Tesori in frantumi

Una voce dall'abisso

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LE ZUCCHE VUOTE HANNO PAURA DELLE ZUCCHE DI HALLOWEEN MA NON DELLE TEORIE ECONOMICHE SATANICHE

L’altra sera discutevo di John Maynard Keynes con alcuni amici. Io facevo notare che la ricetta keynesiana (più spesa pubblica + più tasse + più debito) non ha mai funzionato da nessuna parte al mondo: invece di “stimolare” l’economia la affossa. La prova provata di quello che dico si chiama GRANDE DEPRESSIONE. Per porre rimedio alla terribile crisi scoppiata nel 1929, John Delano Roosevelt seguì precisamente la ricetta di Keynes (in realtà Keynes non aveva ancora pubblicato suo testo di economia satanica, ma comunque Roosevelt già ragionava come lui): aumentò a dismisura la spesa pubblica indebitando lo Stato. Con i soldi pubblici, ossia i soldi degli altri, Roosevelt finanziò generosamente sia posti di lavoro relativamente “utili”sia posti di lavoro completamente inutili (impiegati statali scalda-sedie): assunse sia decine di migliaia di operai incaricandoli di costruire  infrastrutture relativamente utili sia decine di migliaia di impiegati, timbratori di carte inutili. Infatti, nell’ottica keynesiana non importa che i dipendenti pubblici facciano lavori utili: l’importante è che spendano i soldi dello stipendio al fine di “aumentare la domanda aggregata”. Ah, quant’è bella la vita! Per aumentare le ricchezze di un paese non devo lavorare, ma devo soltanto consumare le ricchezze… degli altri.

Chi non capisce immediatamente da chi era consigliato Keynes, è una zucca vuota. E invece di prendersela con questo economista luciferino, le zucche vuote se la prendono con le zucche di Halloween, in cui essi vedono come piccoli cavalli di Troia di demoni infernali. Mah. Comunque, lo Stato americano dilapidò per anni ed anni enormi quantità di soldi. Le zucche vuote ribattono: “Ma comunque erano soldi ben spesi, che fecero cessare la crisi”. Che cosa? Ha ha ha ha ha ha!!!!!!!!!!!!!!!!

Leggete che cosa scrisse il ministro del tesoro nel 1939, ossia dopo 11 lunghi anni di spese pazze:

«We have tried spending money. We are spending more than we have ever spent before and it does not work. And I have just one interest, and if I am wrong…somebody else can have my job. I want to see this country prosperous. I want to see people get a job. I want to see people get enough to eat. We have never made good on our promises… I say after eight years of this administration we have just as much unemployment as when we started… And an enormous debt to boot!» (Secretary of the Treasury, Henry Morgenthau, 1939).

Più chiaro di così si muore. La crisi cessò solo all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Il “New Deal” di Roosevelt ebbe il solo effetto di prolungare per 15 anni una crisi che, se lasciata decantare, sarebbe finita in due o tre anni.
Domanda: perché subito dopo la fine della guerra l’economia riprese a crescere? Risposta: perché, per fortuna degli americani, lo stato Usa dichiarò bancarotta e per qualche anno smise di spendere e quindi anche di tassare. Le zucche vuote ribattono: “Ma ci fu il piano Marshall…” Si, ma il piano Marshall fu applicato in Europa, non negli Usa, la cui economia cominciò a crescere a ritmo prodigioso. Anche l’economia tedesca cominciò a crescere a ritmo prodigioso. Ma cominciò a crescere molto prima che fosse applicato l’inutile e dannoso piano Marshall, che creò soltanto sacche di parassitismo.
Le zucche vuote ribattono ancora: “Dopo la guerra l’economia cresceva solo perché la gente, provata dalla guerra, era diventata più forte e aveva più voglia di lavorare…”. Oh no!!! Le zucche vuote cattoliche adesso ragionano come i darwinisti!!! Infatti, dire che la gente dopo la guerra è più forte e più produttiva equivale ad esaltare la guerra, abbracciando l’idea fascista secondo cui la guerra sarebbe “l’unica igiene del mondo”. Dobbiamo fare fuori una buona volta la favola nazista secondo cui la guerra rafforzerebbe il popolo liquidando i deboli e gli inetti, facendo sopravvivere solo i migliori. No. L’unica ragione per cui gli Usa, la Germania e pure l’Italia dopo la Seconda Guerra mondiale decollarono era che lo Stato americano, lo Stato tedesco e pure quello italiano non avevano smesso momentaneamente si succhiare il sangue ai cittadini. Il resto sono favole naziste-darwiniane e favole luciferine-keynesiane.

Altroché “dolcetto o scherzetto”. lo scherzetto ve lo hanno fatto i vecchi democristiani come Maurizio Lupi, che hanno aumentato la spesa pubblica in periodo di grave crisi, condannando l’Italia ad una irreversibile agonia.

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LA CRISI ECONOMICA? E’ SPIRITUALE. Come l’ingiustizia spirituale produce catastrofi materiali spaventose.

Articolo pubblicato su Pepe 27, numero dedicato alla giustizia, uscito in dicembre 2013.

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LA CRISI ECONOMICA? E’ SPIRITUALE

Dal momento che è composto di corpo e spirito, un essere umano può subire sia ingiustizie di carattere fisico sia ingiustizie di carattere spirituale. L’omicidio e il furto, per fare due soli esempi, costituiscono ingiustizie fisiche, mentre la calunnia, la diffamazione e la menzogna costituiscono ingiustizie spirituali. Il corpo è un “mezzo” molto nobile, ma pur sempre un mezzo dello spirito: è il pensiero a muovere il corpo e non il corpo a muovere il pensiero. Dal momento che dunque lo spirito è in qualche maniera superiore al corpo, le ingiustizie spirituali sono molto più lesive delle ingiustizie fisiche. Nessuna massima è dunque più vera di questa: “Ne uccide più la penna che la spada”. Infatti la spada può infliggere solo delle lesioni fisiche, mente la penna può infliggere lesioni spirituali. Se ad esempio un giornalista diffama una persona, attribuendole colpe che non ha, quella persona molto probabilmente perderà tutte le amicizie, soffrendone molto. Una lesione “spirituale” ha quasi sempre anche conseguenze materiali: una persona diffamata a mezzo stampa rischia di perdere il lavoro e di ritrovarsi su una strada, nei casi più gravi può diventare bersaglio di vendette e rappresaglie da parte di quanti si considerano sue vittime.

Adesso vorrei soffermarmi su un tipo particolare di ingiustizia spirituale che oggi è molto diffusa: l’ingiustizia informativa, che consiste nel deformare e occultare la verità dell’informazione storica, economica, filosofica eccetera. Nessuna ingiustizia ha conseguenza più profonde, estese e devastanti delle ingiustizie informative, che sono le più grandi delle ingiustizie spirituali e quindi le più grandi ingiustizie in assoluto. Mi viene in mente un geniale aforisma di Hernest Hello, polemista cattolico del XIX secolo: «Sono i principi che guidano il mondo, senza che il mondo sappia da chi è condotto. La più lieve negazione religiosa si trasforma in catastrofi materiali spaventevoli. Tu neghi il dogma: ti credi nel regno delle teorie senza conseguenze: il sangue scorre. Sarai spaventato dagli effetti; non vedrai le cause». Negando l’immortalità dell’anima, mettendo l’uomo sullo stesso piano degli animali, la cultura atea e positivista ha aperto le porte dei lager e dei gulag

Venendo alla cronaca di questi giorni, la più piccola negazione filosofica ed economica si traduce in catastrofi storiche ed economiche spaventevoli. Il 16 ottobre 2013 sul Imola oggi Roberto Orsi della London School of Economics ha scritto: «dell’Italia non rimarrà nulla, in 10 anni si dissolverà. Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampate terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale. Lo scenario di un serio crollo delle finanze dello Stato italiano sta crescendo, con i ricavi dalla tassazione diretta diminuiti del 7% in luglio, un rapporto deficit/Pil maggiore del 3% e un debito pubblico ben al di sopra del 130%. Peggiorerà.  (…) L’Italia ha attualmente il livello di tassazione sulle imprese più alto dell’UE e uno dei più alti al mondo. Questo insieme a un mix fatale di terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d’Europa, sta spingendo tutti gli imprenditori fuori dal Paese. (…) La scomparsa dell’Italia in quanto nazione industriale si riflette anche nel livello senza precedenti di fuga di cervelli con decine di migliaia di giovani ricercatori, scienziati, tecnici che emigrano in Germania, Francia, Gran Bretagna, Scandinavia, così come in Nord America e Asia orientale. (…) L’attuale leadership non ha la capacità, e forse neppure l’intenzione, di salvare il Paese dalla rovina. Sarebbe facile sostenere che Monti ha aggravato la già grave recessione. Letta sta seguendo esattamente lo stesso percorso: tutto deve essere sacrificato in nome della stabilità. (…) A meno di un miracolo, possono volerci secoli per ricostruire l’Italia.»

