alla seduzione del potere e delle ricchezze, se le ricchezze e il potere fossero sempre lì, davanti ai vostri occhi? Dunque, ci sono pochi dubbi sul fatto che quasi tutti i rappresentanti dello Stato siano particolarmente inclini all’avidità e alla superbia, che aprono nel cuore una fame insaziabile di potere e ricchezze. Per soddisfare dunque i loro vizi, devono accrescere costantemente il loro potere e le loro ricchezze; per accrescere il loro potere e le loro ricchezze, devono accrescere le dimensioni dello Stato. Infatti, più Stato significa in primo luogo stipendi più alti per loro stessi. Non stupitevi se i rappresentati dello Stato in Italia recepiscono stipendi degni dei conti e i marchesi dell’ancien régime. Dal momento che infatti sono loro stessi a decidere quanto devono guadagnare, non hanno una sola ragione per non decidere di alzarsi lo stipendio oltre i confini dell’indecenza. Se pensate che un giorno potranno votare a favore della riduzione dei loro propri stipendi, siete degli illusi. Se foste voi a ricevere uno stipendio di ventimila euro, avreste il coraggio di votare per abbassarlo a tremila euro? Se siete sinceri, dovete ammettere che il coraggio non lo trovereste. Quella mancanza di coraggio noi la chiamiamo peccato originale.
Oltreché stipendi più alti, più Stato significa più soldi pubblici da gestire. Se l’incarico di gestire montagne di miliardi fosse affidato a voi, non sentireste la tentazione di usarne almeno una parte a beneficio vostro e dei vostri amici e parenti? E non sentireste la tentazione di prendere tangenti e mazzette, se le tangenti le mazzette vi fossero offerte tutti i giorni? Siate sinceri. Quindi non stupitevi se i rappresentati dello Stato distribuiscono posti di lavoro nei posti chiave ad amici, amanti e tutto il parentado fino al centesimo grado. Non stupitevi se intascano mazzette e tangenti oppure se comprano case miliardarie a loro insaputa. Non stupitevi se gonfiano le note di spesa per fare la cresta (tanto per fare un esempio, una lampadina di pochi centesimi in un ufficio pubblico arriva a costare cinquanta euro: provate a indovinare dove va a finire la differenza fra i pochi centesimi e i cinquanta euro…). Non stupitevi se con i soldi dei rimborsi ai partiti ci comprano i suv e ci organizzano feste da basso impero. Non stupitevi se truccano le gare per dare gli appalti ai loro amici imprenditori o agli amici di Cosa nostra, dell’andrangheta, della Sacra Corona Unita.
Per soddisfare la loro superbia e la loro avidità, i rappresentanti dello Stato devono ingrandire le dimensioni dello Stato. Per una sorta di implacabile legge fisica, lo Stato non può crescere senza togliere spazio al mercato. E così si spiega perché quasi tutti i rappresentanti dello Stato, anche quelli che si definiscono “liberali”, descrivono il mercato come una specie di mostro senza cuore che chiede sacrifici umani. Per guadagnare facili applausi, i politici attaccano il disco: “Ma chi comanda oggi: i cittadini o il mercato?”. Questa frase, che a turno hanno pronunciato tutti i politici di tutti gli schieramenti, è quanto mai menzognera: infatti, come abbiamo visto, nel mercato comandano i cittadini. Ma appunto, oggi, almeno in Italia, neppure quelli che si definiscono liberali lo sono veramente. Infatti, i sedicenti liberali ci tengono sempre a distinguere fra il liberalismo economico, che loro chiamano con disprezzo “liberismo selvaggio”, e un “liberalismo” buono e bello, che loro intendono come una socialdemocrazia moderata, leggermente più aperta al mercato rispetto alla socialdemocrazia tradizionale. Da come te lo descrivono quasi tutti i politici, il liberalismo economico non sarebbe tanto migliore del nazismo. Non a caso un esimio non-economista adoratore del dio Stato di nome Paolo Barnard va in giro a dire che i liberali austriaci Mises e Hayek avrebbero ispirato il nazismo, e la gente ci crede. Penosa calunnia. Tanto per mettere i puntini sulle i, Mises e Hayek hanno elaborato le più lucide critiche del totalitarismo politico.