La dissoluzione prossima ventura dell’Italia è la logica conseguenza di una campagna di ingiustizia informativa portata avanti per più di cinquant’anni dalle élite intellettuali italiane, tutte rigorosamente di sinistra. Impadronitesi di tutte le centrali dell’informazione e dell’istruzione (giornali, televisioni, scuole, università eccetera), queste élite hanno potuto inoculare nella mente della stragrande maggioranza degli italiani le menzogne marxiste e keynesiane. Accecati da queste menzogne, gli italiani hanno sempre votato per i partiti che promuovevano l’aumento incontrollato della spesa pubblica e delle tasse e il saccheggio sistematico delle ricchezze prodotte. Sotto un altro punto di vista, gli italiani hanno sempre votato per i partiti statalisti perché in Italia tutti i partiti sono statalisti. In Italia l’unica scelta possibile è fra partiti molto statalisti e partiti un po’ meno statalisti, che si spacciano per “liberali”. Infatti in Italia, per dirsi “liberali”, ai politici basta promettere a vuoto di abbassare le tasse. Anche se non lo fanno, gli elettori non se ne accorgono e li votano di nuovo. Di recente i sedicenti “liberali” insediati nel “governo delle larghe intese”, autoproclamatisi comicamente “sentinelle anti-tasse”, hanno promesso di abbassare le tasse. Tuttavia, non solo non si sono impegnati a tagliare un  solo euro di spesa pubblica ma l’hanno aumentata a nostra insaputa. Ora, la matematica elementare vieta di tenere insieme l’aumento della spesa pubblica con la diminuzione delle tasse. E’ come se io volessi comprare il doppio di quello che compravo prima spendendo la metà di quello che spendevo prima. E infatti le tasse stanno aumentando a nostra insaputa.

Ecco tutta la storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi in forma di sillogismo: le élite intellettuali hanno indotto gli italiani a votare per i partiti statalisti, i partiti statalisti hanno aumentato la spesa e le tasse, la spesa e le tasse stanno uccidendo l’Italia. La mente degli italiani è talmente obnubilata dalle menzogne, che non riescono neppure a vedere la realtà. Lo Stato li sta uccidendo e loro chiedono più Stato. L’Italia sta per dissolversi bel buco nero del debito e gli italiani chiedono allo Stato di aumentare il debito creando migliaia di posti di lavoro e stampando denaro. Vengono in mente i medici antichi, che non sapevano fare atro che salassi. Ebbene, il popolo italiano è simile ad un malato stremato da infiniti salassi che supplica lo Stato-medico di fargli ancora un altro salasso, ma più forte. E quando sarà in coma irreversibile, nell’ultimo barlume di coscienza prima della morte, stordito dalla morfina, il popolo si sentirà felice e dirà: “La ripresa sta arrivando”.

Come ho detto, questa follia suicida collettiva è stata scatenata dalla visione menzognera della realtà che le élite intellettuali italiane, tutte rigorosamente di sinistra, hanno inoculato nella mente degli italiani. Secondo questa visione, che è un po’ marxista e un po’ keynesiana, ogni crisi economica (con tutti i corollari: disoccupazione, inflazione, stagflazione, crisi del debito sovrano eccetera) sarebbe causata dall’accumulazione della ricchezza da parte dei “ricchi”, in altri termini i “ricchi” (borghesi, capitalisti) si arricchirebbero rubando ai “poveri” (proletari, operai, lavoratori dipendenti, disoccupati eccetera). I giornalisti di sinistra ripetono ogni giorno come un mantra: “Oggi i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri diventano sempre più i poveri”.

Una volta convinto il popolo che i ricchi rubano ai poveri, lo si può convincere ad adorare lo Stato come una divinità. Gli intellettuali di sinistra ripetono come un mantra: “Lo Stato ha il compito di ridistribuire le ricchezze tramite il fisco”. Nel concreto, lo Stato socialdemocratico usa i soldi delle tasse per creare milioni di posti di lavoro pubblici (nella pubblica amministrazione e nelle aziende pubbliche), per finanziare welfare e per donare ai “poveri” ogni sorta di “ammortizzatori sociali”.

Una volta convinto il popolo che il compito dello Stato è di punire i “ricchi” e favorire i “poveri”, lo si può convincere che lo Stato fa bene a sequestrare più del cinquanta per cento del reddito a quanti hanno la sfortuna di non essere del tutto “poveri” e ad incrementare costantemente il debito pubblico. Infatti, oggi tutti i politici di destra e di sinistra, anche le “sentinelle anti-tasse”, credono ad un famoso truffatore di nome John Maynard Keynes, il quale sosteneva impunemente che per fare crescere l’economia lo Stato deve sperperare i soldi dei contribuenti, indebitare i contribuenti non ancora nati e stampare denaro dal nulla.

Quando il debito pubblico è scoppiato come un ordigno nucleare, gli intellettuali si sono trovati in seria difficoltà. Come potevano continuare a fare credere al popolo che lo Stato fa bene a sperperare il denaro dei cittadini di oggi e di domani? Ma è semplice: facendo leva sull’invidia sociale, hanno puntato il dito contro la finanza, le banche, le agenzie di rating, la Germania della Merkel e il “liberismo selvaggio”. Nello specifico, sono riusciti a fare credere al popolo che la crisi del debito sarebbe stata deliberatamente provocata dai finanzieri e dai banchieri, che vengono dipinti come massoni che complottano per spartirsi i resti dell’Italia. Inoltre, sono riusciti a fare credere al popolo che l’Europa sarebbe in mano alla Germania, che si divertirebbe sadicamente a distruggere l’Italia imponendo la “austerità” e impedendo alla Bce di stampare altro denaro. Infine, sono riusciti a fare credere al popolo che la causa prima ed unica della sua infelicità terrena sarebbe un fantomatico eccesso di liberalismo economico, ribattezzato “liberismo selvaggio”. Inoltre, soo riusciti  a fare credere al popolo che “liberismo selvaggio” sarebbe sinonimo di  “darwinismo sociale”. Come all’interno di una specie gli individui più “adatti” liquiderebbero fisicamente gli individui “inadatti”, così nel mercato “liberista” i “ricchi” sfrutterebbero, opprimerebbero e deprederebbero i “poveri”.

A propalare menzogne, ossia a commettere atti di ingiustizia contro la verità, ci si sono messi anche i cattocomunisti e i tradizionalisti cattolici. Dando man forte agli intellettuali di sinistra, questi cattolici sostengono impunemente che il “liberalismo” sarebbe una ideologia anti-cristiana, sorella del comunismo e del nazismo. Per loro Ronald Reagan e Margaret Thatcher sarebbero poco meno criminali di Hitler e Stalin. Sempre attentando alla giustizia dell’informazione, traggono abusivamente dal Vangelo una ideologia pauperista e manichea secondo cui ogni povero sarebbe buono a prescindere mentre ogni ricco sarebbe cattivo a prescindere. Naturalmente, l’ideologia pauperista non può che portare alla socialdemocrazia keynesiana. Chi pensa che i ricchi siano tutti cattivi per definizione, finirà inevitabilmente per chiedere allo Stato di punire i ricchi spogliandoli di tutte le loro ricchezze e simmetricamente di premiare i poveri consegnando loro le ricchezze sottratte ai ricchi (in effetti la vecchia Dc era un partito socialdemocratico che mirava alla “ridistribuzione delle ricchezze”).

Fin quando propaleranno queste menzogne, questi cattolici non faranno che aggravare le vere ingiustizie sociali, che oggi sono quasi tutte causate da uno Stato ateo che diventa ogni giorno più avido e rapace. Non è certo il “liberismo selvaggio” che costringe le aziende a fuggire all’estero o a chiudere. Non è certamente il “liberismo selvaggio” che spinge gli imprenditori al suicidio. Sono le tasse.

L’unica maniera per combattere queste terribili ingiustizie sociali, è ristabilire la verità

Non è vero che i “ricchi” rubano ai “poveri”, almeno non più. Nei secoli passati il popolo, che non era ricco, era obbligato a mantenere la classe nobiliare, che era ricca. Ma la classe nobiliare ha perso da tempo immemorabile i suoi privilegi, e ai discendenti dei conti e di marchesi tocca andare a lavorare.  I ricchi di oggi non sono nobili parassiti del popolo bensì professionisti e imprenditori di successo, quasi tutti partiti dal nulla. In altri termini, nella società contemporanea, che è almeno in parte liberal-capitalista, la ricchezza è quasi sempre direttamente proporzionale al merito: più sei bravo e più guadagni.  Inoltre, per definizione il merito del singolo poco o tanto va a vantaggio di tutti. Il bravo imprenditore fa prosperare la sua azienda, facendo aumentare il reddito di suoi dipendenti e creando sempre nuovi posti di lavoro. Quindi nella società liberal-capitalista basata sulla meritocratica il ricco non ruba al povero ma casomai arricchisce sia se stesso che il povero.

Nella società di ieri, dominata dall’aristocrazia, c’erano pochi ricchi e molti poveri. Nella società di oggi, basata sulla meritocrazia, i poveri sono sempre meno. C’è qualcuno che ha il coraggio di dire che per le strade delle nostre città c’è più miseria che nell’Inghilterra di Dickens? Per quanto possa sembrare scandaloso, per quanto possa urtare la sensibilità (invidiosa) di molti, oggi i poveri sono meno poveri proprio per merito degli odiati “ricchi”. Infatti, sono i professionisti di successo e gli imprenditori di successo a creare posti di lavoro per i poveri e a introdurre quelle innovazioni tecnologiche che migliorano la vita di tutti.  Oggi le invenzioni di Steve Jobs e Bill Gates – per dirne solo due – entrano anche nelle case più umili, che hanno a disposizione confort e tecnologie che i nobili di ieri neppure si sognavano.

Non è vero che oggi i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri: è vero piuttosto che aumenta la “forbice” fra ricchi e poveri. A livello matematico, se un povero e un ricco raddoppiano i loro rispettivi stipendi, a livello matematico il divario fra i due stipendi aumenta. La distanza che c’è ad esempio fra 500 euro e 5000 euro è minore rispetto alla distanza c’è fra 1000 euro e 10.000 euro. A questo punto si può obiettare che, se lo Stato socialdemocratico toglie 5000 euro a chi ne guadagna 10.000, in primo luogo il ricco non morirà di fame e in secondo luogo lo Stato potrà investire produttivamente quei soldi, creando posti di lavoro da dare ai “poveri. In realtà, in ogni angolo del mondo i posti di lavoro pubblici sono tutti nel migliore dei casi poco produttivi e nel peggiore del tutto inutili. Già Frédéric Bastiat (1801 – 1850) nel secolo XIX si era accorto che i burocrati non solo non producono nulla ma rallentano ed ostacolano la produzione delle ricchezze opprimendo i cittadini produttivi con scartoffie. E oggi di impiegati-burocrati nelle pubbliche amministrazioni ce ne sono dieci volte tanto rispetto a quanti ce ne erano in Francia ai tempi di Bastiat. E poi c’è anche di peggio dei burocrati. Servono forse a qualcosa dieci forestali per ogni albero della Sicilia? Per quanto riguarda i “servizi” ai cittadini forniti dai comuni e dalle regioni, ciascuno ha avuto modo di verificare che sono vergognosamente inefficienti. Al sud di sanità pubblica di può morire.

Dobbiamo avere il coraggio di dire che l’insieme dei posti di lavoro pubblici non creano le ricchezze ma le bruciano soltanto. Dobbiamo avere il coraggio di dire, con Bastiat, che ogni lavoratore pubblico è un parassita mantenuto dai contribuenti. Dobbiamo avere il coraggio di dire che i soldi dei contribuenti, oltreché ai parassiti che vegetano nei posti di lavoro pubblici, sono intascati da ladri di ogni genere e grado. Nei loro libri-inchiesta, Rizzo e Stella descrivono in maniera dettagliata tutte le innumerevoli, fantasiose maniere con cui la gente che gestisce il flusso denaro pubblico se ne mangia una parte senza dare nell’occhio.

Quindi, non è vero che lo Stato socialdemocratico toglie ai ricchi per dare ai poveri: è vero piuttosto che toglie ai produttori di ricchezza per dare ai parassiti e ai ladri.  Se lo Stato lasciasse i soldi ai legittimi proprietari, che quei soldi se li sono guadagnati col merito e il duro lavoro, questi potrebbero impiegare quei soldi per creare posti di lavoro produttivi. Infatti, in ogni angolo del pianeta i posti di lavoro privati sono per definizione infinitamente più produttivi dei posti di lavoro pubblici. Ai “poveri” converrebbe molto di più avere a disposizione posti di lavoro produttivi piuttosto che farsi mantenere dai contribuenti. Invece di permettere loro di creare ricchezza e posti di lavoro, lo Stato impone ai “ricchi” produttivi tasse talmente esorbitanti che questi sono costretti a chiudere bottega, e, se possono, a fuggire all’estero. Alcuni si suicidano.

Quando ha finito di sperperare i soldi dei contribuenti viventi e non può ulteriormente indebitare quelli futuri, il governo socialdemocratico, su consiglio di John Maynard Keynes, fa quello che un privato cittadino non può fare senza finire in galera come “falsario”: stampa denaro dal nulla. A memoria d’uomo, quando il governo “falsifica” montagne di miliardi, si verifica quel fenomeno che si chiama inflazione, e che altro non è se non una tassa occulta anzi un furto occulto. Togliere valore al denaro faticosamente accumulato dai cittadini col duro lavoro non può chiamarsi altrimenti che furto.

Sfidando il buon senso e la logica elementare, Keynes diceva che i posti di lavoro improduttivi nel settore pubblico farebbero crescere l’economia. Se fosse vivo oggi, incoraggerebbe la regione Sicilia ad assumere ancora più forestali di quanti non ne abbia già assunti. D’altra parte, lui consigliava di assumere la gente per scavare le buche e per ricoprirle… D’accordo, è inutile spiegare nei minimi dettagli tutti i passaggi logici anzi illogici di un simile delirio. Dico soltanto che negli ultimi cinquant’anni tutti i governi occidentali hanno tartassato i cittadini produttivi, hanno indebitato i cittadini non ancora nati (“deficit spending”) e hanno falsificato montagne di miliardi (“quantitative easing”) proprio l fine di creare il maggior numero possibile di posti di lavoro pubblici, che è come dire pagare la gente per scavare le buche e per ricoprirle.  A memoria d’uomo, queste politiche non hanno mai avuto effetti positivi. Tanto per chiarirci, le politiche keynesiane adottate da Roosevelt all’indomani della crisi del 1929 (il “New Deal”) non hanno posto termine alla crisi ma l’hanno trasformata in una Grande Depressione della durata di quindici anni. Subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale il governo Usa dovette dichiarare la bancarotta e tagliò tutte le spese, rimandando a casa molti dipendenti.  L’economia statunitense forse tracollò? No: cominciò a crescere ad un ritmo prodigioso. Il boom economico che ha coinvolto gli Usa e, per riflesso, l’Europa dal 1945 al 1965 circa non ha eguali nella storia dell’umanità. Poi il governo degli Usa tornò a sperperare i soldi dei cittadini e a stampare denaro dal nulla. E negli anni Settanta il mondo occidentale conobbe un nuovo mostro: la stagflazione, che la compresenza mortale di inflazione e disoccupazione.

La storia di oggi dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio che ridistribuire le ricchezze significa distruggerle, che falsificare denaro significa rubare e che non si può indebitarsi all’infinito senza mai pagare i creditori. Sia chiaro a tutti che i colossali debiti che stanno inghiottendo, come buchi neri, le nazioni occidentali sono stati causati da cinquant’anni di “deficit spending” keynesiano. E sia chiaro che non solo per la piccola insignificante Italia ma per ogni nazione europea, per gli Usa e per il Giappone non c’è scampo se non si comincia immediatamente a tagliare all’osso la spesa pubblica. Come possono sopravvivere delle nazioni in cui c’è un parassita improduttivo ogni dieci cittadini produttivi? Insomma, oggi non sono i “ricchi” a rubare ai “poveri”: è lo stato a rubare sia ai ricchi che ai poveri per dare ai parassiti e ai ladri.