E i cittadini? Perché non si ribellano? Perché accettano di cedere allo Stato quasi il 50% delle ricchezze che producono? Perché permettono allo Stato di restringere lo spazio del mercato ossia lo spazio in cui possono esercitare la loro libertà economica e mettere a frutto i loro talenti? Ma è semplice: perché la maggior parte dei cittadini non amano affatto il mercato. Più che altro, non hanno tanta voglia di affrontare le fatiche e assumersi i rischi che la libertà economica comporta. Vogliono la vita comoda, che però oggi non si chiama più “vita comoda” bensì “sicurezza sociale”. E il desiderio di vita comoda non si chiama più pigrizia bensì diritto. Inoltre, non accettano che nella gara dei meriti i più bravi passino loro davanti e raggiungano posizioni sociali più elevate. Bramosi di “sicurezza sociale” ossia di vita comoda, chiedono allo Stato di assisterli dalla culla alla tomba e di liberarli dall’obbligo morale di soccorrere i poveri. “Caro Stato, ai poveri pensaci tu, così io mi faccio gli affari miei”. E mentre i cittadini si fanno i beati affari loro, lo Stato trasforma i poveri in parassiti senza dignità. Essendo anche loro esseri umani piagati dal peccato originale, questi ultimi imparano in fretta che trovare un lavoro serio e darsi da fare non conviene: cesserebbero immediatamente i sussidi dallo Stato! (cfr. http://johnnycloaca.blogspot.it/2012/12/nello-status-quo-del-welfare-francese.html ).
Oltre a chiedere sempre più welfare per sé stessi e per i poveri presunti, la maggior parte della gente aspira ad entrare nella fortunata casta dei dipendenti pubblici, che godono del privilegio del posto fisso. Ad ogni concorso pubblico ormai si presenta un numero assolutamente spropositato, mostruoso, di giovani. Evidentemente, la massima aspirazione della maggior parte dei giovani è di occupare un posto a vita senza lavorare troppo. E’ noto che negli uffici pubblici non ci si ammazza di fatica e ogni scusa è buona per assentarsi. E come si dice, l’ozio è padre di tutti i vizi, anche della lussuria. E’ noto che negli uffici in cui non ci si ammazza di fatica, i computer sono costantemente connessi ai siti pornografici. In effetti, c’è un legame genetico fra statalismo e pornografia: le nazioni più stataliste d’Europa – quelle del welfare dalla culla alla tomba – sono state anche la culla della pornografia di massa.
Ma lo Stato dove prenderà i soldi per finanziare il welfare e per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici e dei rappresentanti dello Stato? Prenderli dalle tasche degli stessi dipendenti pubblici e degli stessi rappresentanti dello Stato sarebbe un controsenso logico. E infatti, questi ultimi pagano le tasse solo in senso nominalistico, virtuale. Per farla breve, lo Stato prenderà i soldi di cui ha bisogno dalle tasche dei cittadini che lavorano nel settore privato: imprenditori, dipendenti, commercianti e liberi professionisti. Li prenderà da noi, che offriamo la nostra forza lavoro, i nostri prodotti e le nostre idee in cambio di pane.
Ora, il settore pubblico in teoria dovrebbe poter produrre qualche ricchezza, in realtà si limita a consumare le ricchezze che arrivano, sotto forma di tasse, dal settore privato. Le aziende pubbliche sono tutte immancabilmente poco produttive e vanno spesso in deficit. Invece, il settore privato tende a creare più ricchezza di quella che consuma. Quando tutto va bene, l’economia cresce e i capitali si accumulano per futuri investimenti. Perché il settore privato è più produttivo di quello pubblico? Per la semplice ragione che il mercato costringe le persone a dare il meglio di sé stesse. La crudeltà del mercato è salutare: scaccia la pigrizia e altri riprovevoli vizi. Per stare sul mercato, bisogna soddisfare i consumatori; per soddisfarli, bisogna lavorare bene. I consumatori, infatti, puniscono immediatamente chi offre servizi e prodotti scadenti a prezzi eccessivi. Qualcuno di voi sarebbe disposto a comprare un prodotto scadente se accanto, sullo stesso scaffale, ci fosse un prodotto di ottima qualità che cosa meno? Chi deve farsi giudicare ogni giorno dai consumatori non può permettersi il lusso di oziare e assentarsi spesso e volentieri. Invece, i dipendenti e i dirigenti pubblici questo questo lusso possono permetterselo tranquillamente, dal momento che possono anche fare a meno di soddisfare i clienti. Se i conti della loro azienda vanno in rosso, non li pagano loro: li pagano i contribuenti ossia quelli che non possono permettersi il lusso di essere fannulloni come loro. Insomma, dove non c’è mercato c’è vizio. E’ inevitabile che ci sia. Infatti a causa del peccato originale ogni essere umano, nessuno escluso, tende a peccare tutte le volte che gli si offre l’occasione. Come l’occasione fa il ladro il posto di lavoro pubblico fa il fannullone. Infatti, se non sei obbligato a dare il meglio di te tu il meglio di te non lo darai mai.