Invece di denunciare il problema del debito, i politici e gli intellettuali di sinistra se la prendono con i tedeschi, con gli speculatori e i banchieri, invitando il popolo a linciarli: “I tedeschi ci impongono l’austerità e ci impediscono di stampare denaro, mentre banchieri e speculatori hanno svenduto i titoli sovrani italiani per alzare gli interessi sul debito e guadagnarci!”. Ora, come ho detto, stampare denaro significa rubare e quindi dobbiamo ingraziare la Merkel, che fa di tutto perché non venga stampato. Quanto alla fantomatica “austerità”, quello che l’Europa aveva chiesto all’Italia era di tagliare la spesa pubblica, non di alzare le tasse. Ma i politici hanno preferito alzare le tasse pure di non tagliare un solo euro e non scontentare così i parassiti, che valgono oggi parecchi milioni di voti. Per non perdere pochi milioni di voti, condannano alla morte economica cinquanta milioni di cittadini. Sia chiaro a tutti che nessuna nazione nella storia umana è mai sopravvissuta con una tassazione così alta. E veniamo alla svendita dei titoli di Stato italiani. Semplificando al massimo, un titolo di stato è un pezzo di carta che rappresenta un brandello del debito pubblico italiano, poniamo 1000 euro. Se un risparmiatore decide di compralo, lo Stato italiano si impegna personalmente a restituirgli in futuro 1000 euro più un piccolo interesse, poniamo 50 euro. Ma ormai i risparmiatori non vogliono comprare i titoli italiani, perché sanno bene che difficilmente lo Stato italiano riuscirà a ripagarli. Infatti il debito è ormai fuori controllo, e non basterebbe tutto il Pil italiano per ripagarlo. Voi che imprecate contro le banche e le agenzie di rating demo-pluto-giudaico-massoniche, rispondete sinceramente: se foste voi a possedere montagne di titoli sovrani che molto probabilmente non verranno ripagati, rischiando così di finire su una strada a chiedere l’elemosina, non cerchereste forse di liberarvene? Per invogliare le banche e i risparmiatori a comprare gli svalutati titoli italiani, lo Stato italiano alza gli interessi sul debito. Se un risparmiatore compra 1000 euro di debito, lo stato si impegna a restituirgli in futuro 1000 euro più 100. E quando 100 non bastano ad attirare risparmiatori, lo stato ne promette 200, poi 300, poi 400… finché gli interessi sul debito diventano insostenibili. Insomma, pure di non tagliare la causa prima del debito, che è la spesa pubblica, lo Stato ci condanna a pagare oltre all’insostenibile debito anche gli interessi sul debito. Che è come dire che ci condanna a morte.

Come accennato, gli intellettuali della sinistra radical-chic fanno credere agli italiani che la “crisi” sarebbe causata dal fantomatico “liberismo selvaggio”. Ma come abbiamo visto, in realtà la causa prima e unica della crisi è la spesa pubblica. La spesa pubblica sta al mercato liberale come la polmonite sta ai polmoni. Infatti, le esorbitanti tasse sul lavoro e sul consumo necessarie a sostenere una spesa pubblica ormai fuori controllo, cui si aggiungono una selva bizantina di regolamenti inutili, fanno agonizzare il mercato. Quindi, fra tasse insostenibili e inquinamento burocratico, di “liberismo selvaggio” non c’è mai stata traccia né in Italia né negli altri paesi occidentali. Quello che i mentitori chiamano “liberismo selvaggio” in realtà si chiama liberalismo, ed è l’esaltazione di una cosa meravigliosa che si chiama libertà economica.

La storia dice che questo mondo non è perfetto e che quindi non esiste la soluzione perfetta per tutti i problemi del mondo. Tuttavia esistono soluzioni migliori delle altre. Ebbene, solo chi non conosce la storia recente può negare che, laddove è stato applicato, il liberalismo ha sempre portato maggiore prosperità economica e maggiore benessere per tutti, non solo per i “ricchi”, di quanto non ne abbia mai portati la socialdemocrazia. Nessuno può negare che negli anni Ottanta, per merito delle riforme liberali di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher, le economie degli Usa e della Gran Bretagna crebbero aritmi vertiginosi, trainando la crescita economica di tutte le altre nazioni occidentali, Italia compresa. Poi negli anni Novanta sia gli Usa che la Gran Bretagna liquidarono tutte le riforme liberali, e iniziò quel lento declino economico che nel 2008 è diventato tracollo. Quindi a monte della crisi non c’è il “liberismo selvaggio” ma proprio l’abbandono del “liberismo selvaggio”.

Oltretutto, i cattolici che considerano abusivamente il liberalismo una ideologia anti-cristiana, sorella del comunismo e del nazismo, sappiamo che nella enciclica Centesimus annus Giovanni Paolo II, seguendo il liberale cattolico Michael Novak, dava sostanzialmente ragione ai liberali. Sappiano inoltre che sia Ronald Reagan che Margaret Thatcher erano cristiani convinti (pare che Reagan sia diventato addirittura “papista” in fin di vita). E la loro fede cristiana non era per nulla indipendente dalle loro convinzioni liberali. Infatti, il liberalismo non è una ideologia modernista, sorella del comunismo e del nazismo, ma è una corrente di pensiero che affonda le sue radici nella Summa san Tommaso d’Aquino e, prima ancora, nel Vangelo. Il pensiero liberale del divino dottore fu poi perfezionato e approfondito dai tomisti dei secoli successivi, in particolar modo da quelli della scuola di Salamanca. John Locke non disse nulla che non fosse già stato detto un secolo prima da quei dotti monaci spagnoli. Prima ancora che nella Summa, il pensiero liberale affonda le radici nel Vangelo. Nella parabola dei talenti Gesù paragona il buon cristiano ad un servo che sa fare fruttare un piccolo capitale iniziale di pochi talenti.  In numerose parabole si parla di piccoli imprenditori agricoli che danno lavoro a parecchi “servi” ossia dipendenti. Poiché si fondava sul Vangelo, la società europea era estremamente “liberale” in campo economico già nell’alto Medioevo. Il capitalismo è nato nei conventi cistercensi, che erano anche ferventi centri di scambio, e le banche sono nate nei comuni italiani. Lungo le vie commerciali che univano l’Italia settentrionale alla Baviera alla Borgogna alle Fiandre si muovevano ininterrottamente uomini, merci, idee e pure arte. La pittura italiana e la pittura fiamminga si sono nutrite di reciproche influenze. La Firenze di Dante era ricchissima.

In effetti, nell’epoca più cristiana della storia, le persone non si vergognavano di creare e accumulare ricchezza per sé stesse e specialmente per il prossimo.  Come fai a fare la carità ai poveri se non produci abbastanza neppure per te stesso? Insomma, la gente di fede nel Medioevo sapeva trattare con distacco i beni terreni e, all’occorrenza, spogliarsene (sull’esempio di san Francesco), ma non era pauperista. Infatti il pauperismo è una ideologia satanica che deriva dall’eresia catara e manichea, che denigra la carne e la creazione di Dio. Cristo non era cataro. Nelle sue parabole, non condanna la ricchezza ma condanna piuttosto il cattivo uso della ricchezza. Il ricco Epulone va all’inferno non perché è ricco, ma perché passa le sue giornate a gozzovigliare senza curarsi dei poveri come Lazzaro, che raccoglie le briciole che cadono dalla sua mensa. In altre parabole il personaggio “buono” è proprio un padrone mentre il “cattivo” è un suo servo. Quale è dunque la differenza fra il ricco cattivo e il ricco buono? Che il primo non aiuta i poveri e pensa solo a godere le sue ricchezze, mentre il secondo aiuta i poveri e investe proficuamente le sue ricchezze in una vera e propria azienda.

Accecati dal pauperismo anti-cristiano, i catto-comunisti idolatrano lo Stato che “ridistribuisce le ricchezze2 ossia che pretende di togliere ai ricchi per dare ai poveri. Infatti, nella loro visione manichea il ricco è cattivo a prescindere e il povero è buono a prescindere, e di conseguenza pensano che lo Stato abbia il dovere di “punire” il ricco.  Essi non si rendono conto che lo Stato socialdemocratico redistribuzionista è intrinsecamente anti-evangelico, in primo luogo perché ostacola la produzione dei beni, in secondo luogo perché vorrebbe rendere superflua la carità o, in altri termini, imporre quella che Rosmini chiamava “carità coatta”. Infatti, togliere al ricco tramite il fisco per dare al povero significa, in un certo senso, forzare il ricco a fare la carità. Ma se è imposta, se non è libera, la carità cessa di essere una virtù. I ricchi hanno certamente l’obbligo morale di aiutare i poveri: ma devono farlo liberamente, per amore dei poveri e di Dio, non per paura di Equitalia.  Quindi, la socialdemocrazia è intrinsecamente anti-cristiana. Aggiungo che proprio John Maynard Keynes, uno dei massimi rappresentanti della corrente socialdemocratica, era un aristocratico massone che disprezzava profondamente il popolo e soprattutto i valori cristiani del popolo. Nella sua visione, il popolo doveva essere guidato da una piccola minoranza di Illuminati come lui. Egli operò una sorta di ribaltamento di tutti i valori cristiani in economia. Se il Cristianesimo insegna le virtù della parsimonia e della prudenza, che generano la tendenza economica al risparmio e alla previdenza, invece Keynes consiglia la prodigalità assoluta. Se il Cristianesimo induce il popolo a comportarsi come una formica, invece Keynes spinge il popolo si comporti come una cicala.

Ecco, la verità è questa. Ma il popolo la ignora. C’è qualche speranza di farla conoscere al popolo prima che sia troppo tardi?

P. S.

Da quanto detto, si capisce che il “liberalismo” non ha nulla a che fare col “darwinismo sociale”, inteso come teoria della supremazia del forte sul debole. Nella società liberale sia il ricco che il povero si arricchiscono, sebbene in proporzioni diverse. Oltretutto, la stessa teoria di Darwin ha ben poco a che fare con la libertà economica. In Le balle di Darwin, Johnathan Wells spiega che negli Usa le scuole e le università che vivono di finanziamenti pubblici sostengono la teoria di Darwin, mentre le scuole e le università private, che stanno sul mercato, sostengono teorie alternative a quella di Darwin. In sostanza, la teoria di Darwin non riesce a stare sul “mercato” delle idee scientifiche. In effetti, non convince più né gran parte degli specialisti né il vasto pubblico. Le prove contro di essa sono talmente numerose che è impossibile citarle tutte adesso: magari ne riparlerò. Per il momento rimando al libro di Wells. Nella virtuale lotta per la sopravvivenza scientifica la teoria di Darwin è destinata a non sopravvivere

SI SCRIVE GIUSTIZIA SOCIALE E SI LEGGE INVIDIA SOCIALE, IV. Bello fare i giocatori d’azzardo con i soldi degli altri.

Ieri è morto il più grande genio politico del ventesimo secolo: Margareth Thatcher. Questa donna ha dimostrato che le donne in politica possono fare molto meglio degli uomini. Per commemorare la sua morte, mi decido finalmente a pubblicare la quarta puntata del saggio sulla invidia sociale.

Abbiamo visto che l’invidia e la pigrizia sono potenti alleate dello statalismo. La maggioranza invidiosa e pigra autorizzerà lo Stato a spostare ricchezze dal settore privato a quello pubblico, in altri termini a spostare risorse da chi le crea a chi le consuma soltanto. Questo spostamento si scrive “ridistribuzione” e si legge furto. Gli unici che possono opporsi allo Stato sono coloro che vengono derubati. Ma il problema è che, a forza di essere derubati, imprenditori, professionisti e commercianti diminuiscono progressivamente. La classe media sta scomparendo. Quindi, uccidendo la classe media, lo Stato si sbarazza dei potenziali oppositori.

Ma allo Stato non basta epurare fiscalmente i dissidenti: vuole essere amato da loro. A Winston in 1984 non è concesso di morire prima di avere imparato ad amare il Grande Fratello. Per la precisione, lo Stato cercherà di farsi amare dalle grandi imprese. Nel concreto, i politici infiltrano nelle grande aziende i loro amici e gli amici degli amici, allo scopo controllarle, farle diventare pubbliche di fatto. Il primo passo per arrivare a controllarle è aiutarle nei momenti del bisogno. E così vediamo che, quando una grande impresa o una grande banca è in difficoltà, i politici la foraggiano prontamente con i soldi pubblici, ossia con i soldi dei contribuenti ossia “i soldi degli altri2 (come diceva la grande Thatcher, “il problema dello statalismo è che prima o poi i soldi degli altri finiscono”). In altri termini, lo Stato toglie alle piccole imprese che fanno bene il loro lavoro per dare alle grandi imprese che fanno male il loro lavoro (ma anche alle banche che dilapidano i soldi dei risparmiatori).

Dare soldi pubblici alle imprese in difficoltà è sempre controproducente. In primo luogo, i soldi pubblici non riescono quasi mai a rimettere in piedi le imprese cadute. Ma chi le ha fatte cadere? Risposta: i consumatori. La causa prima della crisi di un’azienda è il calo delle vendite. I consumatori non comprano più i prodotti o i servizi forniti da una azienda perché li giudicano cattivi.  Quindi, se vuole tornare in salute, l’azienda deve cercare di migliorare i suoi prodotti o servizi e contestualmente  tagliare i costi. Se proprio non ce la fa a rimettersi in piedi da sola, è meglio che chiuda. La chiusura di una azienda è certamente dolorosa, ma non è una tragedia: stabilimenti e macchinari potranno essere venduti ad altre imprese, che potranno usarli in maniera più proficua. Insomma, come si dice, la chiusura “libera delle risorse preziose”. Se invece viene salvata dallo Stato, quell’impresa continuerà a produrre prodotti e servizi scadenti che nessuno compra. Poco soddisfacenti sono state, ad esempio, tutte le automobili prodotte dalla Fiat negli ultimi trenta anni. L’unica ragione per cui la Fiat riusciva a stare sul mercato interno era che lo Stato rendeva la vita difficile alla concorrenza straniera. E nonostante questo, la Fiat ha sempre avuto i conti in rosso, e lo Stato li ha sempre pagati.

Come la Fiat, quasi tutte le aziende che si fanno aiutare dallo Stato non cesseranno mai di avere bisogno dell’aiuto dello Stato, che quindi sarà riuscito nell’intento di sottometterle. Come un tossicodipendente ha bisogno di dosi sempre maggiori di droga, così queste aziende bruciano quantità sempre maggiori di denaro pubblico. E guai a non darglieli: i dipendenti, aizzati dai sindacati, sono pronti alle proteste più devastanti, forse anche alla guerra civile. Nessuno è mai riuscito a fare capire ai lavoratori che tenere in piedi le aziende decotte con i soldi pubblici non conviene neppure a loro. Infatti, per tenere in uno stato di vita apparente poche imprese che non hanno più nessuna ragione di esistere, lo Stato riduce in fin di vita a colpi di tasse delle imprese sane che avrebbero potuto dare un lavoro con un futuro anche ai lavoratori delle prime. Negli ultimi trent’anni, quante buone imprese sono morte di fisco per pagare tasse che sono servite, fra le altre cose, anche a tenere in vita quel grosso spreco di nome Fiat?

Anche nel caso, molto raro, in cui le imprese soccorse dallo Stato riescano a tornare in salute, e quindi la smettano di succhiare il sangue ai contribuenti, il danno ci sarà stato comunque. Qualcuno ha il coraggio di negare che, anche se Marchionne riuscisse a farla diventare la prima industria automobilistica mondiale, la Fiat non potrà mai restituire ai cittadini italiani tutti i soldi che ha rubato loro negli ultimi trenta anni? Non era meglio abbandonarla al suo destino parecchi decenni fa? Il vero liberalismo è lasciare morire le imprese che non hanno più ragione di esistere. Dalla loro morte verrà nuova vita per altre aziende. Come le piante e gli animali morti diventano humus, che nutre nuove piante e nuovi animali, così le aziende morte mettono a disposizione di nuove aziende risorse preziose (edifici, macchinari, know-how, capitali eccetera).

Il capitalismo è una cosa meravigliosa che consente la moltiplicazione dei beni. Il processo è semplice: si prende un capitale della grandezza x e lo si investe in una attività produttiva che, se tutto va bene, frutterà x + y.  Se invece l’attività frutta x – y, significa che l’attività va male e quindi è bene cambiare rotta. Ebbene, tutte le volte che lo stato dà un capitale x alle imprese in difficoltà, queste restituiscono x – y. Insomma, dare ricchezze alle grandi imprese in difficoltà non significa moltiplicarle, ma distruggerle. In effetti, le imprese che ricevono soldi pubblici diventano uguali alle imprese pubbliche: distributori automatici di stipendi a ufo.

Quando lo Stato aiuta un’azienda decotta, la trasforma in qualcosa di simile a una azienda di Stato: una macchina per succhiare i soldi degli altri. Il peggio è che anche le altre aziende cominceranno a desiderare di diventare parassiti del denaro pubblico. Si chiede l’imprenditore qualsiasi quando vede Marchionne: perché lui sì e io no? Insomma, quando lo Stato aiuta una sola azienda, corrompe moralmente tutte le aziende.

Pochi sanno che la prudenza è la più importante delle virtù cardinali. Se dunque la prudenza è tanta virtù, se ne deduce che il contrario della prudenza è un vizio, sebbene non ufficialmente annoverato fra i più famosi sette. Ebbene, gli economisti liberali avvertono che il finanziamento pubblico della grandi imprese e delle grandi banche in difficoltà induce gli imprenditori al “moral hazard” ossia all’imprudenza. Io aggiungo che è benzina sul fuoco della pigrizia. Quando lo Stato soccorre il cattivo imprenditore e il cattivo banchiere, gli altri imprenditori e gli altri banchieri pensano: “Se le cose dovessero andarmi male, lo Stato mi salverà come ha salvato quelli lì, quindi posso prendermela comoda e correre tutti i rischi che voglio”. Perché vi stupite se le grandi banche di affari americane hanno giocato d’azzardo con i soldi dei loro clienti? Non avevano forse la certezza che, se le cose si fossero messe male, i loro amici di Washington avrebbero salvato il loro didietro? E così è stato. Tanto per mettere in chiaro le cose, sarebbe stato meglio per tutti, in primo luogo per i poveri contribuenti americani, se lo Stato americano avesse abbandonato al loro destino quelle banche che si credevano “too big to fail”.

Prossimamente ultima puntata della serie sull’invidia sociale: “La nuova lotta di classe”.

 

SI SCRIVE GIUSTIZIA SOCIALE E SI LEGGE INVIDIA SOCIALE, III. Il potere distruttore dell’invidia.

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Il mercato è dunque l’unico terreno su cui può svilupparsi e crescere la pianta della ricchezza. Questo tuttavia non significa che il mercato faccia tutti ricchi. I lavoratori dipendenti non lo sono certamente. D’altra parte, neppure tutti gli imprenditori, tutti i commercianti e tutti i liberi professionisti lo sono. Anzi, molti di loro devono faticare molto per mantenere un decente tenore di vita. Tuttavia, come vedremo, l’invidia vedrà in ogni imprenditore, in ogni commerciante e in ogni libero professionista un ricco, e in ogni ricco un ladro. Quel che è peggio, oggi va di moda giustificare la propria invidia con argomenti evangelici. Tutte le volte che si discute di grandi patrimoni, anche gli atei più incalliti sono pronti a tirare fuori, naturalmente senza averla capita, la parabola del cammello e della cruna dell’ago.

Esistono due tipi di invidia. Esiste una invidia benevola, che non è vera invidia ma piuttosto ammirazione per i beni altrui, ed esiste poi una invidia malevola, che invece è il desiderio di privare un altro dei beni che possiede. L’invidioso benevolo trova certamente desiderabili determinati beni materiali o determinati talenti che lui non possiede e qualcun altro possiede: “Come ti invidio! Vorrei essere ricco, bravo, bello come te”. Tuttavia, non desidera sottrarli alla persona invidiata né tanto meno farla soffrire. Piuttosto, cercherà di acquisire beni analoghi in uguale quantità ossia, concretamente, si darà da fare per diventare altrettanto o ricco o bravo o bello rispetto alla persona invidiata. Anche se, come è probabile, non riuscirà ad uguagliare la persona invidiata, in ogni caso con tutto l’impegno profuso nel tentativo di uguagliarla sarà riuscito a migliorare la sua condizione. Se non sarà diventato altrettanto ricco, comunque sarà riuscito a guadagnare qualcosa in più col duro lavoro; se non sarà diventato altrettanto bravo (il che è probabile, perché un determinato talento uno non se lo può dare), avrà comunque perfezionato i suoi propri talenti con l’esercizio; se non sarà diventato altrettanto bello (il che è certo, perché la bellezza, se non te la dà la natura, non te la puoi fabbricare neppure con le più avanzate tecniche di chirurgia estetica) avrà comunque migliorato il suo aspetto e la sua salute con diete, ginnastica e quant’altro. Insomma, l’invidioso benevolo si sentirà pienamente soddisfatto se, nello sforzo di eguagliare la persona invidiata, sarà riuscito almeno a migliorare sé stesso. Il fatto che la persona invidiata possieda beni o talenti che lui non potrà mai avere non lo turba affatto.

L’invidia benevola ha positivi effetti sociali: una società in cui tutti cercano di migliorare sé stessi senza cercare di distruggere i migliori è infatti una società migliore. L’invidia malevola, invece, distrugge lentamente la società dalle fondamenta. Se l’invidioso benevolo accetta serenamente il fatto che la persona invidiata abbia qualcosa che lui non riuscirà mai ad avere, invece l’invidioso malevolo questo non lo accetterà mai. Se non riesce a diventare altrettanto ricco, desidera che la persona invidiata perda tutte le sue ricchezze. A dire il vero, questo continua a desiderarlo anche nel momento in cui diventa altrettanto o più ricco della persona invidiata. Insomma, più che desiderare la felicità per sé, l’invidioso desidera l’infelicità per gli altri.

Per quanto riguarda l’invidia del talento altrui, l’invidioso desidera che il talento della persona invidiata, non potendo essere annullato, perlomeno non venga né riconosciuto né premiato. Per quanto riguarda l’invidia verso la bellezza altrui, è assodato che nelle scuole superiori le ragazze belle sono spesso oggetto di maltrattamenti da parte delle compagne. In sostanza, l’invidioso malevolo desidera che la persona invidiata soffra, e se ne ha la possibilità cercherà lui stesso di farla soffrire. L’invidia è intrinsecamente sadica.

Purtroppo,oggi l’invidia malevola è molto più diffusa di quella benevola. Il suo bersaglio principale sono i “ricchi”. Ma chi sono i “ricchi”? Tre secoli fa, coincidevano con gli aristocratici improduttivi, che si facevano mantenere dal popolo. Ma l’aristocrazia di sangue ha perso da tempo ogni potere, e ai pittoreschi discendenti dei duchi, dei conti, dei marchesi e dei principi non resta che andare a lavorare. Da un paio di secoli, la vecchia aristocrazia di sangue è stata soppiantata da una vera e propria aristocrazia economica, che non si basa più sulla rendita parassitaria ma sull’investimento economico produttivo. I nuovi aristocratici sono i capitalisti, gli imprenditori, i capi d’industria e i professionisti di successo.

Due secoli fa, la morale cristiana, che fa gli uomini uguali davanti a Dio, era indebolita dalla cultura post-illuminista, che a dispetto dei proclami a favore della égalité teorizzava nuove disuguaglianze di carattere biologico e sociale. (Per inciso, il darwinismo sociale precede di molto la teoria evolutiva di Darwin, che non ne è che un tardo corollario presunto scientifico). Nello stesso periodo in cui la morale cristiana veniva meno, nel “club” dei ricchi entravano i primi industriali capitalisti. Dal momento che l’illuminismo aveva indebolito la loro fede, essi non trovavano affatto riprovevole fare al prossimo ciò che non volevano fosse fatto a loro stessi. E infatti, sottoponevano gli operai a turni di lavoro massacranti e abbassavano il loro salario al di sotto della soglia di povertà senza il benché minimo rimorso di coscienza. Ma il progresso tecnico venne in aiuto degli operai. Quanto più le macchine venivano perfezionate, tanto meno ingrato e tanto più produttivo diventava il lavoro degli operai. I sindacati, che all’inizio erano veri sindacati, ossia rappresentanti dei lavoratori e non appendici dei partiti di sinistra, fecero il resto, ottenendo che ad ogni aumento dei profitti corrispondesse un aumento dei salari. E la condizione degli operai non ha mai smesso di migliorare da allora ad oggi, tanto è vero che oggi un posto in una delle poche fabbriche rimaste è considerato quasi un privilegio.

Insomma, la Francia dell’Ancien Régime e l’Inghilterra di Charles Dickens sono molto lontane. Oggi nessuno sfrutta più nessuno, almeno non in Occidente. La ricchezza non si basa più sullo sfruttamento dei contadini e degli operai. L’aristocrazia è stata definitivamente soppiantata dalla meritocrazia. In una società anche solo parzialmente liberale, come la nostra, ci sono soltanto due maniere per arricchirsi: derubare il prossimo oppure soddisfare le esigenze del prossimo. La prima è vietata (s’intende non per lo Stato, che può derubare i cittadini quanto vuole) la seconda no. Se dunque non ha voglia di vivere nell’illegalità, all’aspirante ricco non resta che impegnarsi per fornire al prossimo prodotti e servizi buoni a prezzi convenienti. Insomma, per arricchirsi deve meritarselo: meritocrazia. E non si sottolineerà mai abbastanza che sono i consumatori ossia siamo noi a decidere chi merita di arricchirsi. Lo decidiamo democraticamente ogni volta che andiamo a fare la spesa al supermercato e lo shopping per le vie del centro. Siamo noi che arricchiamo il bravo imprenditore e il bravo professionista. Nel momento in cui la maggioranza dei consumatori preferisce il prodotto x al prodotto y, arricchisce chi produce x e danneggia chi produce y, inducendo quest’ultimo a migliorarsi. Chi ha arricchito Berlusconi se non la maggioranza dei telespettatori, che hanno preferito i programmi delle sue televisioni a quelli delle altre? Se non volevano che diventasse così ricco, avrebbero dovuto soltanto sforzarsi di non guardare i programmi che preferivano.

Il meraviglioso paradosso del mercato liberale è che il bravo imprenditore e il bravo professionista che arricchiscono sé stessi arricchiscono anche gli altri. In primo luogo, forniscono ai consumatori prodotti e servizi migliori a prezzi più convenienti e in secondo luogo, creano posti di lavoro e di conseguenza stimolano i consumi. Quanto più guadagnano, tanti più posti di lavoro creano; quanti più posti di lavoro creano, tanto più aumentano i consumi; e quanto più aumentano i consumi, tanto meglio vanno gli affari per altri imprenditori, che a loro volta creeranno altri posti di lavoro eccetera, in un vero e proprio circolo virtuoso.

Purtroppo, alla maggioranza delle persone non interessa sapere quanto bene fanno alla società intera i ricchi imprenditori di successo. Pure di vederli soffrire, sarebbero disposte a fare sprofondare nel baratro il mondo intero. Perché l’incendio dell’invidia sociale ha assunto proporzioni così catastrofiche? Perché la cultura egemone è come benzina su quel fuoco.

Dunque, l’invidia malevola non mira tanto ad uguagliare quanto a distruggere gli altri. Per giustificare davanti a sé stesso e agli altri il desiderio di distruggere la persona invidiata, l’invidioso malevolo cerca di auto-convincersi che questa persona gli stia togliendo qualcosa. Per arrivare subito al punto, chi invidia malevolmente il ricco si auto-convince che il ricco si sia arricchito alle sue spalle e alle spalle dei poveri per mezzo di truffe e inganni. Ebbene, il socialismo in tutte le sue forme non dà forse ragione all’invidioso? Marx non dice forse che i capitalisti rubano “plusvalore” ai proletari? E i socialdemocratici non dicono forse che i ricchi concentrano illegalmente nelle loro mani le ricchezze che spettano agli altri, e che quindi devono essere “ridistribuite”? Confermando la visione della realtà propria dell’invidioso, la cultura di sinistra, divenuta da tempo cultura di massa, alimenta e diffonde il virus dell’invidia nella popolazione. Al contagio sfuggono ormai solo poche persone. C’è da chiedersi se nei secoli in cui non esisteva ancora una sinistra il vizio dell’invidia fosse tanto ampiamente diffuso quanto al giorno d’oggi.

Dunque, la maggioranza invidiosa cerca di convincere sé stessa che i ricchi di successo siano tutti degli imbroglioni e dei ladri. “Se Berlusconi e Briatore sono così ricchi devono per forza avere rubato e frodato: prima o poi i giudici lo scopriranno”. Gli invidiosi non riescono neppure a concepire che Berlusconi e Briatore possano essersi arricchiti facendo bene il loro lavoro. Flavio Briatore non sarà la persona migliore del mondo ma qualche cosa buona l’ha fatta: ha mandato la sua scuderia in formula uno e dà lavoro a tante persone. Ebbene, gli agenti del fisco hanno sottoposto il suo locale sardo a controlli talmente invasivi e lesivi del buon funzionamento del locale stesso che Briatore è stato costretto a chiuderlo e a spostare la sua attività all’estero. Sicuramente, la chiusura del Billionaire ha ha avuto molti effetti negativi: i suoi dipendenti si sono ritrovati senza lavoro e la regione Sardegna ha perso una importante attrazione turistica. Per queste ragioni, ci si sarebbe aspettati che la maggior parte della gente protestasse contro questa chiusura. E invece no. Sotto tutti gli articoli sul caso Billionaire pubblicati online si è scatenata una gara di insulti contro Briatore e le sue ricchezze. Sebbene la guardia di finanza, dopo avere rivoltato come un calzino l’impresa di Briatore, non sia mai riuscita a trovare nessuna prova contro di lui, la maggioranza della gente è certa che Briatore non possa non avere rubato. Insomma, l’odio non si arrende neppure di fronte all’evidenza. In un vecchio manifesto elettorale della sinistra estrema si leggeva: “Anche i ricchi piangano”. Ebbene, oggi la maggior delle persone non si accontenta di fare piangere i ricchi: vuole che finiscano sul lastrico, davanti al giudice, in prigione e, se fosse possibile, al muro con gli occhi bendati. Quanti altri processi farsa dovrà ancora subire Silvio Berlusconi per soddisfare l’invidia dei suoi concorrenti, dei magistrati e del popolo? E lo chiedo senza stimare il politico Berlusconi, cui non perdono di avere parlato da liberale e agito da statalista.

Il cristiano non troverà difficile intravedere in questa tempesta d’invidia e d’odio la sagoma di colui che fa di tutto per convincerci della sua inesistenza.

Convinta dunque che ogni ricchezza sia frutto di rapina, la maggioranza invidiosa supplicherà lo Stato di requisire ai ricchi la maggior parte delle loro ricchezze e di “ridistribuirle”. Dal loro punto di vista, imporre ai ricchi più tasse che al resto della popolazione è lecito e opportuno come sequestrare i beni ai mafiosi. E’ stata l’invidia a portare al potere in Francia uno che proponeva di tassare i “ricchi” al settantacinque per cento. Oltre Manica, dove i capitali francesi continuano ad arrivare come profughi ammassati sui barconi, lo stanno ancora ringraziando. Di norma, infatti, non appena un governo annuncia nuove tasse i grandi capitali lasciano una nazione alla velocità della luce, impoverendola. D’altra parte, se il fisco riesce a metterci le mani prima che volino via, la nazione diventa più povera lo stesso. Infatti, i soldi che il fisco prende con arroganza sovietica dai conti correnti dei ricchi finiscono quasi sempre bruciati in maniera improduttiva da pubbliche amministrazioni e aziende di Stato che servono soltanto a distribuire stipendi a parassiti fannulloni. Ecco la maniera in cui lo Stato “ridistribuisce le ricchezze”: le brucia. Non è improbabile che i legittimi proprietari, se non ne fossero stati privati, quei soldi li avrebbero potuti investire in maniera produttiva, a beneficio della società intera.

D’altra parte, non tutti gli imprenditori, i commercianti, i liberi professionisti sono ricchi. Anzi, molti di loro devono faticare molto per rimanere a galla sul mercato. Tuttavia la maggioranza invidiosa vedrà in ogni imprenditore, in ogni commerciante e in ogni libero professionista un ricco, e in ogni ricco un ladro: “Sembra povero solo perché ha nascosto bene i suoi guadagni”. La guardia di finanza cerca di alimentare questa convinzione, stanando e gettando in pasto ai media commercianti che non fanno lo scontrino, liberi professionisti che non fanno la fattura e imprenditori che cercano ogni scappatoia per pagare meno tasse. La gente non ce la fa proprio a capire che per la maggior parte dei commercianti, degli imprenditori e dei liberi professionisti pagare meno tasse del dovuto non significa arricchirsi ma sopravvivere. Infatti, tasse troppo alte hanno il solo effetto di ammazzare le attività produttive.

Lo Stato sottrae alle imprese una certa percentuale dei loro profitti. Dal momento che questa percentuale è molto alta, le imprese sono costrette ad alzare il prezzo dei loro prodotti e servizi. E dal momento che la stragrande maggioranza dei potenziali acquirenti dei prodotti e dei servizi delle aziende non sono ricchi sfondati, cominceranno a comprare sempre meno, fino a non comprare più. Così le aziende chiuderanno. Non pensiamo solo alle imprese: pensiamo anche a noi che offriamo la nostra forza lavoro, i nostri prodotti e le nostre idee in cambio di soldi. Dal momento che lo Stato chiede una percentuale molto alta di quello che guadagniamo, anche noi venderemo sempre meno fino a non vendere più. E saremo disoccupati. C’è ancora qualcuno che non ha capito che le tasse sono la causa efficiente della disoccupazione?

Dunque, tassare eccessivamente le attività produttive significa ammazzarle, ammazzarle significa danneggiare la società intera e lo stesso fisco. Infatti, ogni saracinesca abbassata e ogni impresa chiusa è una fonte di introiti fiscali in meno. Cosa ancora più importante, per ogni attività ammazzata ci sono tanti lavoratori in più sulla strada. Fra loro potremmo esserci anche noi o i nostri familiari. Quindi, chiedere ai governi di tassare a morte non soltanto i “ricchi” ma tutti quelli che lavorano nel settore privato, significa danneggiare noi stessi. Il problema è che in fondo lo sappiamo di danneggiare noi stessi. Pure di soddisfare l’invidia, pure di fare del male agli altri, siamo disposti a fare del male a noi stessi.

SI SCRIVE GIUSTIZIA SOCIALE E SI LEGGE INVIDIA SOCIALE, II. Dove non c’è mercato c’è il vizio.

Tutti gli esseri umani, tranne i santi, sono inclini ai vizi capitali, i rappresentati dello Stato sono esseri umani e il sillogismo si completa da sé. Negli ambienti della politica e della pubblica amministrazione si gestisce il potere sull’intera società e si amministrano montagne di soldi, degli altri naturalmente. Voi riuscireste a resistere alla seduzione del potere e delle ricchezze, se le ricchezze e il potere fossero sempre lì, davanti ai vostri occhi? Dunque, ci sono pochi dubbi sul fatto che quasi tutti i rappresentanti dello Stato siano particolarmente inclini all’avidità e alla superbia, che aprono nel cuore una fame insaziabile di potere e ricchezze. Per soddisfare dunque i loro vizi, devono accrescere costantemente il loro potere e le loro ricchezze; per accrescere il loro potere e le loro ricchezze, devono accrescere le dimensioni dello Stato. Infatti, più Stato significa in primo luogo stipendi più alti per loro stessi. Non stupitevi se i rappresentati dello Stato in Italia recepiscono stipendi degni dei conti e i marchesi dell’ancien régime. Dal momento che infatti sono loro stessi a decidere quanto devono guadagnare, non hanno una sola ragione per non decidere di alzarsi lo stipendio oltre i confini dell’indecenza. Se pensate che un giorno potranno votare a favore della riduzione dei loro propri stipendi, siete degli illusi. Se foste voi a ricevere uno stipendio di ventimila euro, avreste il coraggio di votare per abbassarlo a tremila euro? Se siete sinceri, dovete ammettere che il coraggio non lo trovereste. Quella mancanza di coraggio noi la chiamiamo peccato originale.

SUPERBIAok

Oltreché stipendi più alti, più Stato significa più soldi pubblici da gestire. Se l’incarico di gestire montagne di miliardi fosse affidato a voi, non sentireste la tentazione di usarne almeno una parte a beneficio vostro e dei vostri amici e parenti? E non sentireste la tentazione di prendere tangenti e mazzette, se le tangenti le mazzette vi fossero offerte tutti i giorni? Siate sinceri. Quindi non stupitevi se i rappresentati dello Stato distribuiscono posti di lavoro nei posti chiave ad amici, amanti e tutto il parentado fino al centesimo grado. Non stupitevi se intascano mazzette e tangenti oppure se comprano case miliardarie a loro insaputa. Non stupitevi se gonfiano le note di spesa per fare la cresta (tanto per fare un esempio, una lampadina di pochi centesimi in un ufficio pubblico arriva a costare cinquanta euro: provate a indovinare dove va a finire la differenza fra i pochi centesimi e i cinquanta euro…). Non stupitevi se con i soldi dei rimborsi ai partiti ci comprano i suv e ci organizzano feste da basso impero. Non stupitevi se truccano le gare per dare gli appalti ai loro amici imprenditori o agli amici di Cosa nostra, dell’andrangheta, della Sacra Corona Unita.

AVARIZIAok

Per soddisfare la loro superbia e la loro avidità, i rappresentanti dello Stato devono ingrandire le dimensioni dello Stato. Per una sorta di implacabile legge fisica, lo Stato non può crescere senza togliere spazio al mercato. E così si spiega perché quasi tutti i rappresentanti dello Stato, anche quelli che si definiscono “liberali”, descrivono il mercato come una specie di mostro senza cuore che chiede sacrifici umani. Per guadagnare facili applausi, i politici attaccano il disco: “Ma chi comanda oggi: i cittadini o il mercato?”. Questa frase, che a turno hanno pronunciato tutti i politici di tutti gli schieramenti, è quanto mai menzognera: infatti, come abbiamo visto, nel mercato comandano i cittadini. Ma appunto, oggi, almeno in Italia, neppure quelli che si definiscono liberali lo sono veramente. Infatti, i sedicenti liberali ci tengono sempre a distinguere fra il liberalismo economico, che loro chiamano con disprezzo “liberismo selvaggio”, e un “liberalismo” buono e bello, che loro intendono come una socialdemocrazia moderata, leggermente più aperta al mercato rispetto alla socialdemocrazia tradizionale. Da come te lo descrivono quasi tutti i politici, il liberalismo economico non sarebbe tanto migliore del nazismo. Non a caso un esimio non-economista adoratore del dio Stato di nome Paolo Barnard va in giro a dire che i liberali austriaci Mises e Hayek avrebbero ispirato il nazismo, e la gente ci crede. Penosa calunnia. Tanto per mettere i puntini sulle i, Mises e Hayek hanno elaborato le più lucide critiche del totalitarismo politico.

PIGRITIAok

E i cittadini? Perché non si ribellano? Perché accettano di cedere allo Stato quasi il 50% delle ricchezze che producono? Perché permettono allo Stato di restringere lo spazio del mercato ossia lo spazio in cui possono esercitare la loro libertà economica e mettere a frutto i loro talenti? Ma è semplice: perché la maggior parte dei cittadini non amano affatto il mercato. Più che altro, non hanno tanta voglia di affrontare le fatiche e assumersi i rischi che la libertà economica comporta. Vogliono la vita comoda, che però oggi non si chiama più “vita comoda” bensì “sicurezza sociale”. E il desiderio di vita comoda non si chiama più pigrizia bensì diritto. Inoltre, non accettano che nella gara dei meriti i più bravi passino loro davanti e raggiungano posizioni sociali più elevate. Bramosi di “sicurezza sociale” ossia di vita comoda, chiedono allo Stato di assisterli dalla culla alla tomba e di liberarli dall’obbligo morale di soccorrere i poveri. “Caro Stato, ai poveri pensaci tu, così io mi faccio gli affari miei”. E mentre i cittadini si fanno i beati affari loro, lo Stato trasforma i poveri in parassiti senza dignità. Essendo anche loro esseri umani piagati dal peccato originale, questi ultimi imparano in fretta che trovare un lavoro serio e darsi da fare non conviene: cesserebbero immediatamente i sussidi dallo Stato! (cfr. http://johnnycloaca.blogspot.it/2012/12/nello-status-quo-del-welfare-francese.html ).

LUSSURIAok

Oltre a chiedere sempre più welfare per sé stessi e per i poveri presunti, la maggior parte della gente aspira ad entrare nella fortunata casta dei dipendenti pubblici, che godono del privilegio del posto fisso. Ad ogni concorso pubblico ormai si presenta un numero assolutamente spropositato, mostruoso, di giovani. Evidentemente, la massima aspirazione della maggior parte dei giovani è di occupare un posto a vita senza lavorare troppo. E’ noto che negli uffici pubblici non ci si ammazza di fatica e ogni scusa è buona per assentarsi. E come si dice, l’ozio è padre di tutti i vizi, anche della lussuria. E’ noto che negli uffici in cui non ci si ammazza di fatica, i computer sono costantemente connessi ai siti pornografici. In effetti, c’è un legame genetico fra statalismo e pornografia: le nazioni più stataliste d’Europa – quelle del welfare dalla culla alla tomba – sono state anche la culla della pornografia di massa.

Ma lo Stato dove prenderà i soldi per finanziare il welfare e per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici e dei rappresentanti dello Stato? Prenderli dalle tasche degli stessi dipendenti pubblici e degli stessi rappresentanti dello Stato sarebbe un controsenso logico. E infatti, questi ultimi pagano le tasse solo in senso nominalistico, virtuale. Per farla breve, lo Stato prenderà i soldi di cui ha bisogno dalle tasche dei cittadini che lavorano nel settore privato: imprenditori, dipendenti, commercianti e liberi professionisti. Li prenderà da noi, che offriamo la nostra forza lavoro, i nostri prodotti e le nostre idee in cambio di pane.

Ora, il settore pubblico in teoria dovrebbe poter produrre qualche ricchezza, in realtà si limita a consumare le ricchezze che arrivano, sotto forma di tasse, dal settore privato. Le aziende pubbliche sono tutte immancabilmente poco produttive e vanno spesso in deficit. Invece, il settore privato tende a creare più ricchezza di quella che consuma. Quando tutto va bene, l’economia cresce e i capitali si accumulano per futuri investimenti. Perché il settore privato è più produttivo di quello pubblico? Per la semplice ragione che il mercato costringe le persone a dare il meglio di sé stesse. La crudeltà del mercato è salutare: scaccia la pigrizia e altri riprovevoli vizi. Per stare sul mercato, bisogna soddisfare i consumatori; per soddisfarli, bisogna lavorare bene. I consumatori, infatti, puniscono immediatamente chi offre servizi e prodotti scadenti a prezzi eccessivi. Qualcuno di voi sarebbe disposto a comprare un prodotto scadente se accanto, sullo stesso scaffale, ci fosse un prodotto di ottima qualità che cosa meno? Chi deve farsi giudicare ogni giorno dai consumatori non può permettersi il lusso di oziare e assentarsi spesso e volentieri. Invece, i dipendenti e i dirigenti pubblici questo questo lusso possono permetterselo tranquillamente, dal momento che possono anche fare a meno di soddisfare i clienti. Se i conti della loro azienda vanno in rosso, non li pagano loro: li pagano i contribuenti ossia quelli che non possono permettersi il lusso di essere fannulloni come loro. Insomma, dove non c’è mercato c’è vizio. E’ inevitabile che ci sia. Infatti a causa del peccato originale ogni essere umano, nessuno escluso, tende a peccare tutte le volte che gli si offre l’occasione. Come l’occasione fa il ladro il posto di lavoro pubblico fa il fannullone. Infatti, se non sei obbligato a dare il meglio di te tu il meglio di te non lo darai mai.

(Continua a gennaio)

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